Fra il 1819 e il 1850 si svolse a Firenze e in tutta la Toscana un singolare esperimento educativo, destinato a lasciare tracce nella pedagogia successiva. Un gruppo di illustri notabili fiorentini e toscani, come Cosimo Ridolfi, Gino Capponi, Raffaello Lambruschini, Giovan Pietro Vieusseux, Luigi e Luigi Guglilemo de Cambray Digny, Luigi Serristori, Lorenzo Ginori Lisci, Enrico Mayer, Piero Guicciardini, Carlo Orazio Pucci e altri, istituivano una Società finalizzata a diffondere un metodo d’insegnamento fra le componenti più povere e disagiate della popolazione, principalmente contadini, con il fine di migliorarne le condizioni di vita, attraverso l’istruzione.
In Italia, il segmento del pane pre-affettato e confezionato è in netta espansione per via della sua praticità. Tuttavia, questo formato introduce sfide ambientali significative legate all'uso di plastiche monouso e ai processi industriali intensivi richiesti per l'affettamento e il confezionamento in atmosfera modificata.
Sono stato recentemente invitato dall’Ordine degli Architetti a proporre una riflessione in occasione della presentazione della nuova edizione, aggiornata e riveduta (2025), del volume "L’Archinatura", scritto da Achille Ippolito e pubblicato da Franco Angeli, la cui prima edizione risale al 2010.
Nel confronto tra le due edizioni emerge una traiettoria culturale significativa: dalla natura intesa come limite alla trasformazione del territorio alla natura come risorsa fino alla natura come soggetto.
Il riconoscimento della natura come soggetto implica il riconoscimento delle sue esigenze, dei suoi tempi e della sua autonomia funzionale. In questa prospettiva, la questione centrale, a mio avviso, non è più soltanto come integrare elementi naturali nel costruito, e nella città in particolare, ma quanto spazio e quanta capacità di incidere realmente sull’organizzazione dello spazio siamo disposti a riconoscere ai sistemi viventi all’interno dei processi progettuali.
Da questa considerazione discendono tre corollari principali.
1. Dal paradigma della compatibilità alla sperimentazione ecologica
Fino ai primi anni Duemila, il dialogo tra architettura e ambiente è stato prevalentemente interpretato in termini di compatibilità: riduzione del consumo di suolo, mitigazione degli impatti, miglioramento delle prestazioni energetiche. Si è trattato di un passaggio fondamentale nel consolidamento di una sensibilità ambientale nel progetto.
Oggi, tuttavia, il contesto appare mutato. Le città rappresentano uno dei principali laboratori di sperimentazione ecologica su scala planetaria. In questo scenario, le infrastrutture verdi assumono un ruolo strutturale e non accessorio.
Io mi occupo di alberi. Per molto tempo l’architettura li ha considerati elementi di arredo urbano, presenze utili, decorative. Ma sappiamo che non è solamente questo. Un albero è un organismo biologico: regolazione microclimatica, intercettazione degli inquinanti atmosferici e del particolato, gestione delle acque meteoriche, sequestro di carbonio atmosferico, supporto alla biodiversità.
E vi è uno specifico aspetto da sottolineare, non di rado sottovalutato nella prassi architettonica e urbanistica: l’albero introduce nel progetto la dimensione dell’autonomia biologica. A differenza dell’edificio, concepito per tendere alla stabilità, l’albero è un sistema dinamico, che cresce, interagisce, si adatta, può deperire, muore. Nel farlo, modifica nel tempo lo spazio progettato. Accettare la presenza del vivente significa incorporare nel progetto la variabilità e l’evoluzione.
Pagliai – Ormai è noto che le modalità di gestione del suolo hanno un forte impatto sui processi biogeochimici, sulla biodiversità del suolo stesso e quindi sull’attività microbica oltre che sulle caratteristiche fisiche, dalla struttura, all’erosione, al compattamento, alla perdita di sostanza organica, ecc. Mentre su quest’ultime caratteristiche abbiamo ormai una serie di dati consolidati da tempo che ci fanno dire, ad esempio, che le tradizionali arature profonde e continue non sono più sostenibili nel lungo termine, sugli aspetti biologici i dati si riferiscono per lo più agli ultimi decenni grazie anche al notevole contributo dato dalle tecniche di analisi innovative. È ormai inconfutabile che i nostri suoli soffrono di un preoccupante stato di degrado che ha avuto inizio con l’attuazione e l’espandersi di una agricoltura intensiva nella seconda metà del secolo scorso e che ora si cerca di correggere e, a questo scopo, si concentra molto l’attenzione proprio sull’attività biologica del suolo.
Cara Roberta, nel dialogo del mese scorso con Paolo Nannipieri abbiamo affrontato gli aspetti della biologia del suolo a carattere generale e, volendo scendere nello specifico, tu studi da anni questi aspetti in approcci sperimentali ormai consolidati e rappresentativi di situazioni reali, quali sono i risultati salienti che hai ottenuto?
Pastorelli – È ormai ampiamente riconosciuto che la diversità microbica del suolo e i processi biogeochimici che vi si svolgono sono influenzati non solo dal tipo di suolo e dalle variazioni stagionali, ma anche dalle pratiche agronomiche adottate. I nostri studi, condotti in diverse località italiane e su diversi sistemi sperimentali, hanno permesso di approfondire il ruolo delle pratiche agricole sulla composizione e sull’attività funzionale delle comunità batteriche del suolo.
In uno studio condotto in Gallura, abbiamo analizzato un gradiente ecologico che va da un sistema intensivo (vigneto lavorato) a uno naturale (foresta mediterranea), passando per gestioni intermedie come vigneto inerbito, erbario e pascolo. I risultati hanno mostrato che le gestioni con un livello di antropizzazione intermedio, presentano i livelli più elevati di attività microbica, suggerendo che un equilibrio tra uso agricolo e conservazione può favorire la funzionalità biologica del suolo. La foresta di sughera, pur con minore ricchezza microbica, ha mostrato una elevata diversità genetica, indicativa di una maggiore stabilità ecologica.
Risultati opposti sono stati ottenuti in un’area sperimentale a lungo termine nelle Marche, dove abbiamo confrontato gli effetti della semina su sodo (no-tillage) con l’aratura convenzionale. La gestione conservativa ha favorito l’accumulo di sostanza organica e la riduzione dell’erosione, ma ha anche generato condizioni più selettive, con una riduzione della biodiversità della comunità batterica attiva. Nei suoli argillosi, come ad esempio in questo caso, la compattazione può limitare i benefici attesi, creando ambienti meno favorevoli alla diversità microbica.
In questi studi, particolare attenzione era stata rivolta alle comunità batteriche denitrificanti, responsabili della trasformazione del nitrato in azoto molecolare (N2), con produzione intermedia di protossido di azoto (N2O), potente gas serra. Abbiamo osservato che questi batteri rispondono in modo differenziato alla gestione del suolo, influenzando potenzialmente il rapporto N2O:N2 nelle emissioni gassose. Questo evidenzia come le pratiche agronomiche possano avere un impatto diretto anche sul bilancio dei gas serra.
La fermentazione diretta dall'uomo ha origini precoci e abbiamo prove archeologiche di fermentazione diretta di frutta e cereali con inizi già al 12.500 a. C., mentre i cambiamenti evolutivi nei geni umani per il metabolismo dell'etanolo e l'interazione con i batteri fermentanti (Lactobacillales) sono compatibili con un'associazione ancora più antica con alimenti fermentati, risalente alla divergenza degli ominidi da altri primati a circa dieci milioni di anni fa.
Non sempre siamo consapevoli del fatto che la carne di squalo e di razza faccia parte della nostra alimentazione. Eppure, questo consumo riguarda da vicino il Mediterraneo, un bacino di straordinaria importanza ecologica e profondamente connesso alle abitudini alimentari dei Paesi che lo circondano, Italia compresa.
Negli ultimi sei mesi si è manifestata, quasi all’improvviso, una fortissima crisi nel mercato del latte bovino. Basti pensare che a luglio 2025 il prezzo medio del latte spot quotato dalla camera di commercio di Milano-Lodi era pari a 68,30 euro per 100 litri, mentre a gennaio 2026 si è più che dimezzato, quotando in media 28,78 euro, e il 23 febbraio è sceso a 23,20 euro per 100 litri, il valore più basso dalla fine delle quote.
Le forti oscillazioni del prezzo spot non costituiscono una novità, dato che esso indica il valore del prodotto venduto al di fuori dei contratti tra produttori e industria di trasformazione, generalmente basati sull’accordo interprofessionale. Rispetto alle consegne totali i quantitativi di latte spot sono modesti, ma il suo prezzo dipende anche da quello del latte pastorizzato in cisterna importato principalmente da Germania e Francia (quasi 900 mila tonnellate nel 2024).
I quantitativi complessivi di latte spot rappresentano, probabilmente, più del 10% del latte trasformato e, inevitabilmente, il calo dei prezzi si ripercuote su tutta la produzione: nell’accordo interprofessionale per il periodo gennaio-marzo 2026 è stato fissato un prezzo calante sino a 52 euro per 100 litri, inferiore del 13% rispetto a quello in vigore sino ad agosto 2025.
La crisi sembra dipendere da molti fattori che hanno agito in contemporanea:
• l’elevato livello dei prezzi, sino a metà 2025, ha spinto gli allevatori europei ad incrementare la produzione, circa del 4% nel secondo semestre 2025 rispetto al secondo 2024;
• vi sono stati incrementi produttivi anche negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, nel Regno Unito;
• le eccedenze produttive hanno stimolato le esportazioni di burro e latte scremato in polvere;
• la svalutazione del dollaro ha reso meno care le importazioni nell’area euro e più care le esportazioni verso i paesi extra-UE;
• la fissazione dei dazi, sia pure con livelli altalenanti, ha ridotto del 5% le importazioni di formaggi negli USA.
Ferrucci: Nei miei "Dialoghi sul Verde" ho esplorato insieme ai miei interlocutori multiformi sfaccettature del rapporto Uomo – Natura che troppo frequentemente hanno rivelato una gamma di effetti negativi dell’impatto antropico sulla biodiversità. Il Dialogo di oggi segna una salvifica svolta di questo trend ed è dedicato a portare all’attenzione dei lettori di Georgofili INFO una realtà dove la lungimiranza, l’impegno e la passione dei vari presidenti del circolo culturale del paese, succedutesi negli anni, con l’aiuto di volontari aventi buone conoscenze del genere camelia e tra questi due persone, Augusto Orsi, artefice del progetto del camelieto alla cui cura ha dedicato molta parte della sua vita, e Pierluigi Micheli, hanno trasformato una porzione di territorio collinare, impervio e abbandonato, sito in Lucchesia, in un luogo straordinario sotto il profilo botanico, paesaggistico, naturalistico: il camelieto del Compitese. Il camelieto nel tempo è divenuto punto di riferimento, prima a livello nazionale, e poi internazionale, per coloro che studiano sotto il profilo scientifico le camelie e per quanti desiderano immergersi nella bellezza di questo luogo, affascinati da un percorso che si snoda tra terrazzamenti delimitati da muretti a secco, magistralmente ricostruiti, dove sono distribuite le quasi mille piante di camelie dalle variegate forme dei fiori e delle foglie, in un caleidoscopio di colori che si sublima nella sua pienezza nel mese di Marzo, quando, nei fine settimana è possibile visitare il camelieto nell’ambito della Mostra delle camelie.
Augusto Orsi purtroppo ci ha lasciato tre anni fa, ma il Dott. Pierluigi Micheli, insigne Chirurgo e appassionato esperto di Botanica, ha accolto il mio invito a raccontarci il camelieto, di cui è co-artefice. Apro il Dialogo con lui ringraziandolo a titolo personale e a nome di tutti i lettori, e ponendogli una domanda forse ovvia ma necessaria per cogliere l’essenza di questa realtà: qual è stata la genesi della creazione del camelieto, sotto il profilo delle finalità ad essa sottese e della scelta del luogo dove ubicarlo?
Micheli: Pieve e Sant’Andrea di Compito, due frazioni del comune di Capannori, sono poste ad altezza collinare ai piedi del monte Serra. Già nel secolo scorso sono state luogo di amanti e collezionisti del genere Camellia. Anche attualmente le raccolte ivi presenti sono concentrate in ville private: vedi Chiusa e Villa Borrini, Villa Orsi e Villa Giovannetti.
Queste sedi erano fruibili dal pubblico, limitatamente a determinati periodi, Festa e mostra Antiche camelie della Lucchesia, già dal 1989. Questa limitatezza fa nascere ai componenti del Centro Culturale Compitese la magnifica idea di creare uno spazio pubblico sempre liberamente accessibile che prende forma nell’attuale camelieto storico. La sede scelta è al di sopra e a nord dell’abitato in una valletta scoscesa attraversata da un ruscello. La zona era in precedenza la sede di cinque balze, sorrette da muri a secco, adibite ad orto fin dal tardo Medioevo; essa è ancora soggetta a movimenti di erosione e cosparsa di grandi massi a vista. Il sito ricorda pertanto in maniera spiccata le zone di origine della camelia japonica L. Anche il suolo ha caratteristiche organolettiche ed il clima è favorevole alla coltivazione della camelia.
L’inserimento del camelieto nel paesaggio circostante, ricco di piante autoctone, è anche il motivo del suo successo, risultando esaltate le chiome verdi delle camelie, il loro tronco liscio di colore grigio e la presenza al suolo di migliaia di petali colorati. Le essenze, circa 80, che lo circondano, sono dotate di relative schede tecniche, riassunte in un volumetto disponibile al pubblico presso la biglietteria. Ne consegue che la nota saliente dei suoi percorsi è quella di essere inseriti in un ambiente naturale.
Una nuova tessera è stata recentemente inserita dal legislatore italiano nel composito mosaico delle normative, disomogenee e diacronicamente stratificate, dedicate alla tutela e valorizzazione delle zone montane: si tratta della legge 12 settembre 2025, n. 131, che reca il titolo “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”.
Con circa l’80% della popolazione europea residente in aree urbane, le città rappresentano oggi il principale contesto in cui si concentrano sia le sfide ambientali sia le opportunità per la transizione verso modelli di sviluppo più sostenibili. In tale scenario, le amministrazioni urbane stanno progressivamente incrementando gli investimenti in infrastrutture verdi.
Chissà se Prospero Alpini, “medicus et botanicus celeberrimus” della Serenissima, quando nel lontano 1592 ha divulgato in Europa la prima tavola illustrante un ramoscello di caffè nel suo libro De Plantis Aegypti avrebbe immaginato l’importanza che questa pianta avrebbe assunto nei secoli a venire. Oggi il caffè è prodotto in gran parte dei Paesi nella zona del mondo compresa tra i due tropici, con Brasile, Vietnam, Colombia, Paesi Centroamericani, Etiopia, Tanzania ed altri Paesi africani, India, Indonesia tra i maggiori produttori e garantisce benessere a milioni di famiglie. Nel resto del mondo il caffè è consumato ed anche in questo caso rappresenta una fonte di guadagno per tutta l’articolata filiera. Si prevede che la produzione mondiale di caffè per il 2025/26 aumenterà del 2% fino a raggiungere il record di 178,8 milioni di sacchi (da 60 Kg) e si stima che nel mondo vengano consumate tra 1.6 e oltre 3 miliardi di tazze di caffè al giorno.
A fronte di questo enorme successo, qualcuno sostiene che il caffè si conferma la seconda bevanda più consumata al mondo dopo l'acqua, questo prodotto non poteva non attrarre l’attenzione del mondo della Ricerca. A partire dagli aspetti botanici, di fisiologia vegetale e agronomici, passando per ciò che attiene l’immagazzinamento, la tostatura e la trasformazione del prodotto tostato per giungere infine alle correlazioni tra consumo e salute, possiamo affermare che sono davvero poche le discipline scientifiche che non si sono occupate, anche soltanto superficialmente, del caffè.
Benché il termine caffè si riferisca tipicamente alla bevanda, declinata in una molteplicità di preparazioni delle quali, per noi italiani, espresso e moka suonano particolarmente familiari, il caffè è prima di tutto una pianta di cui noi utilizziamo i semi. La pianta, vista e descritta da Prospero Alpini e da lui nominata con gli appellativi arabi “Bon”, “Ban” e “Caoua”, era certamente quella che nel 1737 Linneo ha classificato come Coffea arabica. Il caffè è un arbusto a foglie perenni, alto da 3 a 10 m, che in coltivazione viene mantenuto ad una altezza di 2-2,5 m per migliorare la produzione e facilitare la raccolta. È adulto e produttivo verso i 4-5 anni di età e si mantiene tale per 25-30 anni.
Cipriani – Gli italiani, insieme a giapponesi, svizzeri e coreani, hanno la fortuna di vivere più a lungo al mondo. Bella notizia. Proprio in questi anni però i “boomers” della generazione più numerosa del dopoguerra stanno invecchiando e i più giovani fanno sempre meno figli. Già oggi un toscano o italiano su quattro ha più di 65 anni. Si annuncia una “tempesta perfetta”: più anziani significa più malati da curare e assistere a carico di famiglie e società con meno giovani produttivi e risorse che non crescono di pari misura. Gli epidemiologi del consorzio internazionale Global Burden of Disease-GBD hanno calcolato che quasi la metà degli anni di vita che viviamo in più rispetto ai nostri coetanei del passato non sono vissuti bene, per malattie o peggio per perdita dell’autosufficienza mentale e/o motoria. L’ideale sarebbe perciò vivere tutti gli anni in pieno benessere, comprimendo problemi di salute ed autosufficienza a pochi giorni prima del decesso. Ci possiamo riuscire? Chiedo aiuto a te, Luigi, che rappresenti il top a livello internazionale dei ricercatori epidemiologi sull’invecchiamento. Toscano di origine, hai lavorato da giovane a Firenze come geriatra clinico per poi affermarti in America come leader della ricerca epidemiologica sull’invecchiamento, coordinando i più importanti studi internazionali sull’argomento – di cui due in Toscana. Attualmente sei Direttore scientifico del più importante Istituto sull’invecchiamento del Sistema sanitario americano (National Institute of Aging, https://www.nia.nih.gov/). Allora, Luigi, aiutaci a capire cosa sappiamo ad oggi dei meccanismi biologici dell’invecchiamento, perché e come si invecchia.
Ferrucci - Oggi sappiamo che l’invecchiamento non è una malattia, ma il risultato dell’accumulo progressivo di danni biologici che colpiscono cellule, tessuti e organi. Questi danni derivano da processi normali della vita (metabolismo, infiammazione, stress ossidativo) e da fattori ambientali. Finché i sistemi di riparazione e compenso funzionano, restiamo in buona salute; quando si indeboliscono, emergono malattie e disabilità. Invecchiare significa quindi perdere gradualmente la capacità di mantenere l’equilibrio biologico.
Cipriani – Alcune persone sembrano più giovani dell’età che hanno o viceversa, e ricerche recenti fanno pensare che adesso si può misurare “quanto siamo vecchi”.
Ricercati dai sovrani, gli agrumi furono particolarmente apprezzati dai Medici, nel solco di una tradizione che vede la famiglia granducale strettamente legata a cultura scientifica, botanica e agronomia. Sotto Cosimo III de' Medici, l’interesse per le piante assunse i tratti di un'impresa sistematica, condotta da una ‘triade’ d’eccellenza: il sovrano, il botanico Pier Antonio Micheli e il pittore Bartolomeo Bimbi.
Le piante alimurgiche sono le piante spontanee alimentari che sono utilizzate in caso di urgenza. La pratica ha origini nel 1767, quando Giovanni Targioni Tozzetti scrisse De alimenti urgentia, indicando l’impiego di piante selvatiche come risorsa alimentare alternativa durante periodi di carestia, ma fu solo nel 1918, con Oreste Mattirolo e il suo libro Phytoalimurgia Pedemontana, che avvenne un censimento di piante spontanee da utilizzare come alimento per combattere la fame post- bellica. Negli ultimi decenni si è verificato un nuovo fenomeno di riscoperta di queste piante spontanee, collegato alla rivalutazione di ricette regionali e al desiderio di recuperare valori tradizionali popolari, svelando un ricco patrimonio culturale, specialmente in Italia.
In una delle mie frequentazioni in alcune aziende agricole in Mugello, mi imbatto per puro caso, in un attestato, ingiallito e un po’ mangiucchiato dal tempo, che certifica la frequenza a un corso di potatura e innesto tenuto dalla Cattedra ambulante di agricoltura di Reggio Emilia. Un documento nato per uno scopo pratico, senza ambizioni di durata, che oggi resiste come traccia materiale di un’idea forte: la conoscenza che si muove, che esce dagli uffici e dalle aule per andare incontro agli agricoltori, nei campi, nelle aziende.
Le Cattedre ambulanti non furono un episodio folkloristico né una curiosità d’epoca. Furono una vera infrastruttura pubblica della conoscenza agricola. Tecnici formati, spesso di alto profilo, che affiancavano le aziende trasferendo competenze, sperimentando soluzioni, costruendo fiducia. Non vendevano prodotti, non rappresentavano interessi commerciali: svolgevano una funzione pubblica, riconosciuta e rispettata.
Per decenni, in forme diverse e via via aggiornate, l’assistenza tecnica pubblica ha accompagnato lo sviluppo dell’agricoltura italiana. Insieme alla ricerca e alla sperimentazione, ha contribuito in modo decisivo alla modernizzazione dei sistemi produttivi, alla diffusione dell’innovazione, alla crescita professionale degli agricoltori. Era una presenza discreta ma costante, radicata nei territori, capace di leggere i contesti locali e di adattare le soluzioni alle realtà aziendali.
Il progressivo indebolimento di questa funzione non è avvenuto per una scelta dichiarata, ma per accumulo. Riorganizzazioni amministrative, iperburocratizzazione procedurale delle politiche di sviluppo rurale, riduzione delle strutture, frammentazione delle competenze, esternalizzazioni. La consulenza è diventata un “servizio”, il servizio un “intervento”, l’intervento un “progetto”, spesso legato a bandi e tempi brevi, più che a una visione strategica di lungo periodo.
Eppure, sarebbe sbagliato pensare che dopo le gloriose Cattedre ambulanti non ci siano stati tentativi seri di rinnovare l’assistenza tecnica pubblica. Un passaggio importante, ad esempio, avvenne alla fine degli anni Settanta, con il recepimento in Italia del regolamento CEE n. 270/79, che tentò di promuovere nel nostro paese un modello più strutturato di divulgazione agricola. Da lì nacquero le figure dei Divulgatori Agricoli Polivalenti (DAP) e dei Divulgatori Agricoli Specializzati (DAS).
Quella stagione rappresentò un’evoluzione significativa: maggiore integrazione con la ricerca, attenzione ai sistemi aziendali nel loro complesso, presenza più o meno stabile sul territorio, specializzazione delle competenze. Per molti tecnici e per molte aziende agricole fu un periodo di intenso confronto e di reale accompagnamento all’innovazione. Non privo di limiti, ma sorretto da un impianto chiaro: la consulenza in agricoltura come funzione pubblica strategica, distinta dal mercato e orientata all’interesse generale.
Personalmente, ho incrociato quella esperienza negli anni della mia formazione professionale. Nel 1993 ho frequentato presso il CIFDA di Vertemate con Minoprio in Lombardia, un corso per divulgatori agricoli, ancora ispirato all’impostazione dei DAP e dei DAS. Un percorso impegnativo, durato un anno, con obbligo di frequenza e sistemazione residenziale, che puntava molto sulla capacità di ascolto delle aziende, sulla lettura dei sistemi produttivi, sulla responsabilità del consiglio tecnico. Guardandolo oggi, quel corso appare come una delle ultime occasioni in cui in Italia si è investito in modo strutturato sulla formazione di figure dedicate alla divulgazione e all’assistenza tecnica pubblica in agricoltura.
Di lì a poco, quel filone si è progressivamente esaurito, senza essere sostituito da un modello altrettanto organico. Nel vuoto lasciato dal pubblico si sono inseriti altri attori, in primo luogo le imprese fornitrici di mezzi tecnici e soluzioni tecnologiche. Un ruolo legittimo, intendiamoci, ma per sua natura non neutrale. Quando il consiglio tecnico è inscindibilmente legato alla vendita di un prodotto, l’interesse generale rischia di passare in secondo piano.
Ranalli: Gli effetti dei cambiamenti climatici (aumento delle temperature medie, periodi prolungati di siccità, aumento della frequenza di eventi meteorici estremi e della salinità dei suoli) alterano il ciclo biologico della vite e la composizione chimica dell’uva, con conseguenze dirette sulla qualità del vino. Lei, che è un professionista affermato del settore, può elucidare questi fenomeni e le strategie per contrastarli? Intanto, si potrebbe iniziare esaminando gli effetti delle scarse risorse idriche sul ciclo vegetativo della vite e i riflessi sulla crop physiology e le fasi fenologiche.
Bigot: L’aumento delle temperature medie è oggi un fenomeno diffuso in tutte le aree viticole italiane, seppur con intensità diverse. L’analisi delle serie climatiche degli ultimi decenni mostra un anticipo delle fasi fenologiche, in particolare del germogliamento, dovuto alla riduzione dei giorni freddi invernali. Questo espone sempre più spesso i vigneti al rischio di gelate primaverili. Le fasi successive risultano compresse, soprattutto nei vitigni a comportamento anisoidrico, mentre quelli isoidrici, come il Montepulciano, tendono a mantenere maturazioni più tardive. Le alte temperature determinano inoltre una riduzione degli acidi organici, in particolare del malico, un aumento dell’assorbimento di potassio e fenomeni di disidratazione e scottatura degli acini, con effetti sulla qualità aromatica. Cambia anche la pressione delle avversità: alcune patologie diminuiscono, altre, come l’oidio, aumentano. Parallelamente si osserva una riduzione della vigoria legata sia allo stress climatico sia alla perdita di sostanza organica nel suolo. Tutto ciò impone una gestione sempre più tecnica e integrata del vigneto.
Le immagini sconvolgenti della frana che sta cambiando il volto di Niscemi, ancora una volta nella sua storia più che millenaria, colpiscono per le dimensioni del fenomeno e per l’evidente ineluttabilità di quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. I mezzi di informazione e la loro capacità di penetrazione e diffusione comunicano quanto avviene e diffondono con la forza delle immagini trasformando quello che è un episodio tremendo, ma non inconsueto in un Paese geologicamente recente come l’Italia, in un grande e tragico spettacolo a cui si partecipa ma che sembra distaccato dalla vita quotidiana di chi lo vede sugli schermi e lo archivia mentalmente nell’ affollarsi di immagini di ogni giorno ed ogni minuto della giornata. L’evidenza di quanto si vede ha il grande demerito di far perdere il senso della partecipazione e della condivisione della tragedia che oggi si vive a Niscemi, come una volta avvenne nel Vajont o in Valtellina con la frana della Val di Pola o nei grandi terremoti e nelle alluvioni catastrofiche e ricorrenti, creando una sorta di dannosa assuefazione. Prevale la sensazione immediata destata dal singolo episodio e fa dimenticare che l’Italia è costituita da un territorio recente e per ciò stesso in costante evoluzione.
Quanto oggi avviene a Niscemi con tanta tragica chiarezza invece dovrebbe indurre ad una più attenta e meno episodica considerazione su che cosa fare e predisporre per i prossimi inevitabili episodi a cui il nostro territorio, tanto bello ed amato, ci espone.
Il primo spunto su cui ragionare nasce dall’immediato malvezzo della ricerca dei “veri” colpevoli, o meglio presunti tali, su cui appuntare l’attenzione, quasi come per desiderio di una impossibile vendetta. Ciò che accade oggi ed è accaduto altrove in un passato anche recente, invece, va considerato in un contesto geologico e territoriale particolare, come si è detto. In questo senso questa sfrenata caccia giornalistica vale quel che vale e cioè come la caccia all’untore. Certo, ci possono essere e vanno ricercati e sanzionati comportamenti impropri, che vanno identificati e giudicati, ma i problemi veri sono di maggiore entità ed è su questi che occorre innanzitutto concentrarsi. Nulla di nuovo, perché la mappatura delle zone a rischio è stata avviata da tempo, diciamo da almeno una trentina di anni, ma non risulta ancora conclusa… Nel frattempo nuove evidenze si sono prodotte, i metodi di analisi si sono evoluti e perfezionati e costi e tempi, sempre carenti, destinati alla prevenzione o meglio alla diagnosi precoce al fine di prevenire, si dilatano sine die, ragione per la quale occorre ogni volta ricominciare … insomma una specie di tela di Penelope.
Pagliai – Paolo tu sei stato un protagonista assoluto degli enormi progressi scientifici nel campo della biologia, biochimica e microbiologia e credo che ora si abbiano più certezze sul fatto che i microrganismi possano o potrebbero dare un notevole contributo allo sviluppo dell’agricoltura del futuro, proprio in momento di grave crisi per l’agricoltura stessa sia per gli scarsi redditi della maggior parte degli agricoltori, sia la degradazione dei nostri suoli, non percepita nella sua reale gravità, ma attribuita in larga parte alle avversità della crisi climatica in atto con le violente precipitazioni concentrate in un breve periodo, i lunghi periodi di siccità e l’insorgere di fitopatologie sempre più aggressive. In realtà stiamo scontando ora gli effetti del boom economico della seconda metà del secolo scorso con l’intensificazione colturale esagerata, l’abbandono delle terre dell’alta collina e montagna e, quindi, di quella paziente e faticosa opera di governo del territorio ma anche delle sistemazioni idraulico-agrarie della bassa collina e pianura e, ancor più grave, la cementificazione selvaggia. Occorre, a mio avviso, una forte inversione di tendenza e un ritorno a quelle vecchie “buone pratiche agricole” che proprio l’uso della tecnologia che oggi abbiamo a disposizione, dalla digitalizzazione, alla genetica, alla biochimica, alla biologia e, quindi, ai microrganismi, potrebbe renderle altamente innovative.
Nannipieri – Certamente la biologia del suolo ha avuto uno sviluppo enorme negli ultimi decenni grazie anche alle nuove tecnologie come le tecniche molecolari che hanno consentito di approfondire struttura e funzionalità delle comunità viventi del suolo. Sulla spinta dell’uso di inoculi microbici per sostituire fertilizzanti (vedi azoto fissatori per gli apporti di azoto), si è progredito con le innovazioni arrivando ad usare inoculi microbici per combattere patogeni al posto di pesticidi, per stimolare la crescita vegetale con microorganismi aventi azioni benefiche per la pianta. Esistono alcuni prodotti in commercio ma molti inoculi sono poco efficaci perché devono competere con il microbioma del suolo. Un conto è operare in un ambiente controllato di laboratorio e un conto è operare in pieno campo; per fare un esempio a carattere divulgativo è come il poco successo che hanno spesso lepri e fagiani di allevamento introdotti nell’ambiente.
Dopo aver partecipato con vivo interesse alla conferenza del Prof. Francesco Loreto (Università degli Studi di Napoli “Federico II”) svoltasi presso l’Accademia dei XL a fine 2025, si riporta di seguito una sintesi circa le attuali conoscenze sui VOC (Composti Organici Volatili) prodotti ed emessi dalla chioma e dalle radici delle piante.
Fritz Went (Nature, 1960), botanico olandese, noto per i suoi studi sugli ormoni vegetali e sulla chimica dell’atmosfera, propose che la tipica foschia blu che compare sopra i boschi sia causata dai composti organici volatili (soprattutto terpeni e isoprene) emessi dagli alberi. I terpeni sono una vastissima classe di composti organici prodotti dalle piante, soprattutto dagli alberi e in particolare dalle conifere. Sono formati da unità ripetute di isoprene (C₅H₈) e sono i principali componenti di resine e oli essenziali che conferiscono gli aromi caratteristici di molte specie come pino, eucalipto, agrumi e altri.
Il cambiamento climatico non è soltanto uno sfondo ambientale, ma il fattore trainante primario che sta trasformando radicalmente i sistemi agricoli e favorisce l'ingresso di specie aliene.
L’area del Mediterraneo può essere identificata come un vero e proprio "hotspot" di vulnerabilità che reagisce alle sollecitazioni atmosferiche con una rapidità e un'intensità decisamente superiori rispetto alla media globale. I dati osservati dipingono un quadro inequivocabile caratterizzato da un innalzamento termico costante, con temperature che nell'area mediterranea crescono più velocemente della media mondiale segnando un +1,5°C rispetto all'era pre-industriale, mentre parallelamente i regimi pluviometrici risultano profondamente alterati con una diminuzione delle precipitazioni annuali stimata tra il 10% e il 20% negli ultimi quarant'anni e un concomitante aumento degli eventi estremi, come siccità prolungate e ondate di calore che hanno visto incrementare la loro frequenza del 50% e la loro durata di diverse settimane. Questi driver climatici esercitano un impatto diretto e immediato sulla fisiologia delle colture agrarie, influenzando pesantemente sia la quantità che la qualità dei raccolti attraverso meccanismi come l'accelerazione dei cicli vitali dovuta al calore eccessivo, che porta a maturazioni anticipate a scapito della qualità, e il cosiddetto "caos fenologico", ovvero uno sfasamento delle fasi di crescita come fioriture precoci che espongono le piante a gelate tardive e disallineano i tempi con gli insetti impollinatori, fino ad arrivare a blocchi fisiologici totali quando, per difendersi dalla carenza idrica, le piante chiudono gli stomi arrestando di fatto la fotosintesi e la crescita.
Ferrucci: Dalla fine del secolo scorso ad oggi si registra in tema di biodiversità un crescente attenzione della politica ambientale di matrice internazionale e, a cascata, unionale e nazionale, che ruota attorno ad una concezione antropocentrica del rapporto tra l’uomo e la natura: da un lato la maturata consapevolezza, sulle orme della scienza, del ruolo strategico che la biodiversità riveste per la nostra vita, attraverso un caleidoscopio di benefits che è in grado di fornirci; dall’altro la presa d’atto sempre più drammatica delle conseguenze perverse sull’ambiente e sulla vita umana legate alla costante, vertiginosa erosione e perdita delle sue componenti, potenziata dalle reciproche profonde interconnessioni con il climate change. Ma gli obiettivi sottesi alla gamma di strumenti ciclicamente forgiati per arginare la crisi della biodiversità sono stati reiteratamente disattesi dai risultati deludenti della relativa implementazione. Ad oggi scorrono davanti agli occhi di chi legge la letteratura scientifica e i Report che accompagnano i monitoraggi, dati che continuano a riportare percentuali inquietanti di specie vegetali e animali in via di estinzione a livello globale; trasformazioni radicali di interi ecosistemi, costante perdita a ritmi incalzanti di habitat. Nel tuo prezioso volume dal titolo "Restaurare la Natura", hai magistralmente disegnato questo scenario: potresti qui tracciarne le linee fondamentali, e individuare quali sono stati, a tuo parere, i limiti della politica ambientale antecedente alla Nature Restoration Law?
Danovaro: Negli ultimi decenni si è assistito a un aumento marcato dell’attenzione verso le tematiche ambientali e, in particolare, verso la crisi globale della biodiversità. Le basi concettuali di questa consapevolezza sono state definite in modo esplicito a partire dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, ma non derivano tanto da una visione puramente ecocentrica o antropocentrica del rapporto tra uomo e natura. Sono piuttosto il risultato di un progressivo accumulo di evidenze scientifiche che hanno documentato una profonda alterazione di habitat ed ecosistemi, accompagnata da una perdita significativa di biodiversità a scala globale. In questo contesto, l’istituzione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e, successivamente, dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES), ha svolto un ruolo cruciale nel chiarire, da un lato, il contributo del cambiamento climatico nell’amplificare gli impatti diretti delle attività umane e, dall’altro, nel rendere evidente come la perdita di biodiversità non rappresenti soltanto una perdita di valore estetico, culturale o simbolico del rapporto con la natura; incide direttamente sulla capacità degli ecosistemi di fornire beni e servizi ecosistemici indispensabili al benessere umano, quali la produzione di ossigeno, la disponibilità di acqua pulita, la sicurezza alimentare e la regolazione dei processi biogeochimici. Tali servizi hanno inoltre una rilevanza economica sostanziale, poiché ecosistemi integri e funzionali risultano più produttivi, resilienti e capaci di generare valore nel lungo periodo rispetto a sistemi degradati. È ormai ampiamente dimostrato che la perdita di biodiversità comporta costi economici elevati e compromette la sostenibilità delle attività umane. La Nature Restoration Law nasce proprio dalla consapevolezza che, anche qualora la comunità internazionale riuscisse a raggiungere gli obiettivi fissati dagli accordi globali più recenti, come il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, ovvero la protezione del 30% degli ambienti terrestri e marini entro il 2030, ciò non sarebbe comunque sufficiente a compensare il livello di degrado che interessa oggi una parte consistente degli ecosistemi utilizzati dall’uomo. Molti ecosistemi terrestri e marini risultano infatti già erosi o danneggiati fino a circa il 75% della loro estensione originaria. La sfida attuale, pertanto, non consiste esclusivamente nel proteggere ciò che è ancora relativamente integro, ma anche nel promuovere azioni concrete di restauro ecologico, volte a recuperare le funzionalità perse e a mitigare i danni prodotti dall’Uomo negli ultimi decenni.
Riflessioni su EU Agricultural Outlook 2025-2035, il rapporto di previsione di medio periodo elaborato dalla Direzione Generale per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (DG AGRI) della Commissione europea, in cooperazione con il Joint Research Centre (JRC). Pubblicato nel dicembre 2025, il documento rappresenta uno dei principali strumenti analitici a supporto della riflessione strategica sulle politiche agricole dell’Unione.