Pagliai – Paolo tu sei stato un protagonista assoluto degli enormi progressi scientifici nel campo della biologia, biochimica e microbiologia e credo che ora si abbiano più certezze sul fatto che i microrganismi possano o potrebbero dare un notevole contributo allo sviluppo dell’agricoltura del futuro, proprio in momento di grave crisi per l’agricoltura stessa sia per gli scarsi redditi della maggior parte degli agricoltori, sia la degradazione dei nostri suoli, non percepita nella sua reale gravità, ma attribuita in larga parte alle avversità della crisi climatica in atto con le violente precipitazioni concentrate in un breve periodo, i lunghi periodi di siccità e l’insorgere di fitopatologie sempre più aggressive. In realtà stiamo scontando ora gli effetti del boom economico della seconda metà del secolo scorso con l’intensificazione colturale esagerata, l’abbandono delle terre dell’alta collina e montagna e, quindi, di quella paziente e faticosa opera di governo del territorio ma anche delle sistemazioni idraulico-agrarie della bassa collina e pianura e, ancor più grave, la cementificazione selvaggia. Occorre, a mio avviso, una forte inversione di tendenza e un ritorno a quelle vecchie “buone pratiche agricole” che proprio l’uso della tecnologia che oggi abbiamo a disposizione, dalla digitalizzazione, alla genetica, alla biochimica, alla biologia e, quindi, ai microrganismi, potrebbe renderle altamente innovative.
Nannipieri – Certamente la biologia del suolo ha avuto uno sviluppo enorme negli ultimi decenni grazie anche alle nuove tecnologie come le tecniche molecolari che hanno consentito di approfondire struttura e funzionalità delle comunità viventi del suolo. Sulla spinta dell’uso di inoculi microbici per sostituire fertilizzanti (vedi azoto fissatori per gli apporti di azoto), si è progredito con le innovazioni arrivando ad usare inoculi microbici per combattere patogeni al posto di pesticidi, per stimolare la crescita vegetale con microorganismi aventi azioni benefiche per la pianta. Esistono alcuni prodotti in commercio ma molti inoculi sono poco efficaci perché devono competere con il microbioma del suolo. Un conto è operare in un ambiente controllato di laboratorio e un conto è operare in pieno campo; per fare un esempio a carattere divulgativo è come il poco successo che hanno spesso lepri e fagiani di allevamento introdotti nell’ambiente.
Le immagini sconvolgenti della frana che sta cambiando il volto di Niscemi, ancora una volta nella sua storia più che millenaria, colpiscono per le dimensioni del fenomeno e per l’evidente ineluttabilità di quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. I mezzi di informazione e la loro capacità di penetrazione e diffusione comunicano quanto avviene e diffondono con la forza delle immagini trasformando quello che è un episodio tremendo, ma non inconsueto in un Paese geologicamente recente come l’Italia, in un grande e tragico spettacolo a cui si partecipa ma che sembra distaccato dalla vita quotidiana di chi lo vede sugli schermi e lo archivia mentalmente nell’ affollarsi di immagini di ogni giorno ed ogni minuto della giornata. L’evidenza di quanto si vede ha il grande demerito di far perdere il senso della partecipazione e della condivisione della tragedia che oggi si vive a Niscemi, come una volta avvenne nel Vajont o in Valtellina con la frana della Val di Pola o nei grandi terremoti e nelle alluvioni catastrofiche e ricorrenti, creando una sorta di dannosa assuefazione. Prevale la sensazione immediata destata dal singolo episodio e fa dimenticare che l’Italia è costituita da un territorio recente e per ciò stesso in costante evoluzione.
Quanto oggi avviene a Niscemi con tanta tragica chiarezza invece dovrebbe indurre ad una più attenta e meno episodica considerazione su che cosa fare e predisporre per i prossimi inevitabili episodi a cui il nostro territorio, tanto bello ed amato, ci espone.
Il primo spunto su cui ragionare nasce dall’immediato malvezzo della ricerca dei “veri” colpevoli, o meglio presunti tali, su cui appuntare l’attenzione, quasi come per desiderio di una impossibile vendetta. Ciò che accade oggi ed è accaduto altrove in un passato anche recente, invece, va considerato in un contesto geologico e territoriale particolare, come si è detto. In questo senso questa sfrenata caccia giornalistica vale quel che vale e cioè come la caccia all’untore. Certo, ci possono essere e vanno ricercati e sanzionati comportamenti impropri, che vanno identificati e giudicati, ma i problemi veri sono di maggiore entità ed è su questi che occorre innanzitutto concentrarsi. Nulla di nuovo, perché la mappatura delle zone a rischio è stata avviata da tempo, diciamo da almeno una trentina di anni, ma non risulta ancora conclusa… Nel frattempo nuove evidenze si sono prodotte, i metodi di analisi si sono evoluti e perfezionati e costi e tempi, sempre carenti, destinati alla prevenzione o meglio alla diagnosi precoce al fine di prevenire, si dilatano sine die, ragione per la quale occorre ogni volta ricominciare … insomma una specie di tela di Penelope.