Notiziario




Daniele ci ha lasciato: i dipendenti e collaboratori dell'Accademia lo ricordano

Tracciare un ricordo di Daniele Vergari non è sicuramente un compito facile!
È entrato in punta di piedi in Accademia con una prestazione occasionale per il riordino e la ricatalogazione del materiale librario del Fondo REDA. All'epoca, l’Accademia necessitava di una figura con elevata e comprovata esperienza nelle procedure biblioteconomiche e bibliografiche, unita a una specifica preparazione in campo agricolo: Daniele si rivelò la persona perfetta per tale incarico. Era il 7 ottobre 1996 e, da quel giorno, in un modo o nell’altro non è più uscito dalle mura della nostra sede.
A quella prima esperienza seguirono altri contratti di collaborazione non solo con i Georgofili, ma anche con l’Università di Firenze. Il suo percorso professionale è stato ricco e variegato: prima di approdare come dipendente al Consorzio di Bonifica nel 2005, ha lavorato per il CNR-IBIMET e per la Fondazione per l’artigianato artistico di Firenze, acquisendo competenze preziose e uniche, per poi collaborare anche con la CIA fino al 2023. Proprio grazie a un protocollo di intesa con il Consorzio di Bonifica, Daniele fu in seguito distaccato per alcuni giorni alla settimana presso la nostra Accademia. Lo scopo era approfondire le conoscenze legate al rapporto fra agricoltura e attività di bonifica, anche attraverso un attento riordino degli archivi storici.
Spirito sagace, di cultura sconfinata, era sempre pronto alla battuta: ironico e affettuosamente dolce, persino nei momenti di confronto o nei battibecchi. Infinite sono state le attività di ricerca che ha condotto alla Biblioteca Nazionale, alla Specola, a Botanica e in innumerevoli altri archivi; così come indimenticabili restano le sue originali ricerche storico-cimiteriali – i necrotour, come amava chiamarli ironicamente lui stesso – alla scoperta delle lapidi di personaggi storici.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: Il mondo agricolo ha l’esatta percezione dell’importanza del suolo?

Pagliai – Caro Marco in occasione della Giornata di Studio ai Georgofili su: “Nature Restoration Law” hai esternato una tua personale opinione che sul crescente consumo di suolo il mondo agricolo ne ha parlato poco; una affermazione che condivido totalmente e che ritengo sia opportuno discuterne anche perché il consumo di suolo non si arresta e, anzi, si prospettano ancora nuove forme di tale consumo come l’agrovoltaico, ecc.  Io sono fermamente convinto che lo stesso mondo agricolo non abbia la reale percezione dello stato di salute dei suoli italiani e sottovaluti pericolosamente il suo stato di progressivo degrado e, anche in questo caso, parlandone poco. Ormai, da anni, le produzioni agricole stanno diminuendo e, molto spesso, le cause vengono attribuite alla crisi climatica in atto ma quasi mai allo stato di degradazione dei suoli. Tu hai sempre posto grande attenzione a questa risorsa e mi fa piacere ricordare che abbiamo in comune un grande maestro come Fiorenzo Mancini il quale incitava noi, allora giovani, a difendere i suoli del “Paese più bello del mondo” ma questo suolo sembra davvero messo male in proiezione futura? Eppure, le conoscenze scientifiche del suolo e non solo sono oggi a livello di avanguardia e ricordo che già negli anni 90 del secolo scorso uno gli slogan del nostro mondo scientifico era: “la corretta gestione del suolo e dell’acqua sarà la sfida del futuro”. L’abbiamo persa? O aveva ragione Fiorenzo quando diceva che ero troppo pessimista? 

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Porcinai aveva ragione: il primo materiale sono le piante

La disponibilità di grandi quantità di dati, di software sempre più sofisticati e, oggi, di strumenti di intelligenza artificiale, ci abbia convinto che la conoscenza possa essere sostituita dall’elaborazione automatica delle informazioni.
Si tratta di un equivoco pericoloso. Saper utilizzare un computer o avere delle basi minime di informatica non significa essere esperti di arboricoltura,

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Qualità nutrizionale degli alimenti e caotico uso degli integratori

Gli integratori alimentari nascono a fine XIX secolo per sopravvivere, come il succo di agrumi per combattere lo scorbuto dei marinai da carenza di vitamina C o l’olio di fegato di merluzzo, che contiene la Vitamina D, contro il rachitismo dei bambini nelle città industriali senza sole. Dagli anni Cinquanta del XX secolo ad oggi gli integratori alimentari sono divenuti necessari e indicati per concrete necessità e precise indicazioni come carenze nutrizionali, diete sbilanciate, alimentazioni vegane o con elevate quantità di alimenti industriali anche ultra-processati.

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Spezie e oli essenziali: anche le bovine da latte mostrano di gradirli nella dieta

L’efficienza di conversione alimentare è un’importante chiave economico-ambientale, soprattutto per le bovine da latte forti produttrici.
Sono ormai alcuni anni che il mondo scientifico ha mostrato interesse nei riguardi di alcuni composti bio-attivi di origine vegetale. In particolare nei metaboliti secondari quali i terpeni fenolici, che si dimostrano efficaci nel migliorare le fermentazioni ruminali, le digeribilità dei nutrienti e lo stato ossidativo dell’animale.
L’effetto dei monoterpeni fenolici, come il carvacrolo, sui microrganismi ruminali era già stato descritto una decina di anni fa (Calsamiglia et al., J. Dairy Sci., 2007, 90: 2580-95).
Il carvacrolo è il principale costituente dell’olio essenziale di origano (Origanum vulgare). Il principale meccanismo della sua azione è l’inibizione selettiva dei batteri produttori di ammoniaca e degli archea metanogeni, con la conseguenza di aumentare la produzione di propionato e ridurre le proteolisi. Ne risulta un significativo aumento dell’efficienza energetica della dieta, senza condizionare il consumo di sostanza secca. In aggiunta a ciò, il carvacrolo mostra una potente attività di pulizia dai radicali liberi attraverso l’inibizione della perossidazione lipidica e l’attivazione di sistemi enzimatici quali la superossido dismutasi e il glutatione. Contro, cioè, lo stress ossidativo, tipico delle forti produttrici, che comporta, fra l’altro, compromissione del sistema immunitario, ridotta capacità riproduttiva e diminuita produzione di latte

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“Dialoghi sul Verde” – Il rapporto tra paesaggio e natura

Ferrucci: è complesso il rapporto tra paesaggio e natura. Letta con gli occhiali del giurista la natura è considerata come un sistema dinamico e interattivo di suolo, acqua, aria, biodiversità vegetale e animale, habitat, interconnesse tra loro e funzionalmente legate in positivo e in negativo con il clima e con la salute umana. A sua volta la nozione giuridica di paesaggio si è nel tempo emancipata sia dalla originaria connotazione valoriale di imprinting prettamente estetico, legata alla legge n. 1497 del 1939, sia dal suo dissolvimento nella allora neonata, dilagante e bulimica nozione di ambiente operato dalla legge n. 431 del 1985, ispirata all’esigenza di preservare e valorizzare categorie di aree morfologicamente connotate da spiccata rilevanza ecologico naturalistica, e dall’intento di arginare le conseguenze perverse della coeva sanatoria urbanistica: il diritto oggi, nel Codice dei Beni culturali e del paesaggio, sulle orme della Convenzione Europea del paesaggio,  legge il paesaggio come un singolare intreccio tra natura e opera dell’uomo che, mediato dal ruolo attivo della popolazione, in una spiccata logica bottom up, assume i connotati di elemento identitario di un territorio e riveste la valenza di bene culturale. Nell’ottica paesaggistica, la natura dunque è una componente del paesaggio: come si è tradotto questo concetto nel Piano paesaggistico della Regione Toscana, alla cui stesura tu hai dato un contributo sapiente e di grande rilievo? 

Lombardi: La presenza di una componente o “Invariante” ecosistemica all’interno del Piano paesaggistico regionale toscano (PIT_PPR) è stato un elemento di novità, e assolutamente non scontato, che ha reso questo strumento uno dei più importanti nell’ambito delle recenti politiche di tutela degli ecosistemi e della biodiversità nella nostra Regione. Assieme alle altre Invarianti (geomorfologica, rurale e urbana) quella ecosistemica ha costituito l’ossatura e la chiave di lettura del Piano paesaggistico, a cui sono stati associati quadri descrittivi e valoriali, criticità, obiettivi e soprattutto gli elementi più cogenti in termini di indirizzi, direttive e prescrizioni. Un approccio multidisciplinare, che ha trovato sintesi paesaggistica nei 20 Ambiti di paesaggio, e che ha visto coinvolti decine di esperti di varie discipline sotto il coordinamento scientifico dei Proff. Magnaghi e Baldeschi, dell’università di Firenze, e della supervisione dell’allora Assessore regionale all’Urbanistica Arch. Anna Marson.

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Mangimistica europea: il settore cresce ma la dipendenza dall’estero resta elevata

Il comparto europeo dei mangimi per animali da reddito conferma la propria solidità anche nel 2025, mostrando segnali di crescita nonostante uno scenario internazionale ancora caratterizzato da inflazione, tensioni geopolitiche e criticità legate alle malattie animali. È quanto emerge dal nuovo report di FEFAC, Federazione Europea dei Produttori di Mangimi Composti, che fotografa un settore in evoluzione, sempre più orientato verso innovazione, sostenibilità ed efficienza produttiva.

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“Technostress” e città verdi: come gli spazi urbani naturali aiutano a disconnettere la mente

Le tecnologie digitali quando impongono ritmi accelerati, continue interruzioni, complessità d’uso e invasione del tempo personale possono causare il cosiddetto possono generare “technostress” che nasce proprio dal sovraccarico digitale, dalla reperibilità continua e dalla fatica attentiva. In questo quadro, le aree verdi urbane possono funzionare come spazi di compensazione. 

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Hormuz, fertilizzanti e ordine globale: quello che il conflitto nel Golfo rivela sulla fragilità dei sistemi alimentari

Ho avuto l’opportunità di incontrare a Bruxelles Stefano Manservisi, al quale ha posto alcune domande sul conflitto nel Golfo Persico e sulle sue implicazioni per i sistemi alimentari globali e per l'agricoltura europea. Giurista di formazione (Università di Bologna, poi Paris I – Panthéon-Sorbonne), Manservisi ha avuto nel corso di una lunga carriera nelle istituzioni dell'Unione europea alcuni dei ruoli più rilevanti nella costruzione della politica estera e di sviluppo dell’unione Europea. È stato Capo di Gabinetto del Presidente della Commissione europea Romano Prodi dal 2001 al 2004, negli anni dell'allargamento a Est e dell'introduzione dell'euro. Ha poi guidato la Direzione Generale per lo Sviluppo e i rapporti con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, la Direzione Generale per la Migrazione e gli Affari Interni, la Delegazione dell'Unione europea in Turchia e il Gabinetto dell'Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, (Mogherini). Ha concluso la carriera istituzionale come Direttore Generale per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo. È oggi Consigliere senior presso l'European Institute of Peace e insegna alla Paris School of International Affairs di Sciences Po.

Lo Stretto di Hormuz è stato teatro di tensioni anche in passato. Cosa differenzia la crisi del 2026 dai precedenti episodi e cosa rivela sulla vulnerabilità dei sistemi alimentari globali?
La storia di Hormuz rischia di fuorviarci, perché il contesto è cambiato in modo strutturale negli ultimi trent'anni. Durante la cosiddetta "guerra delle petroliere" degli anni Ottanta, nel pieno del conflitto tra Iran e Iraq, il traffico di greggio fu gravemente disturbato e le marine occidentali dovettero intervenire per proteggere il passaggio delle navi mercantili. Ma quella crisi non produsse effetti apprezzabili sui mercati dei fertilizzanti per una ragione precisa: il Golfo Persico non era ancora un hub rilevante per la produzione e l'esportazione di fertilizzanti azotati. L'industria petrolchimica della regione orientata all'agricoltura si è sviluppata principalmente a partire dagli anni Novanta, quando i Paesi del Golfo hanno cominciato a valorizzare su scala industriale le proprie riserve di gas naturale per produrre ammoniaca e urea — il fertilizzante azotato più diffuso al mondo. I principali impianti sono stati commissionati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. È questa trasformazione industriale che rende la crisi del 2026 un caso strutturalmente inedito rispetto a tutti i precedenti.

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Dialoghi sull’ Alimentazione e la Salute: “Il cuore in forma”

Cipriani – La durata della vita in Italia sta ancora crescendo, arrivando nel 2025 a superare gli 83 anni, con le femmine in vantaggio di circa 4 anni sui maschi, secondo i dati ISTAT (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/storie-dati-salute.pdf). Vivere più a lungo però può comportare anche più acciacchi e malattie, come quelle del cuore e dei vasi che causano un decesso su tre. Per evitarle, oggi sappiamo cosa dobbiamo fare e ne parliamo con Niccolò Marchionni, professore emerito di Medicina Interna e Geriatria dell’Università di Firenze, Presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica, clinico di fama internazionale, che da sempre si occupa dei problemi cardiovascolari e cognitivi nell’anziano e della loro prevenzione efficace.   Marchionni ci insegna che la dieta, tra gli altri fattori, qui ha un ruolo davvero molto importante.  

Marchionni – Nel 2025, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riporta che le malattie non trasmissibili rappresentano nel mondo il 75% delle cause di morte e provocano ogni due secondi una morte prematura (cioè, prima dei 70 anni di età): tra queste, le più frequenti sono le malattie cardiovascolari (CVD), responsabili di 19,8 milioni di decessi, pari al 32% di tutte le morti globali (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/cardiovascular-diseases-(cvds). La stessa OMS suggerisce che l’85% di queste morti avrebbe potuto essere evitato o ritardato eliminando o riducendo l’impatto di fattori di rischio modificabili. I fattori che pesano di più sul rischio cardiovascolare sono infatti in gran parte nelle nostre mani: fumo, alimentazione errata, sedentarietà, peso corporeo eccessivo, scarsa qualità/quantità  del sonno, consumo di alcol, gestione dello stress, ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, sono tutti fattori di rischio per CVD ampiamente modificabili; e mantenendo un peso corporeo ottimale e prestando attenzione alla dieta, possiamo ridurre anche la probabilità di sviluppare diabete, altro fattore di rischio almeno parzialmente modificabile. Altri fattori – come familiarità, sesso, età – purtroppo non li possiamo cambiare, ma possiamo attenuarne molti degli effetti negativi con stili di vita corretti e con le terapie farmacologiche, quando servono. Terapie farmacologiche che sono tanto più fortemente raccomandate quanto maggiore è il rischio individuale. Basti pensare, a questo proposito, che le attuali linee-guida della European Society of Cardiology raccomandano obiettivi terapeutici di colesterolo LDL (il così detto colesterolo “cattivo”) assai più stringenti e ambiziosi che in passato: meno di 115 mg/dL in prevenzione primaria nel soggetto a basso rischio, ma meno di 55 mg/dL in prevenzione secondaria e/o nel paziente a rischio molto elevato (es.: pazienti con diabete mellito). Perché, in effetti, oggi si sa che per il “fattore di rischio colesterolo LDL” vale l’assioma: quanto più basso, tanto meglio.

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Il “federalismo pragmatico” di Draghi e le nuove responsabilità dell’Europa

Vi è oggi in Europa la crescente richiesta di una maggiore unità sui grandi processi decisionali, ma, contemporaneamente questa non riesce ad assumere forme concrete ed applicative. Da un lato è frenata dal difficile abbandono dei malintesi sovranismi dei singoli Paesi e dall’altro è rallentata da processi decisionali lunghi e complessi sino ad essere frenanti. 

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La frutta secca in guscio per salute e longevità

Secondo una revisione scientifica del 2026 effettuata su tutti gli studi epidemiologici, consumare più FSIG di chi ne consuma poca o per niente riduce significativamente la mortalità per tutte le cause ( - 23%) ed in particolare per quelle cardiovascolari (- 26 %), e contrasta l’occorrenza di nuove malattie cardiovascolari (- 14%), tra cui ictus cerebrale (- 9%) e malattie coronariche (- 19%), probabilmente grazie all’azione antiinfiammatoria, antiossidante ed equilibrante i profili lipidici ematici dei suoi nutrienti.

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Deborah Piovan, Cavaliera dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: “Il mio impegno per le sfide del sistema agroalimentare tra ricerca, istituzioni e campi coltivati”

L'accademica dei Georgofili Deborah Piovan, imprenditrice agricola e divulgatrice scientifica, è stata recentemente insignita dalla Presidenza della Repubblica con il titolo di 'Cavaliera dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana'. Deborah Piovan è una figura chiave in Italia quando si parla di agricoltura basata sulle evidenze scientifiche e sull’ innovazione in campo e anche per il suo pragmatismo imprenditoriale. L’abbiamo intervistata dopo la cerimonia pubblica che si è svolta il 2 giugno al cospetto del Prefetto di Padova.

Dottoressa Piovan, la nomina a Cavaliere al Merito della Repubblica premia il suo impegno nella divulgazione e nell'impresa. Spesso il mondo della ricerca, quello dell'agricoltura e le istituzioni politiche sembrano parlare lingue diverse. Lei come vive questo ruolo di "intermediatrice" e quale significato ha questa onorificenza per chi, come lei, difende la scienza in agricoltura?
Prima di tutto vorrei dire che mi sono sempre sentita al servizio di un Paese che mi ha dato molto, facendomi studiare gratuitamente in una Scuola Universitaria di eccellenza. Ho sempre pensato che divulgando e raccontando le sfide del sistema agroalimentare stavo in effetti restituendo qualcosa: era ed è un mio dovere. Questo riconoscimento mi motiva ancora di più.
Io non penso che ci siano lingue diverse in ballo, ma solo scarsa conoscenza reciproca. Il divulgatore, la divulgatrice, sono semplicemente al servizio di questo dialogo, offrendo a ogni parte coinvolta punti di vista nuovi, aiutando una conversazione, che talvolta si perde in vicoli ciechi a causa di interessi devianti o di paure infondate, a ritornare sulle sfide e sugli strumenti a disposizione. L’obiettivo? Generare soluzioni condivise.

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Dialoghi sull’Agroindustria - "Oltre la Terra: le microalghe come nuova frontiera della sostenibilità"

Ranalli: Le alghe sono un gruppo estremamente eterogeneo di organismi viventi, che spaziano da forme microscopiche unicellulari (microalghe) a organismi giganti pluricellulari lunghi decine di metri (macroalghe). Accomunate dalla capacità di essere autotrofe, vivono principalmente in acqua (dolce o salata), producono circa la metà dell'ossigeno atmosferico e rappresentano la base della catena alimentare acquatica: semplici nella struttura ma vitali per il pianeta. Grazie alla loro velocità di crescita e alla ricchezza di nutrienti, sono considerate una delle risorse chiave per l'economia verde del futuro. Infatti, alcune specie di macroalghe possono crescere fino a 50 cm al giorno, pertanto costituiscono una delle biomasse più rinnovabili ed efficienti del pianeta. La loro composizione chimica varia enormemente tra le migliaia di specie esistenti e questa versatilità di nutrienti e molecole sintetizzate determina i loro molteplici impieghi. La ricerca scientifica oggi non si limita a usare l'alga "intera", ma lavora come in una bioraffineria: estrae selettivamente ogni singolo nutriente (proteine, oli, zuccheri) per destinarlo all'industria più appropriata, riducendo al minimo gli sprechi.
Roberto, come esperto mondiale di fotosintesi, biologia vegetale e bioenergetica, con riguardo specificamente alle alghe, la tua attività si è concentrata principalmente su come questi organismi catturano la luce e la trasformano in energia chimica. È così?

Bassi: Sì. Questa è stata la prima domanda che mi sono posto da ricercatore all’orto botanico di Padova a cavallo tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso. Cercando risposte, mi sono addentrato in una complessità strutturale e funzionale inaspettata. Ricordo bene come, dopo aver pubblicato i primi risultati sulla identità biochimica del fotosistema II, che era ancora sconosciuta, i colleghi mi spingessero ad approfondire quell’argomento, considerato fondamentale.  La comunità degli studiosi della fotosintesi era allora costituita soprattutto da bravissimi biofisici, come Pierre Joliot-Curie e Francis-André Wollman a Parigi, Jim Barber a Londra e Daniel Arnon a Berkeley. Wollman, mi ripeteva che la mia passione per la ricerca non poteva essere sprecata nello studio di quelle “scatole piene di clorofilla” che assorbivano fotoni ma erano prive di qualsiasi regolazione.  Tuttavia, pur amando la fisica, la mia cultura era fondamentalmente biologica e mi portava a guardare ai genomi per capire cosa fosse importante nella vita degli organismi. Negli anni ’80 si accumulavano i dati sulle sequenze geniche delle piante ed era chiaro che, mentre i componenti dei centri di reazione erano tutti codificati da pochi geni, quasi identici tra loro in specie diverse, le proteine LHC (Light Harvesting Complexes, che codificavano per le proteine antenna), erano molti e diversificati. La grande capacità delle piante di adattarsi a climi contrastanti poteva solo essere basata su una grande diversità di strutture, funzioni e livelli di espressione come quelle che si vedevano nella famiglia multigenica lhc. Se lo scopo era quello di ottimizzare la crescita delle piante attraverso la genetica, pensavo, era meglio puntare su queste ultime proteine, allora ancora sconosciute nonostante fossero le proteine di membrana più abbondanti sulla Terra. 

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Ogliastra: una tempesta di vento colpisce i suoi boschi. Quale ripristino?

Dalla mattina del 11 fino alla notte del 12 febbraio 2026 una violenta e intensa perturbazione atmosferica ha colpito tutta la Sardegna. In particolare, associati a piogge anche abbondanti, venti provenienti dai quadranti ovest e nord-ovest, hanno raggiunto velocità superiori ai 200 km/h.
In Ogliastra (Sardegna centro-orientale) l’uragano ha causato notevoli danni ai soprassuoli forestali nella loro parte aerea (schianti di fusti), con diffusi sradicamenti, verificati in prevalenza nelle aree boscate dei versanti orientali dei Monti del Gennargentu (Comuni di Arzana, Gairo, Lanusei e Villagrande) e dei Tacchi calcarei (Comuni di Osini, Seui ed Ulassai). Schianti si sono verificati anche nei parchi, giardini e frutteti di questi Comuni senza peraltro, fortunatamente, colpire le persone.
Dalle prime valutazioni è emerso che sono stati distrutti o decimati soprassuoli forestali per oltre 200 ettari (sfiora circa 5000 mc il volume del materiale legnoso atterrato), soprattutto rimboschimenti puri e/o misti di pino marittimo, pino laricio ed in misura minore di pino insigne, caratterizzati da strutture monoplane e densità elevata; anche le leccete hanno subito danni severi.
Sul ripristino di questi boschi occorre un attento approfondimento.
Molto importante è disporre di osservazioni preliminari che tengano conto di tutti i fattori coinvolti, gli agenti concomitanti e/o aggravanti.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: Le principali criticità economico-produttive nell’ambito delle politiche agricole e del governo del territorio

Pagliai – Caro Domenico, tu lavori da trent’anni a contatto diretto con gli agricoltori quindi nessuno meglio di te ha il polso delle reali criticità del mondo agricolo. Tutti sappiamo che l’agricoltura versa in grave crisi e fra le numerose criticità, a mio avviso, ce ne è una ampiamente sottovaluta se non ignorata del tutto ed è la degradazione del suolo. Lo stato di degrado dei suoli italiani è ormai drammatico: 21% a rischio desertificazione (41% nel sud); perdita del 30% della capacità di ritenzione idrica negli ultimi 40 anni; la perdita di suolo per erosione supera di 30 volte il tasso di sostenibilità (erosione tollerabile); perdita di sostanza organica, il cui contenuto, in vaste aree, scende addirittura sotto l’1%, ecc. Per non parlare poi di altre forme di degrado, non causate dall’agricoltura ma che però ne è vittima, come il consumo di suolo che, guarda caso, riguarda sempre i migliori suoli da un punto di vista agricolo. Dall’inizio degli anni ‘80 si sta verificando un decremento della capacità produttiva del suolo in vaste aree di terre coltivate. La situazione è aggravata dalla crisi climatica in atto con le piogge torrenziali concentrate in un breve periodo che accentuano i processi erosivi e il ruscellamento superficiale che porta ad una perdita d’acqua del 90% e i lunghi periodi di siccità. A mio avviso molti agricoltori (se la quasi totalità) non hanno la percezione dello stato attuale dei suoli delle loro aziende; mi sbaglio? 

Saraceno – Il graduale impoverimento dei suoli è un problema oggettivo. Inutile ricordare che la scomparsa nelle aziende agricole della zootecnia ha determinato una perdita delle fertilità che non è facile da tamponare con l’apporto di fertilizzanti provenienti dall’industria. Come ben sappiamo la virtuosità della zootecnia era legata non solo alla produzione del letame, quanto alla presenza nelle aziende delle specie foraggere e degli avvicendamenti colturali che garantivano un apporto importante di sostanza organica ai terreni. La presenza poi delle leguminose, non solo per la fissazione dell’azoto atmosferico, come sappiamo è molto utile al terreno e alle colture. I suoli troppo sfruttati, senza apporto di sostanza organica da anni e per molto tempo utilizzati per la monocoltura, oggi non aiutano l’agricoltore a produrre, è vero infatti che in molti terreni la resa unitaria dei cereali diminuisce invece di aumentare. Poi con i prezzi attuali dei prodotti agricoli spesso non vale nemmeno più la pena di coltivare ed allora nel migliore dei casi si opta sul riposo rotazionale oppure si va verso l’abbandono dei terreni.

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A colloquio con Riccardo Velasco: “La ricerca non ha confini, le TEA sono il mio sogno nel cassetto”.

Nominato contemporaneamente direttore generale della Fondazione Edmund Mach e del Centro CREA di genomica e bioinformatica, nonché neoaccademico Ordinario dei Georgofili.

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Protezione degli alberi nelle aree urbane dalle invasioni di organismi alieni

Nel prossimo futuro il nostro Paese dovrà affrontare sfide strategiche nel contesto di un Europa proiettata verso un modello di società che pone al primo posto percorsi di sostenibilità, nei quali anche la gestione delle foreste e delle aree naturali e i programmi di ampliamento del verde nelle città, dovranno essere declinati in funzione della tutela della salute dei cittadini, della inversione della perdita di biodiversità, della neutralità climatica e dell’aumento di competitività per un’Unione più ecologica, digitale e resiliente.

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Frutta a guscio, il mercato globale ridisegna il futuro dell’Italia

Tra volatilità dei prezzi, concorrenza internazionale, cambiamento climatico e nuove esigenze di organizzazione commerciale, il comparto italiano della frutta a guscio cerca una nuova traiettoria fondata su qualità, origine, innovazione e integrazione di filiera.
Nel panorama agroalimentare contemporaneo, pochi comparti mostrano con la stessa evidenza della frutta a guscio quanto il rapporto tra dimensione locale e scenario globale sia ormai diventato inscindibile. Prezzi, approvvigionamenti, margini industriali e opportunità di sviluppo non dipendono più soltanto dalle condizioni nazionali, ma risultano sempre più influenzati dai grandi poli produttivi mondiali, dai flussi del commercio internazionale e dagli equilibri competitivi tra i principali Paesi esportatori e trasformatori.
Questa è la chiave interpretativa che emerge dall’analisi dedicata alle dinamiche economiche nazionali e internazionali del comparto: un settore che da un lato presenta interessanti prospettive di crescita, ma dall’altro è esposto a forti tensioni concorrenziali, a elevata volatilità e a criticità strutturali che impongono una riflessione strategica. Il nodo centrale non riguarda soltanto l’aumento della produzione, ma la capacità di costruire valore economico attraverso qualità, posizionamento commerciale, organizzazione di filiera e differenziazione dell’offerta.
Lo scenario globale della frutta a guscio presenta una composizione merceologica fortemente concentrata. La mandorla rappresenta il 27% del totale, il pistacchio il 20%, l’anacardio e la noce il 19% ciascuno, mentre la nocciola si colloca al 10%. Queste quote permettono di comprendere il peso relativo delle diverse specie, ma soprattutto aiutano a leggere i differenti modelli di integrazione commerciale che caratterizzano il comparto.
Dietro i numeri si nascondono infatti assetti economici molto diversi. Alcune referenze si muovono in mercati standardizzati, dominati da grandi volumi e da forte internazionalizzazione; altre, invece, mantengono una maggiore specificità territoriale e possono trovare spazi di valorizzazione attraverso qualità, origine e trasformazione locale, per questo motivo, l’analisi quantitativa da sola non basta: va affiancata a una lettura qualitativa dei rapporti di forza tra operatori, Paesi produttori e mercati di sbocco.

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Dialoghi sul Verde: “Beni comuni, amministrazione condivisa e foreste”

Ferrucci: Nei miei “Dialoghi sul Verde” ho cercato più volte di mostrare come il rapporto tra comunità e natura non possa più essere letto soltanto in termini di tutela imposta dall’alto o di appartenenza in senso strettamente proprietario. Vi sono beni che, pur assumendo forme giuridiche diverse, esprimono un valore che supera l’interesse del singolo e si proietta sull’intera collettività, sino a coinvolgere le generazioni future. È in questa prospettiva che il tema dei beni comuni ha assunto, negli ultimi anni, una forza crescente, aprendo la strada a modelli nuovi di collaborazione tra cittadini e istituzioni. Anche in assenza di una disciplina generale unitaria, l’amministrazione condivisa ha mostrato di poter offrire risposte concrete nella cura del verde, nella gestione partecipata delle risorse ambientali, nella valorizzazione dei territori forestali e persino nella costruzione di strumenti innovativi, come gli accordi di foresta, utili anche a contrastare la frammentazione che da tempo indebolisce molti contesti boschivi. Proprio per comprendere meglio il significato e la portata di questa evoluzione, vorrei partire dalla domanda più semplice, ma anche dalla più importante. Quando parliamo di beni comuni, che cosa intendiamo davvero?

Flick: Parliamo di beni che, più che appartenere a qualcuno, servono a tutti. Non conta solo il titolo di proprietà, ma la funzione che quel bene svolge per la comunità e per le generazioni future. Per questo possiamo guardare come beni comuni all’acqua, al verde urbano, ai sentieri, ai boschi, ai paesaggi. Il punto decisivo è questo: un bene comune è un bene che chiede responsabilità condivisa, perché dal suo buono stato dipendono qualità della vita, diritti fondamentali ed equilibrio ambientale. E non è neppure un elenco chiuso: i beni comuni si riconoscono e si sviluppano nel tempo, man mano che la collettività comprende meglio il loro valore. 

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Il misterioso colore del cibo

Carne rossa o bianca? Liquore alla menta verde? Violette candite buone, melanzane viola un tempo ritenute causa di pazzia? Da sempre la nostra specie, e certamente quelle che ci hanno preceduto, ha mangiato cibi scelti in base al loro aspetto, profumo e colore, oltre che sapore, e i prodotti alimentari e le bevande per millenni sono stati appositamente colorati.
Ancora oggi il colore degli alimenti sostiene un mercato globale di circa quattro miliardi di dollari, con una proiezione di circa sei miliardi entro il 2031, con la crescente preferenza per coloranti naturali rispetto a quelli sintetici a causa di preoccupazioni sulla salute che richiede prodotti naturali con una "etichetta pulita" (clean label) specialmente nelle bevande, prodotti da forno, pasticceria e latticini, dove una personalizzazione del colore è fondamentale.
Esistono molteplici relazioni tra colore e gusto, che necessitano di ricerche neuroscientifiche cognitive perché il colore alimentare ha avuto e continuerà a svolgere un ruolo importante nel dettare il comportamento dei consumatori.

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Verso l’istituzione di un Centro di Coordinamento Nazionale per la Conservazione delle risorse genetiche vegetali di interesse agrario

  • 20 May 2026
  • Mario Marino, Teodoro Cardi, Roberto Papa, Francesco Sunseri, Oriana Porfiri, Ignazio Verde, Stefania Masci **

L’agrobiodiversità rappresenta una risorsa fondamentale per il futuro della sicurezza alimentare e dell’agricoltura. La conservazione e l’uso sostenibile delle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura (RGVAA), sia essa in condizioni on farm, in situ o ex situ, dipendono in larga misura dalla capacità di preservarne e caratterizzarne il patrimonio genetico, garantendo al contempo un accesso equo e regolamentato alle informazioni genetiche.

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Riso made in Italy: serve tutelare produttori, consumatori e incentivare la ricerca

A seguito della recente decisione europea di attivare soltanto al 45% le clausole di salvaguardia sull’importazione del riso, abbiamo ritenuto opportuno interpellare la nuova accademica georgofila, Natalia Bobba, prima donna a ricoprire la carica di Presidente in oltre novant'anni di storia dell'Ente Italiano Risi. Abbiamo parlato di mercato ma anche di ricerca e trasparenza, sostenibilità e tutela dei consumatori.

Quali sono le sfide cruciali che il settore del riso italiano deve vincere entro la fine di questo decennio per rimanere competitivo a livello globale?
Per rimanere competitivo entro il 2030, il settore del riso italiano deve vincere alcune sfide fondamentali: innanzitutto una gestione radicalmente più efficiente delle risorse idriche, investendo in infrastrutture moderne e tecniche di irrigazione a goccia per contrastare il cambiamento climatico; la garanzia della reciprocità commerciale a livello europeo, affinché le importazioni dal Sud-est asiatico rispettino gli stessi severi standard ambientali e sociali imposti ai nostri agricoltori; infine, l’implementazione capillare dell’Agricoltura 4.0, utilizzando droni, sensori e blockchain per abbattere i costi di produzione e certificare l’autenticità del prodotto contro le contraffazioni globali.

E’ di pochi giorni fa la decisione del Parlamento europeo di attivare le clausole di salvaguardia dopo il 45% di importazioni: spieghiamo innanzi tutto ai nostri lettori che cosa sono le clausole di salvaguardia e perché la risicoltura italiana non ha accolto con favore questa notizia. Quali misure sarebbero invece necessarie per tutelare i nostri produttori?
Occorre premettere che l'introduzione di una clausola di salvaguardia automatica per il settore risicolo nell'ambito del regolamento SPG rappresenta un passo avanti significativo per la filiera, poiché prima di questo meccanismo il settore aveva a disposizione solo una clausola generale attivabile esclusivamente dopo anni di complesse indagini sui danni subiti dalle importazioni agevolate da paesi come Cambogia e Myanmar. Le clausole di salvaguardia sono infatti strumenti di difesa commerciale che permettono di ripristinare temporaneamente i dazi doganali quando l'eccesso di prodotto straniero a basso costo destabilizza il mercato interno e con la nuova norma, il ripristino avverrà automaticamente quando le importazioni da un singolo paese supereranno la media mobile degli ultimi dieci anni con un incremento del 45%, applicando per l'anno successivo come soglia solo la media decennale.
La soddisfazione per l'ottenimento di questo automatismo è stata però messa in crisi dalle sue modalità di applicazione, poiché fissare la soglia di attivazione ad un aumento del 45% rispetto alla media decennale significa, di fatto, intervenire quando il mercato sarà già stato inondato di riso straniero e i danni economici per i risicoltori italiani saranno ormai irreversibili. Per tutelare realmente i nostri produttori, sarebbe stato necessario prevedere un limite di scatto molto più basso, idealmente non superiore al 20%, e integrare queste misure con l'obbligo della reciprocità degli standard produttivi attraverso le cosiddette "clausole a specchio", affinché il riso di importazione che non paga dazio debba quantomeno rispettare gli stessi severi divieti sull'uso di pesticidi e le stesse tutele sociali vigenti in Italia, evitando così una concorrenza basata esclusivamente sul ribasso dei costi e sulla negazione dei diritti.

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