Notiziario





A colloquio con Riccardo Velasco: “La ricerca non ha confini, le TEA sono il mio sogno nel cassetto”.

Nominato contemporaneamente direttore generale della Fondazione Edmund Mach e del Centro CREA di genomica e bioinformatica, nonché neoaccademico Ordinario dei Georgofili.

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Protezione degli alberi nelle aree urbane dalle invasioni di organismi alieni

Nel prossimo futuro il nostro Paese dovrà affrontare sfide strategiche nel contesto di un Europa proiettata verso un modello di società che pone al primo posto percorsi di sostenibilità, nei quali anche la gestione delle foreste e delle aree naturali e i programmi di ampliamento del verde nelle città, dovranno essere declinati in funzione della tutela della salute dei cittadini, della inversione della perdita di biodiversità, della neutralità climatica e dell’aumento di competitività per un’Unione più ecologica, digitale e resiliente.

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Frutta a guscio, il mercato globale ridisegna il futuro dell’Italia

Tra volatilità dei prezzi, concorrenza internazionale, cambiamento climatico e nuove esigenze di organizzazione commerciale, il comparto italiano della frutta a guscio cerca una nuova traiettoria fondata su qualità, origine, innovazione e integrazione di filiera.
Nel panorama agroalimentare contemporaneo, pochi comparti mostrano con la stessa evidenza della frutta a guscio quanto il rapporto tra dimensione locale e scenario globale sia ormai diventato inscindibile. Prezzi, approvvigionamenti, margini industriali e opportunità di sviluppo non dipendono più soltanto dalle condizioni nazionali, ma risultano sempre più influenzati dai grandi poli produttivi mondiali, dai flussi del commercio internazionale e dagli equilibri competitivi tra i principali Paesi esportatori e trasformatori.
Questa è la chiave interpretativa che emerge dall’analisi dedicata alle dinamiche economiche nazionali e internazionali del comparto: un settore che da un lato presenta interessanti prospettive di crescita, ma dall’altro è esposto a forti tensioni concorrenziali, a elevata volatilità e a criticità strutturali che impongono una riflessione strategica. Il nodo centrale non riguarda soltanto l’aumento della produzione, ma la capacità di costruire valore economico attraverso qualità, posizionamento commerciale, organizzazione di filiera e differenziazione dell’offerta.
Lo scenario globale della frutta a guscio presenta una composizione merceologica fortemente concentrata. La mandorla rappresenta il 27% del totale, il pistacchio il 20%, l’anacardio e la noce il 19% ciascuno, mentre la nocciola si colloca al 10%. Queste quote permettono di comprendere il peso relativo delle diverse specie, ma soprattutto aiutano a leggere i differenti modelli di integrazione commerciale che caratterizzano il comparto.
Dietro i numeri si nascondono infatti assetti economici molto diversi. Alcune referenze si muovono in mercati standardizzati, dominati da grandi volumi e da forte internazionalizzazione; altre, invece, mantengono una maggiore specificità territoriale e possono trovare spazi di valorizzazione attraverso qualità, origine e trasformazione locale, per questo motivo, l’analisi quantitativa da sola non basta: va affiancata a una lettura qualitativa dei rapporti di forza tra operatori, Paesi produttori e mercati di sbocco.

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Dialoghi sul Verde: “Beni comuni, amministrazione condivisa e foreste”

Ferrucci: Nei miei “Dialoghi sul Verde” ho cercato più volte di mostrare come il rapporto tra comunità e natura non possa più essere letto soltanto in termini di tutela imposta dall’alto o di appartenenza in senso strettamente proprietario. Vi sono beni che, pur assumendo forme giuridiche diverse, esprimono un valore che supera l’interesse del singolo e si proietta sull’intera collettività, sino a coinvolgere le generazioni future. È in questa prospettiva che il tema dei beni comuni ha assunto, negli ultimi anni, una forza crescente, aprendo la strada a modelli nuovi di collaborazione tra cittadini e istituzioni. Anche in assenza di una disciplina generale unitaria, l’amministrazione condivisa ha mostrato di poter offrire risposte concrete nella cura del verde, nella gestione partecipata delle risorse ambientali, nella valorizzazione dei territori forestali e persino nella costruzione di strumenti innovativi, come gli accordi di foresta, utili anche a contrastare la frammentazione che da tempo indebolisce molti contesti boschivi. Proprio per comprendere meglio il significato e la portata di questa evoluzione, vorrei partire dalla domanda più semplice, ma anche dalla più importante. Quando parliamo di beni comuni, che cosa intendiamo davvero?

Flick: Parliamo di beni che, più che appartenere a qualcuno, servono a tutti. Non conta solo il titolo di proprietà, ma la funzione che quel bene svolge per la comunità e per le generazioni future. Per questo possiamo guardare come beni comuni all’acqua, al verde urbano, ai sentieri, ai boschi, ai paesaggi. Il punto decisivo è questo: un bene comune è un bene che chiede responsabilità condivisa, perché dal suo buono stato dipendono qualità della vita, diritti fondamentali ed equilibrio ambientale. E non è neppure un elenco chiuso: i beni comuni si riconoscono e si sviluppano nel tempo, man mano che la collettività comprende meglio il loro valore. 

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Il misterioso colore del cibo

Carne rossa o bianca? Liquore alla menta verde? Violette candite buone, melanzane viola un tempo ritenute causa di pazzia? Da sempre la nostra specie, e certamente quelle che ci hanno preceduto, ha mangiato cibi scelti in base al loro aspetto, profumo e colore, oltre che sapore, e i prodotti alimentari e le bevande per millenni sono stati appositamente colorati.
Ancora oggi il colore degli alimenti sostiene un mercato globale di circa quattro miliardi di dollari, con una proiezione di circa sei miliardi entro il 2031, con la crescente preferenza per coloranti naturali rispetto a quelli sintetici a causa di preoccupazioni sulla salute che richiede prodotti naturali con una "etichetta pulita" (clean label) specialmente nelle bevande, prodotti da forno, pasticceria e latticini, dove una personalizzazione del colore è fondamentale.
Esistono molteplici relazioni tra colore e gusto, che necessitano di ricerche neuroscientifiche cognitive perché il colore alimentare ha avuto e continuerà a svolgere un ruolo importante nel dettare il comportamento dei consumatori.

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Verso l’istituzione di un Centro di Coordinamento Nazionale per la Conservazione delle risorse genetiche vegetali di interesse agrario

  • 20 May 2026
  • Mario Marino, Teodoro Cardi, Roberto Papa, Francesco Sunseri, Oriana Porfiri, Ignazio Verde, Stefania Masci **

L’agrobiodiversità rappresenta una risorsa fondamentale per il futuro della sicurezza alimentare e dell’agricoltura. La conservazione e l’uso sostenibile delle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura (RGVAA), sia essa in condizioni on farm, in situ o ex situ, dipendono in larga misura dalla capacità di preservarne e caratterizzarne il patrimonio genetico, garantendo al contempo un accesso equo e regolamentato alle informazioni genetiche.

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Riso made in Italy: serve tutelare produttori, consumatori e incentivare la ricerca

A seguito della recente decisione europea di attivare soltanto al 45% le clausole di salvaguardia sull’importazione del riso, abbiamo ritenuto opportuno interpellare la nuova accademica georgofila, Natalia Bobba, prima donna a ricoprire la carica di Presidente in oltre novant'anni di storia dell'Ente Italiano Risi. Abbiamo parlato di mercato ma anche di ricerca e trasparenza, sostenibilità e tutela dei consumatori.

Quali sono le sfide cruciali che il settore del riso italiano deve vincere entro la fine di questo decennio per rimanere competitivo a livello globale?
Per rimanere competitivo entro il 2030, il settore del riso italiano deve vincere alcune sfide fondamentali: innanzitutto una gestione radicalmente più efficiente delle risorse idriche, investendo in infrastrutture moderne e tecniche di irrigazione a goccia per contrastare il cambiamento climatico; la garanzia della reciprocità commerciale a livello europeo, affinché le importazioni dal Sud-est asiatico rispettino gli stessi severi standard ambientali e sociali imposti ai nostri agricoltori; infine, l’implementazione capillare dell’Agricoltura 4.0, utilizzando droni, sensori e blockchain per abbattere i costi di produzione e certificare l’autenticità del prodotto contro le contraffazioni globali.

E’ di pochi giorni fa la decisione del Parlamento europeo di attivare le clausole di salvaguardia dopo il 45% di importazioni: spieghiamo innanzi tutto ai nostri lettori che cosa sono le clausole di salvaguardia e perché la risicoltura italiana non ha accolto con favore questa notizia. Quali misure sarebbero invece necessarie per tutelare i nostri produttori?
Occorre premettere che l'introduzione di una clausola di salvaguardia automatica per il settore risicolo nell'ambito del regolamento SPG rappresenta un passo avanti significativo per la filiera, poiché prima di questo meccanismo il settore aveva a disposizione solo una clausola generale attivabile esclusivamente dopo anni di complesse indagini sui danni subiti dalle importazioni agevolate da paesi come Cambogia e Myanmar. Le clausole di salvaguardia sono infatti strumenti di difesa commerciale che permettono di ripristinare temporaneamente i dazi doganali quando l'eccesso di prodotto straniero a basso costo destabilizza il mercato interno e con la nuova norma, il ripristino avverrà automaticamente quando le importazioni da un singolo paese supereranno la media mobile degli ultimi dieci anni con un incremento del 45%, applicando per l'anno successivo come soglia solo la media decennale.
La soddisfazione per l'ottenimento di questo automatismo è stata però messa in crisi dalle sue modalità di applicazione, poiché fissare la soglia di attivazione ad un aumento del 45% rispetto alla media decennale significa, di fatto, intervenire quando il mercato sarà già stato inondato di riso straniero e i danni economici per i risicoltori italiani saranno ormai irreversibili. Per tutelare realmente i nostri produttori, sarebbe stato necessario prevedere un limite di scatto molto più basso, idealmente non superiore al 20%, e integrare queste misure con l'obbligo della reciprocità degli standard produttivi attraverso le cosiddette "clausole a specchio", affinché il riso di importazione che non paga dazio debba quantomeno rispettare gli stessi severi divieti sull'uso di pesticidi e le stesse tutele sociali vigenti in Italia, evitando così una concorrenza basata esclusivamente sul ribasso dei costi e sulla negazione dei diritti.

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Dialoghi sulle biotecnologie – “Contrastare lo stress salino attraverso le TEA”

Frusciante: La salinizzazione dei suoli rappresenta oggi una delle principali minacce alla produttività agricola su scala globale. L’attuale scenario climatico contribuisce ad aggravare ulteriormente la problematica: l’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni favoriscono l’accumulo di sali nel suolo. In questo contesto, le strategie di mitigazione devono necessariamente integrare approcci agronomici e innovazione biotecnologica. 

Di Matteo: Il fenomeno della salinizzazione dei suoli è in costante espansione e si caratterizza per una distribuzione geografica fortemente disomogenea. I dati più recenti evidenziano come l’Africa sia l’area maggiormente colpita, con oltre 80 milioni di ettari interessati, mentre l’Europa si colloca al quarto posto, con più di 20 milioni di ettari coinvolti. Numeri di questa portata indicano chiaramente che non si tratta di una problematica circoscritta alle sole regioni aride o costiere, ma di una criticità trasversale, capace di incidere su sistemi agricoli molto diversi per condizioni pedoclimatiche e modelli produttivi.
La salinizzazione è un processo complesso e multifattoriale. Si distingue in una forma primaria, legata a cause naturali quali l’intrusione di acqua marina o specifiche dinamiche idrogeologiche, e in una forma secondaria, oggi più diffusa, strettamente connessa alle attività antropiche. In particolare, pratiche irrigue non sostenibili, l’utilizzo di acque di scarsa qualità e sistemi di drenaggio inadeguati favoriscono l’accumulo progressivo di sali nel profilo del suolo. Ne deriva un incremento della pressione osmotica e uno squilibrio ionico che ostacolano l’assorbimento di acqua e nutrienti da parte delle piante, con effetti negativi su crescita, produttività e qualità delle rese.
Di fronte a questo scenario, gli interventi agronomici restano imprescindibili: la razionalizzazione della concimazione minerale per limitare ulteriori apporti salini, l’impiego di acque non salmastre e una gestione più efficiente del drenaggio costituiscono misure fondamentali. Tuttavia, è altrettanto necessario ripensare le scelte colturali, orientandosi verso specie e varietà più adattate. La sostituzione delle colture più sensibili rappresenta una risposta immediata, ma nel lungo periodo diventa strategico integrare tali approcci con l’innovazione varietale, che offre strumenti avanzati per sviluppare genotipi capaci di tollerare e gestire lo stress salino in modo più efficace e sostenibile.

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Inaugurati i “Cammini del Silvomuseo di Vallombrosa”: itinerari nella foresta tra natura e cultura

Per valorizzare il patrimonio ambientale, storico e culturale della foresta di Vallombrosa e promuovere un turismo sostenibile insieme all’educazione storico-ambientale, sono stati recentemente inaugurati tre percorsi ad anello che offrono a visitatori di tutte le età un’esperienza immersiva tra le maestose abetine storiche della Foresta.

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Raccolta della frutta in guscio: il ruolo delle macchine tra innovazione meccanica e tecnologie digitali

Il comparto della frutta in guscio sta vivendo una fase di espansione significativa, sostenuta dalla crescente domanda dell’industria dolciaria e alimentare. Secondo le stime dell’International Nut & Dried Fruit Council (INC), la produzione mondiale per il 2024/25 raggiungerà 6,02 milioni di tonnellate, con una previsione di 5,93 milioni di tonnellate per il 2025/26. I dati comprendono mandorle, pistacchi, noci, anacardi, nocciole e specie minori, espressi in prodotto sgusciato (eccetto i pistacchi, riportati in guscio). In questo scenario di crescita, l’efficienza delle operazioni colturali e di raccolta assume un ruolo strategico per la competitività delle filiere.
In Italia, la meccanizzazione rappresenta il principale fattore abilitante per la sostenibilità tecnica ed economica degli impianti. Le criticità strutturali del settore – frammentazione fondiaria, ridotta dimensione aziendale, carenza e costo elevato della manodopera – rendono indispensabile l’adozione di soluzioni meccaniche ad alta efficienza. Il comparto corilicolo ha svolto un ruolo pionieristico grazie alla presenza di aziende italiane specializzate nella progettazione e costruzione di macchine per la raccolta e la lavorazione, contribuendo allo sviluppo di tecnologie poi trasferite anche a castagno e noce da frutto.
La progettazione dell’impianto è un elemento chiave per l’efficacia dei cantieri meccanizzati.

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Dialoghi sull’ Agroindustria - “Dai fitoterapici ai nutraceutici: il formidabile contributo delle piante al benessere e alla salute dell’uomo”

Ranalli: L'uso delle piante medicinali rappresenta un ponte affascinante tra la saggezza millenaria e l'innovazione tecnologica. Oggi, questo settore non è solo una nicchia per il comparto erboristico, ma anche per quello più ampio agro-industriale. La produzione di materia prima vegetale sia per i prodotti erboristici sia per quelli più specificamente destinati all’industria farmaceutica richiede competenze agronomiche specifiche, conoscenze biochimiche e strategie commerciali mirate. Il mercato delle erbe medicinali è in costante crescita, e la fitoterapia è spesso preferita per trattamenti prolungati, poiché, se usata correttamente, può avere un profilo di tollerabilità migliore rispetto ad alcuni farmaci di sintesi. Che ne pensi?

Leone: Senza ombra di dubbio! Il settore dei prodotti erboristici, nutraceutici e fitoterapici è in forte espansione a livello mondiale e per l’Italia rappresenta oltre un quarto del mercato europeo con un valore che ha raggiunto i 5,2 miliardi nel 2024 e una previsione di ulteriore aumento, fino a 7-8 miliardi nel 2030. Questo ha un impatto enorme per il settore agricolo italiano che, come sappiamo, sta vivendo una forte crisi per la scarsa competitività nei mercati globali. L’interesse per le piante medicinali e, più in generale, per le piante come fonte di principi bioattivi per la prevenzione e, eventualmente, per la cura di malattie croniche e degenerative, è sostenuto proprio dalla loro grande accettazione da parte degli utenti, perché ritenute, oltre che efficaci, soprattutto prive o con scarsi effetti collaterali, rispetto ai farmaci di sintesi, proprio come accennavi. Ovviamente, questo non è sempre vero. I principi attivi che esse contengono svolgono sull’organismo un’azione biologica e possono essere associati, quindi, ad effetti indesiderati, quali reazioni avverse, ma anche possibili effetti collaterali dovuti alla concomitante assunzione di un farmaco di sintesi ed un rimedio erboristico. Ad esempio, rimedi a base di Ginkgo biloba possono interferire con la funzionalità piastrinica, potenziando l'azione di anticoagulanti, come il warfarin, o di antiaggreganti, come l'aspirina. Persino la camomilla, che tutti riteniamo innocua, contenendo cumarine, può aumentare l'effetto anticoagulante di altri farmaci di sintesi, innalzando il rischio di emorragie.
Senza alimentare un falso allarmismo, l’espansione del mercato e l’uso da parte di una vasta fascia di popolazione di rimedi di origine vegetale hanno posto alla comunità scientifica, in modo inderogabile, il problema della loro sicurezza d’uso e della necessità, per la loro commercializzazione, di una chiara regolamentazione legislativa, che è abbastanza complessa e, in alcuni casi, poca chiara.
C’è da dire che la biodiversità chimica delle molecole di origine vegetale e i loro potenziali effetti farmacologici sul benessere e la salute dell’uomo sono stati solo parzialmente studiati. È come scoperchiare un vaso di Pandora, la cui ricchezza è solo in parte analizzata, studiata e applicata. Gli enormi progressi tecnologici nell’ambito delle scienze di base (genomica, trascrittomica, epigenetica e altre) sono e saranno sicuramente un volano per accelerare le ricerche volte a stabilire in maniera scientifica i target, i meccanismi di azione, le interferenze con altre molecole di origine vegetale o farmaci.
Qual è il caveat di questa incredibile potenzialità delle piante come fonte di molecole bioattive e per un’ulteriore espansione del loro uso? Le piante sono chimici “smart” in termini di diversità e complessità chimica dei principi attivi, ma ne sintetizzano solo piccole quantità (in media 1-2% del peso secco), con costi elevati per la loro estrazione e purificazione. E qui entra in gioco il ruolo importante che il settore produttivo di materia prima vegetale ha per l’industria farmaceutica o erboristica, ma anche fitocosmetica (altro settore in forte espansione), sia basato su tecniche tradizionali (coltivazione in pieno campo o in ambiente protetto), sia utilizzando sistemi biotecnologici, sempre garantendo qualità, sicurezza di uso e verifica della loro efficacia.

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Lumaca, carne tradizionale ed ecologica

Motivi del successo alimentare delle lumache è che a differenza del bestiame di grossa taglia hanno bisogno di poco spazio, non sono così esigenti in termini di condizioni di vita e di alimentazione come altri animali produttori di carne, ma soprattutto producono carne con grande efficienza e con un minimo impatto ambientale.

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Nuove disposizioni sanzionatorie a tutela dei prodotti agroalimentari italiani

L'effettivo impatto dipenderà dalla capacità degli operatori e delle autorità competenti di darvi concreta attuazione, assicurandone un’applicazione coerente e uniforme. Solo in tal modo sarà possibile rafforzare la tutela del patrimonio agroalimentare nazionale, garantire condizioni di leale concorrenza e consolidare la fiducia nel mercato, a beneficio tanto dei consumatori quanto degli operatori economici del settore.


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Dati, modelli e alberi: senza arboricoltura il verde urbano resta un progetto incompiuto

Negli ultimi anni il verde urbano è entrato finalmente nell’era dei dati. Telerilevamento satellitare, sensori multispettrali, LiDAR, piattaforme GIS, gemelli digitali e modelli come i-Tree ed ENVI-met hanno cambiato il modo in cui leggiamo la città: oggi possiamo misurare coperture arboree, stimare la biomassa, valutare la mitigazione delle isole di calore, quantificare la riduzione degli inquinanti e persino simulare gli effetti microclimatici di nuovi impianti. È un salto enorme. Per la prima volta abbiamo strumenti solidi per rispondere con precisione alla domanda: “Cosa abbiamo?”
Ma non solo. Questi strumenti ci aiutano anche a definire “Cosa vogliamo?”: più ombra nelle aree scolastiche, meno stress termico nei quartieri densamente edificati, maggiore infiltrazione delle acque, riduzione delle polveri sottili, aumento della biodiversità urbana. E, soprattutto, ci permettono di ragionare sul “Come possiamo raggiungere quello che vogliamo?” con scenari comparativi, simulazioni e stime dei servizi ecosistemici.
Eppure, proprio nel momento in cui la pianificazione del verde urbano diventa più sofisticata, emerge un paradosso: l’arboricoltura sembra essere trattata come un dettaglio operativo, quasi un tema secondario. Come se bastasse “progettare bene” sulla carta, con mappe perfette e modelli avanzati, per garantire il successo degli impianti.
Non è così. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: progetti formalmente impeccabili, supportati da analisi accurate e da previsioni brillanti sui benefici futuri, ma accompagnati da una percentuale di fallimenti elevatissima. Alberi che non attecchiscono, chiome che non si sviluppano, apparati radicali compromessi, piante stressate già dopo pochi anni, sostituzioni continue, costi di gestione che esplodono. In altre parole: ecoservizi promessi, ma mai realmente erogati.

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“Dialoghi sul suolo e l’acqua”: L’agricoltura e i suoli urbani

Pagliai – Non c’è dubbio che ci troviamo nel bel mezzo di grandi cambiamenti e grandi trasformazioni non solo dovuti all’impressionante aumento di innovazioni tecnologiche ma anche a trasformazioni economico-sociali come, ad esempio, la grande concentrazione della popolazione umana nelle città e nei grandi centri. Già da tempo si parla di orti urbani ma adesso il fenomeno è talmente aumentato tanto che, attualmente, l'agricoltura e i suoli urbani sono interconnessi in un rapporto complesso: la crescente urbanizzazione consuma suolo agricolo e l'agricoltura urbana emerge come soluzione per ridurre la dipendenza alimentare, migliorare la qualità dell'aria, gestire i rifiuti organici e rigenerare i suoli degradati tramite pratiche agroecologiche, creando spazi verdi multifunzionali che offrono benefici ambientali e sociali (come orti urbani), sebbene la sfida principale sia l'integrazione di queste pratiche nella pianificazione cittadina. Francesca tu da tempo ti occupi di suoli urbani: quale è la reale situazione in Italia?

Bretzel – L’agricoltura urbana e peri-urbana è entrata dagli anni 90’ nei compiti della FAO (Urban and Peri-urban Agriculture - UPA) che la definisce come “la produzione di cibo e altri prodotti e processi correlati, che avviene in spazi dentro le città o nelle immediate vicinanze”. Questo tipo di agricoltura coinvolge molte figure diverse e sfugge alle statistiche dell’agricoltura rurale, ma rappresenta una percentuale non piccola:11% dei campi irrigati e il 5% circa di quelli non irrigati a livello mondiale. Inoltre, contribuisce a sfamare e a fornire cibo fresco e sano agli abitanti delle città, soprattutto delle grandi metropoli del sud del mondo. L’UPA è un fenomeno che si verifica più in paesi dove la disponibilità di cibo è un vero problema: le grandi metropoli del sud del mondo Africa, Sud America, Asia, lì davvero si coltiva in città, per produrre e commerciare e offrire sostentamento, con tutti i problemi relativi delle grandi città, soprattutto l’inquinamento e su suolo non sempre adeguato.
Nelle città dei paesi del nord del mondo, come l’Italia, in genere si parla più di orti urbani, che hanno funzioni di coltivazione di ortaggi per uso familiare, e questo può aiutare a integrare il bilancio familiare, ma servono anche moltissimo come attività ricreativa, educativa e di socializzazione. Nel 2010 ho coordinato un progetto cofinanziato da Arsia RT “Coltiviamo la città” nel quale sono stati oggetto di uno studio gli orti comunali del CEP a Pisa. Nel progetto abbiamo analizzato il suolo, per capire le proprietà in relazione al tipo di coltivazione, organizzato incontri con gli ortolani: La Scuola dell’Orto, presso la circoscrizione, invitando esperti a parlare di suolo e compostaggio, di coltivazione biologica, di specie spontanee eduli e di varietà locali di ortaggi. Con un’azienda florovivaistica locale abbiamo riprodotto il pomodoro Pisanello e molte varietà di fagioli, a partire dai semi forniti dai custodi di RT, li abbiamo dati agli ortolani e organizzato un panel test quando i prodotti erano pronti ad essere assaggiati. Abbiamo condotto un questionario mirato a capire la consapevolezza sulla coltivazione da parte degli ortolani e uno shooting fotografico di cui c’è ancora la mostra, che mi piacerebbe portare ai Georgofili. Questo è per dire quanto c’è intorno a questo tema, nelle nostre città. 

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L’importanza di carbonio, idrogeno e ossigeno nella produzione agraria

Questi elementi sono nutrienti "gratuiti" poiché non devono essere acquistati per essere, poi, applicati come fertilizzanti nella produzione agricola. Eppure, raramente vengono considerati in un programma di fertilità per le colture.

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Uova di gallina da cibo a bioreattore

Da quasi un secolo le uova di pollo non sono soltanto un cibo per l’uomo ma anche strumenti sanitari e cioè da quando Ernest W. Goodpasture (1886 – 1960) nel 1931 usa l’embrione di pollo per coltivare virus che sono poi usati nella produzione di vaccini, prima contro il vaiolo aviario, poi dell’herpes simplex e in seguito contro febbre gialla, poliomielite e altre malattie. E ancora oggi l’uovo di pollo embrionato è fondamentale per l’influenza perché produce grandi quantità di virus a basso costo. Oggi l’uovo di pollo inizia ad essere visto come un bioreattore con sistemi transgenici per essere usato nella produzione di farmaci proteici definiti anche biologici o biotecnologici.

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Linee guida nazionali per la valutazione e la gestione del rischio arboreo in ambito urbano e periurbano

Una cornice unitaria, che consenta di rendere ogni scelta legata al verde urbano motivata, comprensibile e tracciabile. E’ questo il fine del documento approvato dal Consiglio Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali il 18 marzo scorso. Un documento per uniformare le informazioni a vantaggio delle istituzioni e dei cittadini, che potranno conoscere le motivazioni tecnico-scientifiche alla base delle scelte di gestione degli alberi.
Questo lo scopo del documento “Linee guida nazionali per la valutazione e la gestione del rischio arboreo in ambito urbano e periurbano”, che il CONAF ha pubblicato.
Il punto di partenza di questo documento è che, nella gestione del verde urbano, il rischio zero non esiste. Pertanto, va superata l’idea statica della “stabilità dell’albero” per adottare l’approccio della gestione del rischio, in coerenza con i principi della norma UNI ISO 31000:2018 (le linee guida per la gestione del rischio nelle organizzazioni, supportando decisioni e miglioramenti delle prestazioni).
Un approccio che riconosce la natura stessa dell’albero, ossia quella di un organismo vivente inserito nello spazio urbano e nel paesaggio.
“Con queste Linee Guida – dice Barbara Negroni, consigliera nazionale - non proponiamo semplicemente uno strumento operativo, ma affermiamo un modo di interpretare la gestione del patrimonio arboreo fondato sulle competenze tecniche e sulla responsabilità professionale dei Dottori Agronomi e Forestali.”
Il documento definisce i criteri minimi condivisi per la valutazione del rischio arboreo. Il quadro metodologico basato sulla conoscenza agronomico-forestale, fitoiatrica ed economico-estimativa consentirà maggiore uniformità nelle valutazioni professionali e maggiore chiarezza nei processi decisionali. Dopodiché, all’interno di questa cornice, sarà compito del professionista valutare ogni situazione e governare il rischio attraverso un processo tecnico strutturato capace di rendere ogni scelta motivata, comprensibile e tracciabile.

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Fenogenomica e biosicurezza: potenzialità e rischi dell’uso di Trichoderma in campo

L’impiego dei funghi del genere Trichoderma rappresenta oggi una delle pietre angolari dell’agricoltura sostenibile, grazie alla loro straordinaria capacità di agire come agenti di controllo biologico delle fitopatie e promotori della crescita delle piante. Tuttavia, la crescente diffusione di questi organismi, che comporta il rilascio intenzionale e massivo di spore negli agroecosistemi, solleva interrogativi urgenti sulla loro biosicurezza. Un recente studio di fenogenomica pubblicato sulla rivista Nature Microbiology, di cui vengono qui riassunti i tratti salienti, offre una nuova prospettiva per conciliare l’efficacia agronomica con la tutela dell’ambiente e della salute.
Per comprendere appieno le potenzialità e i rischi di questi funghi, è necessario guardare alla loro storia evolutiva: contrariamente alla visione comune che li considera organismi prettamente ad habitat tellurico, la ricerca dimostra che il genere ha un’origine monofiletica antica, risalente al Tardo Cretaceo. Questo genere si è evoluto in stretta simbiosi con le prime foreste pluviali di angiosperme, adattandosi a nicchie arboree come le chiome tropicali, dove ha sviluppato tratti fondamentali quali la pigmentazione verde delle spore per la protezione dai raggi UV e la capacità di germinare rapidamente in presenza di acqua. Questa eredità "silvestre" spiega la grande plasticità ecofisiologica degli isolati appartenenti a questo genere, che permette loro di occupare oggi habitat estremamente diversi, dal suolo agrario alle radici delle piante come endofiti.
Attraverso l’utilizzo di tecniche avanzate di machine learning, lo studio ha integrato i dati genomici di 37 ceppi con l’analisi di oltre 140 tratti fenotipici, rivelando come la diversificazione del genere sia stata guidata da strategie di sopravvivenza differenti. Alcune specie seguono una strategia di tipo "r", caratterizzata da una produzione massiccia di spore ideale per colonizzare rapidamente ambienti instabili, mentre altre adottano una strategia "K", investendo maggiormente nella competizione territoriale tramite il micelio. Proprio questa diversità di fitness ecologica è alla base delle preoccupazioni di biosicurezza: l’analisi evidenzia infatti che alcune specie di largo uso commerciale mostrano un opportunismo preoccupante.
Il caso più emblematico è rappresentato da Trichoderma afroharzianum, recentemente associato a gravi episodi di marciume nel mais e per questo inserito nella lista di allerta dell’EPPO. Allo stesso modo, specie come Trichoderma longibrachiatum sono state identificate come patogeni opportunisti nell’uomo, suggerendo che la selezione dei ceppi agronomici non possa più basarsi esclusivamente sugli effetti benefici che questi possono manifestare a favore delle piante. Il lavoro propone quindi un quadro di riferimento scientifico per la biosicurezza che integri la corretta identificazione tassonomica con la profilazione della fitness ambientale e dei record di patogenicità.

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Ghiande: ritorno al futuro

Quattro sono i simboli nell’emblema della Repubblica italiana dove la stella e la ruota dentata sono circondate da due rami: uno di olivo rappresenta la volontà di pace della nazione e un altro di quercia la forza e la dignità del popolo italiano, entrambi espressione delle specie più tipiche del nostro paese. Entrambi, olivo e quercia, produttori di legni particolari e di frutti, l’oliva e la ghianda.

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De-Estinzione o scienza della Resurrezione: tra sogno e realtà

Per millenni, la parola "estinto" ha significato una cosa sola: per sempre. Ma oggi, in laboratori dove il codice della vita viene riscritto come un software, quel confine sta sfumando. La de-estinzione, o biologia della resurrezione, non è più solo il canovaccio di un film di Hollywood, ma una sfida scientifica concreta che utilizza strumenti come il "taglia-e-cuci" genetico (CRISPR) e la clonazione per riportare indietro specie che non vedevamo da secoli.
Ma riportare in vita un mammut lanoso o una tigre della Tasmania è un autentico trionfo della scienza o un pericoloso azzardo ecologico? Questo interrogativo non è solo accademico; è un dilemma che scuote nel profondo la comunità internazionale, dividendo chi vede nel ritorno degli scomparsi una nuova alba e chi, invece, vi scorge un’ombra inquietante.

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Dialoghi sul Verde: “Il ruolo dei Carabinieri per la biodiversità nella tutela e valorizzazione del patrimonio naturale”

Ferrucci: Il percorso tracciato dai più recenti sviluppi della politica unionale e internazionale in materia di tutela della natura, dipanato in un crescendo di interventi di hard e soft law, è improntato ad una visione integrata e sinergica della protezione di quest’ultima e della lotta al climate change, in linea con le evidenze scientifiche sulle interconnessioni genetiche e funzionali che legano l’erosione e la perdita di biodiversità ai cambiamenti climatici, con indubbi riflessi sulla protezione della salute e del benessere dei cittadini, nonché sulla sicurezza alimentare. In questa cornice normativa è agevole individuare un fil rouge che lega i provvedimenti più datati a quelli più recenti e tra questi, in particolare il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel Dicembre 2022, in sede di COp15  della Convenzione sulla Diversità Biologica, e la Strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030,  presentata dalla Commissione europea nel maggio 2020: il riconoscimento del ruolo strategico che nell’ottica della protezione della biodiversità, rivestono le aree naturali protette, delle quali entrambi i provvedimenti sollecitano la creazione di una rete coerente che, alla luce della Strategia UE, sia tale da coprire almeno il 30% della superficie terrestre unionale e il 30% della sua zona marina entro il 2030. Nell’ottica del legislatore è però indispensabile accompagnare la creazione di nuove aree protette con la garanzia della custodia attiva e della adeguata gestione delle stesse. In Italia è indubbiamente preziosa l’attività che in questo ambito svolgono i Carabinieri per la Biodiversità: quali sono le vostre principali linee di intervento in materia?

Mancini: Ha colto un punto davvero centrale, le aree protette non si tutelano semplicemente istituendole per legge, ma attraverso una presenza quotidiana e una gestione attiva sul territorio. Il Raggruppamento Carabinieri Biodiversità è organizzato in 28 Reparti distribuiti in tutta Italia. Il Reparto di Cecina, che ho l’onore di comandare, si occupa direttamente della gestione di quattro Riserve Naturali Statali Biogenetiche – Tomboli di Cecina, Calafuria, Bibbona e Caselli – e condivide con la Regione Toscana la gestione di diversi siti della Rete Natura 2000. Si tratta di contesti molto diversi tra loro, che vanno dalle dune costiere agli ambienti forestali collinari, fino alle aree marine, e proprio questa varietà rende il nostro lavoro tanto complesso quanto stimolante. La nostra attività si sviluppa lungo tre direttrici che, in realtà, sono profondamente intrecciate tra loro. Da un lato c’è la gestione concreta degli ecosistemi, che significa intervenire sugli habitat, applicare pratiche di selvicoltura naturalistica e contrastare la diffusione di specie aliene invasive. Accanto a questo, lavoriamo molto sul piano della ricerca applicata, collaborando con Università e centri di ricerca per fondare le nostre scelte su dati scientifici solidi.

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Chimica Verde ieri, oggi, domani

La ‘chimica verde’ come noi la intendiamo è un sistema di conoscenze e di tecniche basato su materie prime di origine biologica a ciclo corto – derivate da piante, animali, funghi o da microrganismi - e soprattutto con un forte legame con l’agricoltura.

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L’agroforestazione in risposta agli effetti del cambiamento climatico

Tra il 26 e il 29 ottobre 2018, violente piogge e venti eccezionalmente intensi, con velocità medie orarie fino a 120 km/h e raffiche superiori ai 200 km/h, colpirono un’area boschiva di oltre 40.000 ettari, abbattendo più di 8 milioni di alberi e compromettendo per decenni il futuro dell’economia agro-forestale di un vasto territorio alpino. La cosiddetta tempesta Vaia rappresenta il più grave evento di danneggiamento del patrimonio forestale mai registrato in Italia.
Da questa devastazione ambientale ha preso avvio il progetto LIFE VAIA, finalizzato al recupero delle foreste danneggiate dagli effetti del cambiamento climatico e alla tutela della biodiversità. Inserito nelle politiche europee di adattamento climatico (Green Deal, Strategia UE di adattamento e Programma LIFE), LIFE VAIA coinvolge dieci partner internazionali e mira a rafforzare la resilienza delle foreste e dei sistemi agricoli attraverso modelli innovativi di ripristino forestale, agroforestazione e apicoltura.
Il progetto sviluppa strumenti tecnici, economici e giuridici per la creazione di ecosistemi forestali più stabili, biodiversi e adattati alle nuove condizioni climatiche, capaci di rispondere a eventi estremi. LIFE VAIA integra interventi di riforestazione, tutela della biodiversità e attività economiche sostenibili – quali green jobs, turismo e produzioni forestali certificate, come il miele – e propone politiche basate su partenariati pubblico-privato. Inoltre, contribuisce alla mitigazione climatica grazie a sistemi agroforestali in grado di immagazzinare carbonio e di ridurre le emissioni di CO₂ rispetto all’agricoltura tradizionale.
Pur avendo una durata operativa di cinque anni, il progetto si inserisce in un più ampio processo di recupero forestale di lungo periodo (15–20 anni), con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di foreste mature ad elevata biodiversità e con sottobosco produttivo. Le attività previste comprendono la realizzazione di forest garden, l’impiego della variabilità genetica delle specie e la gestione integrata di ecosistemi forestali e colture alimentari.

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