Un vero e proprio mosaico di geni: ogni pezzo, ogni variante, contribuisce a costruire la forma completa della specie, rendendola flessibile, resistente e capace di adattarsi alle sfide di un mondo in continuo cambiamento.
Un quadro giuridico coerente e favorevole alla ripresa delle attività economiche sostenibili per le aree collinari e montane dell’Italia alpina ed appenninica, tra le quali è certamente compresa la castanicoltura da frutto, elemento caratteristico del paesaggio rurale nazionale e fonte di reddito un tempo importantissima ma che può ritornare ad essere tale sia ripristinando antiche aree coltivate sia avviandone di nuove.
Nel caos dell’informazione gridata e incombente che ci accompagna in questi tempi credo che forse nessuno si sia sottratto ai molteplici effetti dei casi in discussione, in particolare di quello dei “bimbi del bosco”. Per questo sono state coinvolte tutte le corde dei sentimenti, a partire dalle teorie sul mondo dei minori che entrano, non per scelta, sotto le regole della giustizia minorile. Vorrei perciò anticipare che non intendo occuparmi di tutto ciò che su questo tema ci ha coinvolti nel confuso mondo mediatico, ma di alcune considerazioni di diverso ordine e interesse alla base di questo caso e del crescente interesse suscitato in un’opinione pubblica sollecitata da continui stimoli “che fanno notizia” e che, in genere, attengono alla sfera del “pubblico” più che del “privato”.
La vicenda, almeno nelle sue grandi linee, è nota, tanto da rendere superfluo ricapitolarla così come il dibattito smosso dai mezzi di comunicazione e giunto sino alle soglie della politica e della consueta caduta nella vacua sfera della gazzarra mediatica.
Il punto di partenza di queste considerazioni si colloca invece nel fatto che, nell’affrontare la questione, è emerso un diffuso atteggiamento di comprensione e di condivisione da parte dell’opinione pubblica a favore delle scelte dei bizzarri protagonisti della vicenda. Del loro ostentato voler vivere in un mondo onirico secondo le presunte modalità del mitico “buon tempo antico”. Le immagini impietose dei luoghi in cui essi vivono e pretendono, contro ogni logica e regola umana e sociale, di continuare nel loro stile di vita sono chiare. Come lo è il fatto di un esasperato e disperato senso di ricerca di un mondo che non esiste e che forse non è mai esistito nei modi e negli obiettivi che essi propongono e pretendono di imporre ad una società che è molto diversa da come i rosei quadretti proposti lascino intendere.
Il cammino della comunità umana nei millenni è stato diverso da come viene dipinto, eppure oggi sembra di cogliere nell’opinione pubblica un diffuso senso di condivisione. Il fenomeno non è nuovo nella storia. Il mito di un’indefinita “età dell’oro” dove tutto era bello, buono, solidale, moralmente “pulito” rispetto ad un presente colmo di vizi e aberrazioni, esiste da tempo immemorabile ed era vivo già nella cultura classica. In realtà alla prova dei fatti esso è, appunto, “mito” e non cronaca né storia. È racconto di una situazione vagheggiata e irreale, regolarmente smentita sul piano storico e, addirittura, dei reperti materiali che ne testimoniano l’assoluta irrealtà. Eppure, è uno dei più diffusi in ogni tempo e Paese. Pensatori e filosofi ne hanno trattato, sino al culmine del pensiero di Rousseau e del Suo “buon selvaggio”, il protagonista della mitica età dell’oro.
Ranalli. Le sfide del miglioramento genetico della vite in Italia si possono ricondurre alla necessità di una viticoltura più sostenibile attraverso lo sviluppo di vitigni resistenti alle malattie e resilienti ai cambiamenti del clima, pur mantenendo l'identità e la elevata qualità enologica dei vini italiani.
La principale priorità è rappresentata dalle gravi emergenze fitosanitarie (peronospora e oidio, principalmente), che richiedono un uso massiccio di agrofarmaci, con costi ambientali ed economici crescenti. Basti ricordare che in Europa la superficie a vite rappresenta solo il 3,5-4,0% dei terreni agricoli, però consuma oltre il 50% dei pesticidi sintetici applicati alle principali colture. Quali sono le strategie di miglioramento genetico di maggiore rilevanza utilizzate oggi in Italia per aumentare l’adattabilità della vite ai nuovi contesti colturali?
Velasco. Sì, confermo i dati riportati fatto salvo che le percentuali dei prodotti di sintesi in termini di anticrittogamici si avvicinano più al 65% che al 50%, con un effetto anche più drammatico. Le strategie sono multiple e non si limitano al miglioramento genetico, in quanto l’approccio alla gestione del vigneto deve essere un approccio olistico: dall’applicazione dei DSS all’uso di prodotti alternativi di origine naturale compreso l’uso di competitori o di organismi predatori nei confronti dei patogeni. Dal punto di vista del miglioramento genetico le vie sono essenzialmente due: il breeding classico, coadiuvato dall’uso di marcatori molecolari, o l’approccio biotecnologico. La fortuna di avere a disposizione la sequenza del genoma della vite ci ha dato la possibilità di accelerare la scoperta di geni di resistenza o di non-suscettibilità della vite. Fondamentalmente, la resistenza prevede una funzione attiva della pianta contro il patogeno (chimica o fisica), la non-suscettibilità è una sorta di mascheramento della propria natura di ospite naturale del patogeno che non riconosce la vita in quanto suo ospite preferenziale e non l’aggredisce. Nel breeding classico abbiamo a disposizione marcatori molecolari per identificare diverse decine di loci così da poter impostare programmi di miglioramento genetico con piramidazione di resistenze multiple e durature. Per approcci biotecnologici sono purtroppo ancora pochi i geni di cui conosciamo le funzioni precise per cui rappresentano ancora un collo di bottiglia.
Con la domesticazione della vite (avvenuta circa 11.500 anni fa nell’area trans-caucasica e nel Levante) prendono forma i paesaggi viticoli, frutto del rapporto stabilitosi nel tempo tra le viti e gli uomini, la convivenza virtuosa tra di loro.
L’articolo “Aboveground biomass in Australian tropical forests now a net carbon source” pubblicato qualche settimana fa su “Nature" analizza quasi cinquanta anni di dati (1971–2019) provenienti da foreste tropicali umide dell’Australia nord-orientale, tra gli ecosistemi terrestri più ricchi di biomassa al mondo. Tradizionalmente considerate importanti pozzi di carbonio, queste foreste hanno mostrato un cambiamento radicale nel loro bilancio del carbonio: dalla fine del XX secolo, la biomassa legnosa epigea è passata da un assorbimento netto di carbonio a una perdita netta verso l’atmosfera.
I risultati indicano che tra il periodo 1971–2000 le foreste funzionavano come pozzi di carbonio, con un assorbimento medio di circa 0,62 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹, mentre nel decennio 2010–2019 si osserva una perdita netta di circa 0,93 Mg C ha⁻¹ anno⁻¹. Questo cambiamento non è attribuibile a una riduzione della crescita degli alberi, bensì a un forte aumento della mortalità arborea e delle perdite di biomassa, legate principalmente all’intensificazione delle anomalie climatiche. Temperature più elevate, aumento del deficit di pressione di vapore e stress idrico hanno accelerato la morte degli alberi, riducendo drasticamente il tempo di permanenza del carbonio nella biomassa forestale.
Pagliai – Caro Gianni, intanto è bello ritrovarsi dopo 51 anni a parlare ancora di suolo e in particolare di inquinamento (proprio allora già studiavi i metalli pesanti!) e, nonostante i nostri studi e i numerosi allarmi della comunità scientifica, questo problema rappresenta, ora più che mai, una preoccupante minaccia per la produttività agricola, la sicurezza alimentare e la salute umana ma, come sottolinea la FAO ad esempio, si sa ancora troppo poco sulla portata di tale minaccia a livello globale. L’inquinamento del suolo, infatti, spesso non può essere percepito visivamente o direttamente valutato, rendendolo un pericolo nascosto dalle gravi conseguenze.
Petruzzelli – Caro Marcello hai ragione, l'inquinamento del suolo rappresenta ancora una problematica ambientale delle più importanti e delle più trascurate. A differenza di altri tipi di inquinamento, come quello dell’aria e dell’acqua il deterioramento del suolo spesso non è percepibile con l'olfatto, non è visibile a occhio nudo, ma i suoi effetti negativi possono manifestarsi e permanere per molti anni. Queste caratteristiche rendono l’inquinamento del suolo particolarmente pericoloso, soprattutto in ambito agricolo, dove la qualità del terreno è strettamente legata alla qualità degli alimenti e alla salute umana. Il legame tra suolo e salute è evidente: un terreno contaminato può trasferire questi inquinanti alle colture, e quindi agli animali da allevamento e all’uomo.
Pagliai – L’inquinamento influisce, infatti, sulla sicurezza alimentare sia compromettendo il metabolismo delle piante e riducendo così i raccolti, sia rendendo le colture non sicure per il consumo poiché elementi pericolosi come arsenico, piombo e cadmio o sostanze organiche come i policlorofenili, idrocarburi aromatici policiclici, possono entrare nella catena alimentare presentando gravi rischi per la salute umana. L’inquinamento del suolo colpisce quindi il cibo che consumiamo, l’acqua che beviamo, l’aria che respiriamo e la salute dei nostri ecosistemi. La quasi totalità di tale inquinamento è dovuto alle attività antropiche, tuttavia, anche se la produzione industriale, l’urbanizzazione ecc., continuano a crescere a un ritmo rapido, non è mai stata effettuata una valutazione sistematica dello stato di inquinamento del suolo a livello mondiale.
“La metà nascosta della pianta e i suoi invisibili”, questo potrebbe essere il possibile titolo del saggio che entro breve verrà pubblicato a testimonianza dei notevoli progressi compiuti in chiave radicale e nell’interazione con gli invisibili del terreno.
Al fine di rispondere in maniera convinta e appropriata ai più recenti dettami dell’UE in materia di agricoltura rigenerativa, in primis gli studenti frequentanti vari corsi universitari, seguiti da agronomi, periti agrari, forestali oltre che dagli agricoltori più evoluti, dovrebbero accedere con curiosità ai contenuti di questa nuova proposta libraria.
Una conoscenza ordinata e organizzata del patrimonio complessivo, basata sui canoni nazionali e internazionali delle discipline archivistiche e biblioteconomiche e calata nel contesto specifico della storica realtà fiorentina. L’insieme di risorse bibliografiche, scritture archivistiche e beni culturali ora gode di un’allocazione precisa in uno schema concettuale, che può essere letto, usato e interpretato secondo le più diverse esigenze.
Si vogliono leggere in questo riconoscimento “Identità e Tradizione”, entrambe parole grosse dalle quali è opportuno partire. Pretendere di definire l’identità e imporla a ogni costo è un esercizio demagogico, perché essa – come ricorda l’antropologo Michael Herzfeld – è per sua natura multipla, mutevole e continuamente negoziata. Le retoriche identitarie, spesso strumentalizzate e apparentemente rassicuranti, possono essere profondamente pericolose, come sottolineano gli storici; per questo è necessario distinguerle, decostruirle e contrastare gli abusi conoscitivi che generano.
Usare poi l’identità come chiave di lettura della cucina è del tutto inappropriato: la cucina italiana, nei fatti, è plurale, mai fissa e in continuo divenire. Demagogia e retorica anche nella parola tradizione, spesso utilizzata per rafforzare un’idea di identità, ma che oggi finiamo per rispolverare più che trasmettere davvero. Nei fatti non tramandiamo più nulla, perché non c’è più niente da trasmettere: ciò che oggi chiamiamo tradizione è costruito su rievocazioni, nostalgie e memorie di un tempo che non c’è più da tempo e, per fortuna.
Già dagli anni Cinquanta del Novecento la gastronomia italiana si è fondata in larga misura su cibi industriali, attraverso i quali abbiamo soppiantato in breve tempo ogni consuetudine precedente, poiché ci ricordavano fame e miseria. Questa era la tradizione; infatti l’Unesco non la riconosce né la celebra. Ma quale tradizione, poi? Di quotidiane zuppe e minestre di verdure di ogni tipo? Quella degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando persino nei paesi più sperduti i negozi di generi alimentari (le drogherie) traboccavano di paste secche industriali, mortadelle, provoloni, galbanini e, come tocco finale, le immancabili scatolette di carne Simmenthal? E le scatolette di tonno o i barattoli di pomodoro e salse, con cui abbiamo mangiato la stessa pasta? Con drogherie e centri commerciali, abbiamo detto addio a quelle piccole tipicità locali che ora rimpiangiamo; abbiamo detto addio anche alla vera “cucina italiana”, che si esprimeva in un mosaico ricchissimo di tradizioni locali, oggi profondamente influenzato da tendenze tedesche, inglesi e americane.
Cipriani - Caro Francesco, come sai, fin dal secolo scorso la durata della vita è in continuo aumento ovunque, sostenuta da miglioramenti degli ambienti di vita e da innovazioni sanitarie, tanto che in Italia oggi una donna si aspetta di vivere mediamente almeno 85 anni ed un uomo 82. Il limite biologico della specie umana sembra di circa 120 anni. Tutte buone notizie. Ma gli anni della vecchiaia sono anche quelli con più malattie e disabilità e al tempo stesso nei Paesi più sviluppati nascono sempre meno bambini, con il risultato di una “tempesta perfetta” per la sostenibilità di una società che invecchia rapidamente. L’ideale sarebbe poter vivere tutta la vita che ci è dato vivere in pieno benessere. È possibile? In gran parte sì. Dopo quasi un secolo di ricerche in laboratorio su cellule e animali e di quelle epidemiologiche sull’uomo sappiamo che la maggioranza degli anni di vita che possiamo guadagnare in buona salute dipendono dalle nostre scelte: dieta, attività fisica, fumo, alcol, sonno, sesso, lavoro, attività ricreative. In particolare, secondo recenti dati dell’iniziativa scientifica Global Burden of Disease (GBD) (https://www.healthdata.org/research-analysis/gbd), una corretta alimentazione è il fattore più importante per vivere a lungo e in salute. Ma cosa significa “alimentazione corretta”? Si sente parlare soprattutto di dieta Mediterranea di cui tu sei un esperto e vorrei che ci aiutassi a far chiarezza intorno a questo modello alimentare
Sofi - La DM è nata dopo la Seconda guerra mondiale, con i primi dati degli studi del prof. Ancel Keys, ma non esiste una sua vera e propria definizione, essendo semplicemente il profilo alimentare caratteristico dei paesi circondati dal Mar Mediterraneo. Pur con le differenze tra paesi, il profilo alimentare mediterraneo è caratterizzato da un consumo di alimenti su base vegetale (cereali, verdura, frutta e legumi), con moderata introduzione di alimenti su base animale e con l’olio di oliva come principale fonte di grassi. È importante sottolineare che la DM non è una dieta come si intende oggi con questo termine, cioè un modo che ci faccia perdere peso a tavola, ma è un vero e proprio stile di vita, che comprende anche altri aspetti non strettamente nutrizionali come la convivialità, i ritmi quotidiani di vita, la freschezza e stagionalità dei prodotti, etc.
Dal punto di vista scientifico è il profilo alimentare migliore per la prevenzione e la terapia di quasi tutte le malattie. I dati in letteratura ci dicono in maniera incontrovertibile che aderire al profilo alimentare mediterraneo, misurato con specifici indici di consumo giornaliero/settimanale di alimenti e gruppi alimentari, riduce di circa il 10% la mortalità generale e l’insorgenza e la mortalità delle più importanti malattie cronico-degenerative quali tumori, diabete, malattie cardiovascolari, malattie del sistema nervoso, etc. La DM è sicura e tollerabile in tutte le fasce di età e in tutte le condizioni fisiologiche (gravidanza, attività sportiva ed agonistica, ecc..).
La capacità delle piante di affrontare condizioni di stress idrico dipende non solo dalle loro caratteristiche fisiologiche, ma anche dalle interazioni complesse con i microrganismi presenti nel suolo e nelle radici, veri e propri “alleati invisibili” che aiutano le piante a resistere quando l’acqua scarseggia.
Il molecular farming non è più solo una tecnologia di nicchia, ma una piattaforma matura e in rapida evoluzione che può avere un impatto rivoluzionario sulla salute globale, offrendo una soluzione a basso costo, sicura e scalabile per la produzione dalle piante di vaccini e altri farmaci essenziali.
Sabato 29 novembre 2025 è andata in onda una puntata di “Indovina chi viene a cena” dedicata al tema “Partigiani contadini”. I firmatari hanno apprezzato l’attenzione verso le risorse genetiche locali, il ruolo delle banche del germoplasma e il principio di benefit sharing, strumenti fondamentali per la conservazione e la condivisione della biodiversità agricola.
Riteniamo però necessario intervenire su come la trasmissione ha rappresentato genetica e miglioramento genetico, contrapposti in modo semplicistico ai “partigiani contadini”, presentati come unica alternativa “pura” e virtuosa. Questa dicotomia rientra in un filone mediatico ormai consolidato: da un lato i “custodi della natura”, dall’altro le multinazionali, descritte come predatrici di biodiversità. Una narrazione ideologica che riduce la complessità del settore agricolo.
Molte affermazioni risultano fuorvianti. Si sostiene, ad esempio, che i semi delle ditte sementiere siano “manipolati, ibridi e sterili”, mentre quelli “contadini” sarebbero “autentici”. In realtà la sterilità interessa solo poche colture (banane, uva, cocomeri apireni); gli ibridi non sono sterili, semplicemente generano una discendenza eterogenea secondo le leggi di Mendel, non conveniente per chi li vuole coltivare. Si sono diffusi perché garantiscono vantaggi reali: produttività, uniformità, resistenza a malattie e stress, grazie al “vantaggio dell’ibrido”, vero per tutti gli esseri viventi.
Gli agricoltori acquistano semi nuovi non perché non abbiano alternative, ma perché il seme autoprodotto può perdere purezza genetica, contaminarsi o veicolare malattie. Le ditte sementiere garantiscono all’acquirente la purezza del seme, la sua qualità e la sua germinabilità: offrono quindi un servizio professionale, che ha naturalmente un costo.
Fuorviante anche la distinzione morale tra un miglioramento genetico “buono” (pubblico) e uno “cattivo” (privato). La selezione genetica si basa su principi scientifici condivisi: attribuire una valenza etica diversa agli stessi strumenti in base a chi li usa crea diffidenza ingiustificata e ingiustificabile.
Inaccurata anche la parte sulle banche del germoplasma: non regalano semi alle multinazionali, ma li distribuiscono gratuitamente a chiunque ne faccia richiesta. Forniscono piccole quantità non per nascondere qualcosa, ma perché la loro funzione non è la produzione di grandi volumi, bensì la conservazione, lo studio e la diffusione del materiale genetico. Inoltre, i semi “antichi”, spesso presenti nelle banche del germoplasma, non sono automaticamente migliori: possono presentare caratteristiche positive insieme ad altre negative. Il miglioramento genetico serve proprio a combinare più tratti vantaggiosi in una stessa varietà coltivata.
Queste inesattezze sono probabilmente la conseguenza di una carente preparazione agronomica di base, indispensabile per comprendere come funzionano realmente le produzioni agricole, siano esse condotte da piccoli agricoltori o su larga scala.
L’accordo raggiunto nel recente trilogo europeo sul nuovo Regolamento dedicato alle New Genomic Techniques (NGTs), in Italia Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), rappresenta un passaggio storico per l’innovazione genetica in agricoltura e giunge al termine di un lungo percorso, spesso rallentato dalle esitazioni della politica, nonostante l’attesa di ricercatori e imprese agricole. Per la prima volta l’Unione Europea riconosce formalmente la necessità di distinguere le NGTs/TEA dagli OGM tradizionali, aprendo la strada a un quadro normativo più moderno e coerente con l’evoluzione delle conoscenze scientifiche. È importante ricordare, tuttavia, che l’accordo raggiunto nel trilogo dovrà ora essere approvato con voto formale sia dal Parlamento europeo sia dal Consiglio dell’Unione prima di diventare definitivamente operativo.
In questo processo, l’Italia ha esercitato un ruolo determinante, grazie alla capacità, consolidata negli ultimi anni, di promuovere un’interazione costante e costruttiva tra la comunità scientifica della genetica agraria, gli stakeholder del settore primario e i decisori politici. Tale triangolazione virtuosa ha permesso di superare approcci di natura ideologica, orientando le posizioni negoziali su evidenze scientifiche, scenari agronomici concreti e obiettivi chiari di sostenibilità. L’Italia ha così potuto partecipare al trilogo come un Paese in grado di avanzare proposte equilibrate, credibili e innovative, contribuendo in modo significativo alla definizione dell’intesa finale.
Tra gli elementi più significativi emersi in questa fase vi è il pieno riconoscimento del ruolo imprescindibile della ricerca di base. Senza una conoscenza approfondita dei genomi, dei geni che determinano i caratteri agronomicamente rilevanti e delle complesse interazioni che regolano la risposta delle piante agli stress biotici e abiotici, l’applicazione delle NGT/TEA non può esprimere appieno il proprio potenziale. L’identificazione del maggior numero possibile di geni, varianti alleliche e regioni genomiche alla base di tratti fondamentali, quali la resistenza ai patogeni, l’efficienza nell’uso dell’acqua e dei nutrienti, la qualità delle produzioni, costituisce una condizione essenziale per affrontare con efficacia le sfide climatiche, ambientali ed economiche dei prossimi decenni.
Oggi, più che mai, il futuro dell’agricoltura italiana dipende dalla capacità di anticipare le sfide e trasformarle in opportunità di crescita, senza perdere il legame con i territori e con la qualità che contraddistingue il nostro sistema agroalimentare.
Il suolo non è un semplice substrato minerale, ma un organismo vivo, complesso, pulsante, un ecosistema in cui miliardi di microrganismi cooperano e competono generando resilienza, fertilità e qualità. Considerare il suolo come un’entità vitale significa ribaltare l’approccio tradizionale all’agricoltura: non più come un supporto inerte da sfruttare, ma una realtà biologica da accompagnare e rigenerare.
L’agricoltura non esiste in natura. Un concetto scontato per chi la pratica, per chi l’assiste, per chi la studia, per chi la innova, per chi ci vive. Non altrettanto per gli altri, siano essi cittadini, policy-makers, consumatori, opinion leaders.
Eppure…
Eppure da quando l’agricoltura è nata nella Mezzaluna Fertile, più o meno 15.000 anni fa, ha cambiato non solo il sistema di approvvigionamento del cibo, ma il modo stesso di essere dei sapiens: del loro stare insieme, della capacità di organizzarsi in comunità, di condividere spazi con altri individui, di “mettere radici” in porzioni di terra che poi chiamarono città. Da quando l’agricoltura è “sorta” nel pensiero dell’uomo (prim’ancora che nelle sue mani), essa ha ribaltato il rapporto con la natura, “inventando” sistemi organizzati e condivisi tra le stesse comunità, capaci di “gestire” gli esseri viventi - piante ed animali - aggiungendo in un certo qual modo alle leggi di natura, le tecniche di coltivazione ed allevamento.
Bene scrive Papa Francesco nella Laudato si’, «‘coltivare’ significa arare o lavorare un terreno, ‘custodire’ vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare». Una distinzione fondamentale che mostra come la coltivazione non sia un processo naturale, ma un atto intenzionale dell’uomo, che aggiunge alla spontaneità della natura la responsabilità della cura.
Quanto questo nuovo rapporto (“nuovo”, almeno rispetto a quanto avvenuto nei precedenti milioni di anni) abbia impattato sulla natura, intesa come insieme di ecosistemi complessi, e ne abbia condizionato le sorti, è ambito di indagine degli studiosi di ecologia. Quanto invece esso abbia rappresentato per lo sviluppo del genere umano, è sotto gli occhi di tutti e circa i 9 miliardi di individui che oggi popolano il pianeta.
Un’evoluzione, anzi una co-evoluzione, in cui uomini, animali, piante, microorganismi, suolo, sottosuolo, atmosfera, acqua, hanno direttamente o indirettamente intrecciato un reciproco e sempre più marcato condizionamento.
Il modello dell’homo agricola, variante culturale (e colturale) dell’homo sapiens, ha visto premiata la sua coevoluzione con la natura, facendo di quest’ultima un formidabile strumento di vita, sussistenza, di sviluppo, di relazione, ma anche di spiritualità, di pensiero. La stessa filosofia, come espressione collettiva di comunità ormai stanziali, è probabilmente uno dei frutti indiretti dell’agricoltura.
Dedicato alla Giornata Mondiale del Suolo nata in Tailandia nel 2002 su proposta dell’International Union of Soil Sciences (IUSS), ma solo nel 2013 le Nazioni Unite ne hanno reso ufficiale la celebrazione il 5 dicembre di ogni anno.
Pagliai – Cara Livia quante volte ribadiamo che nel suolo troviamo oltre il 90 % della biodiversità del pianeta in termini di organismi viventi? Tutte le volte che ne abbiamo l’opportunità! Per anni siamo stati inascoltati o quasi; ora la situazione sembra cambiata: intanto si è preso atto dello stato di sofferenza dei suoli e della biodiversità, da qui i recenti provvedimenti e direttive dell’Unione Europea tendenti ad affrontare tali problemi. Fa piacere notare che, oltre a queste iniziative, vengano promossi anche progetti che affrontano anche le problematiche del suolo, anche se in tema di biodiversità del suolo c’è ancora molto da fare e per questo è importante promuovere attività. Mi fa veramente piacere il tuo coinvolgimento nell’attività del National Biodiversity Future Center (NBFC) del PNRR e in particolare nella tematica riguardante strategie e strumenti per la conservazione della biodiversità di aree protette e come aumentarne la superficie: ci vuoi spiegare a grandi linee di cosa si tratta e le finalità.
Vittori Antisari – Caro Marcello ti ringrazio molto per la gradita attenzione e per potere divulgare questa esperienza di ricerca all’interno dello spoke “terrestre” 4.4 del NBFC, che ha il fine di individuare strumenti per la pianificazione e gestione della conservazione della biodiversità, in riferimento principalmente alle aree protette italiane.
Prima di entrare nel merito vorrei però condividere con te una grande preoccupazione. È vero, come dici, che il suolo stia ricevendo molte attenzioni, a scapito però di una scorretta semplificazione o, peggio ancora, di una banalizzazione di un sistema in realtà complesso. Meglio ancora un “ecosistema complesso” come evidenziato dal fatto che alla formazione ed evoluzione di un suolo contribuiscono fattori di natura chimica, fisica e biologica che interagiscono con la pluralità dei comparti ambientali quali da esempio microbiologici, entomologici, zoologici, botanici, selvicolturali, morfo-litolgici, geo-idrologici, senza dimenticare la sempre più accentuata interferenza antropica. Molte volte, e sempre più spesso nei consessi scientifici, non si riconosce al suolo il ruolo centrale negli equilibri ambientali. Si omette di considerare il suolo come un continuum all’interno del territorio da declinarsi come interazione dei fattori della pedogenesi e derivato dai diversi processi pedogenetici innescati dall’incidere dei fattori stessi. Oggigiorno, la variabilità spaziale dei suoli considerata è solo superficiale, vengono usate immagini satellitari per costruire modelli e per valutare la variazione delle proprietà del suolo, ignorando completamente la variabilità verticale genetica dei suoli, dettata dalla loro profondità, fino al contatto litico.
La nostra nutrizione onnivora, probabilmente prima vegetariana e poi carnivorana, oggi trova riferimento in due diverse strutture funzionali: la prima in bocca nei denti anteriori e nello stomaco e primo tratto intestinale con il suo sistema enzimatico, la seconda nei denti molari e nelle fermentazioni del microbiota del grosso intestino.
È appena uscito un lavoro collaborativo che ha posto in ordine di priorità le specie di piante selvatiche a rischio di scomparsa in Toscana. La Regione Toscana ha instaurato ormai da diversi anni un accordo di collaborazione con le Università di Pisa, Firenze e Siena per il monitoraggio di specie e habitat protetti dall’Unione Europea ai sensi della cosiddetta Direttiva Habitat (92/43/CEE), finanziando un progetto denominato “NATura NEtwork Toscana – NAT.NE.T”. Nell’ambito di questo progetto, è stato anche chiesto ai botanici del gruppo di lavoro di aggiornare l’elenco delle specie di piante di interesse conservazionistico, da proteggere a livello regionale.
Pochi giorni fa è stato pubblicato un lavoro sulla rivista scientifica Environmental and Suitability Indicators, al quale hanno partecipato 20 ricercatori, coordinati localmente dai prof. Gianni Bedini (Università di Pisa), Bruno Foggi (Università di Firenze) e Claudia Angiolini (Università di Siena).
Nella conservazione della natura, poiché purtroppo non è possibile tutelare attivamente tutto ciò che meriterebbe di essere conservato, è in uso ormai da decenni l’elaborazione di cosiddette priorità: si mettono quindi in evidenza le specie a maggior rischio di estinzione globale, nazionale o locale, per convogliare sforzi e (di solito esigue) risorse disponibili su di esse.
È ben noto che, a livello globale e nazionale, l’approccio più diffuso per stabilire delle priorità di conservazione è l’utilizzo del protocollo IUCN (International Union for Conservation of Nature), che porta ad attribuire delle categorie di rischio e a redigere le cosiddette Liste Rosse. La stessa IUCN, però, chiarisce bene che questo approccio non è funzionale alla redazione di liste di attenzione di interesse locale (come potrebbero essere, ad esempio, quelle a livello delle varie regioni amministrative italiane, o di aree ancora più ristrette). Per questo motivo, il gruppo di studiosi ha cercato di elaborare un approccio alternativo, che permettesse di assegnare delle priorità di conservazione su basi scientifiche alle specie selvatiche della flora toscana.
Ferrucci: «Un giardino storico è una composizione di architettura il cui materiale è principalmente vegetale, dunque vivente e come tale deteriorabile e rinnovabile. Il suo aspetto risulta così da un perpetuo equilibrio, nell’andamento ciclico delle stagioni, fra lo sviluppo e il deperimento della natura e la volontà d’arte e d’artificio che tende a conservarne perennemente lo stato»; e se dunque «come monumento il giardino storico deve essere salvaguardato secondo lo spirito della Carta di Venezia, tuttavia, in quanto “monumento vivente”, la sua salvaguardia richiede delle regole specifiche.
Con questa definizione la Carta di Firenze, redatta nel 1982 dall’International Council of Monuments and Sites (ICOMOS) e dall’International Federation of Landscape Architects (IFLA), coglie in modo chiaro ed univoco le peculiarità che connotano il giardino storico tratteggiandone i caratteri identificativi: la monumentalità che lo distingue dal giardino che storico non è, la sua predominante componente vegetale che ne disegna la cangiante evoluzione di forme e di cromatismo, quella dinamicità che si contrappone alla staticità del monumento costruito dall’uomo. Il messaggio che la Carta di Firenze ci trasmette è che quel connubio tra natura e “volontà d’arte” invoca l’adozione di specifiche metodologie di co¬noscenza, di intervento conservativo e di restauro, rispettose del suo essere un unicum limitato, peribile, irripetibile. Una sfida intrigante e inquietante per il paesaggista chiamato a cimentarsi con il restauro di un giardino storico: come l’hai vissuta nelle tue molteplici esperienze? Qual è l’orizzonte dal quale si prendono le mosse e quale quello di approdo: la ricostruzione dell’impianto originario o altro?
Giusti: La domanda impone una premessa teorica sul giardino come forma di architettura viva, situata al crocevia tra natura e cultura, tra materia vegetale e materia minerale, e dunque tra due differenti temporalità: quella ciclica e rigenerativa della natura e quella lineare e storica della costruzione. Tale duplicità genera una tensione strutturale che si manifesta nel corso del tempo e che costituisce uno dei principali nodi epistemologici del pensiero paesaggistico contemporaneo. La storia dimostra come in alcuni casi il giardino sia sopravvissuto all’architettura minerale, con un’inversione del paradigma tradizionale – che attribuiva all’edificato una durata superiore a quella della vegetazione considerata più effimera. Porto sempre come esempio l’immagine di fine Ottocento del distrutto castello di Saint Cloud: dalle macerie dell’edificato si vede nitidamente il giardino coi suoi parterre nella lontananza. Questa considerazione porta, a mio avviso, a una prima, cruciale rottura teorica: la resistenza del giardino non è nella permanenza, ma nel mutamento. Il giardino, infatti, si conserva non malgrado il cambiamento, ma attraverso il cambiamento stesso. La sua materia vegetale, lungi dall’essere fragile o instabile, è portatrice di un principio di rigenerazione che sfida la temporalità lineare della storia umana. Si afferma così l’idea del giardino come palinsesto polimaterico, un dispositivo complesso in cui la materia viva e la memoria storica interagiscono in modo costante e reversibile.