Un progetto per la valorizzazione del digestato come fertilizzante sostenibile

Anna Dalla Marta e Leonardo Verdi 20 October 2021

Per un futuro sostenibile è essenziale trovare nuovi modi di produrre e consumare cibo che rispetti i limiti ecologici del nostro pianeta. Un approccio circolare di gestione dei sottoprodotti agricoli che trasformi il letame, le colture e i rifiuti alimentari, così come le acque reflue urbane, in fertilizzanti organici e biogas risulta una strategia interessante, e attualmente largamente diffusa, in ottica di aumento della sostenibilità dei sistemi agricoli. Questo tipo di approccio risponde alle linee guida espresse dalla Commissione Europea all’interno della strategia “Farm to fork”. Lo sviluppo di strategie di sviluppo sostenibile atte alla valorizzazione dei residui agroindustriali in ottica di economia circolare sono in linea anche con gli Obbiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Attualmente, all’interno degli impianti di biogas oltre all’energia si produce un sottoprodotto, il digestato, ricco di acqua, macro e micro nutrienti, che può essere valorizzato come fertilizzante organico liquido.
Tuttavia, il digestato presenta alcuni inconvenienti che possono comprometterne o limitarne l’utilizzo. In primo luogo, l’elevato contenuto di acqua, che si aggira attorno al 90% del peso totale, può rendere dispendioso l’impiego in terreni troppo lontani dall’impianto. Comunemente viene indicata una distanza limite di 20 km dal centro aziendale al di fuori della quale l’utilizzo del digestato prodotto non risulta economicamente sostenibile. Inoltre, un uso massiccio e prolungato nel tempo può favorire fenomeni negativi come l’inquinamento dei suoli e l’eutrofizzazione delle acque. Infine, soprattutto per quanto riguarda i digestati prodotti da residui solidi urbani o fanghi urbani, la presenza di antibiotici, contaminanti, metalli pesanti e plastiche, possono renderlo del tutto inutilizzabile in campo e renderlo piuttosto un rifiuto speciale da dover smaltire.
Per i grandi impianti esistono già tecnologie atte alla depurazione e al processamento del digestato per ridurne il volume, recuperare i nutrienti. Tuttavia, ad oggi ma mancano le attrezzature dedicate agli impianti di piccola scala che incontrano numerosi ostacoli nel processo di valorizzazione.
Un approccio innovativo che ha l’obiettivo di supportare i piccoli impianti di biogas attraverso una tecnologia mobile ed intelligente vede l’uso di un veicolo con rimorchio capace di raggiungere diversi impianti e processare direttamente in loco il digestato prodotto dall’impianto. Il modulo è capace di convertire un'ampia gamma di digestati in fertilizzanti organici di elevata qualità e ammendanti. Dopo una raffinazione dalle componenti grossolane come sabbia o componenti di maggiori dimensioni, il digestato viene triturato e pastorizzato per una prima eliminazione dei patogeni. In seguito si ha una rimozione degli eventuali residui di antibiotici e di contaminanti prima di procedere alla separazione della frazione solida da quella liquida. Come risultato, si avrà la produzione di fertilizzanti liquidi concentrati e ammendanti solidi essiccati o pellettati, a seconda delle necessità aziendali. Il veicolo sarà quasi totalmente autonomo da un punto di vista energetico grazie al recupero quasi totale dell’energia termica prodotta durante le fasi di raffinazione del digestato e al recupero del biogas residuo prodotto durante questa fase di raffinazione. Inoltre, gli elevati volumi d’acqua recuperati dal processo di raffinazione saranno resi nuovamente disponibili all’interno dell’impianto, in un’ottica di riutilizzo delle risorse.

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Gli allevamenti di bovine da latte e il raggiungimento delle “net zero carbon emissions”

Mauro Antongiovanni 20 October 2021

Raggiungere il traguardo del “carbon neutral farming” entro il 2025 da parte degli allevamenti di bovine da latte si può. È la conclusione dei lavori della ventiduesima conferenza on line della International Farm Comparison Network (IFCN), che si è tenuta il 9 giugno 2021 ed ha visto telecollegati oltre mille esperti di 81 Paesi.
Secondo le ultime rilevazioni, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è la più elevata degli ultimi 650 mila anni, con la conseguenza che abbiamo registrato, fra l’altro, le diciannove annate più calde dal 2000.
Fra i molti settori produttivi responsabili della produzione di gas serra di origine antropica ci sono anche gli allevamenti animali, fra cui quello delle vacche da latte. Gli esperti indicano nel 2.2% delle emissioni globali dei gas serra la responsabilità attribuibile all’allevamento delle bovine da latte. Di questo 2.2%, l’ 1.7% si deve ai Paesi cosiddetti emergenti. D’altra parte, è assolutamente improponibile limitare la produttività del settore lattiero-caseario che gioca un ruolo di vitale importanza nella produzione di proteine alimentari di elevata qualità per sostenere i fabbisogni nutritivi di miliardi di abitanti di questo pianeta, divenuto ormai troppo piccolo.
Se verranno rispettate le linee guida indicate dagli esperti intervenuti, entro il 2050 le emissioni di gas serra per kg di latte prodotto potranno essere abbattute del 28%. Ne consegue che, a fronte di un aumento della domanda di latte del 50%, l’incremento della concentrazione di gas serra sarà di circa l’8% nei prossimi 30 anni.

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Diospero, salutare frutto del futuro

Giovanni Ballarini 20 October 2021

Il diòspiro o diòspero, cachi o kaki (Diospyros kaki L., 1782) è un albero da frutto originario dell'Asia orientale, una delle più antiche piante da frutta coltivate dall'uomo, conosciuto in Cina da più di 2000 anni e il cui nome scientifico diospero proviene dall'unione delle parole greche Diòs e pyròs (grano del dio o Zeus) e dal termine giapponese del frutto pronunciato kaki. La prima descrizione botanica del cachi è pubblicata nel 1780 e il frutto arriva in America e in Europa alla metà dell'Ottocento, in Italia nel 1880 e nel 1888 Giuseppe Verdi scrive una lettera nella quale ringrazia chi gliene ha fatto dono.

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I parassiti della “Pianta palloncino”

Santi Longo 20 October 2021

L’Apocinacea Gomphocarpus physocarpus di incerta origine americana, asiatica o africana, per la bellezza dei suoi fiori e per i caratteristici frutti pelosi simili a palloncini verdi, è stata introdotta a scopo ornamentale in molti paesi europei, compresa l’Italia. Più nota come Asclepis physocarpa (da Asclepius, dio greco della medicina, e da physa (vescica) e carpòs (frutto) è conosciuta come Pianta palloncino, Palle pelose o Palle del vescovo.

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