Frusciante: Il miglioramento genetico animale vanta una tradizione antichissima, persino precedente a quella vegetale. Fin dall’antichità, incroci e selezione erano pratiche comuni per migliorare le popolazioni allevate a fini produttivi. Columella, ad esempio, descrive l’incrocio tra pecore tarantine e arieti nord-africani per ottenere animali più rustici senza perdere la qualità della lana.
I maggiori progressi si sono però registrati tra la fine dell’Ottocento e il Novecento: dal miglioramento della razza Frisona nei bovini alla costituzione di suini ibridi basati sull’eterosi. Risultati conseguiti interamente attraverso tecniche di selezione tradizionale.
Marchitelli: Il miglioramento genetico degli animali domestici costituisce il pilastro della zootecnia moderna, fondamentale per garantire sicurezza alimentare e sostenibilità. Attraverso un’attenta selezione dei migliori riproduttori, l’uomo accelera i processi di adattamento delle specie, orientandoli verso caratteri di efficienza produttiva, robustezza sanitaria e benessere animale. Questo percorso consente di ottimizzare la conversione alimentare, riducendo l’impatto ambientale degli allevamenti, e di rafforzare la resilienza immunitaria degli animali. Evolvere il patrimonio genetico significa quindi tutelare la biodiversità, valorizzare la competitività delle filiere e rispondere in modo efficace alle crescenti sfide climatiche e sociali.
Frusciante: Il Novecento ha segnato la scoperta del DNA e la nascita della genetica molecolare, rivoluzionando il miglioramento genetico vegetale. Nelle specie agrarie si sono compiuti grandi progressi grazie a nuove tecniche di ibridazione e alla selezione assistita da marcatori molecolari (MAS).
Nel settore animale, invece, queste conoscenze non sono state sfruttate con la stessa efficacia. L’esempio più emblematico resta la pecora Dolly, ottenuta tramite clonazione da cellule somatiche, un traguardo soprattutto biotecnologico più che applicativo nel miglioramento genetico.
“Offrire un pasto adeguato, sicuro e dignitoso a chi fatica a deglutire o a chi ha perso la memoria, è l’atto politico più forte che possiamo compiere per ricucire i legami di una società che rischia di diventare disumana”. Lo ha detto qualche giorno fa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, nel corso del Dies academicus della sede di Piacenza-Cremona dell’Ateneo dedicato al tema della nutrizione.
Messaggio forte, che deve far pensare, che ripropone anche tutta l’importanza dell’agricoltura e della sua funzione principale: la produzione cibo adeguato e sano per tutti. L’agricoltura è infatti punto di partenza di una filiera, quella agroalimentare, che da una parte è sempre di più al centro delle grandi relazioni internazionali e, dall’altra, elemento di normale quotidianità per una porzione dell’umanità e di affannosa ricerca di un pasto per un’altra parte. E tutto senza dimenticare le relazioni ormai intense tra produzione agricola, economia e ambiente.
Proprio nella giornata della Cattolica dedicata alla nutrizione si ritrovano i due estremi della questione agricoltura-alimentazione che si declina nella necessità di una “nutrizione corretta”.
Da un lato, stando all’OMS citata dalla stessa rettrice, “nel 2026, lo scenario globale descrive una realtà paradossale: per la prima volta nella storia, il numero di bambini e adolescenti obesi ha superato quello dei sottopeso”. Dall’altro, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, “673 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2024, pari a circa l’8,2% della popolazione mondiale”. Detto in altri termini, l’umanità si divide in due parti: quella che può decidere cosa mangiare e quella che mangia ciò che trova (molto spesso troppo poco o nulla). Non è solo questione di “nord e sud del mondo”.
Il problema alimentare non è solo nelle aree di guerra e in quelle dimenticate da tutti (e se già fosse “solo” così sarebbe comunque troppo). La necessità di una corretta alimentazione – e quindi di un cibo adeguato e sano per tutti – è anche nelle nostre città, nei rapporti tra giovani e anziani, la si vive ogni giorno nelle famiglie di chi è disoccupato, la si coglie nei quartieri-ghetto, nelle file di senzatetto fuori dalle mense. Ecco perché il futuro dell’agricoltura e dell’agroalimentare è tema di tutti.