Notiziario

Il Bostrico tipografo e la protezione dell’Abete rosso dopo la tempesta Vaia

La tempesta Vaia dell’ottobre 2018 oltre a causare danni ad abitazioni ed infrastrutture ha rappresentato un evento devastante di grande impatto diretto su molte formazioni di Abete rosso dell’arco alpino centro orientale, con ricadute sui patrimoni arborei delle Regioni Friuli Venezia. Giulia, Veneto e Lombardia e delle province autonome di Bolzano e Trento. Basti pensare al riguardo ai più di 4 milioni di mc di legname abbattuto in 24 ore nella sola Provincia di Trento, ai 780.000 mc del Friuli Venezia Giulia ed ai 2.700.000 mc del Veneto.
La grande quantità di schianti e la conseguente diffusa presenza  di piante atterrate o stroncate idonee a sostenere forti incrementi demografici di insetti che si sviluppano negli strati sottocorticali, in grado colonizzare non solo piante morte di recente o fortemente debilitate ma anche di riversarsi su piante sane, ha indotto le autorità e le comunità presenti nei territori forestali colpiti ad attivarsi prontamente con impegnativi piani di esbosco, non solo per recuperare quanto possibile del materiale legnoso a terra e ma anche per evitare pericolosi incrementi massali delle popolazioni di questi artropodi e in particolare del Coleottero Scolitide noto con il nome comune di Bostrico tipografo dell’abete rosso (Ips typographus L.).
A causa dei danni che può provocare, il Bostrico tipografo è considerato uno degli insetti di interesse forestale più importanti in Europa per il suo ruolo nella dinamica degli ecosistemi forestali e il temibile impatto delle sue gradazioni capaci di determinare morie su estese superfici boschive. Nel solo periodo compreso tra il 1940 e il 1951 uno dei più estesi focolai d’infestazione registrati nel nostro continente ha provocato in Europa centrale l’abbattimento di piante per un totale di 30 milioni di mc, con 100.00 ha completamente devastati nel solo nord-est della Polonia.

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Economia circolare nella filiera della birra

La birra è la bevanda alcolica maggiormente consumata a livello globale (circa 1,91 miliardi di hL nel 2019), con un mercato globale pari a 623,2 miliardi di $ USA nel 2020. In Italia la produzione complessiva di birra è stata di circa 15,8 milioni di hL nel 2020, di cui circa il 71% prodotta da soli cinque grandi player, come Heineken Italia, Birra Peroni, Anheuser-Busch InBev, Birra Castello e Carlsberg Italia. Nel 2020, 756 birrifici artigianali hanno prodotto 361.000 hL di birra, ossia il 3,1% della produzione di birra italiana. La birra lager è la tipologia di birra più diffusa, rappresentando l'84,2% del consumo complessivo di birra, seguita dalle birre speciali (14,5%) e da quelle a bassa o analcolica (1,3%). Il formato di confezionamento della birra è dominato dalle bottiglie di vetro (80,8%), seguito dai fusti in acciaio (11,7%) e infine dalle lattine di alluminio (7,5%). La maggior parte dei consumatori acquista birra in bottiglie di vetro (di cui il 73,0% a perdere ed il 7,8% a rendere) o lattine di Al, mentre la birra confezionata in fusti d'acciaio è principalmente per uso commerciale. 

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Il mentastro, lamiacea dalle proprietà tossiche da recuperare in una prospettiva di economia circolare

Mentha pulegium L., nota come mentastro o menta romana, è una emicriptofita scaposa, diffusa in tutti i paesi del bacino del Mediterraneo e ampiamente distribuita su tutto il territorio italiano, dove cresce generalmente su terreni umidi, da 0 a 1200 m. Il nome del genere deriva dal nome greco 'Mínthe', ninfa che abitava il regno di Ade, mentre l’epiteto specifico deriva dal latino ‘pulex’, in relazione al suo antico uso di repellente contro insetti nocivi.

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Cambiamenti climatici e società: il ruolo delle Università

Professoressa, ci può aggiornare sull’impatto del cambiamento climatico sulla nostra società?
Possiamo prendere spunto dai 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel 2015 dai quasi 200 Paesi membri dell’ONU. Essi sono “Obiettivi comuni”, vale a dire che riguardano tutti i Paesi e tutti gli individui: nessuno ne è escluso, né deve essere lasciato indietro lungo il cammino necessario per portare il mondo sulla strada della sostenibilità. Ebbene, è facile dimostrare che ben oltre la metà di questi temi presentano interazioni importanti con il cambiamento climatico. E, ovviamente prescindendo dal Goal 13 (“Climate action”) totalmente dedicato a tale problema, sfide quali il contrasto alla povertà e alla fame, il perseguimento di salute e benessere, la qualità dell’ambiente e delle forme di vita terrestri e marine, la sostenibilità delle aree urbane, la giustizia sociale, si trovano a confrontarsi quotidianamente con le problematiche connesse proprio con i mutamenti climatici in atto. La temperatura è un fattore fondamentale nel condizionare le funzioni biologiche, dalle più semplici, come una attività enzimatica, alle più complesse, come quelle relative a un ecosistema. Al variare dei parametri termici si innescano modificazioni che comportano lo stabilirsi di nuovi equilibri biologici, migrazioni di popolazioni, riassortimento di biocenosi. Particolarmente delicato è il rapporto tra piante e organismi nocivi: assistiamo con frequenza sempre maggiore a preoccupanti recrudescenze di malattie note da tempo ma sinora poco importanti. Il clima è in costante divenire, ma mai nella storia dell’umanità l’azione antropica ha introdotto fattori di pressione con velocità e intensità paragonabili a quelli ai quali stiamo assistendo, per non parlare dei modelli predittivi, di cui la comunità scientifica sta discutendo da tempo. Si tratta di un fenomeno epocale, a cui nessun essere vivente ha mai assistito prima, che rischia di sconvolgere il nostro ordine naturale, politico e sociale. Interi capitoli dei nostri libri di testo dovranno ben presto essere riscritti per aggiornarli ai nuovi scenari. Non è un caso che questi argomenti si trovino ai primi posti dell’agenda politica di tutti i governi; purtroppo, però, anche in questo caso, … tra il dire e il fare…

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La “Fabbrica dei marroni di Marradi” non deve chiudere

L'anno vecchio a Marradi non è finito bene, perché dopo Natale la proprietà della Ortofrutticola del Mugello (Italcanditi), ha comunicato a tutte le lavoratrici, che sono tante e lavoratori, l'intenzione di trasferire la lavorazione delle Castagne e dei Marroni nel bergamasco, chiudendo e trasferendo i mezzi di lavoro in Lombardia.
Così all'improvviso una delle più grandi fabbriche di Castagne e Marroni e l'unica realtà occupazionale di grande rilievo del territorio chiuderebbe i battenti. Molto discutibile questo comportamento, anche perché il bilancio produttivo è stato più che positivo, si legge nella stampa accreditata. I bravi lavoratori della "Fabbrica dei Marroni di Marradi" stanno presidiando lo stabilimento affiancati dai castanicoltori Marradesi, i quali hanno bloccato gli ingressi dall’ esterno con dei trattori. A loro, naturalmente, si è unito l’intero paese, giacché l’eventuale chiusura della fabbrica rappresenterebbe un colpo mortale all’ economia dell’intero territorio.
La notizia sta facendo il giro del mondo perché il "Marron Buono di Marradi", che rappresenta l'ecotipo di maggiore risalto per l'"IGP Marrone del Mugello", è largamente conosciuto per le sue peculiari caratteristiche di elevata qualità e salubrità.
E allora perché la proprietà vuole chiudere e trasferire la produzione del trasformato nel bergamasco?
Tutta la popolazione di Marradi, con in testa il Sindaco, la Giunta comunale e il Consiglio, si è mobilitata per impedire che la "Fabbrica dei Marroni" subisca questo tragico affronto.
Il presidio deve garantire che da lì non esca neppure un bullone e tutte le forze politiche, amministrative, sindacali ed ecclesiastiche, locali, regionali, nazionali ed europee, hanno manifestato un chiaro disappunto per questa incomprensibile decisione della Italcanditi di Bergamo. Molte organizzazioni sono venute a Marradi per dare coraggio e speranza ai circa 100 addetti al buon funzionamento dello stabilimento. A questi si sono uniti personaggi famosi che amano il nostro paese e i prodotti tipici, la gastronomia, il bellissimo paesaggio, con tanti castagneti maestosi, storici e culturali.
Tutti insieme dobbiamo fare opera di convincimento verso la nuova proprietà di riprendere in tempi brevi le lavorazioni del nostro prodotto di grande eccellenza; Il “Marron Buono di Marradi", che rappresenta la materia prima in assoluto per la nostra "Fabbrica dei Marroni". 
Per queste significative considerazioni è sacrosanto diritto delle Maestranze, la lavorazione dei Marroni a Marradi, non solo deve proseguire in loco, ma deve essere incrementata con nuove linee di prodotti trasformati.

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Raccomandazioni per l’UE sulla normativa concernente ricerca e sviluppo del Genome editing per piante e animali da allevamento

L’Unione Europea delle Accademie Agricole (UEAA), attraverso un gruppo di lavoro ha formulato e trasmesso alla Commissione dell’UE alcune raccomandazioni per la revisione della normativa, attualmente in vigore, sul Genome editing. L’Italia aderisce all’UEAA attraverso l’Accademia dei Georgofili con la quale mantiene stretti rapporti, anche in collegamento con UNASA (Unione Nazionale delle Accademie per le Scienze Applicate allo Sviluppo dell'Agricoltura).

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Le gru a cavo forestali: miglioramenti tecnologici e funzionali per un’applicazione in sicurezza

Le gru a cavo forestali rappresentano uno strumento fondamentale per le utilizzazioni forestali in aree montane, garantendo lo svolgimento delle operazioni su terreni acclivi e non trafficabili da mezzi terrestri. L’impiego di queste macchine è diffuso lungo l’arco alpino europeo, in particolare in Italia, Francia, Austria, Svizzera e Germania, e - con svariati adattamenti - nel contesto extraeuropeo, tra cui le aree montane della costa pacifica degli Stati Uniti e del Canada, della Nuova Zelanda e del Giappone. In tempi recenti, l’approfondimento del concetto di sostenibilità delle utilizzazioni forestali ha evidenziato la necessità di porre particolare attenzione alla salute e alla sicurezza degli addetti ai lavori.

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Filiera agroalimentare e pratiche commerciali sleali: la nuova disciplina

1.- La Direttiva UE e l’attuazione in Italia
Il 17 aprile 2019 il Parlamento Europeo ed il Consiglio hanno approvato la Direttiva (UE) 2019/633 sulle Pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese nella filiera agricola e alimentare.
Si tratta di una disciplina originale ed innovativa, sia per la base giuridica adottata (l’art. 43.2. sul perseguimento degli obiettivi della politica comune dell'agricoltura e della pesca), sia per l’ambito di applicazione (le relazioni tra acquirenti e fornitori lungo la filiera agricola e alimentare), sia per i soggetti interessati, sia per la dimensione globale della disciplina (che espressamente investe anche soggetti aventi stabilimento o sede al di fuori del territorio dell’Unione Europea).
Il legislatore italiano, con la legge di Delegazione europea del 2019 e 2020 (L. 22 aprile 2021, n. 53, art. 7), ha delegato il Governo ad intervenire sul tema, adottando un Decreto legislativo per il recepimento della richiamata Direttiva. La delega contiene importanti innovazioni rispetto al vigente quadro disciplinare nazionale, fra l’altro individuando l’ ICQRF quale Autorità nazionale di contrasto, laddove l’art. 62 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, assegnava la competenza in materia all’AGCM.
Il 30 novembre 2021, infine, è stato pubblicato sulla G.U. n. 285 il Decreto legislativo di attuazione, n. 198 dell’8 novembre 2021, entrato in vigore il 15 dicembre 2021.
La nuova regolazione delle pratiche commerciali sleali conferma il Diritto agroalimentare come Diritto di filiera, che muove dall’agricoltura quale oggetto e presupposto necessario di una disciplina, che è insieme unitaria e fortemente innovativa, e si applica tanto ai prodotti alimentari ottenuti per trasformazione di prodotti agricoli, che ai prodotti agricoli non aventi destinazione alimentare.

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Tempesta perfetta sull’ortofrutta

La Gdo vuole mantenere i prezzi stabili. Ma in una filiera così corta come l’ortofrutta se la Gdo non incrementa i prezzi e il consumatore non si fa carico di una parte del maggior costo, chi paga questa operazione?
Senza un aumento dei prezzi al consumo – per compensare l’aumento esorbitante dei costi - un buon numero di imprese medio-piccole del fresco/freschissimo andranno in malora. Ed è inutile, quasi patetico, appellarsi alla responsabilità dei consumatori: quelli comprano dove più gli conviene, certo con attenzione al benessere e alla sostenibilità, ma anche al portafogli. Quindi aspettiamoci un boom degli hard e soft discount con conseguente incremento dell’import di tantissimi prodotti. Va bene così?

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Piante aromatiche per la conservazione dei Beni Culturali

La famiglia delle Lamiaceae, cui appartengono piante aromatiche presenti in numerosi ecosistemi naturali, comprende oltre duecento generi e diverse migliaia di specie, molte delle quali possiedono molecole bioattive nelle loro parti aeree, soprattutto foglie e fiori, utilizzate da decenni in campo alimentare, cosmetico, farmaceutico e medico. In particolare, oli essenziali ed estratti idroalcolici sono ampiamente utilizzati per la loro spiccata azione antibatterica, antimicotica, antiossidante, antivirale, grazie alla presenza di complesse miscele di composti alifatici, aromatici e terpenici, che svolgono un importante ruolo nell'interazione pianta-pianta e nell'attrazione degli impollinatori. Considerando l’attività antimicrobica (e insetto-repellenza), la ridotta tossicità e l’eco-compatibilità, estratti da piante aromatiche sono utilizzati in agricoltura, conservazione degli alimenti, industrie del legno. Proprio la sicurezza ambientale di questi prodotti naturali è una delle ragioni per la loro produzione in grandi quantità e l’ampia applicazione in cosmetici, industrie mediche e, recentemente, nella conservazione sostenibile dei beni culturali.

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Aggiornamenti su Xylella fastidiosa in Puglia: luci ed ombre nel contrasto ad un’epidemia che rallenta ma non si arresta

Sono circa due anni che il fronte di avanzamento dell’epidemia scoperta nel 2013 non subisce grandi avanzamenti, con il limite della zona indenne ormai giunto a sud della provincia di Bari, a Alberobello, Locorotondo, Monopoli e Polignano. Ciò significa che si mantengono le posizioni di un’invisibile linea Maginot con cui si prova a contrastare, o meglio contenere, il batterio ed i suoi vettori. In un tratteggio chiaroscuro, è forse questa la migliore notizia, frutto soprattutto di una migliore organizzazione e una più tempestiva applicazione degli interventi di contrasto, in primis la rapida eliminazione delle fonti d’inoculo intercettate con i monitoraggi annuali, anch’essi migliorati sia in termini di procedure di campionamento (oggi su avanzati modelli statistici sviluppati da EFSA) che di tecniche analitiche molecolari. L’accresciuta capacità di sorveglianza ed intervento tempestivo del Servizio fitosanitario regionale ha consentito di neutralizzare un pericolosissimo nuovo focolaio puntiforme in un vivaio di Canosa, purtuttavia i numeri dei focolai individuati con il monitoraggio 2020 e 2021 spaventano, facendo ormai quasi disperare per le sorti della Piana degli ulivi monumentali, uno dei paesaggi agrari più antichi al mondo.
Nonostante l’avvento della pandemia di coronavirus abbia fatto ulteriormente scemare l’attenzione mediatica su questo disastro economico/ecologico in fieri, gli ultimi due anni sono stati costellati da tante novità, non ancora la necessaria svolta nella lotta al batterio ma certamente segnali positivi in questa direzione. Dal punto di vista gestionale/amministrativo si deve apprezzare un’inedita determinazione, fino al limite del coraggio, del nuovo Assessore all’agricoltura Donato Pentassuglia, il quale, affiancato da un nuovo qualificato Dirigente di esperienza all’Osservatorio fitosanitario e avvalendosi di un Comitato Tecnico Scientifico composto da ricercatori esperti su Xylella, ha preso le distanze e denunciato il negazionismo e l’anti-scienza che anni addietro avevano lanciato accuse e scatenato indagini infondate nei confronti di chi combatteva il batterio, ma soprattutto ha voluto innovare la strategia del piano d’Azione 2021 nel senso della PREVENZIONE, estendendo l’obbligo della lotta meccanica agli stadi giovanili del vettore su tutto il territorio regionale.

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Ricercatori italiani sequenziano il genoma del limone

Professoressa Gentile, ci spiega l'importanza di questa scoperta?
La possibilità di decifrare il codice genetico di una specie e quindi di poter individuare i geni che sono responsabili di specifici caratteri, rappresenta uno strumento di grande importanza per il raggiungimento di obiettivi di miglioramento genetico in tempi brevi e con una maggiore precisione rispetto a quanto può essere conseguito attraverso programmi di incrocio e selezione che, soprattutto per le piante arboree, sono particolarmente lunghi.
Nel caso poi specifico del limone, il risultato raggiunto è assai importante. Per prima cosa, consentitemi di dire che è un risultato italiano per una coltura che rappresenta certamente il Made in Italy. Molte altre specie agrumicole, quali arancio dolce, mandarino, pummelo sono state sequenziate da istituzioni spagnole, americane, cinesi.
E’ importante inoltre sottolineare che i programmi di miglioramento genetico del limone sono stati incentrati, sin dalla comparsa per la prima volta del malsecco, grave tracheomicosi causata dal fungo Plenodomus tracheiphilus, oltre 100 anni fa, all’individuazione/costituzione di una varietà che associasse a buone caratteristiche agronomiche anche la resistenza alla malattia nei confronti della quale le pratiche agronomiche e gli interventi di lotta non risultano particolarmente efficaci.
Riteniamo che la conoscenza del genoma del limone ci aiuterà nell’individuazione, nell’ambito del germoplasma limonicolo disponibile nonché in popolazioni appositamente costituite tra genotipi dotati di un comportamento diversificato nei confronti del patogeno e già fenotipizzate, di caratteri di tolleranza alla malattia consentendoci di ottenere nuove varietà di limone di pregio e resistenti al patogeno. 

Perché proprio il "femminello siracusano"?
E’ una cultivar di grande pregio, ha ottime caratteristiche di qualità dei frutti ed è quella maggiormente coltivata nel territorio siciliano. 

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Salicilati, misteriosi farmaci per i vegetali e per l’uomo

Le recenti discussioni sull’uso di vaccini e farmaci ritenuti non sufficientemente noti se non sperimentali, dando invece una più o meno completa fiducia a trattamenti naturali, dimenticano quanto vi sia ancora da conoscere e pieni di misteri siano i salicilati, una categoria di farmaci largamente usati nei vegetali, negli animali e soprattutto nell’uomo dove sono anche presenti nella sua alimentazione, argomento in parte considerato in precedenza (G. Ballarini - Salicilati in tavola – Georgofili INFO 06 luglio 2016 - https://www.georgofili.info/contenuti/risultato/2802).
Le piante ricche di salicilati sono state utilizzate per scopi medicinali per millenni anche da altre culture antiche, tra cui babilonesi, assiri, cinesi e dagli indigeni del Nuovo Mondo e già nel IV secolo a. C., gli estratti di foglie e corteccia di salice sono prescritti da Ippocrate per alleviare la febbre e il dolore del parto. Le piante ricche di salicilato sono studiate clinicamente a metà del 1700 dal reverendo Edward Stone, nel 1828 Johann Buchner purifica il principio attivo della corteccia di salice e lo chiama salicina, nel 1874 viene prodotto l’acido salicilico sintetico e Felix Hoffmann della Bayer and Company sintetizza l'acido acetilsalicilico che nel 1897 è commercializzato con il nome di con il nome di aspirina, divenendo uno dei farmaci più utilizzati al mondo.

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Perché il pesce azzurro è alleato della nostra salute

Le specie comprese nella denominazione di pesce azzurro sono molteplici, alcune molto simili tra di loro, tanto da essere difficilmente distinguibili, altre con caratteristiche abbastanza diverse.
La denominazione “Pesce azzurro” non ha nulla a che vedere con la tassonomia scientifica delle specie ittiche, la definizione è stata scelta per comprendere pesci con pezzatura medio-piccola, colorazione del dorso dal blu scuro al bianco ghiaccio e con determinate caratteristiche nutrizionali. Ciò che rende il pesce azzurro davvero interessante, sono le tante proprietà nutrizionali e funzionali che possiede, trattasi, infatti, di un alimento che può apportare svariati benefici al nostro organismo.
Il pesce azzurro è un alimento che non dovrebbe mai mancare sulle nostre tavole; i medici e biologi nutrizionisti consigliano di mangiarlo anche 3 volte a settimana per le sue proprietà benefiche e per il suo apporto di proteine nobili e altamente digeribili, in quanto la catena proteina è sempre piuttosto corta e mai molto complessa, sono presenti invece molti peptidi, facilmente attaccabile quindi dalle proteasi endogene.

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La produzione di soia, quale futuro?

Sul numero del 3 dicembre ultimo scorso di All about Feed è comparso un articolo sulle prospettive future della coltivazione della soia nel mondo, dal titolo “The soybean situation: 2021 and beyond”.
L’argomento è estremamente interessante e preoccupante e vale la pena di essere commentato sul nostro notiziario “Georgofili Info”, non solo perché riguarda il futuro di un prodotto agricolo importante, quanto perché la coltivazione della soia è strettamente connessa al problema del riscaldamento globale e della sostenibilità ambientale. Tutto ciò sia a causa della deforestazione condotta per “liberare” dalla foresta vaste aree da destinare alla coltivazione di soia, sia perché questa deve essere poi trasportata dai luoghi di produzione in tutto il mondo e non certo “a chilometro zero”.
L’Accademia dei Georgofili non è nuova a segnalare il problema: solo il 20 maggio scorso ha dedicato all’argomento una giornata webinar dal titolo “Alimenti proteici in alimentazione animale, problemi connessi con la coltivazione della soia”, cui ha partecipato anche un funzionario del governo brasiliano.
All about Feed ci segnala che la produzione globale di soia è più che raddoppiata dal 2000, per il 70% su terreni di nuova utilizzazione.
La sola Cina ha aumentato le proprie importazioni di soia del 2000% dal 2000. A causa delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti, da cui importa parte della soia, la Cina si sta rivolgendo sempre di più al Sud America, in cui, di conseguenza, aumenta lo scempio insostenibile della deforestazione selvaggia.
Per quanto riguarda il resto del mondo, l’Europa è la seconda per quantità di soia importata, seguita dai Paesi del Sud-Est asiatico, dalla Turchia e dalla Russia.
In Europa la produzione locale di soia sta aumentando. Il fabbisogno di soia del continente, escluso il Regno Unito, è stimato in circa 28-29 milioni dio tonnellate l’anno, ma la produzione europea è attualmente di soli 10 milioni di tonnellate. Il resto si importa dal Brasile, Argentina, Nord America e Paraguay e continueremo verosimilmente a farlo, con tutti i problemi connessi.

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L’unione fa la forza della comunità scientifica

Professore Tagliavini che cosa è AISSA e che ruolo ha?
AISSA (https://www.aissa.it), attiva dal 1999, riunisce le 22 società scientifiche agrarie che si occupano di agricoltura, foreste e alimenti. Gli associati, alcune migliaia, sono la quasi totalità dei professori e ricercatori universitari attivi nei Dipartimenti di Agraria, e moltissimi ricercatori di Enti pubblici (es. CREA e CNR) o privati. AISSA promuove iniziative di coordinamento scientifico tra le società scientifiche, per valorizzare la pluralità di competenze che consentono di affrontare problemi complessi come quelli dell’agricoltura italiana. Il ruolo di AISSA come interlocutore nei confronti delle Istituzioni è cresciuto nel tempo grazie ad una serie di prese di posizione e pareri, iniziative editoriali, interventi su quotidiani, attività convegnistiche e partecipazione in commissioni e gruppi di lavoro.
AISSA valorizza le migliori tesi di dottorato in ambito agrario, tramite i premi dedicati alla memoria del prof. Michele Stanca, già presidente e presidente onorario AISSA. Lo spirito di AISSA è presente anche nei giovani ricercatori, che organizzano i convegni AISSA#under40, in cui vengono incubate idee grazie alle interazioni tra i giovani afferenti alle diverse discipline agrarie.

Quali attività ha portato avanti nel passato e quali si prospettano nel prossimo futuro?
Negli ultimi anni, AISSA ha promosso un’approfondita analisi della sostenibilità dell’agricoltura italiana, soffermandosi in particolare sull’importanza di conciliare l’intensificazione colturale e l’innovazione, da un lato, con il raggiungimento di elevati standard di sostenibilità ambientale, dall’altro. Abbiamo prodotto il volume “Intensificazione sostenibile: strumento per lo sviluppo dell’agricoltura Italiana” e Il volume n. 1 dei “Quaderni di AISSA” in cui vengono esaminate le buone pratiche di intensificazione attuabili nell’ambito dei sistemi agroalimentari “Olivo ed Olio”, “Foresta e Legno”, “Cereali e Trasformati” e “Produzione Ovino-Caprina”. Entrambi i volumi sono scaricabili gratuitamente dal sito di AISSA.
AISSA, tramite l’attività del suo consiglio di presidenza che include i professori Alberto Alma, Luca Cocolin, Giuseppe Corti, Marco Marchetti e Davide Viaggi, monitora e interviene per la parte di sua competenza nel dibattito nazionale sui diversi aspetti che riguardano la ricerca scientifica in ambito agrario, dalle priorità della ricerca, ai finanziamenti, alla valutazione della produttività scientifica e del suo impatto. Alcune di queste attività vengono condotte insieme alla Conferenza per Didattica AGRARIA. Recentemente abbiamo prodotto un documento su “Uso degli indicatori e dei relativi valori-soglia nell’ambito della ASN: effetti virtuosi e criticità”, inviato al CUN e diffuso capillarmente nelle sedi universitarie, e co-organizzato un convegno in cui è stata presentata un’analisi degli effetti sulle Scienze Agrarie, a dieci anni dalla riforma dell’Università (L. 240/2010).
Nel prossimo futuro, verrà diffusa la “Visione di AISSA sulle priorità di ricerca in ambito agro-food” frutto di un lavoro collegiale, in cui sono stati sviluppati i contenuti della “Lettera aperta di AISSA alla Ministra Senatrice Teresa Bellanova”, pubblicata su IlSole24ore nel 2020.

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Ecco il pomodoro “pulito”, prodotto 365 giorni l’anno in economia circolare

Tra gli obiettivi perseguiti dall’Italia per arrivare alla transizione energetica assume un ruolo rilevante l’accelerazione del percorso di decarbonizzazione, cioè il processo di riduzione del rapporto carbonio-idrogeno nelle fonti energetiche. Questo è quello che prevede il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima in Italia, un piano che illustra una vera e propria trasformazione dell’economia, nella quale la decarbonizzazione e l’uso razionale ed equo delle risorse naturali sono sia obiettivi sia strumenti per un’economia più rispettosa delle persone e dell’ambiente.
L’azienda energetica Fri-El Green House, che produce pomodori idroponici a marchio H2Orto, per un’agricoltura a impatto zero o quasi, ha fatto di questi obiettivi nazionali la sua missione personale già nel 2016, anno di realizzazione della prima serra idroponica.

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Nuovi ceppi di lieviti panari alleati della nostra salute

Per la prima volta è stata dimostrata la capacità di produrre acido linoleico coniugato (CLA) da parte di alcuni ceppi di lieviti panari. Questa è una preziosa proprietà, dato che il nostro organismo non è in grado di produrre CLA, un acido grasso polinsaturo essenziale per la nostra salute, che ha attività anticarcinogeniche, antiinfiammatorie e ipocolesterolemiche. Tali ceppi selezionati si sono rivelati anche degli efficienti produttori di acido propionico, un acido grasso a catena corta, che mostra proprietà immunomodulatorie, antimicrobiche e ipocolesterolemiche, nonché dell’enzima fitasi, che aumenta la disponibilità di alcuni minerali fondamentali per la nostra salute.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista internazionale Foods ed è stato svolto nell’ambito del progetto nazionale “Processing for healthy cereal foods”, finanziato dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, con l’Università di Pisa come capofila che ha coordinato il lavoro di scienziati appartenenti a sette università e a un Istituto del CNR. Lo scopo del progetto era quello di sviluppare un sistema modello per produrre diversi tipi di pane ad elevato valore salutistico per la catena alimentare italiana.
La ricerca è iniziata dalla caratterizzazione in vitro di oltre 130 ceppi di lievito, isolati da prodotti fermentati a base di cereali, per la loro attività fitasica. Tale attività è capace di conferire agli impasti e al pane un valore nutrizionale più elevato. Infatti, i cereali integrali rappresentano una buona fonte di minerali, tra cui calcio, ferro e zinco, che però sono poco biodisponibili, perché legati ai fitati, cioè alle molecole di mio-inositolo esafosfato, che formano con essi complessi insolubili, impedendone l’assorbimento. Gli enzimi chiamati fitasi, che gli esseri umani non sono in grado di produrre, sono capaci di defosforilare i fitati e aumentare così la biodisponibilità di tali minerali. Molti dei ceppi di lievito selezionati hanno mostrato di possedere un’alta capacità fitasica, che li rende oggetto di ulteriori studi finalizzati al loro utilizzo per combattere deficienze di minerali, soprattutto nei paesi poveri, dove le carenze di ferro e zinco rappresentano un problema nutrizionale comune, specie in donne e bambini. Una successiva selezione, effettuata in vivo negli impasti, ha permesso di individuare, tra i ceppi con alta attività fitasica, quelli con alta capacità lievitante, essenziale per la produzione di impasti panari. Poiché i ceppi selezionati appartenevano alla specie Saccharomyces cerevisiae, si sono mostrati adattissimi alla panificazione.
Tra i composti bioattivi testati, rivestono una grande importanza gli acidi grassi a catena corta (SCFA), come acido acetico, propionico e butirrico, che, oltre alle già citate proprietà nutraceutiche, influenzano l’aroma del pane e inibiscono la crescita di microrganismi contaminanti in vari alimenti fermentati. Alcuni dei nostri ceppi di lievito hanno prodotto negli impasti alti livelli di acido propionico, composto che usualmente si accumula nel colon, al termine della fermentazione di carboidrati e fibre da parte del microbiota intestinale, e che esercita azione immunosoppressiva e regola la sintesi di grassi e colesterolo nel fegato.

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Semplificazioni in arrivo per le domande di DOP, IGP e menzioni tradizionali dei vini

I vini a Denominazione di Origine Controllata, Denominazione di Origine Controllata e Garantita (vini a Denominazione di Origine Protetta, secondo la normativa comunitaria) e ad Indicazione Geografica Tipica (Indicazione Geografica Protetta, secondo la normativa comunitaria) devono essere prodotti rispettando le rigide regole stabilite da specifici disciplinari di produzione. Attraverso tali atti, oltre alla denominazione protetta, vengono disciplinate tutte le procedure produttive (vitigni ammessi, rese di campo e di trasformazione, pratiche enologiche, zona di produzione, tipologia di impianti, pratiche agronomiche) e commerciali (recipienti ammessi e tipologie di chiusura degli stessi, norme di etichettatura, caratteristiche chimico-fisiche ed organolettiche). Il riconoscimento di una denominazione, e l’approvazione del relativo disciplinare di produzione, avviene attraverso una procedura nazionale, gestita da Regioni e Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, ed una comunitaria che si conclude con l’iscrizione delle DOP e IGP nell’apposito Registro comunitario, a seguito della quale viene assicurata a tali denominazioni la protezione nell’ambito dell’Unione europea ed a livello internazionale.
Così come l’iscrizione di nuove denominazioni, anche le modifiche ai disciplinari di produzione già esistenti seguono specifiche procedure che possono essere gestite a livello nazionale (nel caso di modifiche ordinarie) oppure possono necessitare di valutazioni in sede di Unione Europea.
Il giorno 3 novembre scorso ha avuto il via libera da parte della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le Regioni e le province autonome di Trento e Bolzano lo schema di DM relativo alla procedura nazionale per la presentazione e l’esame delle domande di protezione delle DOP, IGP e Menzioni Tradizionali dei vini, nonché per le domande di modifica dei disciplinari.
Analogamente a quanto già da molto tempo avviene per gli altri prodotti DOP e IGP dell’agro-alimentare, a decorrere dal 1° agosto 2009, anche per le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche dei vini, la competenza giuridico-normativa primaria in materia di protezione è in capo all’Unione europea, fatta salva la competenza normativa sussidiaria degli Stati membri per gli aspetti procedurali in questione, nonché per la gestione produttiva e dei controlli delle DOP e IGP dei vini.

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Fibre naturali alternative a quelle sintetiche e alla plastica per impieghi eco-compatibili

Il problema richiede una riprogettazione dell’intera filiera dei consumi ed un cambio di mentalità dei consumatori.  Innanzitutto, dobbiamo rompere l’abitudine alla plastica. Per esempio, usare una borsa di stoffa per trasportare la propria spesa evita che tanti sacchetti di plastica siano gettati negli oceani e nelle discariche. Per il 2025 tutti gli Stati aderenti all’Unione europea dovranno interrompere definitivamente la vendita di alcuni prodotti plastici monouso.

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La dichiarata “insostenibilità” dei danni da fauna selvatica in agricoltura

Non troppi anni addietro, era il 2014, il compianto Presidente Emerito dell’Accademia dei Georgofili, prof. Franco Scaramuzzi, concludeva una giornata di studio dell’Accademia dedicata al tema dei danni da fauna selvatica in agricoltura evidenziandone la loro “insostenibilità”. Tali danni non erano nel suo pensiero “sostenibili” perché la soluzione al problema era nella legge, ossia il contenimento delle specie per perseguire il loro equilibrio sul territorio come auspicato dal legislatore. La linearità del premisero e la correttezza del metodo di analisi del Maestro si scontravano (e, purtroppo, tutt’ora si scontrano) con la miopia del legislatore. Come in altri casi, prontamente evocati, l’esigenza fortemente proclamata dagli agricoltori rimaneva (e rimane) non ascoltata. A distanza di anni, i danni si susseguono, le criticità sono aumentate, e l’agricoltore rimane privo di una concreta tutela dei propri diritti.
In termini generali, va detto che la questione non è di pronta soluzione ove si consideri l’eterogeneità dei danni, le specie che li causano e il loro regime di tutele differenziate. Sul piano prettamente giuridico occorre considerare che l’evento dannoso causato dalla fauna selvatica, come tutti gli eventi naturali, investe i profili della responsabilità e della risarcibilità del pregiudizio patito dall’imprenditore per ristorare i costi e le perdite generate, alcuni dei quali sono assolutamente non prevedibili e si manifestano in modo violento e catastrofale e altri, pur prevedibili, si verificano in modo ripetuto al punto da terminare l’emergere di danni altrettanto ingenti alle produzioni agricole. Tutti questi eventi, in quanto determinati da fattori ingovernabili da parte dell’uomo, o perché imprevedibili o perché insormontabili, possono produrre modifiche nell’ecosistema e interferenze nelle attività antropiche determinando un pregiudizio che si manifesta non solo nella perdita della produzione o di singoli beni aziendali, ma ancor più per l’effetto che tali eventi possono determinare sul mercato ove opera abitualmente l’agricoltore.
Il tema evidenzia non solo la complessità fenomenologica del danno da fauna selvatica in agricoltura, ma ancor più la difficoltà a definire un regime di tutela del soggetto danneggiato che, per l’impianto normativo vigente, dettato dalla l. 157/92, resta ancora limitato. La disciplina trova il sistema di gestone del rischio al suo interno ove si consideri la forte correlazione tra prevenzione e ristoro del danno, ove la regola è rappresentata dagli atti di prevenzione da parte della Pubblica Amministrazione per perseguire la densità ottimale delle specie sul territorio; il ristoro del danno dovrebbe trovare luogo in via residuale. Questa prospettiva non può non essere perseguita. D’altronde, la stabilizzazione dei redditi degli agricoltori si attua anche con misure concrete di gestione del rischio da perseguire con interventi ex ante volti a contenere le specie sul territorio in ragione di un giusto equilibrio. Va detto che il regime giuridico vigente determina una protezione assai esigua per l’agricoltore, e soprattutto non più adeguata in ragione dei molti fattori che sono alla base dell’aumento della pressione faunistica che espongono l’agricoltore a danni che si riflettono sull’impresa e quindi sulla sua presenza sul mercato.

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