“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: L’impatto di differenti modalità di gestione del suolo sulle comunità microbiche

Dialogo con Roberta Pastorelli – Ricercatrice del CREA

Marcello Pagliai e Roberta Pastorelli 04 March 2026

Pagliai – Ormai è noto che le modalità di gestione del suolo hanno un forte impatto sui processi biogeochimici, sulla biodiversità del suolo stesso e quindi sull’attività microbica oltre che sulle caratteristiche fisiche, dalla struttura, all’erosione, al compattamento, alla perdita di sostanza organica, ecc. Mentre su quest’ultime caratteristiche abbiamo ormai una serie di dati consolidati da tempo che ci fanno dire, ad esempio, che le tradizionali arature profonde e continue non sono più sostenibili nel lungo termine, sugli aspetti biologici i dati si riferiscono per lo più agli ultimi decenni grazie anche al notevole contributo dato dalle tecniche di analisi innovative. È ormai inconfutabile che i nostri suoli soffrono di un preoccupante stato di degrado che ha avuto inizio con l’attuazione e l’espandersi di una agricoltura intensiva nella seconda metà del secolo scorso e che ora si cerca di correggere e, a questo scopo, si concentra molto l’attenzione proprio sull’attività biologica del suolo.
Cara Roberta, nel dialogo del mese scorso con Paolo Nannipieri abbiamo affrontato gli aspetti della biologia del suolo a carattere generale e, volendo scendere nello specifico, tu studi da anni questi aspetti in approcci sperimentali ormai consolidati e rappresentativi di situazioni reali, quali sono i risultati salienti che hai ottenuto?

Pastorelli – È ormai ampiamente riconosciuto che la diversità microbica del suolo e i processi biogeochimici che vi si svolgono sono influenzati non solo dal tipo di suolo e dalle variazioni stagionali, ma anche dalle pratiche agronomiche adottate. I nostri studi, condotti in diverse località italiane e su diversi sistemi sperimentali, hanno permesso di approfondire il ruolo delle pratiche agricole sulla composizione e sull’attività funzionale delle comunità batteriche del suolo.
In uno studio condotto in Gallura, abbiamo analizzato un gradiente ecologico che va da un sistema intensivo (vigneto lavorato) a uno naturale (foresta mediterranea), passando per gestioni intermedie come vigneto inerbito, erbario e pascolo. I risultati hanno mostrato che le gestioni con un livello di antropizzazione intermedio, presentano i livelli più elevati di attività microbica, suggerendo che un equilibrio tra uso agricolo e conservazione può favorire la funzionalità biologica del suolo. La foresta di sughera, pur con minore ricchezza microbica, ha mostrato una elevata diversità genetica, indicativa di una maggiore stabilità ecologica.
Risultati opposti sono stati ottenuti in un’area sperimentale a lungo termine nelle Marche, dove abbiamo confrontato gli effetti della semina su sodo (no-tillage) con l’aratura convenzionale. La gestione conservativa ha favorito l’accumulo di sostanza organica e la riduzione dell’erosione, ma ha anche generato condizioni più selettive, con una riduzione della biodiversità della comunità batterica attiva. Nei suoli argillosi, come ad esempio in questo caso, la compattazione può limitare i benefici attesi, creando ambienti meno favorevoli alla diversità microbica.
In questi studi, particolare attenzione era stata rivolta alle comunità batteriche denitrificanti, responsabili della trasformazione del nitrato in azoto molecolare (N2), con produzione intermedia di protossido di azoto (N2O), potente gas serra. Abbiamo osservato che questi batteri rispondono in modo differenziato alla gestione del suolo, influenzando potenzialmente il rapporto N2O:N2 nelle emissioni gassose. Questo evidenzia come le pratiche agronomiche possano avere un impatto diretto anche sul bilancio dei gas serra.

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Riflessioni di un ricercatore forestale intorno al dialogo tra architettura e natura

Piermaria Corona 04 March 2026

Sono stato recentemente invitato dall’Ordine degli Architetti a proporre una riflessione in occasione della presentazione della nuova edizione, aggiornata e riveduta (2025), del volume "L’Archinatura", scritto da Achille Ippolito e pubblicato da Franco Angeli, la cui prima edizione risale al 2010.
Nel confronto tra le due edizioni emerge una traiettoria culturale significativa: dalla natura intesa come limite alla trasformazione del territorio alla natura come risorsa fino alla natura come soggetto.
Il riconoscimento della natura come soggetto implica il riconoscimento delle sue esigenze, dei suoi tempi e della sua autonomia funzionale. In questa prospettiva, la questione centrale, a mio avviso, non è più soltanto come integrare elementi naturali nel costruito, e nella città in particolare, ma quanto spazio e quanta capacità di incidere realmente sull’organizzazione dello spazio siamo disposti a riconoscere ai sistemi viventi all’interno dei processi progettuali.
Da questa considerazione discendono tre corollari principali.
1. Dal paradigma della compatibilità alla sperimentazione ecologica
Fino ai primi anni Duemila, il dialogo tra architettura e ambiente è stato prevalentemente interpretato in termini di compatibilità: riduzione del consumo di suolo, mitigazione degli impatti, miglioramento delle prestazioni energetiche. Si è trattato di un passaggio fondamentale nel consolidamento di una sensibilità ambientale nel progetto.
Oggi, tuttavia, il contesto appare mutato. Le città rappresentano uno dei principali laboratori di sperimentazione ecologica su scala planetaria. In questo scenario, le infrastrutture verdi assumono un ruolo strutturale e non accessorio.
Io mi occupo di alberi. Per molto tempo l’architettura li ha considerati elementi di arredo urbano, presenze utili, decorative. Ma sappiamo che non è solamente questo. Un albero è un organismo biologico: regolazione microclimatica, intercettazione degli inquinanti atmosferici e del particolato, gestione delle acque meteoriche, sequestro di carbonio atmosferico, supporto alla biodiversità.
E vi è uno specifico aspetto da sottolineare, non di rado sottovalutato nella prassi architettonica e urbanistica: l’albero introduce nel progetto la dimensione dell’autonomia biologica. A differenza dell’edificio, concepito per tendere alla stabilità, l’albero è un sistema dinamico, che cresce, interagisce, si adatta, può deperire, muore. Nel farlo, modifica nel tempo lo spazio progettato. Accettare la presenza del vivente significa incorporare nel progetto la variabilità e l’evoluzione.

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Il pane in cassetta confezionato e la sua impronta di carbonio: bilanciare convenienza e spreco

Mauro Moresi, Luana Nionelli e Alessio Cimini 04 March 2026

In Italia, il segmento del pane pre-affettato e confezionato è in netta espansione per via della sua praticità. Tuttavia, questo formato introduce sfide ambientali significative legate all'uso di plastiche monouso e ai processi industriali intensivi richiesti per l'affettamento e il confezionamento in atmosfera modificata. 

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La Società per la diffusione del metodo d’insegnamento reciproco

Un esempio dal passato su come educare le giovani generazioni

Luca Menconi 04 March 2026

Fra il 1819 e il 1850 si svolse a Firenze e in tutta la Toscana un singolare esperimento educativo, destinato a lasciare tracce nella pedagogia successiva. Un gruppo di illustri notabili fiorentini e toscani, come Cosimo Ridolfi, Gino Capponi, Raffaello Lambruschini, Giovan Pietro Vieusseux, Luigi e Luigi Guglilemo de Cambray Digny, Luigi Serristori, Lorenzo Ginori Lisci, Enrico Mayer, Piero Guicciardini, Carlo Orazio Pucci e altri, istituivano una Società finalizzata a diffondere un metodo d’insegnamento fra le componenti più povere e disagiate della popolazione, principalmente contadini, con il fine di migliorarne le condizioni di vita, attraverso l’istruzione. 

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