Dialoghi sull’Agroindustria: “Impatto di stress idrico e siccità su fisiologia della vite, composizione dell'uva e profilo organolettico del vino”

Dialogo con Giovanni Bigot, agronomo e fondatore della Perleuve srl

Paolo Ranalli e Giovanni Bigot 11 February 2026

Ranalli: Gli effetti dei cambiamenti climatici (aumento delle temperature medie, periodi prolungati di siccità, aumento della frequenza di eventi meteorici estremi e della salinità dei suoli) alterano il ciclo biologico della vite e la composizione chimica dell’uva, con conseguenze dirette sulla qualità del vino. Lei, che è un professionista affermato del settore, può elucidare questi fenomeni e le strategie per contrastarli? Intanto, si potrebbe iniziare esaminando gli effetti delle scarse risorse idriche sul ciclo vegetativo della vite e i riflessi sulla crop physiology e le fasi fenologiche.   

Bigot: L’aumento delle temperature medie è oggi un fenomeno diffuso in tutte le aree viticole italiane, seppur con intensità diverse. L’analisi delle serie climatiche degli ultimi decenni mostra un anticipo delle fasi fenologiche, in particolare del germogliamento, dovuto alla riduzione dei giorni freddi invernali. Questo espone sempre più spesso i vigneti al rischio di gelate primaverili. Le fasi successive risultano compresse, soprattutto nei vitigni a comportamento anisoidrico, mentre quelli isoidrici, come il Montepulciano, tendono a mantenere maturazioni più tardive. Le alte temperature determinano inoltre una riduzione degli acidi organici, in particolare del malico, un aumento dell’assorbimento di potassio e fenomeni di disidratazione e scottatura degli acini, con effetti sulla qualità aromatica. Cambia anche la pressione delle avversità: alcune patologie diminuiscono, altre, come l’oidio, aumentano. Parallelamente si osserva una riduzione della vigoria legata sia allo stress climatico sia alla perdita di sostanza organica nel suolo. Tutto ciò impone una gestione sempre più tecnica e integrata del vigneto.

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Quando la conoscenza “scendeva” in campo

Appunti sull’assistenza tecnica pubblica in agricoltura, tra memoria, declino e nuove domande.

Gennaro Giliberti 11 February 2026

In una delle mie frequentazioni in alcune aziende agricole in Mugello, mi imbatto per puro caso, in un attestato, ingiallito e un po’ mangiucchiato dal tempo, che certifica la frequenza a un corso di potatura e innesto tenuto dalla Cattedra ambulante di agricoltura di Reggio Emilia. Un documento nato per uno scopo pratico, senza ambizioni di durata, che oggi resiste come traccia materiale di un’idea forte: la conoscenza che si muove, che esce dagli uffici e dalle aule per andare incontro agli agricoltori, nei campi, nelle aziende.
Le Cattedre ambulanti non furono un episodio folkloristico né una curiosità d’epoca. Furono una vera infrastruttura pubblica della conoscenza agricola. Tecnici formati, spesso di alto profilo, che affiancavano le aziende trasferendo competenze, sperimentando soluzioni, costruendo fiducia. Non vendevano prodotti, non rappresentavano interessi commerciali: svolgevano una funzione pubblica, riconosciuta e rispettata.
Per decenni, in forme diverse e via via aggiornate, l’assistenza tecnica pubblica ha accompagnato lo sviluppo dell’agricoltura italiana. Insieme alla ricerca e alla sperimentazione, ha contribuito in modo decisivo alla modernizzazione dei sistemi produttivi, alla diffusione dell’innovazione, alla crescita professionale degli agricoltori. Era una presenza discreta ma costante, radicata nei territori, capace di leggere i contesti locali e di adattare le soluzioni alle realtà aziendali.
Il progressivo indebolimento di questa funzione non è avvenuto per una scelta dichiarata, ma per accumulo. Riorganizzazioni amministrative, iperburocratizzazione procedurale delle politiche di sviluppo rurale, riduzione delle strutture, frammentazione delle competenze, esternalizzazioni. La consulenza è diventata un “servizio”, il servizio un “intervento”, l’intervento un “progetto”, spesso legato a bandi e tempi brevi, più che a una visione strategica di lungo periodo.
Eppure, sarebbe sbagliato pensare che dopo le gloriose Cattedre ambulanti non ci siano stati tentativi seri di rinnovare l’assistenza tecnica pubblica. Un passaggio importante, ad esempio, avvenne alla fine degli anni Settanta, con il recepimento in Italia del regolamento CEE n. 270/79, che tentò di promuovere nel nostro paese un modello più strutturato di divulgazione agricola. Da lì nacquero le figure dei Divulgatori Agricoli Polivalenti (DAP) e dei Divulgatori Agricoli Specializzati (DAS).
Quella stagione rappresentò un’evoluzione significativa: maggiore integrazione con la ricerca, attenzione ai sistemi aziendali nel loro complesso, presenza più o meno stabile sul territorio, specializzazione delle competenze. Per molti tecnici e per molte aziende agricole fu un periodo di intenso confronto e di reale accompagnamento all’innovazione. Non privo di limiti, ma sorretto da un impianto chiaro: la consulenza in agricoltura come funzione pubblica strategica, distinta dal mercato e orientata all’interesse generale.
Personalmente, ho incrociato quella esperienza negli anni della mia formazione professionale. Nel 1993 ho frequentato presso il CIFDA di Vertemate con Minoprio in Lombardia, un corso per divulgatori agricoli, ancora ispirato all’impostazione dei DAP e dei DAS. Un percorso impegnativo, durato un anno, con obbligo di frequenza e sistemazione residenziale, che puntava molto sulla capacità di ascolto delle aziende, sulla lettura dei sistemi produttivi, sulla responsabilità del consiglio tecnico. Guardandolo oggi, quel corso appare come una delle ultime occasioni in cui in Italia si è investito in modo strutturato sulla formazione di figure dedicate alla divulgazione e all’assistenza tecnica pubblica in agricoltura.
Di lì a poco, quel filone si è progressivamente esaurito, senza essere sostituito da un modello altrettanto organico. Nel vuoto lasciato dal pubblico si sono inseriti altri attori, in primo luogo le imprese fornitrici di mezzi tecnici e soluzioni tecnologiche. Un ruolo legittimo, intendiamoci, ma per sua natura non neutrale. Quando il consiglio tecnico è inscindibilmente legato alla vendita di un prodotto, l’interesse generale rischia di passare in secondo piano.

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Le piante alimurgiche: proprietà e utilizzo

Laura Pistelli, Luisa Pistelli 11 February 2026

Le piante alimurgiche sono le piante spontanee alimentari che sono utilizzate in caso di urgenza. La pratica ha origini nel 1767, quando Giovanni Targioni Tozzetti scrisse De alimenti urgentia, indicando l’impiego di piante selvatiche come risorsa alimentare alternativa durante periodi di carestia, ma fu solo nel 1918, con Oreste Mattirolo e il suo libro Phytoalimurgia Pedemontana, che avvenne un censimento di piante spontanee da utilizzare come alimento per combattere la fame post- bellica. Negli ultimi decenni si è verificato un nuovo fenomeno di riscoperta di queste piante spontanee, collegato alla rivalutazione di ricette regionali e al desiderio di recuperare valori tradizionali popolari, svelando un ricco patrimonio culturale, specialmente in Italia.

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Gli agrumi di Bartolomeo Bimbi, tra fascino principesco e agrobiodiversità

M. Adele Signorini 11 February 2026

Ricercati dai sovrani, gli agrumi furono particolarmente apprezzati dai Medici, nel solco di una tradizione che vede la famiglia granducale strettamente legata a cultura scientifica, botanica e agronomia. Sotto Cosimo III de' Medici, l’interesse per le piante assunse i tratti di un'impresa sistematica, condotta da una ‘triade’ d’eccellenza: il sovrano, il botanico Pier Antonio Micheli e il pittore Bartolomeo Bimbi.

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