Notiziario


Lollobrigida (FdI) ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare

Girandola di nomi per il ministero dell’Agricoltura nel nuovo governo Meloni. Ma alla fine le ultimissime voci che davano per certo l’arrivo al ministero di via XX Settembre di Francesco Lollobrigida avevano ragione: è lui il nuovo responsabile del dicastero che assume il nome di ministero per l’Agricoltura e la Sovranità Alimentare. La premier incaricata Giorgia Meloni ha letto la lista dei Ministri alle 18.
50 anni, laureato, nato a Tivoli, in Parlamento dal 2018, tra i fondatori di Fratelli d’Italia, strettissimo collaboratore della premier in pectore, pronipote della celebre attrice di cui porta il cognome.

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Cucina italiana, ancora un po’ medievale

Diverse ricette tradizionali italiane, sia pure con qualche adattamento ai gusti e con cambiamenti per la disponibilità di nuovi alimenti, hanno quasi mille anni, risalendo al dorato autunno del Medioevo. In questo periodo d’importanti rinnovamenti sorgono i Comuni, Giotto di Bondone (1267 - 1337) rinnova la pittura, Dante Alighieri (1265 – 1321) e Giovanni Boccaccio (1313 – 1375) Francesco Petrarca (1304 – 1374) la lingua. Anche la cucina e la gastronomia delle corti non stanno ferme come testimoniano due libri che fanno riferimento a Federico II (1194 – 1250): il Meridionale, datato attorno al 1240 e scritto in una lingua volgare e il Liber de coquina in lingua latina redatto tra il 1240 e il 1250. 

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Digitalizzazione in agricoltura: indispensabili progetti mirati per uniformarne l’impiego

Professore, Lei è il coordinatore del progetto DESIRA (Digitisation: Economic and Social Impacts in Rural Areas), che - cito testuale dal sito https://desira2020.eu/ - ha come scopo quello di incrementare la capacità della società civile e della politica di rispondere alle sfide che la digitalizzazione porta in agricoltura, forestazione e aree rurali. Ci spiega meglio?
Il punto di partenza di DESIRA è che la digitalizzazione è un insieme di processi complessi, che generano trasformazioni profonde nella società. Poiché la tecnologia è solo una delle componenti della digitalizzazione, è importante capire come le tecnologie digitali siano in grado di cambiare l'organizzazione delle imprese, delle famiglie, delle amministrazioni, in modo da poter indirizzare il cambiamento attraverso tecnologie appropriate, formazione, riorganizzazione dei processi. Se lasciata al mercato, la digitalizzazione procede in modo difforme, generando disparità tra imprese, gruppi sociali e territori, e può generare conseguenze inattese e indesiderate. Le amministrazioni pubbliche hanno le risorse - si pensi alla Politica Agricola Comune - per orientare il cambiamento, ma devono imparare a mettere in atto strategie efficaci. 

Il progetto, che è stato finanziato dalla Ue con Horizon 2020, coinvolge 25 partner in tutta Europa e 20 laboratori. Come viene suddiviso ed organizzato il lavoro?
Ogni Living Lab ha definito una propria 'domanda-chiave' che fa leva su un problema sentito all'interno della comunità di riferimento, che la digitalizzazione può contribuire a risolvere. Ad esempio, in Italia abbiamo centrato l'attenzione sulla partecipazione dei cittadini e degli agricoltori alla gestione dei rischi idrogeologici nelle aree montane in collaborazione con il Consorzio di Bonifica Toscana Nord, e sulla lotta al commercio illegale di legname, mentre negli altri paesi abbiamo lavorato sui sistemi di irrigazione, gli allevamenti, il commercio online. Ciascuno dei problemi ha richiesto un'attenta analisi dei relativi sistemi, dello stato attuale dell'uso delle tecnologie digitali e l'identificazione di percorsi di adeguamento attraverso soluzioni digitali. I risultati del lavoro dei Living Labs consentiranno di identificare strumenti di intervento e priorità per le politiche pubbliche 

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Insetticoltura: sicurezza, ambiente e virus

Mangeremo insetti o animali alimentati con insetti? Molto se ne è parlato e se ne parla, ma diversi aspetti sono poco considerati come la nutrizione degli insetti in allevamenti industriali, l’impatto ambientale di questi allevamenti e non ultimo i virus dei quali questi animali sono portatori. Argomenti importanti perché gli insetti sono ciò che mangiano, prima di usarli in alimentazione bisogna essere sicuri che siano allevati e alimentati con matrici non a rischio. Per questo sono necessarie normative per garantire la loro sicurezza partendo dai materiali organici usati nel loro allevamento stabilendo quindi limiti per quanto riguarda contaminazioni microbiologiche, metalli pesanti, micotossine, pesticidi ed altri residui indesiderati.

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La cisgenesi può risolvere molti problemi dell’agricoltura

Dott. Cattivelli, perché studiare la genomica?
Ci sono tre questioni prioritarie nel mondo dell’agricoltura oggi. La prima sono i cambiamenti climatici, che non sono soltanto gli eventi estremi di cui si parla ai telegiornali, ma è una tendenza costante e molto pervasiva per cui ad esempio non si vendemmia più in ottobre ma lo si fa ad agosto, quindi è evidente che non si possono usare le piante di ieri per fare agricoltura nel clima di domani. La seconda questione è quella della sostenibilità ambientale, per la quale si richiedono meno input chimici  quindi per garantire la produzione le piante devono essere geneticamente resistenti. Infine, last but not least, c’è la richiesta di aumento della produzione per soddisfare le esigenze della popolazione in crescita. La produttività è un aspetto fondamentale, tant’è che se si ferma un solo paese, come l’Ucraina, ne vediamo le conseguenze a livello mondiale.

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Il castagno, conoscerlo per tutelarlo

Il Castagno è presente nei nostri territori da tempi immemorabili, sia come origine della specie (Castanea sativa Miller), sia come diffusione per la produzione di frutti, di legname di pregio e di altri prodotti del sottobosco.
Già i Romani nelle loro conquiste e sfruttamento dei possedimenti erano soliti seminare Castagne per la produzione essenzialmente di paleria che la usavano sul piano bellico e strutturale. Poi hanno iniziato ad utilizzare i frutti per l’alimentazione. Più volte abbiamo sottolineato come gli Ordini Monastici abbiano diffuso su tutto il territorio nazionale il Castagno, quale grande risorsa per la gente di montagna, e tali Ordini erano detentori delle conoscenze teoriche e pratica della coltivazione di questa importantissima Fagacea.

Calamità Biotiche e Abiotiche del Castagno 
Nel corso dei secoli il Castagno ha dovuto superare avversità, calamità e devastazioni di ogni sorta, e nonostante tutto è ancora in piena attività, soprattutto nei castagneti tradizionali che vengono in qualche modo “curati”.
Chiaramente la nostra esistenza è estremamente limitata rispetto a quella del Castagno e vorremmo superare le tante calamità che si susseguono in tempi brevi. Tra le tante avversità biotiche e abiotiche che hanno colpito il Castagno, ricordo solo tra le biotiche: Cancro corticale (Cryphonectria parasitica), Mal dell’inchiostro (Phytophthora spp.), Cinipide galligeno (Dryocosmus kuriphilus),  Bacato da  microlepidotteri (Cydia spp.), Bacato da Balanino (Curculio elephas); tra le abiotiche: glaciazioni epocali, siccità e aridità estreme, alluvioni e ristagni idrici prolungati, uragani con forti venti e nevicate precoci, invasione di animali selvatici che non solo si nutrono dei frutti ma deturpano l’ambiente, favorendo erosioni del suolo anche molto gravi.
Soprattutto le calamità abiotiche di sbalzi estremi fra periodi di grande siccità e altri di incontrollabili precipitazioni, disturbano le fasi fenologiche della pianta. Questo fenomeno è già da tempo presente nei fruttiferi comuni, ampiamente coltivati nel nostro Paese e ora si presentano anche sul Castagno. Queste alterazioni delle fasi fenologiche del Castagno si manifestano soprattutto con fioriture secondarie estivo-autunnali che vedono le piante schiudere le gemme e dare corso a fioriture anticipate di gemme che invece avrebbero dovuto schiudersi nella primavera dell’anno successivo. Se il fenomeno è limitato a poche branche della pianta, non crea gravi problemi per la produzione dell’anno successivo, se invece assume proporzioni consistenti, le conseguenze possono anche essere gravi per la produzione. Sappiamo che il Castagno produce nei germogli dell’anno che differenziano gemme a fiore nel corso del loro sviluppo. Quindi queste gemme miste generano sviluppo vegetativo e produttivo nel corso della primavera e dell’estate. Calamità atmosferiche in questa importante fase quasi sempre provocano danni, sia alla vegetazione che alla produzione.

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Piantare alberi va bene ma da solo non basta

Professore, è di pochi giorni fa la pubblicazione su "Le Scienze" di un articolo firmato da vari scienziati ed esperti di arboricoltura e silvicoltura, tra cui Lei, nel quale in sostanza si ridimensiona come semplice slogan la campagna lanciata dall'ONU di piantare 1000 miliardi di alberi entro il 2030. Perché?
Il titolo dell’articolo è certamente provocatorio e richiama l’attenzione sul rischio sotteso agli slogan nella comunicazione di un problema complesso. Fondazione Alberitalia promuove la piantagione di alberi e nuovi boschi per contrastare la crisi climatica, è la nostra missione principale! Siamo ben coscienti del loro ruolo e delle loro potenzialità, anche nella parallela lotta al declino della biodiversità, di cui parliamo troppo poco, ed è per questo che crediamo importantissimo usare messaggi corretti e ricordare la necessità della diminuzione delle emissioni e della difesa e corretta gestione degli alberi e dei sistemi forestali esistenti. Con il 40% di superficie ormai raggiunta siamo diventati un paese forestale che ancora non sa di esserlo e si ricorda del suo patrimonio solo quando brucia, nell’inconsapevolezza pressoché totale degli altri disturbi e del suo immenso valore multifunzionale.

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Un coleottero polifago

Si sono esaurite in Sicilia le segnalazioni primaverili delle presenze di adulti di un coleottero, da tempo noto anche agli agricoltori siciliani come Fetula, Fitulina, Addinedda e Jaddinedda. Si tratta del Crisomelide Labidostomis (Labidostomis) taxicornis (Fabricius, 1792) che è una delle circa quaranta specie del genere Labidostomis istituito da Germar nel 1817.

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Prezzemolo, Giacomo Puccini aveva ragione

Gli amanti del teatro sanno che nell’opera lirica La Bohème di Giacomo Puccini (1858 – 1924) su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica e rappresentata per la prima volta nel 1896 vi è il racconto di Schaunard che in qualità di musicista è assunto da un ricco lord inglese per suonare fino a quando il pappagallo del piano di sopra non sarebbe caduto morto. Dopo tre giorni di tentativi inutili Schaunard seduce la cameriera, si introduce nell'appartamento soprastante e avvelena il volatile ("Un poco di prezzemolo... Da Socrate morì"). Avvelenamento da prezzemolo come Socrate mito o verità? Prezzemolo velenoso per gli uccelli e usato dalla medicina tradizionale per procurare un aborto o un equivoco per confusione con altri vegetali e in particolare con la cicuta maggiore (Conium maculatum)?

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L’interfaccia pianta - terreno: il ruolo della metà nascosta

In regime di “climate change” i viventi che non si adattano tendono a soccombere. Quando, come e quanto la radice possa influenzare l’adattamento delle piante coltivate al cambiamento climatico non è facile a dirsi. Della radice e dell’intero apparato radicale conosciamo ancora troppo poco, nonostante il ruolo e le funzioni del sistema radicale siano particolarmente rilevanti.
È ben noto come la meccatronica e la robotica si siano inserite di prepotenza nell’agricoltura di precisione proprio nella fase di transizione verso la digitalizzazione. Quanto più a fondo indagheremo sulla radice, nonostante le difficoltà finora emerse nella fase di ricerca, tanto migliori saranno i successi raggiungibili nell’applicazione del “precision farming”. Ma ancora, sempre in ambito ricerca, è indispensabile affrontare dei temi più specifici quali:
radice e sviluppo del sistema radicale
approccio di fenotipizzazione radicale
fisiologia dello stress radicale
interfaccia suolo-radice e comunicazione sotterranea
interazioni "radice-microrganismi"
relazioni con acqua e nutrienti
tecnologie di analisi d'immagine per le funzioni radicali
modellazione dei processi radicali e rizosfera
sistemi di radici innestate e comunicazione intra-impianto
servizi ecosistemici/sistemi radicali perennanti.
Questi sono i temi discussi nel 2021 dall’International Society of Root Research (ISRR) in occasione dell’ultimo convegno tenutosi presso l’Università del Missouri Columbia, Missouri, US. Per questi motivi è stato scelto di discutere questo tema che si ritiene possa essere chiarificatore di tanti aspetti pregnanti e migliorativi in termini di sostenibilità reale, tra transizione ecologica e transizione digitale.

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Il vino è cultura, tradizione e innovazione

Presidente, sta facendo molto discutere la recente adozione da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) del documento “European framework for action on alcohol 2022-2025, che prevede un contrasto al consumo dell'alcol come priorità d'azione e riduzione del 10% del consumo pro capite entro il 2025. Il documento dell'Oms si propone di raggiungere gli obiettivi di un taglio dei consumi di alcol attraverso una strategia precisa che prevede aumento della tassazione, divieto di pubblicità, promozione e di qualsiasi azione di marketing e obbligo di health warming in etichetta. Le bottiglie di vino, insomma, come i pacchetti di sigarette?
Devo dire che il tema ci preoccupa molto, anche perché l’attacco all’alcol, e purtroppo anche al vino, è concentrico. Oltre all’inopinato testo adottato di recente dall’Organizzazione mondiale della Sanità, il nostro settore è messo in pericolo da altri programmi avanzati dall’Unione europea e dalle istituzioni: penso al Nutriscore o al Cancer Plan votato dall’Europarlamento, ora al vaglio della Commissione europea. Ciò che contestiamo in questi piani - che nascono da nobili obiettivi - è il denominatore comune alla base della loro adozione: il vino è assimilato ad altre bevande simbolo del binge drinking e questo non lo possiamo accettare. La storia, ma anche il presente, è piena di paradossi che sconfessano questa china proibizionista. Quello principale è che il vino è sempre più sinonimo di moderazione; in Italia negli ultimi cinquant’anni il consumo pro-capite si è ridotto del 70%, oggi bere vino è uno status culturale che si accompagna alla Dieta mediterranea e la del Belpaese popolazione vanta un’aspettativa di vita tra le più alte al mondo, con un’incidenza molto bassa di obesi. E questo aspetto è riscontrabile in tutti i principali Paesi consumatori di vino in Europa, non è un caso che Spagna, Italia e Francia siano nella top 5 europea per longevità. Lo stesso discorso non si può fare con i Paesi del Nord, dove il problema dell’alcolismo è grave e non certo a causa del vino. Inoltre, in molte bevande industriali il contenuto è spesso una miscela di accattivanti ingredienti zuccherosi e fruttati, che mascherano l’alcol e che allo stesso tempo risultano subdoli per i consumatori, in particolare per i giovani. C’è poi una differenza sostanziale tra vino e superalcolici: l’alcol contenuto nel primo è il risultato della fermentazione naturale degli zuccheri contenuti nell’uva, mentre per i secondi è ottenuto dalla distillazione industriale.
Quanto alla determinazione dell’Oms – Regione Europa, occorre dire che c’è stata una modifica last minute nella dichiarazione politica rilasciata che recepisce un emendamento dell’Ue. In pratica è stata inserita la parola “harmful” (dannoso) riferita ai consumi di alcol da debellare, una precisazione che fa ben sperare ma che nel più corposo documento operativo, il cosiddetto “action plan”, non è affatto chiara e dove invece permangono tutte le politiche restrittive che lei ha elencato.

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Anche i Georgofili condannano la lista di proscrizione degli scienziati

L’Accademia dei Georgofili si associa alla decisa condanna espressa dalla Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA) verso i contenuti del rapporto intitolato “Behind the smokescreen: Vested interests of EU scientists lobbying for GMO deregulation” (https://www.greens-efa.eu/en/article/study/behind-the-smokescreen), commissionato dal gruppo dei Greens/EFA del Parlamento dell’Unione Europea e reso noto il 29 settembre 2022.
Il rapporto rivelerebbe relazioni tra “ricercatori, lobbisti di Euroseeds (che rappresenta le industrie sementiere), consulenti e vertici delle grandi aziende che producono pesticidi e prodotti chimici”, ed assume il tono di una vera e propria lista di proscrizione.
Per quanto riguarda l’Italia, compaiono nel documento l'Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e l'Istituto di Genomica Applicata, istituto di ricerca senza fini di lucro fondato dall’Università degli Studi di Udine. Vengono anche nominati due soci SIGA, appartenenti a questi due enti, Roberto Defez e Michele Morgante.
Deprecando l’esistenza di collaborazioni pubblico-privato di ricercatori ed istituzioni, gli estensori del rapporto sembrano dimenticare che l’ormai trentennale sistema di finanziamento alla ricerca a livello europeo (l’attuale Horizon Europe) ha come condizione necessaria per l’accesso ai fondi la presenza nei progetti di partnership pubblico-private.
In direzione completamente opposta agli obiettivi del rapporto, la SIGA continua a rivendicare il suo impegno per ottenere una nuova disciplina delle nuove tecniche di “Editing genomico”, premiate con il Nobel, per il miglioramento genetico delle piante coltivate. D’altra parte, i ricercatori europei e italiani chiedono di poter utilizzare gli stessi strumenti che vengono ormai impiegati correntemente in molti Paesi del mondo. In Italia, anche le organizzazioni professionali degli agricoltori sono ormai su queste stesse posizioni.

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Caccia al gusto umami della bistecca

Mezzo milione di anni di una alimentazione con una piacevole carne cotta dal gusto umani non può cessare. Da qui l’odierna caccia del gusto umani per un’alimentazione umana in un domani ecosostenibile, perché il gusto umami è fondamentale per avere una dieta sana e soprattutto piacevole.

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La carenza di zolfo e le sue conseguenze sulle disponibilità alimentari a livello globale

Al momento attuale più dell’80% dello zolfo prodotto a livello mondiale proviene dalla desolforizzazione per raffinazione degli oli minerali e dei gas naturali fossili. Con la decarbonizzazione dell’economia globale, che sarà necessario attuare per mitigare il fenomeno del riscaldamento atmosferico, si ridurrà drasticamente e significativamente la produzione dei carburanti fossili e, di conseguenza, la disponibilità di zolfo.

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Con Giorgia cosa cambierà?

Sarà una svolta per l’agricoltura e l’ortofrutta in Italia e in Europa? La cautela è d’obbligo viste le tante delusioni accumulate negli ultimi anni. Certamente un segnale lo darà la scelta del futuro ministro dell’Agricoltura. Il mondo delle imprese dell’ortofrutta attende un segnale preciso: non il solito politico buono per tutte le occasioni o quello da accontentare con uno strapuntino ma - non dico un tecnico- ma almeno una personalità che abbia voglia di capire e studiare i dossier e che si ponga a fianco delle imprese in Italia e in Europa con serietà e decisione. Si perché lo scenario che attende il nuovo governo è quello di una economia di guerra.

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Fame, malnutrizione, sistema agroalimentare e ambiente: problemi di incomprensione?

Il dubbio espresso nel titolo fa riferimento a talune convinzioni diffuse negli ambienti cattolici, anche se non solo, e che autorizzano una qualche perplessità, perché poco congruenti come cercherò di spiegare. Nel 2019, Padre Fernando de la Iglesia Viguiristi in Civiltà Cattolica (Quaderno 4058, 2019, pag. 163-176) scriveva testualmente: "La fame scaturisce in primo luogo dalla povertà. La sicurezza alimentare delle persone dipende essenzialmente dal loro potere di acquisto e non dalla disponibilità fisica di alimenti, e per questo è molto diffusa nei Paesi poco o male sviluppati.” Dunque, con questa logica che è solo parzialmente vera, parrebbe che la produzione di cibo sia una variabile di scarsa rilevanza; ad essere importante sarebbe invece uno sviluppo equilibrato che produca ricchezza e che questa sia ben distribuita. Forse per questo, lo stesso autore suggerisce: “Va ribadito innanzitutto che nel mondo il cibo è sufficiente per tutti, …la chiave sta nel fatto che c’è un accesso disuguale agli alimenti necessari.”
Anch’io, peraltro, ribadisco che anche questo è solo in parte vero; infatti, gran parte degli 800 milioni di affamati sono nei Paesi a basso reddito (riguardanti oltre 3 miliardi di persone) dove il 65-70% della popolazione è rurale e gli alimenti sono di loro produzione (trattandosi di sussistenza, in teoria, non ne dovrebbero acquistare e l’eventuale fame è solo frutto di insufficiente produzione!). Dunque, pur consapevole della semplificazione, credo risulti assodato che la produzione di cibo rimane fondamentale – anche per rispondere alla crescente urbanizzazione - benché l’equa distribuzione debba essere attentamente perseguita.
Se ciò è senza dubbio vero, non meno vera è la necessità di comprendere quale sia il rapporto fra produzione di cibo (agricoltura) e integrità del pianeta (ecologia), avendo peraltro chiaro che il cibo è in relazione con la popolazione e che questa impatta sul pianeta – specie se si aspira a far si che ogni nuovo nato abbia una buona prospettiva di vita - in molti altri modi: materiali delle fognature con deiezioni, detersivi ecc., sottrazione di risorse di ogni genere come minerali, combustibili fossili, legname, acqua ecc., contaminazione di atmosfera, acque e suoli con sostanze di varia origine (industria, mezzi di trasporto, condizionamento termico degli edifici ecc.), infine il più temuto in quanto causa di alterazione del clima, cioè le emissioni di gas ad effetto serra (GHG). Non trascuriamo dunque il ruolo svolto dal numero di abitanti della terra e non limitiamoci a considerarne i comportamenti individuali, anche se spesso deprecabili. Relativamente al cibo, credo sia utile precisare che 2000 anni fa gli abitanti del pianeta erano stimati in 170 milioni e la superficie di terre occupate pari a 370 milioni di ha (2,8% del totale); ad inizio 1900 la popolazione era già 1,5 miliardi e la superficie agricola 1,3 miliardi di ha (10%), mentre oggi i valori sono rispettivamente 8,0 miliardi e 4,8 miliardi di ha (36%), di cui 1,6 coltivati (12%). Di tutta evidenza è dunque la seguente considerazione: più la popolazione aumenta, maggiore è la superficie necessaria per produrre il cibo richiesto (in verità non solo cibo, ma anche altri beni: cotone e altre fibre tessili, lavoro, fertilizzanti organici ecc.), ma sempre minore ne è la disponibilità complessiva per ciascun essere umano: sui 13,3 miliardi di ha non insistono più 170 milioni, ma 8 miliardi di persone. In realtà, è tuttavia necessaria una precisazione: la stretta relazione fra aumento della popolazione e della superficie agricola, si è fermata al 1960; da allora la popolazione che era 3 miliardi è aumentata di 2,7 volte (8 miliardi), mentre la superficie agricola è passata da 4,6 a soli 4,8 miliardi di ettari. Quanto sia straordinario quest’ultimo fatto, si può comprendere da quanto avvenuto in Cina fra il 1961 e il 2000, la superficie coltivata è rimasta pressoché invariata a 93 milioni di ha, mentre la produzione di cereali è cresciuta da 91 a 390 milioni di tonnellate.

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Un alimento colorato è bello ma…è anche buono e naturale?

Kalòs kai agathòs, bello è anche buono. Secondo gli antichi Greci questa equazione tra i due termini indica l'ideale di perfezione umana e la bellezza è considerata un dono divino. Per Platone (428 a. C. – 348 a. C.) il bello è lo splendore del vero e Immanuel Kant (1724 – 1804) è convinto che il bello sia il simbolo del bene etico. Il binomio bello uguale a buono è ancora vero per il cibo? 

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Gestione dei suoli rurali e urbani e disastri idrogeologici: cosa insegna il disastro avvenuto nelle Marche

Le alluvioni e il disastro idrogeologico e umano avvenuto nei giorni scorsi nelle Marche ci fanno giustamente preoccupare: cosa avverrebbe dove abito io se arrivasse una bomba d’acqua simile? Ogni volta che sentiamo soffiare forte il vento e vediamo avvicinarsi il mal tempo temiamo che il consueto temporale di una volta si trasformi in una catastrofe. Anche le persone meno informate e più scettiche ormai possono constatare direttamente le conseguenze dei cambiamenti climatici e osservare come il territorio diventi sempre più fragile e a rischio di dissesto. Una volta il dissesto interessava soprattutto le campagne e i villaggi, ma sempre più di frequente interessa le città. L’urbanizzazione in Italia aumenta a un ritmo forsennato (più di 2 metri quadri al secondo, nel 2021 il valore più alto degli ultimi 10 anni) e gli insediamenti coprono territori sempre più vasti e sempre più densamente urbanizzati, contribuendo ad aumentare il rischio di disastro per persone e cose.
Si richiede giustamente una maggiore cura del territorio e manutenzione delle opere idrauliche, ma ai suoli si pone poca attenzione. In occasione del recente disastro si è detto che a motivo della grande siccità estiva i suoli non hanno consentito alla pioggia di infiltrarsi e hanno favorito lo scorrimento superficiale. In realtà, non è tanto la condizione di suolo secco che impedisce l’accettazione delle piogge, ma il suo compattamento! Un suolo ben strutturato, anche se secco, consente all’acqua di infiltrarsi in profondità, ma non se è compattato. Il compattamento avviene in conseguenza della distruzione della struttura superficiale causata dalla mala gestione agricola. I suoli marchigiani sono spesso molto poveri di sostanza organica, che favorisce la strutturazione del suolo, e quando sono interessati dal passaggio di macchinari pesanti si costipano per molti centimetri. Perdono così un servizio ecologico importante: la regimazione dei deflussi idrici. Abbiamo visto e sentito come in occasione del disastro il livello dell’acqua sia aumentato in pochi minuti; se i suoli avessero trattenuto l’acqua anche solo per poche ore avrebbero dato alle persone il tempo di salvare loro stessi e di limitare i danni. Bisognerebbe davvero realizzare una transizione ecologica nella gestione agricola del territorio agricolo e forestale, basata su una agricoltura sostenibile e di precisione.
Analogamente, nelle città e nei paesi i danni sono stati aumentati dalla cementificazione e quindi dalla impermeabilizzazione del suolo. Guardando il territorio urbano nel dettaglio, si nota la scarsità di aree verdi. E’ vero che nel caso di eventi alluvionali così notevoli, i pochi terreni liberi da insediamenti e drenanti non sarebbero stati sufficienti a infiltrare tutta l'acqua, ma avrebbero certamente contributo a limitare i danni. Un aspetto urbanistico che viene poco considerato infatti è che i suoli delle aree verdi nei centri urbani svolgono importanti servizi ecosistemici, tra cui quello di assorbire le acque in eccesso. 

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L’Europa deve dare supporto agli agricoltori per il Green Deal

La nuova Politica agricola comune che entrerà in vigore nel 2023, e che accompagnerà di riflesso anche tutti i cittadini europei almeno fino al 2027, ha una grande ambizione ambientale. Destinerà come minimo un quarto degli aiuti diretti ai cosiddetti ‘eco-schemi’ e il 35% dei fondi per lo Sviluppo rurale a misure ad alto valore ambientale. Risultati, questi, che determineranno il contributo fondamentale della Pac e dei nostri agricoltori al raggiungimento degli obiettivi che l’Unione si è posta con il Green Deal e con le due Strategie ‘Biodiversity’ e ‘Farm to Fork’. Target di alto profilo che in linea di principio, anche noi al Parlamento europeo, abbiamo condiviso e sostenuto fin dall’inizio.
Il problema è che a tre mesi dall’avvio di questa grande riforma mancano ancora i testi legislativi che supportino gli agricoltori nel tradurre in pratica la sostanza di quanto indicato dalla Commissione Ue per raggiungere la neutralità climatica nel 2050 e, prima ancora, di ridurre fortemente la chimica nei campi e negli allevamenti e aumentando fino a un minimo del 25% le superfici coltivate con metodo biologico. Tutto questo in un contesto climatico sempre più difficile, con una siccità ormai cronica che impone il ricorso a nuove tecnologie e pratiche agricole da sdoganare a stretto giro sul piano legislativo.
Per ridurre del 50% i fitofarmaci di sintesi per difendere le piante e gli antibiotici per curare gli animali, diminuire almeno del 20% i fertilizzanti – come indicato dall’esecutivo – servono insomma regole forti e chiare: norme che vanno prodotte in tempi molto rapidi facendo leva su tecnologie già esistenti, come le Tecniche di evoluzione assistita, e che il Parlamento e il Consiglio dovranno votare in tempi altrettanto rapidi per dare concreto avvio alla tanto agognata ‘Agricoltura 4.0’.

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Incendi boschivi ed effetto serra: un altro annus horribilis

La gestione sostenibile delle foreste finalizzata alla conservazione della loro multifunzionalità rappresenta attualmente componente dominante della Strategia Forestale Nazionale (art.6 c.1 d.lgs.3 aprile 2018, n.34) comprendente, tra gli obiettivi più urgenti, anche la riduzione della concentrazione atmosferica di CO2 il gas serra principale responsabile dell’innalzamento globale delle temperature.

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Siccità, effetti sulla salute delle piante e gestione delle aree verdi

L’andamento climatico degli ultimi anni, caratterizzato da precipitazioni ridotte, anche nel periodo invernale e primaverile, quando normalmente si registra il picco delle piogge e mal distribuite (forti temporali alternati a lunghi periodi siccitosi) e da elevate temperature (ogni anno viene registrato un nuovo record) ha notevolmente influenzato la fisiologia delle piante, soprattutto di quelle messe a dimora in ambienti avversi come quelli urbani e ha causato la morte o, comunque, un forte stato di stress sia in piante affermate, sia, soprattutto, nei nuovi impianti.

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Olivicoltura e cambiamenti climatici

Professore Gucci, nota dolente per tutta l'agricoltura, i cambiamenti climatici hanno avuto le loro conseguenze anche nel settore olivicolo. Quali sono le principali e come si stanno affrontando?
Per comprendere quali sono gli effetti potenziali dei cambiamenti climatici sull’olivicoltura basta riferirsi all’annata in corso. La primavera e l’estate sono state contraddistinte da temperature molto elevate soprattutto in alcune aree normalmente non abituate a questi estremi termici per cui le temperature nel nord, centro e sud sono state simili. E’ venuta meno quindi più la tradizionale distinzione tra aree dal clima fresco o caldo, che di solito viene utilizzata per caratterizzare l’olivicoltura italiana. Per fare qualche esempio, in Toscana le massime assolute registrate nei mesi giugno e luglio hanno raggiunto 39,1 °C a Braccagni (GR) e 39,3 °C a Greve in Chianti (FI) valori molto vicini ai 41,4 °C misurati a Corato (BA) o a Castelvetrano (40,6 °C). Durante i mesi di giugno e luglio si sono verificate temperature medie massime superiori a 35 °C per 25 giorni su 61 a Braccagni e a Greve in Chianti, per 32 a Castelvetrano (TP) e per 25 a Corato (BA). Inoltre, colpisce l’assenza o quasi di precipitazioni non solo in Sicilia ma nelle suddette località toscane, in cui la siccità è stata più grave che in Puglia fino a metà agosto.
Tanti sono gli effetti causati dai cambiamenti climatici. Sebbene l’olivo sia una specie resistente a siccità ed alte temperature in presenza di lunghi e intensi periodi di stress da caldo e carenza idrica si hanno conseguenze negative sulla produttività. Temperature superiori a 30 °C deprimono l’antesi, l’impollinazione e la fecondazione. Se la primavera è mite si ha un anticipo di fioritura, quantificabile quest’anno in 7-15 giorni. Condizioni di deficit idrico durante lo sviluppo della mignola diminuiscono il numero di infiorescenze, il numero di fiori (in particolare di fiori perfetti), e lo sviluppo dell’ovulo. Se la siccità colpisce anche durante le due-tre settimane prima della fioritura è possibile osservare la disidratazione dei petali, che cadono precocemente ancora chiusi e lasciano esposto lo stimma non più recettivo per l’impollinazione. Sintomi visibili dello stress termico sono la necrosi di interi frutticini che si possono manifestare già dai primi giorni dopo l’allegagione. Il problema persiste anche in frutti più grandi, fino all’indurimento del nocciolo, perché questi organi mantengono una certa attività degli stomi e quindi la capacità di termoregolare e contenere l’innalzamento termico entro certi limiti. I danni sono comunque più comuni sui frutticini nelle prime settimane di sviluppo, ma ovviamente dipende dalle condizioni di temperatura atmosferica e dallo stato idrico dell’albero. Il permanere di condizioni di carenza idrica e alte temperature porta anche a progressive ondate di cascola dei frutti con conseguenze negative sulla produzione. Come scritto per la fioritura, siccità e alte temperature soprattutto verso la fine dell’estate ed inizio autunno conducono ad un anticipo della maturazione del frutto.
L’annata in corso ha evidenziato quello che dobbiamo aspettarci per gli anni a venire anche in olivicoltura. Situazioni di insolite temperature estreme si sono verificate anche in Spagna, Portogallo, Grecia e perfino nei paesi del centro e nord Europa, come ci hanno informato i media nel corso dell’estate.

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Il bene prezioso dell’acqua

Dallo studio dei dati meteorologici collezionati nel tempo (1881 – 2000) emerge che sono in atto alcune modifiche dei parametri microclimatici. Da queste serie storiche si osservano modifiche in aumento nei valori microclimatici medi e modifiche nei casi estremi. Gli effetti climatici diventano preoccupanti per l’agricoltura se i cambiamenti avvengono più velocemente degli adattamenti.
 In generale, sono state poste in evidenza:
    • variazioni della quantità di pioggia annua e stagionale
    • variazione del numero di giorni piovosi e loro ripartizione infra/intrastagionale
    • effetti degli stress idrici (e del ristagno) e conseguenti modifiche della profondità di falda
    • una generalizzata dilatazione dei singoli periodi di assenza di precipitazione
    • un significativo aumento dei casi di periodi secchi, specie di quelli molto lunghi
    • i cambiamenti climatici modificano la stagione irrigua ed implicano una maggiore richiesta di risorse idriche di qualità
    • un aumento della temperatura media che si accompagna allo stato di stress idrico provoca un anticipo e un accorciamento del ciclo biologico delle colture.

Pertanto gli interrogativi da porci sono numerosi e tra questi:
    • Quali contromisure  attivare per le variazioni climatiche?
    • Quanto può essere necessario impostare specifici programmi di breeding?
    • Necessità   di programmi di breeding per obiettivi a volte opposti a quelli praticati fino
ad ora; infatti disponiamo di varietà selezionate sostanzialmente sulla base di “ideotipi”.
    • Quali decisioni agronomiche assumere nel breve periodo?

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Anche i Georgofili bocciano (di nuovo) l’etichetta a semaforo

Un recente studio del centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) ha stabilito che l’etichetta a semaforo sugli alimenti (Nutriscore) è da preferire a quella a batteria (Nutrinform Battery) in quanto più immediata alla comprensione dei consumatori. La tesi è che “le persone preferiscono informazioni semplici e colorate fronte pacco”.
Il problema è che le informazioni fornite dall’etichetta a semaforo sono spesso fuorvianti e scorrette dal punto di vista scientifico, tant’è che penalizzano molti prodotti alimentari italiani, da sempre fiore all’occhiello dieta mediterranea, riconosciuta universalmente come la più sana. Il Nutriscore è infatti un sistema che premia gli alimenti con meno zuccheri, grassi e sale, senza contare l’effettiva quantità del prodotto utilizzata nella dieta; considerando il valore dei nutrienti per 100 grammi, il Nutriscore finisce per scoraggiare il consumo di prodotti salutari come l’olio extravergine d’oliva, considerato paradossalmente meno sano di una bibita gassata senza zucchero.
La notizia del parere favorevole all’etichetta a semaforo ha dunque scatenato un fronte compatto di reazioni negative da parte di tutto il settore agroalimentare italiano. "Il consumatore deve avere il maggior numero di informazioni possibili su cosa sta acquistando, non essere condizionato nelle proprie scelte da una lettera o da un colore, peraltro stabilito in base a un algoritmo sbagliato, fuorviante e superficiale", ha affermato in un comunicato il sottosegretario al Mipaaf Gian Marco Centinaio, commentando le conclusioni dello studio del JRC. Anche Coldiretti, sulla stessa linea, ha sottolineato che “il Nutriscore è un sistema di etichettatura fuorviante, discriminatorio ed incompleto che finisce paradossalmente per escludere dalla dieta alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta, mentre, al contrario, l'equilibrio nutrizionale non va ricercato nel singolo prodotto ma nel bilanciamento tra i diversi cibi consumati nella dieta giornaliera e per questo non sono accettabili etichette semplicistiche che allarmano o scoraggiano il consumo di uno specifico prodotto”.

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Il consumo di suolo non si arresta: nel 2021 il valore più alto degli ultimi 10 anni

Lo scorso anno nel commentare il consueto rapporto annuale dell’ISPRA sul consumo di suolo, affermammo che non c’era niente da fare: tale consumo non si arrestava a dispetto della tanto invocata inversione di tendenza. Infatti, l’ultimo rapporto ISPRA del 2022 rivela non solo che nel 2021 non si è arrestato ma, anzi, è addirittura il più alto degli ultimi 10 anni! Infatti, detto consumo ha viaggiato ad una media di 19 ettari al giorno e una velocità che supera i 2 metri quadrati al secondo, aggirandosi intorno ai 70 chilometri quadrati.

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I nodi del giornalismo agroalimentare tra divulgazione e scienza

Il prossimo 22 settembre si svolgerà all'Accademia dei Georgofili un evento formativo su "I nodi del giornalismo agroalimentare tra divulgazione e scienza", organizzato da ASET (Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana" in collaborazione con i Georgofili e l'Ordine dei Giornalisti (per informazioni: https://www.georgofili.info/eventi/i-nodi-del-giornalismo-agroalimentare-tra-divulgazione-e-scienza/22164).

Ne parliamo con Stefano Tesi, giornalista ASET, che modererà l'incontro.

Stefano, da cosa è nata l'esigenza di una specifica opportunità di formazione in campo agroalimentare per i giornalisti?
Da ormai alcuni decenni temi come alimentazione, agricoltura, paesaggio, agroalimentare, cibo, enogastronomia e critica enogastronomica, tutti intrecciati tra loro, hanno trovato nelle cronache giornalistiche, anche generaliste, uno spazio prima sconosciuto. Le ragioni sono note, ma il punto davvero saliente è che l'opinione pubblica mostra un interesse sempre maggiore su questi argomenti e il sistema dell'informazione cerca di assecondare questa domanda. Per motivi lunghi da spiegare, che però gli addetti ai lavori conoscono bene, gli italiani hanno quasi del tutto dimenticato il loro passato rurale e perduto quelle nozioni in materia che, per le generazioni del passato, facevano parte della "cultura generale". Questo gap culturale coinvolge non solo i lettori ma, ovviamente, anche i giornalisti chiamati a intermediare le notizie. Da qui l'idea di aiutare i colleghi con un corso "di metodo" che offra loro alcuni strumenti per colmare, almeno in parte, questa lacuna.

Che cosa causa, secondo te, le maggiori e più frequenti inesattezze che si leggono o sentono di questi tempi?
Direi che ci sono due concause. La prima è che, quanto più un argomento necessita di approfondimento, tantopiù trattarlo comporta la necessità di conoscenze tecniche specifiche: conoscenze che spesso, per le ragioni spiegate sopra, non ci sono e spingono ad affrontare le cose con una fretta, un'ingenuità o una superficialità che generano topiche, abbagli, leggende metropolitane o vere e proprie sciocchezze. La seconda, conseguente, attinge alla natura intrinsecamente "generica" del lavoro giornalistico: al di là degli stretti specialisti, per forza di cose rari, la trattazione della cronaca è per definizione affidata appunto ai cronisti, chiamati spesso a occuparsi di tutto (e in ciò sta la loro bravura) basandosi essenzialmente su intuito, esperienza, "mestiere". Di tale bagaglio professionale, però, quasi mai fanno parte anche i temi agricoli e "periagricoli". Con un ulteriore pericolo: i giornali hanno una catena di controllo e di comando, basta che uno di questi step si inceppi per vanificare qualunque ricerca di accuratezza.

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Carne di roditori, ritorno al futuro?

I ratti sono un alimento base in Cambogia, Laos, Myanmar, parti delle Filippine e Indonesia, Tailandia, Ghana, Cina e Vietnam. In Sud e Centro America diverse specie di roditori sono molto apprezzate in cucina anche in preparazioni gastronomiche e alcune specie sono allevate in modo simile a maiali, bovini e altri animali domestici. In alcuni paesi asiatici la carne di roditori è nei supermercati e nelle Filippine le carni di ratti in scatola sono venduti con la sigla STAR (rats scritto al contrario).

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Addizionata di anidride carbonica

Agli inizi del mese di luglio l’industria dell’acqua minerale e delle bevande gassate si è trovata a corto di anidride carbonica di grado alimentare e alle crisi e carenze che hanno caratterizzato l’estate 2022 si è aggiunto l’allarme per l’acqua gassata.
Sembra una piccolezza e per certi versi di fronte a difficoltà ben più importanti lo è sicuramente, ma la storia delle bevande gassate e delle bollicine ha radici antiche e come è avvenuto anche per molti altri “piaceri” mascherati da benefici, si è intrecciata ai suoi esordi con quella della farmacia.

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Il legislatore nazionale verso l’implementazione di un sistema agroalimentare basato sulla “filiera corta”

Negli ultimi mesi il legislatore nazionale ha emanato due diverse leggi con l’intento di arricchire la disciplina normativa in tema di “filiera corta”, agevolando e valorizzando, da un lato, l’acquisto dei prodotti agroalimentari locali e, dall’altro, i prodotti “a chilometro zero”.
Dapprima, in data 22 aprile 2022, è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale (G.U. Serie Generale n. 94 del 22.4.2022)  la nuova legge n. 30 del 1 aprile 2022, recante “Norme per la valorizzazione delle piccole produzioni agroalimentari di origine locale” ( “P.P.L.”) composta da quattordici articoli, volta a promuovere e valorizzare la produzione, la trasformazione e la vendita, da parte degli imprenditori agricoli e ittici, di limitati quantitativi di prodotti alimentari primari e trasformati, di origine animale o vegetale “ottenuti a partire da produzioni aziendali, riconoscibili da una specifica indicazione in etichetta”, fatte salve le disposizioni già vigenti in materia di vendita diretta al dettaglio da parte degli imprenditori agricoli.
Con la dizione PPL, in particolare, si definiscono “i prodotti agricoli di origine animale o vegetale primari o ottenuti dalla trasformazione di materie prime derivanti da coltivazione o allevamento svolti esclusivamente sui terreni di pertinenza dell'azienda, destinati all'alimentazione umana, ottenuti presso un'azienda agricola o ittica, destinati, in limitate quantità in termini assoluti, al consumo immediato e alla vendita diretta al consumatore finale nell'ambito della provincia in cui si trova la sede di produzione e delle province contermini”.
Le PPL, per essere definite tali, devono rispettare un insieme di principi cardine, dettagliatamente individuati all’art. 1. In particolare:
    a) il principio della salubrità, in quanto tali produzioni devono attenersi ai requisiti di sicurezza igienico-sanitaria per l’alimento prodotto. In quest’ottica, è interessante rilevare che, ai sensi dell’art. 1, co. 3 della medesima normativa, i prodotti ottenuti da carni di animali provenienti da aziende agricole devono derivare da animali regolarmente macellati in un macello registrato o riconosciuto che abbia la propria sede nell’ambito della provincia in cui si trova la sede di produzione e delle province contermini.
    b) il principio della localizzazione, secondo cui è possibile commercializzare, in ambito locale, i prodotti che derivano esclusivamente dalla propria produzione primaria;
    c) il principio della limitatezza, secondo cui è possibile produrre e commercializzare esclusivamente ridotte quantità di alimenti in termini assoluti;
    d) il principio della specificità, che consente di produrre e commercializzare esclusivamente le tipologie di prodotti individuate per mezzo del decreto MIPAAF, rientranti nel c.d. “paniere PPL”.

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Intensificazione sostenibile per superare la crisi del grano

Dott. Pecchioni, il grano è diventato un elemento chiave del conflitto scoppiato il 24 febbraio con l’invasione russa dell’Ucraina. Si rischia una tragedia mondiale, a partire dai Paesi in via di sviluppo. In Italia, anch'essa dipendente dalle importazioni di cereali dall'Est, non sarà facile sopperire alle limitazioni dell’import da Ucraina e Russia, anche perché mancano terreni e i costi dei fertilizzanti sono alti. Potrebbe dirci se lo stato della ricerca attuale nel settore cerealicolo è tale da permetterci di aumentare la nostra produttività e in quali tempi?
In questo momento anche l'opinione pubblica e i media si stanno accorgendo di quanto sia noto da molto tempo agli addetti ai lavori, cioè che la sicurezza alimentare intesa come "food security", cioè sicurezza di approvvigionamento, sia un asset strategico molto delicato per l'Italia e per l'Europa. Questo è un bene da un certo punto di vista, perché noi tutti ricercatori e addetti ai lavori speriamo che il decisore politico si accorga sia dell'importanza del comparto agri-food, e non solo per la sua parte industriale, che della gravità del continuo consumo di suolo, che deve essere arrestato definitivamente nel nostro paese.
La ricerca oggi ci può consentire di aumentare la produttività cerealicola senza pesare sulle risorse energetiche e ambientali. Per arrivare al risultato è necessario integrare e trasferire un'ampia serie di risultati ottenuti negli ultimi dieci anni dalle diverse discipline scientifiche. Trasferire alle aziende la capacità di intensificazione sostenibile, grazie ad un uso preciso degli input nella coltivazione, non esclusa l'acqua, trasferire al miglioramento varietale tecnologie di "speed breeding", o di generazione accelerata, per raggiungere in minor tempo successi genetici, nonché tecnologie di selezione genomica e di guida molecolare alla selezione che si basano su conoscenze del genoma dei cereali; nonché trasferire al miglioramento varietale le potenzialità del genome editing, o inserimento di mutazioni mirate, oggi chiamate in Italia con il nome di TEA o Tecnologie di Evoluzione Assistita.

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Uno stress idrico quasi permanente

Tom Gleeson et al. (2020) in un recente articolo intitolato “La dimensione planetaria dell'acqua: analisi e revisione” afferma che il quadro dei confini planetari propone delle barriere quantificate alla modifica umana dei processi ambientali globali che regolano la stabilità del pianeta. Detto quadro d’insieme è stato considerato in termini di sostenibilità, nella governance e nella gestione aziendale. Il limite all'uso umano dell'acqua dolce è stato criticato come singolare misura che non tiene conto di tutti i tipi di interazione umana con il complesso ciclo globale dell'acqua e il Sistema Terra. Si suggerisce che il confine planetario dell'acqua renderà questo limite scientificamente più solido e più utile nei quadri decisionali se viene riprogettato considerando più specificamente come il clima e gli ecosistemi viventi rispondono ai cambiamenti nelle diverse forme terrestri di acqua: acqua atmosferica, acqua ghiacciata, acque sotterranee, umidità del suolo e acque superficiali. Lo studio di Gleeson et al. fornisce un'ambiziosa roadmap scientifica per definire un nuovo confine planetario dell’acqua composto da sottoconfini che rappresentano una varietà di cambiamenti nel ciclo dell'acqua.
Si consiglia la lettura di questo articolo per avere un’idea della complessità della questione  “acqua”.

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Mangeremo il Grillo parlante di Pinocchio?

Ai sensi del regolamento UE sui Novel Food, il 10 febbraio scorso la Commissione europea ha autorizzato anche la commercializzazione del Grillo domestico, Acheta domesticus (Linnaeus, 1758), e il suo utilizzo per l’alimentazione umana.
Il Grillide era ritenuto in passato una sorta di nume tutelare della casa e la sua presenza era di buon auspicio in quanto incarnazione delle anime dei defunti; è stato oggetto di leggende e credenze popolari; inoltre ha ispirato importanti scrittori, come Dickens, ed è noto soprattutto grazie al Lorenzini, meglio conosciuto come Carlo Collodi che, nel libro Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, gli fa impersonare la voce della coscienza che tenta di guidare Pinocchio il quale, stufo dei suoi rimproveri, gli lancia un martello schiacciandolo.

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Importanza del colore dell’illuminazione sulle prestazioni produttive dei polli

I polli preferiscono mangiare in piena luce perché riescono a riconoscere e, quindi a scegliere, gli alimenti migliori, valutandone visivamente le caratteristiche di colore, forma e consistenza. E non solo i polli. Lo sanno bene gli allevatori che regolano la durata e l’intensità dell’illuminazione nei capannoni per la massima efficienza di conversione alimentare e prestazioni produttive.
Ma è della massima importanza anche il tipo ed il colore della luce, come dimostrano alcune prove sperimentali (Kim et al., 2013. Poultry Sci., 92: 1461; Parvin et al., 2014. World’s Poultry Sci. J., 70: 542 e 557).

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Ricerca e innovazione per la sostenibilità

Dottoressa Mammuccini, il recente rapporto Onu “Global Land Outlook 2” sull’uso del suolo, lancia un chiaro allarme e sottolinea il ruolo, tutt’altro che positivo, del sistema della produzione alimentare sul degrado delle terre. Ad oggi, l’uomo avrebbe alterato il 70% del suolo su cui ha messo piede e ne avrebbe degradato fino al 40%, in tanti modi: la deforestazione, l’agricoltura intensiva, gli incendi, il consumo di suolo, l’inquinamento chimico, le guerre, la costruzione di infrastrutture. Ma senza un suolo sano non si può produrre alimenti. Siamo veramente a un punto di non ritorno?
Senza un suolo sano non c’è agricoltura. Nel momento in cui la crisi internazionale mette al centro il tema dell’approvvigionamento del cibo, occorre riportare l’attenzione su questa risorsa necessaria e non rinnovabile da cui dipende oltre il 95% della produzione agroalimentare. Il suolo è fonte di vita. Rappresenta una risorsa preziosa dove si concentra il 90% della biodiversità del pianeta in termini di organismi viventi. Senza un suolo sano non è possibile avere cibi sani e acqua pulita. 
Il suolo impiega fino a mille anni per rigenerare la fertilità persa per inquinamento o desertificazione e la FAO avverte che la vitalità del suolo, che si traduce soprattutto nella presenza di miliardi di microrganismi per centimetro quadrato, è messa a rischio anche dalle sostanze chimiche di sintesi utilizzate in agricoltura.
A questo proposito nell’ultimo anno FederBio ha avviato una campagna di sensibilizzazione patrocinata dall’Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – che ha attraversato l’Italia per verificare il contenuto di sostanze chimiche di sintesi nei campi coltivati, mettendo a confronto suoli convenzionali con suoli biologici. Da nord a sud sono stati analizzati 12 terreni agricoli convenzionali comparandoli con altrettanti suoli biologici contigui e adibiti alle stesse colture, in un monitoraggio a carattere dimostrativo.
I risultati della campagna dimostrano che i campi coltivati con il metodo biologico in termini di residui di sostanze chimiche sono decisamente migliori rispetto a quelli coltivati in convenzionale a conferma che il bio è un metodo di produzione che contribuisce alla tutela del suolo e della biodiversità. Per questo è importante non solo far crescere i terreni coltivati con il metodo bio ma anche diffondere le pratiche agroecologiche di cura del suolo al resto dell’agricoltura supportando gli agricoltori nell’adozione di tali innovazioni. 

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