Notiziario





Gli agrumi di Bartolomeo Bimbi, tra fascino principesco e agrobiodiversità

Ricercati dai sovrani, gli agrumi furono particolarmente apprezzati dai Medici, nel solco di una tradizione che vede la famiglia granducale strettamente legata a cultura scientifica, botanica e agronomia. Sotto Cosimo III de' Medici, l’interesse per le piante assunse i tratti di un'impresa sistematica, condotta da una ‘triade’ d’eccellenza: il sovrano, il botanico Pier Antonio Micheli e il pittore Bartolomeo Bimbi.

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Le piante alimurgiche: proprietà e utilizzo

Le piante alimurgiche sono le piante spontanee alimentari che sono utilizzate in caso di urgenza. La pratica ha origini nel 1767, quando Giovanni Targioni Tozzetti scrisse De alimenti urgentia, indicando l’impiego di piante selvatiche come risorsa alimentare alternativa durante periodi di carestia, ma fu solo nel 1918, con Oreste Mattirolo e il suo libro Phytoalimurgia Pedemontana, che avvenne un censimento di piante spontanee da utilizzare come alimento per combattere la fame post- bellica. Negli ultimi decenni si è verificato un nuovo fenomeno di riscoperta di queste piante spontanee, collegato alla rivalutazione di ricette regionali e al desiderio di recuperare valori tradizionali popolari, svelando un ricco patrimonio culturale, specialmente in Italia.

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Quando la conoscenza “scendeva” in campo

In una delle mie frequentazioni in alcune aziende agricole in Mugello, mi imbatto per puro caso, in un attestato, ingiallito e un po’ mangiucchiato dal tempo, che certifica la frequenza a un corso di potatura e innesto tenuto dalla Cattedra ambulante di agricoltura di Reggio Emilia. Un documento nato per uno scopo pratico, senza ambizioni di durata, che oggi resiste come traccia materiale di un’idea forte: la conoscenza che si muove, che esce dagli uffici e dalle aule per andare incontro agli agricoltori, nei campi, nelle aziende.
Le Cattedre ambulanti non furono un episodio folkloristico né una curiosità d’epoca. Furono una vera infrastruttura pubblica della conoscenza agricola. Tecnici formati, spesso di alto profilo, che affiancavano le aziende trasferendo competenze, sperimentando soluzioni, costruendo fiducia. Non vendevano prodotti, non rappresentavano interessi commerciali: svolgevano una funzione pubblica, riconosciuta e rispettata.
Per decenni, in forme diverse e via via aggiornate, l’assistenza tecnica pubblica ha accompagnato lo sviluppo dell’agricoltura italiana. Insieme alla ricerca e alla sperimentazione, ha contribuito in modo decisivo alla modernizzazione dei sistemi produttivi, alla diffusione dell’innovazione, alla crescita professionale degli agricoltori. Era una presenza discreta ma costante, radicata nei territori, capace di leggere i contesti locali e di adattare le soluzioni alle realtà aziendali.
Il progressivo indebolimento di questa funzione non è avvenuto per una scelta dichiarata, ma per accumulo. Riorganizzazioni amministrative, iperburocratizzazione procedurale delle politiche di sviluppo rurale, riduzione delle strutture, frammentazione delle competenze, esternalizzazioni. La consulenza è diventata un “servizio”, il servizio un “intervento”, l’intervento un “progetto”, spesso legato a bandi e tempi brevi, più che a una visione strategica di lungo periodo.
Eppure, sarebbe sbagliato pensare che dopo le gloriose Cattedre ambulanti non ci siano stati tentativi seri di rinnovare l’assistenza tecnica pubblica. Un passaggio importante, ad esempio, avvenne alla fine degli anni Settanta, con il recepimento in Italia del regolamento CEE n. 270/79, che tentò di promuovere nel nostro paese un modello più strutturato di divulgazione agricola. Da lì nacquero le figure dei Divulgatori Agricoli Polivalenti (DAP) e dei Divulgatori Agricoli Specializzati (DAS).
Quella stagione rappresentò un’evoluzione significativa: maggiore integrazione con la ricerca, attenzione ai sistemi aziendali nel loro complesso, presenza più o meno stabile sul territorio, specializzazione delle competenze. Per molti tecnici e per molte aziende agricole fu un periodo di intenso confronto e di reale accompagnamento all’innovazione. Non privo di limiti, ma sorretto da un impianto chiaro: la consulenza in agricoltura come funzione pubblica strategica, distinta dal mercato e orientata all’interesse generale.
Personalmente, ho incrociato quella esperienza negli anni della mia formazione professionale. Nel 1993 ho frequentato presso il CIFDA di Vertemate con Minoprio in Lombardia, un corso per divulgatori agricoli, ancora ispirato all’impostazione dei DAP e dei DAS. Un percorso impegnativo, durato un anno, con obbligo di frequenza e sistemazione residenziale, che puntava molto sulla capacità di ascolto delle aziende, sulla lettura dei sistemi produttivi, sulla responsabilità del consiglio tecnico. Guardandolo oggi, quel corso appare come una delle ultime occasioni in cui in Italia si è investito in modo strutturato sulla formazione di figure dedicate alla divulgazione e all’assistenza tecnica pubblica in agricoltura.
Di lì a poco, quel filone si è progressivamente esaurito, senza essere sostituito da un modello altrettanto organico. Nel vuoto lasciato dal pubblico si sono inseriti altri attori, in primo luogo le imprese fornitrici di mezzi tecnici e soluzioni tecnologiche. Un ruolo legittimo, intendiamoci, ma per sua natura non neutrale. Quando il consiglio tecnico è inscindibilmente legato alla vendita di un prodotto, l’interesse generale rischia di passare in secondo piano.

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Dialoghi sull’Agroindustria: “Impatto di stress idrico e siccità su fisiologia della vite, composizione dell'uva e profilo organolettico del vino”

Ranalli: Gli effetti dei cambiamenti climatici (aumento delle temperature medie, periodi prolungati di siccità, aumento della frequenza di eventi meteorici estremi e della salinità dei suoli) alterano il ciclo biologico della vite e la composizione chimica dell’uva, con conseguenze dirette sulla qualità del vino. Lei, che è un professionista affermato del settore, può elucidare questi fenomeni e le strategie per contrastarli? Intanto, si potrebbe iniziare esaminando gli effetti delle scarse risorse idriche sul ciclo vegetativo della vite e i riflessi sulla crop physiology e le fasi fenologiche.   

Bigot: L’aumento delle temperature medie è oggi un fenomeno diffuso in tutte le aree viticole italiane, seppur con intensità diverse. L’analisi delle serie climatiche degli ultimi decenni mostra un anticipo delle fasi fenologiche, in particolare del germogliamento, dovuto alla riduzione dei giorni freddi invernali. Questo espone sempre più spesso i vigneti al rischio di gelate primaverili. Le fasi successive risultano compresse, soprattutto nei vitigni a comportamento anisoidrico, mentre quelli isoidrici, come il Montepulciano, tendono a mantenere maturazioni più tardive. Le alte temperature determinano inoltre una riduzione degli acidi organici, in particolare del malico, un aumento dell’assorbimento di potassio e fenomeni di disidratazione e scottatura degli acini, con effetti sulla qualità aromatica. Cambia anche la pressione delle avversità: alcune patologie diminuiscono, altre, come l’oidio, aumentano. Parallelamente si osserva una riduzione della vigoria legata sia allo stress climatico sia alla perdita di sostanza organica nel suolo. Tutto ciò impone una gestione sempre più tecnica e integrata del vigneto.

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Un Paese fragile, un bilancio da reimpostare

Le immagini sconvolgenti della frana che sta cambiando il volto di Niscemi, ancora una volta nella sua storia più che millenaria, colpiscono per le dimensioni del fenomeno e per l’evidente ineluttabilità di quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. I mezzi di informazione e la loro capacità di penetrazione e diffusione comunicano quanto avviene e diffondono con la forza delle immagini trasformando quello che è un episodio tremendo, ma non inconsueto in un Paese geologicamente recente come l’Italia, in un grande e tragico spettacolo a cui si partecipa ma che sembra distaccato dalla vita quotidiana di chi lo vede sugli schermi e lo archivia mentalmente nell’ affollarsi di immagini di ogni giorno ed ogni minuto della giornata. L’evidenza di quanto si vede ha il grande demerito di far perdere il senso della partecipazione e della condivisione della tragedia che oggi si vive a Niscemi, come una volta avvenne nel Vajont o in Valtellina con la frana della Val di Pola o nei grandi terremoti e nelle alluvioni catastrofiche e ricorrenti, creando una sorta di dannosa assuefazione. Prevale la sensazione immediata destata dal singolo episodio e fa dimenticare che l’Italia è costituita da un territorio recente e per ciò stesso in costante evoluzione.
Quanto oggi avviene a Niscemi con tanta tragica chiarezza invece dovrebbe indurre ad una più attenta e meno episodica considerazione su che cosa fare e predisporre per i prossimi inevitabili episodi a cui il nostro territorio, tanto bello ed amato, ci espone.
Il primo spunto su cui ragionare nasce dall’immediato malvezzo della ricerca dei “veri” colpevoli, o meglio presunti tali, su cui appuntare l’attenzione, quasi come per desiderio di una impossibile vendetta. Ciò che accade oggi ed è accaduto altrove in un passato anche recente, invece, va considerato in un contesto geologico e territoriale particolare, come si è detto. In questo senso questa sfrenata caccia giornalistica vale quel che vale e cioè come la caccia all’untore. Certo, ci possono essere e vanno ricercati e sanzionati comportamenti impropri, che vanno identificati e giudicati, ma i problemi veri sono di maggiore entità ed è su questi che occorre innanzitutto concentrarsi. Nulla di nuovo, perché la mappatura delle zone a rischio è stata avviata da tempo, diciamo da almeno una trentina di anni, ma non risulta ancora conclusa… Nel frattempo nuove evidenze si sono prodotte, i metodi di analisi si sono evoluti e perfezionati e costi e tempi, sempre carenti, destinati alla prevenzione o meglio alla diagnosi precoce al fine di prevenire, si dilatano sine die, ragione per la quale occorre ogni volta ricominciare … insomma una specie di tela di Penelope.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: Il contributo della biologia del suolo per lo sviluppo dell’agricoltura del futuro

Pagliai – Paolo tu sei stato un protagonista assoluto degli enormi progressi scientifici nel campo della biologia, biochimica e microbiologia e credo che ora si abbiano più certezze sul fatto che i microrganismi possano o potrebbero dare un notevole contributo allo sviluppo dell’agricoltura del futuro, proprio in momento di grave crisi per l’agricoltura stessa sia per gli scarsi redditi della maggior parte degli agricoltori, sia la degradazione dei nostri suoli, non percepita nella sua reale gravità, ma attribuita in larga parte alle avversità della crisi climatica in atto con le violente precipitazioni concentrate in un breve periodo, i lunghi periodi di siccità e l’insorgere di fitopatologie sempre più aggressive. In realtà stiamo scontando ora gli effetti del boom economico della seconda metà del secolo scorso con l’intensificazione colturale esagerata, l’abbandono delle terre dell’alta collina e montagna e, quindi, di quella paziente e faticosa opera di governo del territorio ma anche delle sistemazioni idraulico-agrarie della bassa collina e pianura e, ancor più grave, la cementificazione selvaggia. Occorre, a mio avviso, una forte inversione di tendenza e un ritorno a quelle vecchie “buone pratiche agricole” che proprio l’uso della tecnologia che oggi abbiamo a disposizione, dalla digitalizzazione, alla genetica, alla biochimica, alla biologia e, quindi, ai microrganismi, potrebbe renderle altamente innovative.

Nannipieri – Certamente la biologia del suolo ha avuto uno sviluppo enorme negli ultimi decenni grazie anche alle nuove tecnologie come le tecniche molecolari che hanno consentito di approfondire struttura e funzionalità delle comunità viventi del suolo. Sulla spinta dell’uso di inoculi microbici per sostituire fertilizzanti (vedi azoto fissatori per gli apporti di azoto), si è progredito con le innovazioni arrivando ad usare inoculi microbici per combattere patogeni al posto di pesticidi, per stimolare la crescita vegetale con microorganismi aventi azioni benefiche per la pianta. Esistono alcuni prodotti in commercio ma molti inoculi sono poco efficaci perché devono competere con il microbioma del suolo. Un conto è operare in un ambiente controllato di laboratorio e un conto è operare in pieno campo; per fare un esempio a carattere divulgativo è come il poco successo che hanno spesso lepri e fagiani di allevamento introdotti nell’ambiente.

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Specie aliene: opportunità e problematiche

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Le piante e i composti organici volatili (VOC)

Dopo aver partecipato con vivo interesse alla conferenza del Prof. Francesco Loreto (Università degli Studi di Napoli “Federico II”) svoltasi presso l’Accademia dei XL a fine 2025, si riporta di seguito una sintesi circa le attuali conoscenze sui VOC (Composti Organici Volatili) prodotti ed emessi dalla chioma e dalle radici delle piante.
Fritz Went (Nature, 1960), botanico olandese, noto per i suoi studi sugli ormoni vegetali e sulla chimica dell’atmosfera, propose che la tipica foschia blu che compare sopra i boschi sia causata dai composti organici volatili (soprattutto terpeni e isoprene) emessi dagli alberi. I terpeni sono una vastissima classe di composti organici prodotti dalle piante, soprattutto dagli alberi e in particolare dalle conifere. Sono formati da unità ripetute di isoprene (C₅H₈) e sono i principali componenti di resine e oli essenziali che conferiscono gli aromi caratteristici di molte specie come pino, eucalipto, agrumi e altri.

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Il ruolo centrale del clima nella proliferazione delle specie aliene

Il cambiamento climatico non è soltanto uno sfondo ambientale, ma il fattore trainante primario che sta trasformando radicalmente i sistemi agricoli e favorisce l'ingresso di specie aliene.
L’area del Mediterraneo può essere identificata come un vero e proprio "hotspot" di vulnerabilità che reagisce alle sollecitazioni atmosferiche con una rapidità e un'intensità decisamente superiori rispetto alla media globale. I dati osservati dipingono un quadro inequivocabile caratterizzato da un innalzamento termico costante, con temperature che nell'area mediterranea crescono più velocemente della media mondiale segnando un +1,5°C rispetto all'era pre-industriale, mentre parallelamente i regimi pluviometrici risultano profondamente alterati con una diminuzione delle precipitazioni annuali stimata tra il 10% e il 20% negli ultimi quarant'anni e un concomitante aumento degli eventi estremi, come siccità prolungate e ondate di calore che hanno visto incrementare la loro frequenza del 50% e la loro durata di diverse settimane. Questi driver climatici esercitano un impatto diretto e immediato sulla fisiologia delle colture agrarie, influenzando pesantemente sia la quantità che la qualità dei raccolti attraverso meccanismi come l'accelerazione dei cicli vitali dovuta al calore eccessivo, che porta a maturazioni anticipate a scapito della qualità, e il cosiddetto "caos fenologico", ovvero uno sfasamento delle fasi di crescita come fioriture precoci che espongono le piante a gelate tardive e disallineano i tempi con gli insetti impollinatori, fino ad arrivare a blocchi fisiologici totali quando, per difendersi dalla carenza idrica, le piante chiudono gli stomi arrestando di fatto la fotosintesi e la crescita.

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Dialoghi sul Verde: “La legge sul ripristino della natura, limiti e benefici”

Ferrucci: Dalla fine del secolo scorso ad oggi si registra in tema di biodiversità un crescente attenzione della politica ambientale di matrice internazionale e, a cascata, unionale e nazionale, che ruota attorno ad una concezione antropocentrica del rapporto tra l’uomo e la natura: da un lato la maturata consapevolezza, sulle orme della scienza, del ruolo strategico che la biodiversità riveste per la nostra vita, attraverso un caleidoscopio di benefits che è in grado di fornirci; dall’altro la presa d’atto sempre più drammatica delle conseguenze perverse sull’ambiente e sulla vita umana legate alla costante, vertiginosa erosione e perdita delle sue componenti, potenziata dalle reciproche profonde interconnessioni con il climate change.  Ma gli obiettivi sottesi alla gamma di strumenti ciclicamente forgiati per arginare la crisi della biodiversità sono stati reiteratamente disattesi dai risultati deludenti della relativa implementazione. Ad oggi scorrono davanti agli occhi di chi legge la letteratura scientifica e i Report che accompagnano i monitoraggi, dati che continuano a riportare percentuali inquietanti di specie vegetali e animali in via di estinzione a livello globale; trasformazioni radicali di interi ecosistemi, costante perdita a ritmi incalzanti di habitat. Nel tuo prezioso volume dal titolo "Restaurare la Natura", hai magistralmente disegnato questo scenario: potresti qui tracciarne le linee fondamentali, e individuare quali sono stati, a tuo parere, i limiti della politica ambientale antecedente alla Nature Restoration Law?

Danovaro: Negli ultimi decenni si è assistito a un aumento marcato dell’attenzione verso le tematiche ambientali e, in particolare, verso la crisi globale della biodiversità. Le basi concettuali di questa consapevolezza sono state definite in modo esplicito a partire dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, ma non derivano tanto da una visione puramente ecocentrica o antropocentrica del rapporto tra uomo e natura. Sono piuttosto il risultato di un progressivo accumulo di evidenze scientifiche che hanno documentato una profonda alterazione di habitat ed ecosistemi, accompagnata da una perdita significativa di biodiversità a scala globale. In questo contesto, l’istituzione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e, successivamente, dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), ha svolto un ruolo cruciale nel chiarire, da un lato, il contributo del cambiamento climatico nell’amplificare gli impatti diretti delle attività umane e, dall’altro, nel rendere evidente come la perdita di biodiversità non rappresenti soltanto una perdita di valore estetico, culturale o simbolico del rapporto con la natura; incide direttamente sulla capacità degli ecosistemi di fornire beni e servizi ecosistemici indispensabili al benessere umano, quali la produzione di ossigeno, la disponibilità di acqua pulita, la sicurezza alimentare e la regolazione dei processi biogeochimici. Tali servizi hanno inoltre una rilevanza economica sostanziale, poiché ecosistemi integri e funzionali risultano più produttivi, resilienti e capaci di generare valore nel lungo periodo rispetto a sistemi degradati. È ormai ampiamente dimostrato che la perdita di biodiversità comporta costi economici elevati e compromette la sostenibilità delle attività umane. La Nature Restoration Law nasce proprio dalla consapevolezza che, anche qualora la comunità internazionale riuscisse a raggiungere gli obiettivi fissati dagli accordi globali più recenti, come il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, ovvero la protezione del 30% degli ambienti terrestri e marini entro il 2030, ciò non sarebbe comunque sufficiente a compensare il livello di degrado che interessa oggi una parte consistente degli ecosistemi utilizzati dall’uomo. Molti ecosistemi terrestri e marini risultano infatti già erosi o danneggiati fino a circa il 75% della loro estensione originaria. La sfida attuale, pertanto, non consiste esclusivamente nel proteggere ciò che è ancora relativamente integro, ma anche nel promuovere azioni concrete di restauro ecologico, volte a recuperare le funzionalità perse e a mitigare i danni prodotti dall’Uomo negli ultimi decenni.

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Innovazioni agronomiche nei sistemi colturali erbacei

Uno scenario agronomico di sicuro interesse è rappresentato dalla coltivazione di specie orticole industriali da pieno campo destinate alla surgelazione, prevalentemente fagiolino, patata, pisello e spinacio, caratterizzate da cicli colturali brevi ed un elevato grado di meccanizzazione, diffusamente integrata con tecnologie di precisione e sistemi di supporto decisionale, a tutto vantaggio delle indispensabili rotazioni colturali.

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L’agricoltura come leva di sviluppo dell’Unione europea

Riflessioni su EU Agricultural Outlook 2025-2035, il rapporto di previsione di medio periodo elaborato dalla Direzione Generale per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (DG AGRI) della Commissione europea, in cooperazione con il Joint Research Centre (JRC). Pubblicato nel dicembre 2025, il documento rappresenta uno dei principali strumenti analitici a supporto della riflessione strategica sulle politiche agricole dell’Unione.

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Stato di conservazione delle foreste europee e italiane: tra realtà ecologica e valutazione formale

In occasione di un recente convegno promosso dall’Accademia Italiana di Scienze Forestali sul Regolamento dell’Unione europea (UE) relativo al ripristino della natura (Nature Restoration Law – NRL, Reg. UE n. 1991/2024), sono rimasto particolarmente colpito dalla ripetuta affermazione, avanzata da alcuni relatori, secondo cui solo una quota molto ridotta (inferiore al 10%) degli habitat forestali italiani si troverebbe in uno stato di conservazione “buono”. Sulla base della mia esperienza, l’affermazione appare del tutto controintuitiva, inducendo a un approfondimento della questione: in effetti, essa trova riscontro in dati ufficiali pubblicati da istituzioni dell’UE, ma questi dati sembrerebbero presentare rilevanti criticità sotto il profilo metodologico.
La valutazione dello stato di conservazione degli habitat costituisce uno dei pilastri della politica e della legislazione europea in materia di tutela della biodiversità. A partire dalla Direttiva Uccelli e dalla Direttiva Habitat, passando per la Strategia dell’UE per la biodiversità fino al 2020 e per quella al 2030, sono state introdotte misure finalizzate alla protezione, al mantenimento, al miglioramento, al monitoraggio e alla rendicontazione delle condizioni degli habitat. In particolare, gli articoli 11 e 17 della Direttiva Habitat impongono agli Stati membri di monitorare lo stato di conservazione degli habitat naturali e di trasmettere i relativi risultati alla Commissione Europea con cadenza sessennale, a partire dal 2001.
I dati più recenti disponibili, riferiti al periodo 2013–2018, sono stati pubblicati dalla Commissione Europea (EC, 2020) e dall’Agenzia europea dell’ambiente (EEA, 2020) nel rapporto State of Nature in the EU. Tra gli habitat elencati nell’Allegato I della Direttiva Habitat, quelli forestali rappresentano circa il 35% del totale. Secondo il rapporto, a livello dell’UE solo il 14,2% degli habitat forestali risulta in uno stato di conservazione “buono”, mentre il 53,9% è classificato come “scarso”, il 30,6% come “cattivo” e l’1,3% come “sconosciuto”. In sintesi, l’84% degli habitat forestali europei verrebbe a trovarsi in uno stato di conservazione “scarso” o “cattivo”.
Queste evidenze, apparentemente allarmanti, non solo alimentano il dibattito mediatico sulle condizioni delle foreste europee, ma vengono anche utilizzate nei processi decisionali a livello unionale. In particolare, come emerso anche nel Convegno sopra citato, tali dati costituiscono la base di riferimento per l’individuazione dei fabbisogni di ripristino degli habitat nell’ambito della NRL e orienteranno la definizione delle priorità di intervento.
Ne consegue che le decisioni relative al mantenimento o al miglioramento delle condizioni degli habitat dipendono in modo cruciale dall’affidabilità dei dati e dei metodi di valutazione adottati. A questo proposito, un recente e rilevante contributo di Mauser et al. (2026), pubblicato sulla prestigiosa rivista Biological Conservation, mostra in modo convincente come l’elevata percentuale di habitat forestali il cui stato di conservazione è classificato dal menzionato rapporto come “cattivo” o “scarso” sia, in larga misura, il risultato di un artefatto metodologico. In particolare, gli autori evidenziano come le cosiddette expert rules utilizzate nel metodo di valutazione producano effetti distorsivi, determinando una classificazione a cascata che tende a far confluire un’ampia gamma di condizioni ecologicamente buone in categorie di stato di conservazione negativo.

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Dialoghi sulle biotecnologie: “Il contributo delle TEA e del pangenoma per il miglioramento genetico della melanzana”

Frusciante: La melanzana, coltivata già in Giappone nell’VIII secolo, arrivò in Europa con i Mori che invasero la Spagna nel IX secolo. Fu a lungo considerata una pianta velenosa e inadatta all’alimentazione, come accadeva per molte specie appartenenti alla famiglia delle Solanacee. In Italia, il suo stesso nome deriverebbe dal latino “mela insana” (frutto non sano), a testimonianza della diffidenza che l’ha accompagnata per secoli. Oggi, invece, la melanzana è uno degli ortaggi simbolo della cucina mediterranea, protagonista di piatti iconici come la parmigiana, la caponata o la pasta alla Norma. Un’evoluzione sorprendente che l’ha trasformata da presunto frutto tossico a ingrediente centrale di alcune delle più celebri specialità gastronomiche italiane.

Toppino: La melanzana è uno degli ortaggi più coltivati a livello globale e rappresenta un ingrediente centrale della tradizione culinaria di numerose regioni dell’Asia, del Mediterraneo e di altre aree del mondo. Il bacino del Mediterraneo costituisce un importante centro di differenziazione secondaria, nel quale si sono affermate nel tempo varietà locali peculiari, come la Listada de Gandia in Spagna e la Violetta in Italia, espressione dell’elevata variabilità genetica di Solanum melongena e di una distinta evoluzione rispetto alle aree di domesticazione originarie. Attualmente la melanzana comprende un’ampia gamma di varietà, differenziate per forma, colore e utilizzo culinario, ed è protagonista di numerose preparazioni gastronomiche, dal salato al dolce, come Parmigiana, Moussaka, Ratatouille e Babaganoush. Dal punto di vista nutrizionale, la melanzana è considerata un alimento nutraceutico: oltre a fornire nutrienti essenziali, apporta benefici per la salute grazie al contenuto di fibre, potassio, vitamine e composti antiossidanti, in particolare antociani e polifenoli. Il suo consumo contribuisce alla riduzione di colesterolo e trigliceridi, alla protezione cardiovascolare, al miglioramento della digestione e al controllo del peso corporeo, grazie al basso apporto calorico, all’elevato contenuto di acqua e al ridotto indice glicemico.

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Il mosaico dei geni: come il pangenoma racconta tutto ciò che una specie può essere

Un vero e proprio mosaico di geni: ogni pezzo, ogni variante, contribuisce a costruire la forma completa della specie, rendendola flessibile, resistente e capace di adattarsi alle sfide di un mondo in continuo cambiamento.

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Il Testo unico delle foreste e filiere forestali: provvidenze per la coltivazione dei castagneti

Un quadro giuridico coerente e favorevole alla ripresa delle attività economiche sostenibili per le aree collinari e montane dell’Italia alpina ed appenninica, tra le quali è certamente compresa la castanicoltura da frutto, elemento caratteristico del paesaggio rurale nazionale e  fonte di reddito un tempo importantissima ma che può ritornare ad essere tale sia ripristinando antiche aree coltivate sia avviandone di nuove. 

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Il caso dei bambini del bosco, fra mitico “buon tempo antico” e realtà

Nel caos dell’informazione gridata e incombente che ci accompagna in questi tempi credo che forse nessuno si sia sottratto ai molteplici effetti dei casi in discussione, in particolare di quello dei “bimbi del bosco”.  Per questo sono state coinvolte tutte le corde dei sentimenti, a partire dalle teorie sul mondo dei minori che entrano, non per scelta, sotto le regole della giustizia minorile. Vorrei perciò anticipare che non intendo occuparmi di tutto ciò che su questo tema ci ha coinvolti nel confuso mondo mediatico, ma di alcune considerazioni di diverso ordine e interesse alla base di questo caso e del crescente interesse suscitato in un’opinione pubblica sollecitata da continui stimoli “che fanno notizia” e che, in genere, attengono alla sfera del “pubblico” più che del “privato”.
La vicenda, almeno nelle sue grandi linee, è nota, tanto da rendere superfluo ricapitolarla così come il dibattito smosso dai mezzi di comunicazione e giunto sino alle soglie della politica e della consueta caduta nella vacua sfera della gazzarra mediatica.
Il punto di partenza di queste considerazioni si colloca invece nel fatto che, nell’affrontare la questione, è emerso un diffuso atteggiamento di comprensione e di condivisione da parte dell’opinione pubblica a favore delle scelte dei bizzarri protagonisti della vicenda. Del loro ostentato voler vivere in un mondo onirico secondo le presunte modalità del mitico “buon tempo antico”. Le immagini impietose dei luoghi in cui essi vivono e pretendono, contro ogni logica e regola umana e sociale, di continuare nel loro stile di vita sono chiare. Come lo è il fatto di un esasperato e disperato senso di ricerca di un mondo che non esiste e che forse non è mai esistito nei modi e negli obiettivi che essi propongono e pretendono di imporre ad una società che è molto diversa da come i rosei quadretti proposti lascino intendere.
Il cammino della comunità umana nei millenni è stato diverso da come viene dipinto, eppure oggi sembra di cogliere nell’opinione pubblica un diffuso senso di condivisione. Il fenomeno non è nuovo nella storia. Il mito di un’indefinita “età dell’oro” dove tutto era bello, buono, solidale, moralmente “pulito” rispetto ad un presente colmo di vizi e aberrazioni, esiste da tempo immemorabile ed era vivo già nella cultura classica. In realtà alla prova dei fatti esso è, appunto, “mito” e non cronaca né storia. È racconto di una situazione vagheggiata e irreale, regolarmente smentita sul piano storico e, addirittura, dei reperti materiali che ne testimoniano l’assoluta irrealtà. Eppure, è uno dei più diffusi in ogni tempo e Paese. Pensatori e filosofi ne hanno trattato, sino al culmine del pensiero di Rousseau e del Suo “buon selvaggio”, il protagonista della mitica età dell’oro.

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Dialoghi sull’ Agroindustria: "Come la genetica salva il bicchiere e l'ambiente in Italia"

Ranalli. Le sfide del miglioramento genetico della vite in Italia si possono ricondurre alla necessità di una viticoltura più sostenibile attraverso lo sviluppo di vitigni resistenti alle malattie e resilienti ai cambiamenti del clima, pur mantenendo l'identità e la elevata qualità enologica dei vini italiani.
La principale priorità è rappresentata dalle gravi emergenze fitosanitarie (peronospora e oidio, principalmente), che richiedono un uso massiccio di agrofarmaci, con costi ambientali ed economici crescenti. Basti ricordare che in Europa la superficie a vite rappresenta solo il 3,5-4,0% dei terreni agricoli, però consuma oltre il 50% dei pesticidi sintetici applicati alle principali colture. Quali sono le strategie di miglioramento genetico di maggiore rilevanza utilizzate oggi in Italia per aumentare l’adattabilità della vite ai nuovi contesti colturali?

Velasco. Sì, confermo i dati riportati fatto salvo che le percentuali dei prodotti di sintesi in termini di anticrittogamici si avvicinano più al 65% che al 50%, con un effetto anche più drammatico. Le strategie sono multiple e non si limitano al miglioramento genetico, in quanto l’approccio alla gestione del vigneto deve essere un approccio olistico: dall’applicazione dei DSS all’uso di prodotti alternativi di origine naturale compreso l’uso di competitori o di organismi predatori nei confronti dei patogeni. Dal punto di vista del miglioramento genetico le vie sono essenzialmente due: il breeding classico, coadiuvato dall’uso di marcatori molecolari, o l’approccio biotecnologico. La fortuna di avere a disposizione la sequenza del genoma della vite ci ha dato la possibilità di accelerare la scoperta di geni di resistenza o di non-suscettibilità della vite. Fondamentalmente, la resistenza prevede una funzione attiva della pianta contro il patogeno (chimica o fisica), la non-suscettibilità è una sorta di mascheramento della propria natura di ospite naturale del patogeno che non riconosce la vita in quanto suo ospite preferenziale e non l’aggredisce. Nel breeding classico abbiamo a disposizione marcatori molecolari per identificare diverse decine di loci così da poter impostare programmi di miglioramento genetico con piramidazione di resistenze multiple e durature. Per approcci biotecnologici sono purtroppo ancora pochi i geni di cui conosciamo le funzioni precise per cui rappresentano ancora un collo di bottiglia.   

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L’evoluzione dei paesaggi viticoli dall’antichità ad oggi

Con la domesticazione della vite (avvenuta circa 11.500 anni fa nell’area trans-caucasica e nel Levante) prendono forma i paesaggi viticoli, frutto del rapporto stabilitosi nel tempo tra le viti e gli uomini, la convivenza virtuosa tra di loro.

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Quando le foreste smettono di assorbire carbonio: il campanello d’allarme del clima

L’articolo “Aboveground biomass in Australian tropical forests now a net carbon source” pubblicato qualche settimana fa su “Nature" analizza quasi cinquanta anni di dati (1971–2019) provenienti da foreste tropicali umide dell’Australia nord-orientale, tra gli ecosistemi terrestri più ricchi di biomassa al mondo. Tradizionalmente considerate importanti pozzi di carbonio, queste foreste hanno mostrato un cambiamento radicale nel loro bilancio del carbonio: dalla fine del XX secolo, la biomassa legnosa epigea è passata da un assorbimento netto di carbonio a una perdita netta verso l’atmosfera.
I risultati indicano che tra il periodo 1971–2000 le foreste funzionavano come pozzi di carbonio, con un assorbimento medio di circa 0,62 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹, mentre nel decennio 2010–2019 si osserva una perdita netta di circa 0,93 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹. Questo cambiamento non è attribuibile a una riduzione della crescita degli alberi, bensì a un forte aumento della mortalità arborea e delle perdite di biomassa, legate principalmente all’intensificazione delle anomalie climatiche. Temperature più elevate, aumento del deficit di pressione di vapore e stress idrico hanno accelerato la morte degli alberi, riducendo drasticamente il tempo di permanenza del carbonio nella biomassa forestale.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: Inquinamento del suolo, una minaccia subdola

Pagliai – Caro Gianni, intanto è bello ritrovarsi dopo 51 anni a parlare ancora di suolo e in particolare di inquinamento (proprio allora già studiavi i metalli pesanti!) e, nonostante i nostri studi e i numerosi allarmi della comunità scientifica, questo problema rappresenta, ora più che mai, una preoccupante minaccia per la produttività agricola, la sicurezza alimentare e la salute umana ma, come sottolinea la FAO ad esempio, si sa ancora troppo poco sulla portata di tale minaccia a livello globale. L’inquinamento del suolo, infatti, spesso non può essere percepito visivamente o direttamente valutato, rendendolo un pericolo nascosto dalle gravi conseguenze.

Petruzzelli – Caro Marcello hai ragione, l'inquinamento del suolo rappresenta ancora una problematica ambientale delle più importanti e delle più trascurate. A differenza di altri tipi di inquinamento, come quello dell’aria e dell’acqua il deterioramento del suolo spesso non è percepibile con l'olfatto, non è visibile a occhio nudo, ma i suoi effetti negativi possono manifestarsi e permanere per molti anni. Queste caratteristiche rendono l’inquinamento del suolo particolarmente pericoloso, soprattutto in ambito agricolo, dove la qualità del terreno è strettamente legata alla qualità degli alimenti e alla salute umana. Il legame tra suolo e salute è evidente: un terreno contaminato può trasferire questi inquinanti alle colture, e quindi agli animali da allevamento e all’uomo.

Pagliai – L’inquinamento influisce, infatti, sulla sicurezza alimentare sia compromettendo il metabolismo delle piante e riducendo così i raccolti, sia rendendo le colture non sicure per il consumo poiché elementi pericolosi come arsenico, piombo e cadmio o sostanze organiche come i policlorofenili, idrocarburi aromatici policiclici, possono entrare nella catena alimentare presentando gravi rischi per la salute umana. L’inquinamento del suolo colpisce quindi il cibo che consumiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la salute dei nostri ecosistemi. La quasi totalità di tale inquinamento è dovuto alle attività antropiche, tuttavia, anche se la produzione industriale, l’urbanizzazione ecc., continuano a crescere a un ritmo rapido, non è mai stata effettuata una valutazione sistematica dello stato di inquinamento del suolo a livello mondiale. 

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La cucina italiana patrimonio Unesco: soltanto marketing?

Si vogliono leggere in questo riconoscimento “Identità e Tradizione”, entrambe parole grosse dalle quali è opportuno partire. Pretendere di definire l’identità e imporla a ogni costo è un esercizio demagogico, perché essa – come ricorda l’antropologo Michael Herzfeld – è per sua natura multipla, mutevole e continuamente negoziata. Le retoriche identitarie, spesso strumentalizzate e apparentemente rassicuranti, possono essere profondamente pericolose, come sottolineano gli storici; per questo è necessario distinguerle, decostruirle e contrastare gli abusi conoscitivi che generano.
Usare poi l’identità come chiave di lettura della cucina è del tutto inappropriato: la cucina italiana, nei fatti, è plurale, mai fissa e in continuo divenire. Demagogia e retorica anche nella parola tradizione, spesso utilizzata per rafforzare un’idea di identità, ma che oggi finiamo per rispolverare più che trasmettere davvero. Nei fatti non tramandiamo più nulla, perché non c’è più niente da trasmettere: ciò che oggi chiamiamo tradizione è costruito su rievocazioni, nostalgie e memorie di un tempo che non c’è più da tempo e, per fortuna.
Già dagli anni Cinquanta del Novecento la gastronomia italiana si è fondata in larga misura su cibi industriali, attraverso i quali abbiamo soppiantato in breve tempo ogni consuetudine precedente, poiché ci ricordavano fame e miseria. Questa era la tradizione; infatti l’Unesco non la riconosce né la celebra. Ma quale tradizione, poi? Di quotidiane zuppe e minestre di verdure di ogni tipo? Quella degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando persino nei paesi più sperduti i negozi di generi alimentari (le drogherie) traboccavano di paste secche industriali, mortadelle, provoloni, galbanini e, come tocco finale, le immancabili scatolette di carne Simmenthal? E le scatolette di tonno o i barattoli di pomodoro e salse, con cui abbiamo mangiato la stessa pasta? Con drogherie e centri commerciali, abbiamo detto addio a quelle piccole tipicità locali che ora rimpiangiamo; abbiamo detto addio anche alla vera “cucina italiana”, che si esprimeva in un mosaico ricchissimo di tradizioni locali, oggi profondamente influenzato da tendenze tedesche, inglesi e americane.

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