Anche i Georgofili condannano la lista di proscrizione degli scienziati

05 October 2022

L’Accademia dei Georgofili si associa alla decisa condanna espressa dalla Società Italiana di Genetica Agraria (SIGA) verso i contenuti del rapporto intitolato “Behind the smokescreen: Vested interests of EU scientists lobbying for GMO deregulation” (https://www.greens-efa.eu/en/article/study/behind-the-smokescreen), commissionato dal gruppo dei Greens/EFA del Parlamento dell’Unione Europea e reso noto il 29 settembre 2022.
Il rapporto rivelerebbe relazioni tra “ricercatori, lobbisti di Euroseeds (che rappresenta le industrie sementiere), consulenti e vertici delle grandi aziende che producono pesticidi e prodotti chimici”, ed assume il tono di una vera e propria lista di proscrizione.
Per quanto riguarda l’Italia, compaiono nel documento l'Istituto di Bioscienze e Biorisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e l'Istituto di Genomica Applicata, istituto di ricerca senza fini di lucro fondato dall’Università degli Studi di Udine. Vengono anche nominati due soci SIGA, appartenenti a questi due enti, Roberto Defez e Michele Morgante.
Deprecando l’esistenza di collaborazioni pubblico-privato di ricercatori ed istituzioni, gli estensori del rapporto sembrano dimenticare che l’ormai trentennale sistema di finanziamento alla ricerca a livello europeo (l’attuale Horizon Europe) ha come condizione necessaria per l’accesso ai fondi la presenza nei progetti di partnership pubblico-private.
In direzione completamente opposta agli obiettivi del rapporto, la SIGA continua a rivendicare il suo impegno per ottenere una nuova disciplina delle nuove tecniche di “Editing genomico”, premiate con il Nobel, per il miglioramento genetico delle piante coltivate. D’altra parte, i ricercatori europei e italiani chiedono di poter utilizzare gli stessi strumenti che vengono ormai impiegati correntemente in molti Paesi del mondo. In Italia, anche le organizzazioni professionali degli agricoltori sono ormai su queste stesse posizioni.

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Fame, malnutrizione, sistema agroalimentare e ambiente: problemi di incomprensione?

Scienza e tecnica costituiscono la sola ed unica via per garantire la sicurezza alimentare a tutti e la salvaguardia di quanto rimane della natura sul pianeta. Non le ideologie.

Giuseppe Bertoni 05 October 2022

Il dubbio espresso nel titolo fa riferimento a talune convinzioni diffuse negli ambienti cattolici, anche se non solo, e che autorizzano una qualche perplessità, perché poco congruenti come cercherò di spiegare. Nel 2019, Padre Fernando de la Iglesia Viguiristi in Civiltà Cattolica (Quaderno 4058, 2019, pag. 163-176) scriveva testualmente: "La fame scaturisce in primo luogo dalla povertà. La sicurezza alimentare delle persone dipende essenzialmente dal loro potere di acquisto e non dalla disponibilità fisica di alimenti, e per questo è molto diffusa nei Paesi poco o male sviluppati.” Dunque, con questa logica che è solo parzialmente vera, parrebbe che la produzione di cibo sia una variabile di scarsa rilevanza; ad essere importante sarebbe invece uno sviluppo equilibrato che produca ricchezza e che questa sia ben distribuita. Forse per questo, lo stesso autore suggerisce: “Va ribadito innanzitutto che nel mondo il cibo è sufficiente per tutti, …la chiave sta nel fatto che c’è un accesso disuguale agli alimenti necessari.”
Anch’io, peraltro, ribadisco che anche questo è solo in parte vero; infatti, gran parte degli 800 milioni di affamati sono nei Paesi a basso reddito (riguardanti oltre 3 miliardi di persone) dove il 65-70% della popolazione è rurale e gli alimenti sono di loro produzione (trattandosi di sussistenza, in teoria, non ne dovrebbero acquistare e l’eventuale fame è solo frutto di insufficiente produzione!). Dunque, pur consapevole della semplificazione, credo risulti assodato che la produzione di cibo rimane fondamentale – anche per rispondere alla crescente urbanizzazione - benché l’equa distribuzione debba essere attentamente perseguita.
Se ciò è senza dubbio vero, non meno vera è la necessità di comprendere quale sia il rapporto fra produzione di cibo (agricoltura) e integrità del pianeta (ecologia), avendo peraltro chiaro che il cibo è in relazione con la popolazione e che questa impatta sul pianeta – specie se si aspira a far si che ogni nuovo nato abbia una buona prospettiva di vita - in molti altri modi: materiali delle fognature con deiezioni, detersivi ecc., sottrazione di risorse di ogni genere come minerali, combustibili fossili, legname, acqua ecc., contaminazione di atmosfera, acque e suoli con sostanze di varia origine (industria, mezzi di trasporto, condizionamento termico degli edifici ecc.), infine il più temuto in quanto causa di alterazione del clima, cioè le emissioni di gas ad effetto serra (GHG). Non trascuriamo dunque il ruolo svolto dal numero di abitanti della terra e non limitiamoci a considerarne i comportamenti individuali, anche se spesso deprecabili. Relativamente al cibo, credo sia utile precisare che 2000 anni fa gli abitanti del pianeta erano stimati in 170 milioni e la superficie di terre occupate pari a 370 milioni di ha (2,8% del totale); ad inizio 1900 la popolazione era già 1,5 miliardi e la superficie agricola 1,3 miliardi di ha (10%), mentre oggi i valori sono rispettivamente 8,0 miliardi e 4,8 miliardi di ha (36%), di cui 1,6 coltivati (12%). Di tutta evidenza è dunque la seguente considerazione: più la popolazione aumenta, maggiore è la superficie necessaria per produrre il cibo richiesto (in verità non solo cibo, ma anche altri beni: cotone e altre fibre tessili, lavoro, fertilizzanti organici ecc.), ma sempre minore ne è la disponibilità complessiva per ciascun essere umano: sui 13,3 miliardi di ha non insistono più 170 milioni, ma 8 miliardi di persone. In realtà, è tuttavia necessaria una precisazione: la stretta relazione fra aumento della popolazione e della superficie agricola, si è fermata al 1960; da allora la popolazione che era 3 miliardi è aumentata di 2,7 volte (8 miliardi), mentre la superficie agricola è passata da 4,6 a soli 4,8 miliardi di ettari. Quanto sia straordinario quest’ultimo fatto, si può comprendere da quanto avvenuto in Cina fra il 1961 e il 2000, la superficie coltivata è rimasta pressoché invariata a 93 milioni di ha, mentre la produzione di cereali è cresciuta da 91 a 390 milioni di tonnellate.

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