Ranalli: La Carne rossa è uno dei temi più complessi e divisivi dei nostri tempi, poiché intreccia evidenze scientifiche, scelte etiche, impatti ambientali e tradizioni secolari. Infatti, è diventata il campo di battaglia preferito per crociate salutiste, battaglie ambientali e tradizioni culinarie intoccabili. Spesso, però, in questo scontro tra estremi (chi la mangia a colazione e chi la considera "veleno"), la verità scientifica finisce in secondo piano. Proviamo a fare un po' di ordine distinguendo i fatti dal "sentito dire". Mi interessa farlo con te, Prof. Ballarini, poiché non ci sarebbe altra competenza migliore.
Ballarini: La tua domanda sulla carne rossa pone molti e complessi problemi, non ultimo l’interpretazione dei risultati delle ricerche sperimentali sull’attività cancerogena degli alimenti. Negli anni Ottanta del secolo scorso ero alla Comunità Europea nello SCAN (Comitato Scientifico Alimentazione Animale), che poi confluirà nell’attuale EFSA (European Food Safety Authority, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e un argomento di lavoro importante era la valutazione dell’attività cancerogena degli alimenti, in particolare degli additivi. A tutti i componenti del Comitato fu inviato la documentazione di un’accurata ricerca su un additivo che avrebbe dovuto essere usato come grow promoter e cioè migliorare l’accrescimento e la vita di maiali e polli. Quattro gruppi di topi della stessa linea genetica furono mantenuti in uguali condizioni di ambiente e alimentazione, a un gruppo non era dato l’additivo, agli altri gruppi dosi crescenti di additivo: 10 – 100 e 1000. Gli animali furono mantenuti fino a che non ne restarono il dieci per cento e tutti gli animali morti furono esaminati per la ricerca di tumori. Risultato: il numero di tumori aumentava proporzionalmente alla quantità di additivo somministrato. All’apertura della riunione il presidente dichiarava che i dati erano chiari e che l’additivo era cancerogeno e tutti sembrarono d’accordo, meno un ricercatore belga che ci disse quanto segue: “Di ogni gruppo di topi ho calcolato il numero di settimane che gli animali sono vissuti e quanti sono stati i tumori rilevati: lo stesso numero per settimana. L’additivo non è cancerogeno, ma fa vivere meglio e più a lungo i topi che per questo hanno il tempo di manifestare più tumori”. Tutti accettammo quest’ultima affermazione e il presidente concluse dicendo “la scienza è come la Bibbia, bisogna saperla interpretare”. Oggi riteniamo che la carne rossa non sia causa di cancro, soprattutto nel grosso intestino, ma piuttosto un suo uso eccessivo provoca alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), quaranta anni fa ancora pochissimo noto, in realtà sconosciuto.
La prima metà degli anni 2000 sembra destinata a divenire il tempo delle crisi globali. Il conflitto che vede contrapposti gli Usa e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, momento dopo momento appare di durata incerta, di esito insicuro e, soprattutto, in grado di provocare inattesi contraccolpi. Il complesso quadro geopolitico del Medio Oriente apre nuovi fronti e inserisce inaspettati elementi che sembrano porre le premesse per un’altra crisi globale che si aggiunge a quelle che si sono susseguite nei due decenni iniziali del secolo.
L’aspetto che più colpisce, almeno nella fase attuale, oltre all’intensità del conflitto armato, è l’apertura di una crisi energetica di proporzioni molto gravi per così dire collaterale rispetto a quella bellica. Paradossalmente la mossa iraniana di bloccare il transito navale nello stretto di Hormuz diventa per sé un’arma micidiale perché blocca circa il 20% del petrolio e il 30% del gas liquefatto prodotti nel mondo oltre ad un quarto dei fertilizzanti. Una mossa in apparenza semplice ma che rivela una delle intrinseche debolezze molto complesse dell’economia mondiale di cui spesso ci si dimentica e cioè l’esistenza di una serie di interdipendenze fra elementi chiave del sistema economico globale in apparenza minori, ma in realtà di grande impatto sull’ intera economia mondiale. È il caso di Hormuz, che rappresenta “solo” un vero e proprio collo di bottiglia nella grande mappa dei trasporti marittimi dei flussi dei prodotti energetici ma che è in grado di causare quella che può diventare, forse, la maggiore crisi energetica registrata nel tempo, con vaste ricadute sull’intera economia mondiale.
L’improvvisa carenza di petrolio e derivati e di gas ne ha fatto impennare i prezzi e ha causato in vaste aree del mondo interruzioni produttive e conseguente carenza di importanti prodotti. A ciò si è accompagnata un’inattesa impennata inflazionistica unita ad una non voluta riduzione di offerta di prodotti di ogni genere, con ciò ampliando la spinta inflazionistica stessa. Mentre sviluppiamo queste considerazioni non è ancora chiaro quale potrà essere l’esito finale di questo episodio né a quali cambiamenti possa portare nella grande scacchiera dell’economia mondiale per il complesso interagire di mosse e contromosse intese a frenare o a potenziare gli effetti della crisi, tenendo altresì conto di quanto avviene nei complessi equilibri di potere mondiali in una fase incontestabilmente animata dalla politica di potenza messa in atto dagli Usa di Trump.
Un primo nodo concettuale riguarda la distinzione tra specie aliene (o alloctone o esotiche) e specie invasive. Le prime sono semplicemente introdotte dall’uomo al di fuori del proprio areale naturale; di queste solo una piccola percentuale di esse può diventare invasiva, ossia capace di diffondersi aggressivamente e di alterare struttura e funzionamento degli ecosistemi.
C’è una guerra invisibile che si combatte ogni giorno contro la nostra libertà di scegliere. È l’ "economia della dipendenza”, un modello che orienta consumi e comportamenti agendo in modo silenzioso ma estremamente efficace, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.