L’impiego dei funghi del genere Trichoderma rappresenta oggi una delle pietre angolari dell’agricoltura sostenibile, grazie alla loro straordinaria capacità di agire come agenti di controllo biologico delle fitopatie e promotori della crescita delle piante. Tuttavia, la crescente diffusione di questi organismi, che comporta il rilascio intenzionale e massivo di spore negli agroecosistemi, solleva interrogativi urgenti sulla loro biosicurezza. Un recente studio di fenogenomica pubblicato sulla rivista Nature Microbiology, di cui vengono qui riassunti i tratti salienti, offre una nuova prospettiva per conciliare l’efficacia agronomica con la tutela dell’ambiente e della salute.
Per comprendere appieno le potenzialità e i rischi di questi funghi, è necessario guardare alla loro storia evolutiva: contrariamente alla visione comune che li considera organismi prettamente ad habitat tellurico, la ricerca dimostra che il genere ha un’origine monofiletica antica, risalente al Tardo Cretaceo. Questo genere si è evoluto in stretta simbiosi con le prime foreste pluviali di angiosperme, adattandosi a nicchie arboree come le chiome tropicali, dove ha sviluppato tratti fondamentali quali la pigmentazione verde delle spore per la protezione dai raggi UV e la capacità di germinare rapidamente in presenza di acqua. Questa eredità "silvestre" spiega la grande plasticità ecofisiologica degli isolati appartenenti a questo genere, che permette loro di occupare oggi habitat estremamente diversi, dal suolo agrario alle radici delle piante come endofiti.
Attraverso l’utilizzo di tecniche avanzate di machine learning, lo studio ha integrato i dati genomici di 37 ceppi con l’analisi di oltre 140 tratti fenotipici, rivelando come la diversificazione del genere sia stata guidata da strategie di sopravvivenza differenti. Alcune specie seguono una strategia di tipo "r", caratterizzata da una produzione massiccia di spore ideale per colonizzare rapidamente ambienti instabili, mentre altre adottano una strategia "K", investendo maggiormente nella competizione territoriale tramite il micelio. Proprio questa diversità di fitness ecologica è alla base delle preoccupazioni di biosicurezza: l’analisi evidenzia infatti che alcune specie di largo uso commerciale mostrano un opportunismo preoccupante.
Il caso più emblematico è rappresentato da Trichoderma afroharzianum, recentemente associato a gravi episodi di marciume nel mais e per questo inserito nella lista di allerta dell’EPPO. Allo stesso modo, specie come Trichoderma longibrachiatum sono state identificate come patogeni opportunisti nell’uomo, suggerendo che la selezione dei ceppi agronomici non possa più basarsi esclusivamente sugli effetti benefici che questi possono manifestare a favore delle piante. Il lavoro propone quindi un quadro di riferimento scientifico per la biosicurezza che integri la corretta identificazione tassonomica con la profilazione della fitness ambientale e dei record di patogenicità.
Una cornice unitaria, che consenta di rendere ogni scelta legata al verde urbano motivata, comprensibile e tracciabile. E’ questo il fine del documento approvato dal Consiglio Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali il 18 marzo scorso. Un documento per uniformare le informazioni a vantaggio delle istituzioni e dei cittadini, che potranno conoscere le motivazioni tecnico-scientifiche alla base delle scelte di gestione degli alberi.
Questo lo scopo del documento “Linee guida nazionali per la valutazione e la gestione del rischio arboreo in ambito urbano e periurbano”, che il CONAF ha e trasmesso al Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico ed al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Il punto di partenza di questo documento è che, nella gestione del verde urbano, il rischio zero non esiste. Pertanto, va superata l’idea statica della “stabilità dell’albero” per adottare l’approccio della gestione del rischio, in coerenza con i principi della norma UNI ISO 31000:2018 (le linee guida per la gestione del rischio nelle organizzazioni, supportando decisioni e miglioramenti delle prestazioni).
Un approccio che riconosce la natura stessa dell’albero, ossia quella di un organismo vivente inserito nello spazio urbano e nel paesaggio.
“Con queste Linee Guida – dice Barbara Negroni, consigliera nazionale - non proponiamo semplicemente uno strumento operativo, ma affermiamo un modo di interpretare la gestione del patrimonio arboreo fondato sulle competenze tecniche e sulla responsabilità professionale dei Dottori Agronomi e Forestali.”
Il documento definisce i criteri minimi condivisi per la valutazione del rischio arboreo. Il quadro metodologico basato sulla conoscenza agronomico-forestale, fitoiatrica ed economico-estimativa consentirà maggiore uniformità nelle valutazioni professionali e maggiore chiarezza nei processi decisionali. Dopodiché, all’interno di questa cornice, sarà compito del professionista valutare ogni situazione e governare il rischio attraverso un processo tecnico strutturato capace di rendere ogni scelta motivata, comprensibile e tracciabile.
Da quasi un secolo le uova di pollo non sono soltanto un cibo per l’uomo ma anche strumenti sanitari e cioè da quando Ernest W. Goodpasture (1886 – 1960) nel 1931 usa l’embrione di pollo per coltivare virus che sono poi usati nella produzione di vaccini, prima contro il vaiolo aviario, poi dell’herpes simplex e in seguito contro febbre gialla, poliomielite e altre malattie. E ancora oggi l’uovo di pollo embrionato è fondamentale per l’influenza perché produce grandi quantità di virus a basso costo. Oggi l’uovo di pollo inizia ad essere visto come un bioreattore con sistemi transgenici per essere usato nella produzione di farmaci proteici definiti anche biologici o biotecnologici.
Questi elementi sono nutrienti "gratuiti" poiché non devono essere acquistati per essere, poi, applicati come fertilizzanti nella produzione agricola. Eppure, raramente vengono considerati in un programma di fertilità per le colture.