Notiziario





Il nuovo business mondiale della dipendenza

C’è una guerra invisibile che si combatte ogni giorno contro la nostra libertà di scegliere. È l’ "economia della dipendenza”, un modello che orienta consumi e comportamenti agendo in modo silenzioso ma estremamente efficace, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

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Le specie arboree invasive in ambito urbano

Un primo nodo concettuale riguarda la distinzione tra specie aliene (o alloctone o esotiche) e specie invasive. Le prime sono semplicemente introdotte dall’uomo al di fuori del proprio areale naturale; di queste solo una piccola percentuale di esse può diventare invasiva, ossia capace di diffondersi aggressivamente e di alterare struttura e funzionamento degli ecosistemi. 

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Il futuro dell’agricoltura e dell’alimentazione al tempo delle crisi globali

La prima metà degli anni 2000 sembra destinata a divenire il tempo delle crisi globali. Il conflitto che vede contrapposti gli Usa e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, momento dopo momento appare di durata incerta, di esito insicuro  e, soprattutto, in grado di provocare inattesi contraccolpi. Il complesso quadro geopolitico del Medio Oriente apre nuovi fronti e inserisce inaspettati elementi che sembrano porre le premesse per un’altra crisi globale che si aggiunge a quelle che si sono susseguite nei due decenni iniziali del secolo.
L’aspetto che più colpisce, almeno nella fase attuale, oltre all’intensità del conflitto armato, è l’apertura di una crisi energetica di proporzioni molto gravi per così dire collaterale rispetto a quella bellica. Paradossalmente la mossa iraniana di bloccare il transito navale nello stretto di Hormuz diventa per sé un’arma micidiale perché blocca circa il 20% del petrolio e il 30% del gas liquefatto prodotti nel mondo oltre ad un quarto dei fertilizzanti. Una mossa in apparenza semplice ma che rivela una delle intrinseche debolezze molto complesse dell’economia mondiale di cui spesso ci si dimentica e cioè l’esistenza di una serie di interdipendenze fra elementi chiave del sistema economico globale in apparenza minori, ma in realtà di grande impatto sull’ intera economia mondiale. È il caso di Hormuz, che rappresenta “solo” un vero e proprio collo di bottiglia nella grande mappa dei trasporti marittimi dei flussi dei prodotti energetici ma che è in grado di causare quella che può diventare, forse, la maggiore crisi energetica registrata nel tempo, con vaste ricadute sull’intera economia mondiale.
L’improvvisa carenza di petrolio e derivati e di gas ne ha fatto impennare i prezzi e ha causato in vaste aree del mondo interruzioni produttive e conseguente carenza di importanti prodotti. A ciò si è accompagnata un’inattesa impennata inflazionistica unita ad una non voluta riduzione di offerta di prodotti di ogni genere, con ciò ampliando la spinta inflazionistica stessa. Mentre sviluppiamo queste considerazioni non è ancora chiaro quale potrà essere l’esito finale di questo episodio né a quali cambiamenti possa portare nella grande scacchiera dell’economia mondiale per il complesso interagire di mosse e contromosse intese a frenare o a potenziare gli effetti della crisi, tenendo altresì conto di quanto avviene nei complessi equilibri di potere mondiali in una fase incontestabilmente animata dalla politica di potenza messa in atto dagli Usa di Trump.

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“Dialoghi sull’ Agroindustria “- Carne rossa, etica e clima: verso un consumo consapevole?

Ranalli: La Carne rossa è uno dei temi più complessi e divisivi dei nostri tempi, poiché intreccia evidenze scientifiche, scelte etiche, impatti ambientali e tradizioni secolari. Infatti, è diventata il campo di battaglia preferito per crociate salutiste, battaglie ambientali e tradizioni culinarie intoccabili. Spesso, però, in questo scontro tra estremi (chi la mangia a colazione e chi la considera "veleno"), la verità scientifica finisce in secondo piano. Proviamo a fare un po' di ordine distinguendo i fatti dal "sentito dire". Mi interessa farlo con te, Prof. Ballarini, poiché non ci sarebbe altra competenza migliore.

Ballarini: La tua domanda sulla carne rossa pone molti e complessi problemi, non ultimo l’interpretazione dei risultati delle ricerche sperimentali sull’attività cancerogena degli alimenti. Negli anni Ottanta del secolo scorso ero alla Comunità Europea nello SCAN (Comitato Scientifico Alimentazione Animale), che poi confluirà nell’attuale EFSA (European Food Safety Authority, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e un argomento di lavoro importante era la valutazione dell’attività cancerogena degli alimenti, in particolare degli additivi. A tutti i componenti del Comitato fu inviato la documentazione di un’accurata ricerca su un additivo che avrebbe dovuto essere usato come grow promoter e cioè migliorare l’accrescimento e la vita di maiali e polli. Quattro gruppi di topi della stessa linea genetica furono mantenuti in uguali condizioni di ambiente e alimentazione, a un gruppo non era dato l’additivo, agli altri gruppi dosi crescenti di additivo: 10 – 100 e 1000. Gli animali furono mantenuti fino a che non ne restarono il dieci per cento e tutti gli animali morti furono esaminati per la ricerca di tumori. Risultato: il numero di tumori aumentava proporzionalmente alla quantità di additivo somministrato. All’apertura della riunione il presidente dichiarava che i dati erano chiari e che l’additivo era cancerogeno e tutti sembrarono d’accordo, meno un ricercatore belga che ci disse quanto segue: “Di ogni gruppo di topi ho calcolato il numero di settimane che gli animali sono vissuti e quanti sono stati i tumori rilevati: lo stesso numero per settimana. L’additivo non è cancerogeno, ma fa vivere meglio e più a lungo i topi che per questo hanno il tempo di manifestare più tumori”. Tutti accettammo quest’ultima affermazione e il presidente concluse dicendo “la scienza è come la Bibbia, bisogna saperla interpretare”. Oggi riteniamo che la carne rossa non sia causa di cancro, soprattutto nel grosso intestino, ma piuttosto un suo uso eccessivo provoca alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), quaranta anni fa ancora pochissimo noto, in realtà sconosciuto.

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Quale verde per le nostre città

In un momento storico nel quale molti amministratori sottolineano la necessità di aumentare gli spazi verdi urbani, sembra utile proporre alcune riflessioni sull’argomento

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La crisi silenziosa: salute mentale degli agricoltori in Europa

Chi coltiva la terra europea lo fa spesso in solitudine, sotto il peso di variabili fuori dal proprio controllo: il clima che cambia, i mercati che oscillano, una burocrazia soffocante e una percezione sociale distorta che trasforma il contadino in un imputato, accusato di inquinare e di resistere al progresso. Non sorprende, allora, che la salute mentale degli agricoltori sia diventata una delle emergenze più urgenti e silenziose del nostro continente. I dati, quando si riesce a raccoglierli in modo sistematico, dipingono un quadro allarmante.
L’Accademia dei Georgofili ha aperto l’anno scorso il dibattito sulla questione in un convegno che ha raccolto molto interesse e la cui registrazione può essere riascoltata QUI. Ne abbiamo scritto QUI.
Il 26 marzo scorso l’Accademia è stata invitata a portare la propria esperienza in un webinar organizzato da SafeHabitus, con l’obiettivo di portare testimonianze da esperti, ascoltare quali sfide debba affrontare chi si occupa del tema del benessere mentale degli agricoltori, quali siano le soluzioni e le best practices messe in atto nei vari Paesi europei.
Il progetto SafeHabitus (https://www.safehabitus.eu/), finanziato dal programma Horizon Europe con 4,7 milioni di euro e coordinato da Teagasc (Irlanda), è oggi il più importante sforzo di ricerca europeo su questo tema, coinvolgendo 20 partner in 12 Paesi.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: La biofortificazione agronomica per migliorare le qualità nutrizionali delle piante: l'integrazione di selenio

Pagliai – Cara Beatrice, intanto è un grande piacere dialogare con te anche perché mi fa ricordare il bel periodo passato al mitico Istituto per la Chimica del Terreno di Pisa ma bando ai ricordi e veniamo al tema di questo dialogo. Nel dialogo sull’agroindustria del 9 luglio 2025 di Paolo Ranalli si parlava di una nuova frontiera rappresentata dalla “biofortificazione degli alimenti”; confesso la mia ignoranza ma non conoscevo questo termine. Approfondendo l’argomento ho trovato che si parla anche di “biofortificazione agronomica” e mi è venuto in mente che tu hai lavorato molto sulle interazioni nutrienti-suolo-pianta, specialmente per quanto riguarda il selenio. Ci puoi ribadire di cosa si tratta esattamente? 

Pezzarossa – La biofortificazione è un processo che consente di migliorare le caratteristiche nutrizionali delle piante coltivate o di alcune loro parti e può essere ottenuta mediante tecniche di ingegneria genetica, che prevedono la manipolazione del genoma della specie oggetto di studio, attraverso metodi convenzionali di miglioramento genetico, oppure con un approccio agronomico come la concimazione al suolo o la fertilizzazione fogliare. La biofortificazione agronomica è ottenuta con tecniche di fertilizzazione non invasiva e mira ad ottenere prodotti agricoli, e quindi alimenti destinati al consumo umano, arricchiti in minerali, vitamine o altri composti benefici ad alta biodisponibilità capaci di contribuire alla riduzione dell’incidenza di alcune patologie.
Lo sviluppo e la coltivazione di prodotti biofortificati possono rappresentare un’opportunità alternativa, rispondendo alle esigenze di nicchie di mercato interessate a cibi ad alto valore salutistico. La domanda di prodotti funzionali è in costante crescita e la produzione di ortofrutta biofortificata si inserisce pienamente in questa tendenza.
L’aumento della quantità di micronutrienti biodisponibili negli alimenti di origine vegetale destinati al consumo umano rappresenta una sfida particolarmente importante sia per i Paesi in via di sviluppo che per quelli industrializzati. Questo processo può costituire un valore aggiunto per le produzioni ottenute nelle società economicamente più avanzate, favorendo una maggiore competitività dei prodotti agricoli sul mercato.

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La fotografia del mondo contadino

Da quando fu inventata, intorno al 1840, la fotografia ha influenzato il “regime percettivo” in maniera sempre più forte. Con l’avvento del cinema e, poi, della televisione si è creata una vera e propria civiltà dell’immagine. Naturalmente l’“immagine analogica”, come ha scritto Pierre Sorlin (I figli di Nadar. Il “secolo” dell’immagine analogica, Einaudi, Torino, 2001), è inseparabile dalla visione umana e dal punto di vista o meglio dalla scelta del soggetto. Quindi la fotografia non rappresenta la realtà oggettiva, ma piuttosto un punto di vista.

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Perché celebriamo la Giornata Meteorologica Mondiale?

Meteorologia è una parola di origine greca ed indica lo ‘studio dei fenomeni celesti, delle cose che si trovano in alto nell’aria’, dunque essa è la scienza che studia l’atmosfera terrestre, sottile involucro che racchiude il nostro Pianeta. Nelle più antiche civiltà, Egizi, Assiri-Babilonesi, Popoli dell’Oriente (Cina, Corea, India), l’interesse nasceva dalla esigenza di risolvere problemi quotidiani come, ad esempio, stabilire il periodo adatto per le celebrazioni religiose, per la semina e la mietitura delle messi, per prevedere l’andamento del raccolto. Molti dei fenomeni osservati venivano spiegati ricorrendo alla mitologia e all’intervento di Dei più o meno benevoli. Numerosi sono i reperti che raccontano questa storia: dai papiri, alle incisioni sulle stele, o su tavolette di argilla. I primi rudimentali pluviometri permisero in India di misurare le piogge già nel 300 a.C. ottenendo indicazioni su quali piante fossero adatte alla crescita in determinate aree, utilizzando lo studio del cielo come strumento per l’agricoltura.

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Dalla carta al digitale: l’archivio storico dell’Accademia dei Georgofili è ora totalmente online

205.689 immagini disponibili online. 643.749 file prodotti. Un archivio di 190 buste. Uno scanner planetario. Tre anni di lavoro. Sono questi i numeri dell’imponente lavoro di digitalizzazione dell’archivio storico (1753-1911) dell’Accademia dei Georgofili, condotto definitivamente a termine. Le scritture sono ora a disposizione gratuitamente nella loro interezza sul sito dell’Accademia (QUI). Un’operazione condotta dall’Accademia con l’autorizzazione della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Toscana e l’indispensabile sostegno del Ministero della Cultura e della Fondazione CR Firenze, tutte Istituzioni alle quali comprensibilmente viene indirizzata la gratitudine dei Georgofili. Altrettanta gratitudine è opportuno esprimere a chi ha prestato la sua competenza informatica per realizzare, rendere “ospitabile” e poi fruibile tutto il lavoro svolto, vale a dire Giovanni Salucci e la sua Progettinrete.

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Dialoghi sul Verde: “La gestione forestale sostenibile”

Ferrucci: parliamo di sostenibilità, un termine così frequentemente evocato, direi ormai inflazionato e talvolta abusato e mistificato, declinazione di quel principio dello sviluppo sostenibile che, come si dipana nell’ordito della riflessione multidisciplinare sulla crisi economica, sociale, ambientale, così si irradia nel tessuto normativo del diritto che con quelle emergenze si confronta. Nel settore forestale, il d.lgs. 3 aprile 2018, n. 34 Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali, declina la sostenibilità in relazione alle molteplici funzioni del bosco e coniuga le sue diverse sfaccettature nella nozione di gestione forestale sostenibile, che rappresenta obiettivo cardine del suo intervento e a filo conduttore delle disposizioni che compongono il suo complesso quadro normativo, conciliando così la gestione produttiva del bosco con la protezione delle ulteriori sue valenze che rivestono un interesse pubblico. Nell’importante lavoro monografico che hai dedicato alle tematiche forestali, evidenzi la matrice internazionale ed unionale del concetto di gestione forestale sostenibile: rilevi delle criticità nella traduzione italiana di quelle indicazioni?  

Mauro: Le definizioni internazionali di gestione forestale sostenibile costituiscono l’espressione di un compromesso, da collocarsi in un contesto dove non si è mai giunti ad un accordo vincolante. Come tutti i compromessi, da un lato, intendono trovare una soluzione condivisa a un problema comune; dall’altro, sono perfettibili. Ferma questa premessa, e provando così ad entrare più nel concreto della domanda, la definizione di gestione forestale sostenibile adottata dall’Italia è in parte la traduzione letterale di quanto elaborato nelle sedi internazionali, in particolare il Forest Europe, un processo politico volontario avviato nel 1990 che riunisce Stati di area europea e ONG per definire strategie comuni di protezione e gestione sostenibile delle foreste.
In estrema sintesi, la definizione intende definire un approccio alla gestione forestale centrato sull’obiettivo di valorizzare la multifunzionalità del patrimonio boschivo. Il problema, però, non è tanto nella definizione in sé, di sicuro condivisibile sul piano astratto, quanto negli strumenti per declinarla nel concreto, che incontrano diverse difficoltà sotto il profilo internazionale, europeo, nazionale e locale. Internazionale, perché non si è ancora mai arrivati all’adozione di un accordo vincolante sulla gestione del patrimonio forestale e si registra un forte contrasto tra le posizioni dei paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, dovendo al contempo rilevare che anche in ambiti internazionali più circoscritti dove si affrontano problematiche simili -come ad esempio il Forest Europe- c’è una certa resistenza nel cedere sovranità sulle politiche forestali, tanto che quell’iniziativa avviata nel 2011 e che avrebbe dovuto portare all’adozione di un atto giuridicamente vincolante è poi naufragata nel 2021; europeo, perché il legno non è mai stato considerato un prodotto agricolo ai sensi del diritto unionale, con la conseguenza che le istituzioni europee intervengono nel settore con politiche che valorizzano prevalentemente l’aspetto ambientale, ma la gestione forestale sostenibile è un concetto molto più complesso e articolato, che dovrebbe considerare anche una dimensione paesaggistica ed economica, solo per citarne alcune; nazionale, perché la tutela del patrimonio forestale è finora stata costruita concentrandosi su singole funzioni atomisticamente considerate, complici anche le competenze attribuite ai singoli Ministeri, e ciò in alcune occasioni ha finito per essere controproducente anche magari rispetto a quella stessa funzione che si intendeva proteggere; locale, perché è a questo livello che si affrontano importanti questioni attinenti la scarsità di risorse economiche, unitamente ai conflitti tra diversi operatori.
In sintesi, l’elaborazione internazionale del principio della gestione forestale sostenibile descrive un approccio ma non definisce gli strumenti che dovrebbero costituirne la misura concreta, dovendo considerare che diversi sono i problemi che affliggono il patrimonio forestale e che questo si distingue anche per una profonda diversità da territorio a territorio. Dunque, un approccio uniformante si potrebbe rivelare controproducente, il che non giustifica l’assenza di un accordo internazionale ma, comunque, obbliga gli Stati membri a svolgere un ruolo centrale nell’effettiva implementazione del principio. 

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Il pane coccoi tra passato e futuro, dalla Sardegna al mercato globale

In Sardegna si fa uno storico pane intagliato e decorato come una scultura: le sue origini risalgono alla notte dei tempi ma la tradizione continua ai giorni nostri. Già prodotto PAT - Prodotto Agroalimentare Tradizionale, oggi il pane coccoi ha ottenuto il riconoscimento europeo come IGP, a protezione di un patrimonio che affonda le radici nella storia, ma che guarda al mercato globale. Abbiamo cercato di saperne di più parlando con Il Prof. Antonio Farris, un vero esperto in materia.

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L'importanza di produrre cibo sano per tutti

“Offrire un pasto adeguato, sicuro e dignitoso a chi fatica a deglutire o a chi ha perso la memoria, è l’atto politico più forte che possiamo compiere per ricucire i legami di una società che rischia di diventare disumana”. Lo ha detto qualche giorno fa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, nel corso del Dies academicus della sede di Piacenza-Cremona dell’Ateneo dedicato al tema della nutrizione.
Messaggio forte, che deve far pensare, che ripropone anche tutta l’importanza dell’agricoltura e della sua funzione principale: la produzione cibo adeguato e sano per tutti. L’agricoltura è infatti punto di partenza di una filiera, quella agroalimentare, che da una parte è sempre di più al centro delle grandi relazioni internazionali e, dall’altra, elemento di normale quotidianità per una porzione dell’umanità e di affannosa ricerca di un pasto per un’altra parte. E tutto senza dimenticare le relazioni ormai intense tra produzione agricola, economia e ambiente.
Proprio nella giornata della Cattolica dedicata alla nutrizione si ritrovano i due estremi della questione agricoltura-alimentazione che si declina nella necessità di una “nutrizione corretta”.
Da un lato, stando all’OMS citata dalla stessa rettrice, “nel 2026, lo scenario globale descrive una realtà paradossale: per la prima volta nella storia, il numero di bambini e adolescenti obesi ha superato quello dei sottopeso”. Dall’altro, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, “673 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2024, pari a circa l’8,2% della popolazione mondiale”. Detto in altri termini, l’umanità si divide in due parti: quella che può decidere cosa mangiare e quella che mangia ciò che trova (molto spesso troppo poco o nulla). Non è solo questione di “nord e sud del mondo”.
Il problema alimentare non è solo nelle aree di guerra e in quelle dimenticate da tutti (e se già fosse “solo” così sarebbe comunque troppo). La necessità di una corretta alimentazione – e quindi di un cibo adeguato e sano per tutti – è anche nelle nostre città, nei rapporti tra giovani e anziani, la si vive ogni giorno nelle famiglie di chi è disoccupato, la si coglie nei quartieri-ghetto, nelle file di senzatetto fuori dalle mense. Ecco perché il futuro dell’agricoltura e dell’agroalimentare è tema di tutti.

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Dialoghi sulle biotecnologie: “Il contributo delle TEA (Tecnologie di Evoluzione Assistita) al miglioramento genetico degli animali domestici”

Frusciante: Il miglioramento genetico animale vanta una tradizione antichissima, persino precedente a quella vegetale. Fin dall’antichità, incroci e selezione erano pratiche comuni per migliorare le popolazioni allevate a fini produttivi. Columella, ad esempio, descrive l’incrocio tra pecore tarantine e arieti nord-africani per ottenere animali più rustici senza perdere la qualità della lana.
I maggiori progressi si sono però registrati tra la fine dell’Ottocento e il Novecento: dal miglioramento della razza Frisona nei bovini alla costituzione di suini ibridi basati sull’eterosi. Risultati conseguiti interamente attraverso tecniche di selezione tradizionale.

Marchitelli: Il miglioramento genetico degli animali domestici costituisce il pilastro della zootecnia moderna, fondamentale per garantire sicurezza alimentare e sostenibilità. Attraverso un’attenta selezione dei migliori riproduttori, l’uomo accelera i processi di adattamento delle specie, orientandoli verso caratteri di efficienza produttiva, robustezza sanitaria e benessere animale. Questo percorso consente di ottimizzare la conversione alimentare, riducendo l’impatto ambientale degli allevamenti, e di rafforzare la resilienza immunitaria degli animali. Evolvere il patrimonio genetico significa quindi tutelare la biodiversità, valorizzare la competitività delle filiere e rispondere in modo efficace alle crescenti sfide climatiche e sociali.

Frusciante: Il Novecento ha segnato la scoperta del DNA e la nascita della genetica molecolare, rivoluzionando il miglioramento genetico vegetale. Nelle specie agrarie si sono compiuti grandi progressi grazie a nuove tecniche di ibridazione e alla selezione assistita da marcatori molecolari (MAS).
Nel settore animale, invece, queste conoscenze non sono state sfruttate con la stessa efficacia. L’esempio più emblematico resta la pecora Dolly, ottenuta tramite clonazione da cellule somatiche, un traguardo soprattutto biotecnologico più che applicativo nel miglioramento genetico.

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Il valore del bosco: strategie per le filiere del legno in Italia

Il crescente interesse verso i prodotti forestali, e in particolare verso il legno come materia prima rinnovabile, rappresenta un’importante opportunità per le filiere produttive italiane, anche nella prospettiva della neutralità climatica e dello sviluppo della bioeconomia circolare.

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La Società Agricola Forestale (SAF) e le sue storiche aziende vivaistiche

Nel dopoguerra l’Italia si trovò ad affrontare una serie di sfide, tra cui l’insufficienza di cellulosa, di compensati e di imballaggi, che imponevano costose importazioni per far fronte all’impetuoso incremento delle richieste da parte delle industrie del settore, sempre più fiorenti per il boom economico che stava caratterizzando il Paese. 

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Vino e normative: serve adeguare le leggi?

Il comparto vitivinicolo italiano è cresciuto molto in questi ultimi decenni e ha definitivamente fatto propria l’idea di produrre qualità, particolarmente attraverso la sempre più importante crescita delle Indicazioni Geografiche e delle Denominazione di Origine.
Oggi in Italia la commercializzazione dei vini IGT è oltre il 25% e le DOC e DOCG superano il 50%, quindi il mercato dei vini base (Vino Rosso, Vino Rosato e Vino Bianco) senza riferimenti geografici non va oltre il 20-25% del totale. Ma non è sempre stato così. Se guardiamo indietro di pochi decenni vediamo che fino alla fine degli anni ’80 dello scorso secolo i vini IGT (allora Vini da Tavola con Indicazione Geografica) non arrivavano al 15% e i vini a DOC e DOCG faticavano ad arrivare al 12% della commercializzazione: in pratica i vini base (all’epoca definiti Vini da Tavola) pesavano per oltre il 70% del mercato, molto spesso con prodotti di qualità piuttosto bassa.
I passaggi per modificare quella situazione e per sviluppare in senso qualitativo le produzioni vitivinicole italiane attraverso la legislazione sono stati molti, provengono da lontano e la loro definizione non è sempre stata semplice. Potremmo forse dire che la ratificazione delle leggi è avvenuto in parallelo allo sviluppo della cultura della qualità nei produttori e in tutti i soggetti che operano nella filiera vitivinicola. Ma questo ha purtroppo portato via molto tempo.
La legge 930 del 1963 è la prima vera pietra miliare della legislazione sui vini di qualità in Italia e, se pur con molte contraddizioni e difficoltà applicative, rappresenta una svolta culturale per il vino italiano. La sua stesura si deve al senatore Paolo Desana che ne è considerato il padre.
La legge 930/63 introduce delle novità importanti che permetteranno un cambio di passo per i vini italiani di qualità e in definitiva per la crescita del comparto. Per la prima volta era stato istituito un sistema per il riconoscimento, la tutela e la valorizzazione del vino di qualità in Italia. Con l’introduzione della DOC venne creata una categoria che dava un messaggio molto preciso al consumatore. L’acronimo DOC è entrato nell’uso comune come accezione di qualità, non solo per il vino. Seppure con mille problemi e difficoltà il mondo della produzione fece un salto culturale e lentamente comprese la necessità di proporre qualità ai consumatori.

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Dialoghi sull’ Agroindustria – “Grani antichi: elisir di lunga vita o bufale moderne?”

Ranalli. I grani antichi sono un tema divisivo tra chi li vede come una salvezza per la salute e chi li considera una pura operazione di marketing. Ciò, in un contesto di richiamo alle tradizioni, che ha suscitato una vera e propria "febbre dell'antico". Pane, pasta e farine a base di Senatore Cappelli, Timilia o Saragolla vengono presentati come i custodi di una salute perduta, baluardi contro l'intolleranza al glutine e il logorio della modernità. Sembra che, improvvisamente, decenni di progresso genetico e tecnico sul frumento si siano rivelati un clamoroso errore. In che cosa effettivamente differisce la composizione dei semi, e quindi delle farine, dei frumenti antichi rispetto a quelli moderni?

Cattivelli. Innanzitutto, sconfessiamo la fake news che i frumenti antichi abbiano meno glutine dei frumenti moderni. È vero il contrario! Quando coltivati nelle stesse condizioni agronomiche, i frumenti moderni hanno meno proteine e quindi anche meno glutine rispetto ai frumenti antichi. Il contenuto proteico dipende da fattori sia genetici che agronomici (fertilizzazione azotata), ma in generale si osserva una correlazione negativa tra l’aumento della produzione e il contenuto di proteine nei semi. A parità di condizioni agronomiche, i frumenti antichi, meno produttivi, hanno più proteine e più glutine; tuttavia, esiste una certa diversità genetica per cui singole varietà (sia moderne che antiche) possono scostarsi dalla tendenza generale. Un’importante differenza tra frumenti antichi e moderni risiede nella qualità del glutine, che nei frumenti moderni ha composizione e proprietà tecnologiche diverse da quelli dei frumenti antichi. In linea di massima, il miglioramento genetico ha determinato un aumento della forza del glutine motivato dalla sempre maggior propensione del consumatore per pani soffici e paste con elevata tenuta alla cottura (paste “al dente”).
Anche se i frumenti moderni hanno, in generale, meno proteine ed un glutine più tenace dei frumenti antichi, è necessario chiarire che i frumenti moderni, in particolare i frumenti teneri, non sono affatto tutti uguali. Esiste una gamma di varietà selezionate per produrre farine con svariate proprietà tecnologiche idonee ai diversi usi (biscotti, tipologie diverse di pane/pizza, dolci molto lievitati, ecc.). Le varietà dei frumenti teneri moderni sono infatti classificate in 4 classi merceologiche in funzione del contenuto proteico e delle caratteristiche di tenacità del glutine. Così si va dai frumenti “biscottieri”, caratterizzati da un contenuto proteico particolarmente basso (<11%) e da un glutine debole, fino ai frumenti “di forza”.
Infine, una considerazione di tipo genetico: affermare che una caratteristica qualitativa o nutrizionale ritrovata in una varietà antica non possa essere presente in una moderna è un’affermazione che potremmo definire anti-mendeliana. In una varietà antica i tratti vetusti sono principalmente quelli legati alla bassa capacità produttiva, alla suscettibilità alle malattie e in generale a uno scarso adattamento al clima di oggi, mentre le caratteristiche qualitative sono necessariamente legate alla composizione del seme (cioè non hanno a che vedere con la modernità di una pianta). Mendel 150 anni fa ha scoperto la ricombinazione dei caratteri; quindi, incrociando un frumento antico con uno moderno, deve essere possibile ottenere varietà con le caratteristiche produttive dei frumenti moderni e le caratteristiche qualitative dei frumenti antichi. Ed infatti, esistono frumenti moderni, sia teneri che duri, con un glutine debole equivalente a quello dei frumenti antichi.

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La Società per la diffusione del metodo d’insegnamento reciproco

Fra il 1819 e il 1850 si svolse a Firenze e in tutta la Toscana un singolare esperimento educativo, destinato a lasciare tracce nella pedagogia successiva. Un gruppo di illustri notabili fiorentini e toscani, come Cosimo Ridolfi, Gino Capponi, Raffaello Lambruschini, Giovan Pietro Vieusseux, Luigi e Luigi Guglilemo de Cambray Digny, Luigi Serristori, Lorenzo Ginori Lisci, Enrico Mayer, Piero Guicciardini, Carlo Orazio Pucci e altri, istituivano una Società finalizzata a diffondere un metodo d’insegnamento fra le componenti più povere e disagiate della popolazione, principalmente contadini, con il fine di migliorarne le condizioni di vita, attraverso l’istruzione. 

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Il pane in cassetta confezionato e la sua impronta di carbonio: bilanciare convenienza e spreco

In Italia, il segmento del pane pre-affettato e confezionato è in netta espansione per via della sua praticità. Tuttavia, questo formato introduce sfide ambientali significative legate all'uso di plastiche monouso e ai processi industriali intensivi richiesti per l'affettamento e il confezionamento in atmosfera modificata. 

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Riflessioni di un ricercatore forestale intorno al dialogo tra architettura e natura

Sono stato recentemente invitato dall’Ordine degli Architetti a proporre una riflessione in occasione della presentazione della nuova edizione, aggiornata e riveduta (2025), del volume "L’Archinatura", scritto da Achille Ippolito e pubblicato da Franco Angeli, la cui prima edizione risale al 2010.
Nel confronto tra le due edizioni emerge una traiettoria culturale significativa: dalla natura intesa come limite alla trasformazione del territorio alla natura come risorsa fino alla natura come soggetto.
Il riconoscimento della natura come soggetto implica il riconoscimento delle sue esigenze, dei suoi tempi e della sua autonomia funzionale. In questa prospettiva, la questione centrale, a mio avviso, non è più soltanto come integrare elementi naturali nel costruito, e nella città in particolare, ma quanto spazio e quanta capacità di incidere realmente sull’organizzazione dello spazio siamo disposti a riconoscere ai sistemi viventi all’interno dei processi progettuali.
Da questa considerazione discendono tre corollari principali.
1. Dal paradigma della compatibilità alla sperimentazione ecologica
Fino ai primi anni Duemila, il dialogo tra architettura e ambiente è stato prevalentemente interpretato in termini di compatibilità: riduzione del consumo di suolo, mitigazione degli impatti, miglioramento delle prestazioni energetiche. Si è trattato di un passaggio fondamentale nel consolidamento di una sensibilità ambientale nel progetto.
Oggi, tuttavia, il contesto appare mutato. Le città rappresentano uno dei principali laboratori di sperimentazione ecologica su scala planetaria. In questo scenario, le infrastrutture verdi assumono un ruolo strutturale e non accessorio.
Io mi occupo di alberi. Per molto tempo l’architettura li ha considerati elementi di arredo urbano, presenze utili, decorative. Ma sappiamo che non è solamente questo. Un albero è un organismo biologico: regolazione microclimatica, intercettazione degli inquinanti atmosferici e del particolato, gestione delle acque meteoriche, sequestro di carbonio atmosferico, supporto alla biodiversità.
E vi è uno specifico aspetto da sottolineare, non di rado sottovalutato nella prassi architettonica e urbanistica: l’albero introduce nel progetto la dimensione dell’autonomia biologica. A differenza dell’edificio, concepito per tendere alla stabilità, l’albero è un sistema dinamico, che cresce, interagisce, si adatta, può deperire, muore. Nel farlo, modifica nel tempo lo spazio progettato. Accettare la presenza del vivente significa incorporare nel progetto la variabilità e l’evoluzione.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: L’impatto di differenti modalità di gestione del suolo sulle comunità microbiche

Pagliai – Ormai è noto che le modalità di gestione del suolo hanno un forte impatto sui processi biogeochimici, sulla biodiversità del suolo stesso e quindi sull’attività microbica oltre che sulle caratteristiche fisiche, dalla struttura, all’erosione, al compattamento, alla perdita di sostanza organica, ecc. Mentre su quest’ultime caratteristiche abbiamo ormai una serie di dati consolidati da tempo che ci fanno dire, ad esempio, che le tradizionali arature profonde e continue non sono più sostenibili nel lungo termine, sugli aspetti biologici i dati si riferiscono per lo più agli ultimi decenni grazie anche al notevole contributo dato dalle tecniche di analisi innovative. È ormai inconfutabile che i nostri suoli soffrono di un preoccupante stato di degrado che ha avuto inizio con l’attuazione e l’espandersi di una agricoltura intensiva nella seconda metà del secolo scorso e che ora si cerca di correggere e, a questo scopo, si concentra molto l’attenzione proprio sull’attività biologica del suolo.
Cara Roberta, nel dialogo del mese scorso con Paolo Nannipieri abbiamo affrontato gli aspetti della biologia del suolo a carattere generale e, volendo scendere nello specifico, tu studi da anni questi aspetti in approcci sperimentali ormai consolidati e rappresentativi di situazioni reali, quali sono i risultati salienti che hai ottenuto?

Pastorelli – È ormai ampiamente riconosciuto che la diversità microbica del suolo e i processi biogeochimici che vi si svolgono sono influenzati non solo dal tipo di suolo e dalle variazioni stagionali, ma anche dalle pratiche agronomiche adottate. I nostri studi, condotti in diverse località italiane e su diversi sistemi sperimentali, hanno permesso di approfondire il ruolo delle pratiche agricole sulla composizione e sull’attività funzionale delle comunità batteriche del suolo.
In uno studio condotto in Gallura, abbiamo analizzato un gradiente ecologico che va da un sistema intensivo (vigneto lavorato) a uno naturale (foresta mediterranea), passando per gestioni intermedie come vigneto inerbito, erbario e pascolo. I risultati hanno mostrato che le gestioni con un livello di antropizzazione intermedio, presentano i livelli più elevati di attività microbica, suggerendo che un equilibrio tra uso agricolo e conservazione può favorire la funzionalità biologica del suolo. La foresta di sughera, pur con minore ricchezza microbica, ha mostrato una elevata diversità genetica, indicativa di una maggiore stabilità ecologica.
Risultati opposti sono stati ottenuti in un’area sperimentale a lungo termine nelle Marche, dove abbiamo confrontato gli effetti della semina su sodo (no-tillage) con l’aratura convenzionale. La gestione conservativa ha favorito l’accumulo di sostanza organica e la riduzione dell’erosione, ma ha anche generato condizioni più selettive, con una riduzione della biodiversità della comunità batterica attiva. Nei suoli argillosi, come ad esempio in questo caso, la compattazione può limitare i benefici attesi, creando ambienti meno favorevoli alla diversità microbica.
In questi studi, particolare attenzione era stata rivolta alle comunità batteriche denitrificanti, responsabili della trasformazione del nitrato in azoto molecolare (N2), con produzione intermedia di protossido di azoto (N2O), potente gas serra. Abbiamo osservato che questi batteri rispondono in modo differenziato alla gestione del suolo, influenzando potenzialmente il rapporto N2O:N2 nelle emissioni gassose. Questo evidenzia come le pratiche agronomiche possano avere un impatto diretto anche sul bilancio dei gas serra.

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La lunga storia degli alimenti fermentati

La fermentazione diretta dall'uomo ha origini precoci e abbiamo prove archeologiche di fermentazione diretta di frutta e cereali con inizi già al 12.500 a. C., mentre i cambiamenti evolutivi nei geni umani per il metabolismo dell'etanolo e l'interazione con i batteri fermentanti (Lactobacillales) sono compatibili con un'associazione ancora più antica con alimenti fermentati, risalente alla divergenza degli ominidi da altri primati a circa dieci milioni di anni fa.

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La crisi del latte

Negli ultimi sei mesi si è manifestata, quasi all’improvviso, una fortissima crisi nel mercato del latte bovino. Basti pensare che a luglio 2025 il prezzo medio del latte spot quotato dalla camera di commercio di Milano-Lodi era pari a 68,30 euro per 100 litri, mentre a gennaio 2026 si è più che dimezzato, quotando in media 28,78 euro, e il 23 febbraio è sceso a 23,20 euro per 100 litri, il valore più basso dalla fine delle quote.
Le forti oscillazioni del prezzo spot non costituiscono una novità, dato che esso indica il valore del prodotto venduto al di fuori dei contratti tra produttori e industria di trasformazione, generalmente basati sull’accordo interprofessionale. Rispetto alle consegne totali i quantitativi di latte spot sono modesti, ma il suo prezzo dipende anche da quello del latte pastorizzato in cisterna importato principalmente da Germania e Francia (quasi 900 mila tonnellate nel 2024).
I quantitativi complessivi di latte spot rappresentano, probabilmente, più del 10% del latte trasformato e, inevitabilmente, il calo dei prezzi si ripercuote su tutta la produzione: nell’accordo interprofessionale per il periodo gennaio-marzo 2026 è stato fissato un prezzo calante sino a 52 euro per 100 litri, inferiore del 13% rispetto a quello in vigore sino ad agosto 2025.
La crisi sembra dipendere da molti fattori che hanno agito in contemporanea:
l’elevato livello dei prezzi, sino a metà 2025, ha spinto gli allevatori europei ad incrementare la produzione, circa del 4% nel secondo semestre 2025 rispetto al secondo 2024;
vi sono stati incrementi produttivi anche negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, nel Regno Unito;
le eccedenze produttive hanno stimolato le esportazioni di burro e latte scremato in polvere;
la svalutazione del dollaro ha reso meno care le importazioni nell’area euro e più care le esportazioni verso i paesi extra-UE;
la fissazione dei dazi, sia pure con livelli altalenanti, ha ridotto del 5% le importazioni di formaggi negli USA.

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