Motivi del successo alimentare delle lumache è che a differenza del bestiame di grossa taglia hanno bisogno di poco spazio, non sono così esigenti in termini di condizioni di vita e di alimentazione come altri animali produttori di carne, ma soprattutto producono carne con grande efficienza e con un minimo impatto ambientale.
L'effettivo impatto dipenderà dalla capacità degli operatori e delle autorità competenti di darvi concreta attuazione, assicurandone un’applicazione coerente e uniforme. Solo in tal modo sarà possibile rafforzare la tutela del patrimonio agroalimentare nazionale, garantire condizioni di leale concorrenza e consolidare la fiducia nel mercato, a beneficio tanto dei consumatori quanto degli operatori economici del settore.
Negli ultimi anni il verde urbano è entrato finalmente nell’era dei dati. Telerilevamento satellitare, sensori multispettrali, LiDAR, piattaforme GIS, gemelli digitali e modelli come i-Tree ed ENVI-met hanno cambiato il modo in cui leggiamo la città: oggi possiamo misurare coperture arboree, stimare la biomassa, valutare la mitigazione delle isole di calore, quantificare la riduzione degli inquinanti e persino simulare gli effetti microclimatici di nuovi impianti. È un salto enorme. Per la prima volta abbiamo strumenti solidi per rispondere con precisione alla domanda: “Cosa abbiamo?”
Ma non solo. Questi strumenti ci aiutano anche a definire “Cosa vogliamo?”: più ombra nelle aree scolastiche, meno stress termico nei quartieri densamente edificati, maggiore infiltrazione delle acque, riduzione delle polveri sottili, aumento della biodiversità urbana. E, soprattutto, ci permettono di ragionare sul “Come possiamo raggiungere quello che vogliamo?” con scenari comparativi, simulazioni e stime dei servizi ecosistemici.
Eppure, proprio nel momento in cui la pianificazione del verde urbano diventa più sofisticata, emerge un paradosso: l’arboricoltura sembra essere trattata come un dettaglio operativo, quasi un tema secondario. Come se bastasse “progettare bene” sulla carta, con mappe perfette e modelli avanzati, per garantire il successo degli impianti.
Non è così. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: progetti formalmente impeccabili, supportati da analisi accurate e da previsioni brillanti sui benefici futuri, ma accompagnati da una percentuale di fallimenti elevatissima. Alberi che non attecchiscono, chiome che non si sviluppano, apparati radicali compromessi, piante stressate già dopo pochi anni, sostituzioni continue, costi di gestione che esplodono. In altre parole: ecoservizi promessi, ma mai realmente erogati.
Pagliai – Non c’è dubbio che ci troviamo nel bel mezzo di grandi cambiamenti e grandi trasformazioni non solo dovuti all’impressionante aumento di innovazioni tecnologiche ma anche a trasformazioni economico-sociali come, ad esempio, la grande concentrazione della popolazione umana nelle città e nei grandi centri. Già da tempo si parla di orti urbani ma adesso il fenomeno è talmente aumentato tanto che, attualmente, l'agricoltura e i suoli urbani sono interconnessi in un rapporto complesso: la crescente urbanizzazione consuma suolo agricolo e l'agricoltura urbana emerge come soluzione per ridurre la dipendenza alimentare, migliorare la qualità dell'aria, gestire i rifiuti organici e rigenerare i suoli degradati tramite pratiche agroecologiche, creando spazi verdi multifunzionali che offrono benefici ambientali e sociali (come orti urbani), sebbene la sfida principale sia l'integrazione di queste pratiche nella pianificazione cittadina. Francesca tu da tempo ti occupi di suoli urbani: quale è la reale situazione in Italia?
Bretzel – L’agricoltura urbana e peri-urbana è entrata dagli anni 90’ nei compiti della FAO (Urban and Peri-urban Agriculture - UPA) che la definisce come “la produzione di cibo e altri prodotti e processi correlati, che avviene in spazi dentro le città o nelle immediate vicinanze”. Questo tipo di agricoltura coinvolge molte figure diverse e sfugge alle statistiche dell’agricoltura rurale, ma rappresenta una percentuale non piccola:11% dei campi irrigati e il 5% circa di quelli non irrigati a livello mondiale. Inoltre, contribuisce a sfamare e a fornire cibo fresco e sano agli abitanti delle città, soprattutto delle grandi metropoli del sud del mondo. L’UPA è un fenomeno che si verifica più in paesi dove la disponibilità di cibo è un vero problema: le grandi metropoli del sud del mondo Africa, Sud America, Asia, lì davvero si coltiva in città, per produrre e commerciare e offrire sostentamento, con tutti i problemi relativi delle grandi città, soprattutto l’inquinamento e su suolo non sempre adeguato.
Nelle città dei paesi del nord del mondo, come l’Italia, in genere si parla più di orti urbani, che hanno funzioni di coltivazione di ortaggi per uso familiare, e questo può aiutare a integrare il bilancio familiare, ma servono anche moltissimo come attività ricreativa, educativa e di socializzazione. Nel 2010 ho coordinato un progetto cofinanziato da Arsia RT “Coltiviamo la città” nel quale sono stati oggetto di uno studio gli orti comunali del CEP a Pisa. Nel progetto abbiamo analizzato il suolo, per capire le proprietà in relazione al tipo di coltivazione, organizzato incontri con gli ortolani: La Scuola dell’Orto, presso la circoscrizione, invitando esperti a parlare di suolo e compostaggio, di coltivazione biologica, di specie spontanee eduli e di varietà locali di ortaggi. Con un’azienda florovivaistica locale abbiamo riprodotto il pomodoro Pisanello e molte varietà di fagioli, a partire dai semi forniti dai custodi di RT, li abbiamo dati agli ortolani e organizzato un panel test quando i prodotti erano pronti ad essere assaggiati. Abbiamo condotto un questionario mirato a capire la consapevolezza sulla coltivazione da parte degli ortolani e uno shooting fotografico di cui c’è ancora la mostra, che mi piacerebbe portare ai Georgofili. Questo è per dire quanto c’è intorno a questo tema, nelle nostre città.
Questi elementi sono nutrienti "gratuiti" poiché non devono essere acquistati per essere, poi, applicati come fertilizzanti nella produzione agricola. Eppure, raramente vengono considerati in un programma di fertilità per le colture.
Da quasi un secolo le uova di pollo non sono soltanto un cibo per l’uomo ma anche strumenti sanitari e cioè da quando Ernest W. Goodpasture (1886 – 1960) nel 1931 usa l’embrione di pollo per coltivare virus che sono poi usati nella produzione di vaccini, prima contro il vaiolo aviario, poi dell’herpes simplex e in seguito contro febbre gialla, poliomielite e altre malattie. E ancora oggi l’uovo di pollo embrionato è fondamentale per l’influenza perché produce grandi quantità di virus a basso costo. Oggi l’uovo di pollo inizia ad essere visto come un bioreattore con sistemi transgenici per essere usato nella produzione di farmaci proteici definiti anche biologici o biotecnologici.
Una cornice unitaria, che consenta di rendere ogni scelta legata al verde urbano motivata, comprensibile e tracciabile. E’ questo il fine del documento approvato dal Consiglio Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali il 18 marzo scorso. Un documento per uniformare le informazioni a vantaggio delle istituzioni e dei cittadini, che potranno conoscere le motivazioni tecnico-scientifiche alla base delle scelte di gestione degli alberi.
Questo lo scopo del documento “Linee guida nazionali per la valutazione e la gestione del rischio arboreo in ambito urbano e periurbano”, che il CONAF ha pubblicato.
Il punto di partenza di questo documento è che, nella gestione del verde urbano, il rischio zero non esiste. Pertanto, va superata l’idea statica della “stabilità dell’albero” per adottare l’approccio della gestione del rischio, in coerenza con i principi della norma UNI ISO 31000:2018 (le linee guida per la gestione del rischio nelle organizzazioni, supportando decisioni e miglioramenti delle prestazioni).
Un approccio che riconosce la natura stessa dell’albero, ossia quella di un organismo vivente inserito nello spazio urbano e nel paesaggio.
“Con queste Linee Guida – dice Barbara Negroni, consigliera nazionale - non proponiamo semplicemente uno strumento operativo, ma affermiamo un modo di interpretare la gestione del patrimonio arboreo fondato sulle competenze tecniche e sulla responsabilità professionale dei Dottori Agronomi e Forestali.”
Il documento definisce i criteri minimi condivisi per la valutazione del rischio arboreo. Il quadro metodologico basato sulla conoscenza agronomico-forestale, fitoiatrica ed economico-estimativa consentirà maggiore uniformità nelle valutazioni professionali e maggiore chiarezza nei processi decisionali. Dopodiché, all’interno di questa cornice, sarà compito del professionista valutare ogni situazione e governare il rischio attraverso un processo tecnico strutturato capace di rendere ogni scelta motivata, comprensibile e tracciabile.
L’impiego dei funghi del genere Trichoderma rappresenta oggi una delle pietre angolari dell’agricoltura sostenibile, grazie alla loro straordinaria capacità di agire come agenti di controllo biologico delle fitopatie e promotori della crescita delle piante. Tuttavia, la crescente diffusione di questi organismi, che comporta il rilascio intenzionale e massivo di spore negli agroecosistemi, solleva interrogativi urgenti sulla loro biosicurezza. Un recente studio di fenogenomica pubblicato sulla rivista Nature Microbiology, di cui vengono qui riassunti i tratti salienti, offre una nuova prospettiva per conciliare l’efficacia agronomica con la tutela dell’ambiente e della salute.
Per comprendere appieno le potenzialità e i rischi di questi funghi, è necessario guardare alla loro storia evolutiva: contrariamente alla visione comune che li considera organismi prettamente ad habitat tellurico, la ricerca dimostra che il genere ha un’origine monofiletica antica, risalente al Tardo Cretaceo. Questo genere si è evoluto in stretta simbiosi con le prime foreste pluviali di angiosperme, adattandosi a nicchie arboree come le chiome tropicali, dove ha sviluppato tratti fondamentali quali la pigmentazione verde delle spore per la protezione dai raggi UV e la capacità di germinare rapidamente in presenza di acqua. Questa eredità "silvestre" spiega la grande plasticità ecofisiologica degli isolati appartenenti a questo genere, che permette loro di occupare oggi habitat estremamente diversi, dal suolo agrario alle radici delle piante come endofiti.
Attraverso l’utilizzo di tecniche avanzate di machine learning, lo studio ha integrato i dati genomici di 37 ceppi con l’analisi di oltre 140 tratti fenotipici, rivelando come la diversificazione del genere sia stata guidata da strategie di sopravvivenza differenti. Alcune specie seguono una strategia di tipo "r", caratterizzata da una produzione massiccia di spore ideale per colonizzare rapidamente ambienti instabili, mentre altre adottano una strategia "K", investendo maggiormente nella competizione territoriale tramite il micelio. Proprio questa diversità di fitness ecologica è alla base delle preoccupazioni di biosicurezza: l’analisi evidenzia infatti che alcune specie di largo uso commerciale mostrano un opportunismo preoccupante.
Il caso più emblematico è rappresentato da Trichoderma afroharzianum, recentemente associato a gravi episodi di marciume nel mais e per questo inserito nella lista di allerta dell’EPPO. Allo stesso modo, specie come Trichoderma longibrachiatum sono state identificate come patogeni opportunisti nell’uomo, suggerendo che la selezione dei ceppi agronomici non possa più basarsi esclusivamente sugli effetti benefici che questi possono manifestare a favore delle piante. Il lavoro propone quindi un quadro di riferimento scientifico per la biosicurezza che integri la corretta identificazione tassonomica con la profilazione della fitness ambientale e dei record di patogenicità.
Quattro sono i simboli nell’emblema della Repubblica italiana dove la stella e la ruota dentata sono circondate da due rami: uno di olivo rappresenta la volontà di pace della nazione e un altro di quercia la forza e la dignità del popolo italiano, entrambi espressione delle specie più tipiche del nostro paese. Entrambi, olivo e quercia, produttori di legni particolari e di frutti, l’oliva e la ghianda.
Per millenni, la parola "estinto" ha significato una cosa sola: per sempre. Ma oggi, in laboratori dove il codice della vita viene riscritto come un software, quel confine sta sfumando. La de-estinzione, o biologia della resurrezione, non è più solo il canovaccio di un film di Hollywood, ma una sfida scientifica concreta che utilizza strumenti come il "taglia-e-cuci" genetico (CRISPR) e la clonazione per riportare indietro specie che non vedevamo da secoli.
Ma riportare in vita un mammut lanoso o una tigre della Tasmania è un autentico trionfo della scienza o un pericoloso azzardo ecologico? Questo interrogativo non è solo accademico; è un dilemma che scuote nel profondo la comunità internazionale, dividendo chi vede nel ritorno degli scomparsi una nuova alba e chi, invece, vi scorge un’ombra inquietante.
Ferrucci: Il percorso tracciato dai più recenti sviluppi della politica unionale e internazionale in materia di tutela della natura, dipanato in un crescendo di interventi di hard e soft law, è improntato ad una visione integrata e sinergica della protezione di quest’ultima e della lotta al climate change, in linea con le evidenze scientifiche sulle interconnessioni genetiche e funzionali che legano l’erosione e la perdita di biodiversità ai cambiamenti climatici, con indubbi riflessi sulla protezione della salute e del benessere dei cittadini, nonché sulla sicurezza alimentare. In questa cornice normativa è agevole individuare un fil rouge che lega i provvedimenti più datati a quelli più recenti e tra questi, in particolare il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, adottato nel Dicembre 2022, in sede di COp15 della Convenzione sulla Diversità Biologica, e la Strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030, presentata dalla Commissione europea nel maggio 2020: il riconoscimento del ruolo strategico che nell’ottica della protezione della biodiversità, rivestono le aree naturali protette, delle quali entrambi i provvedimenti sollecitano la creazione di una rete coerente che, alla luce della Strategia UE, sia tale da coprire almeno il 30% della superficie terrestre unionale e il 30% della sua zona marina entro il 2030. Nell’ottica del legislatore è però indispensabile accompagnare la creazione di nuove aree protette con la garanzia della custodia attiva e della adeguata gestione delle stesse. In Italia è indubbiamente preziosa l’attività che in questo ambito svolgono i Carabinieri per la Biodiversità: quali sono le vostre principali linee di intervento in materia?
Mancini: Ha colto un punto davvero centrale, le aree protette non si tutelano semplicemente istituendole per legge, ma attraverso una presenza quotidiana e una gestione attiva sul territorio. Il Raggruppamento Carabinieri Biodiversità è organizzato in 28 Reparti distribuiti in tutta Italia. Il Reparto di Cecina, che ho l’onore di comandare, si occupa direttamente della gestione di quattro Riserve Naturali Statali Biogenetiche – Tomboli di Cecina, Calafuria, Bibbona e Caselli – e condivide con la Regione Toscana la gestione di diversi siti della Rete Natura 2000. Si tratta di contesti molto diversi tra loro, che vanno dalle dune costiere agli ambienti forestali collinari, fino alle aree marine, e proprio questa varietà rende il nostro lavoro tanto complesso quanto stimolante. La nostra attività si sviluppa lungo tre direttrici che, in realtà, sono profondamente intrecciate tra loro. Da un lato c’è la gestione concreta degli ecosistemi, che significa intervenire sugli habitat, applicare pratiche di selvicoltura naturalistica e contrastare la diffusione di specie aliene invasive. Accanto a questo, lavoriamo molto sul piano della ricerca applicata, collaborando con Università e centri di ricerca per fondare le nostre scelte su dati scientifici solidi.
Cipriani: L’aspettativa di vita in Italia è da molti anni tra le più elevate al mondo e sempre in crescita, raggiungendo secondo i più recenti dati ISTAT gli 86 anni nelle femmine e quasi 82 nei maschi (https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/04/storie-dati-salute.pdf), al top della graduatoria mondiale insieme a Giappone, Corea del Sud e Svizzera (https://data.worldbank.org/indicator/SP.DYN.LE00.IN). Dopo quasi un secolo di ricerche di laboratorio su animali ed epidemiologiche sull’uomo, sappiamo che le abitudini di vita molto più della genetica determinano la durata della vita in salute ed in particolare una dieta equilibrata è quella che può assicurare una lunga vita in pieno benessere. Per capire quali fattori nutrizionali siano più importanti nel bilancio di salute, in Europa è stato avviato fin dagli anni ’90 lo studio EPIC, acronimo di European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition. Giovanna Masala, medico epidemiologo, è la responsabile del servizio di Epidemiologia di ISPRO ed anche dello Studio EPIC a Firenze. Approfittiamo della sua disponibilità per saperne di più.
Masala: Lo studio EPIC è una ricerca epidemiologica tra le più grandi al mondo, nata per studiare il rapporto tra alimentazione, abitudini di vita e tumori e coinvolge oltre 500.000 adulti volontari di 23 centri di 10 Paesi europei (Spagna, Grecia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Regno Unito, Norvegia e Italia). In Italia partecipano circa 47.000 persone di Torino, Varese, Firenze, Napoli e Ragusa. Con questionari specifici per ogni Paese, sono state raccolte informazioni individuali sulla frequenza e quantità di consumo di alimenti e bevande e su altre abitudini di vita come fumo, attività fisica, storia medica, storia riproduttiva e di lavoro, peso, altezza. Sono stati raccolti anche campioni di sangue conservati in una banca biologica in azoto liquido per valutazioni più sofisticate e innovative. I risultati di EPIC sono nel sito web (https://epic.iarc.fr/), di cui esiste una versione per l’Italia (https://www.studioepic.it/lo-studio-epic-italia/). Dopo i primi risultati sul legame tra alimentazione e tumori utilizzando i dati dei questionari e dei campioni biologici, siamo adesso a valutare anche i rapporti con le malattie cardiovascolari, il diabete e le patologie neurodegenerative.
La ‘chimica verde’ come noi la intendiamo è un sistema di conoscenze e di tecniche basato su materie prime di origine biologica a ciclo corto – derivate da piante, animali, funghi o da microrganismi - e soprattutto con un forte legame con l’agricoltura.
Tra il 26 e il 29 ottobre 2018, violente piogge e venti eccezionalmente intensi, con velocità medie orarie fino a 120 km/h e raffiche superiori ai 200 km/h, colpirono un’area boschiva di oltre 40.000 ettari, abbattendo più di 8 milioni di alberi e compromettendo per decenni il futuro dell’economia agro-forestale di un vasto territorio alpino. La cosiddetta tempesta Vaia rappresenta il più grave evento di danneggiamento del patrimonio forestale mai registrato in Italia.
Da questa devastazione ambientale ha preso avvio il progetto LIFE VAIA, finalizzato al recupero delle foreste danneggiate dagli effetti del cambiamento climatico e alla tutela della biodiversità. Inserito nelle politiche europee di adattamento climatico (Green Deal, Strategia UE di adattamento e Programma LIFE), LIFE VAIA coinvolge dieci partner internazionali e mira a rafforzare la resilienza delle foreste e dei sistemi agricoli attraverso modelli innovativi di ripristino forestale, agroforestazione e apicoltura.
Il progetto sviluppa strumenti tecnici, economici e giuridici per la creazione di ecosistemi forestali più stabili, biodiversi e adattati alle nuove condizioni climatiche, capaci di rispondere a eventi estremi. LIFE VAIA integra interventi di riforestazione, tutela della biodiversità e attività economiche sostenibili – quali green jobs, turismo e produzioni forestali certificate, come il miele – e propone politiche basate su partenariati pubblico-privato. Inoltre, contribuisce alla mitigazione climatica grazie a sistemi agroforestali in grado di immagazzinare carbonio e di ridurre le emissioni di CO₂ rispetto all’agricoltura tradizionale.
Pur avendo una durata operativa di cinque anni, il progetto si inserisce in un più ampio processo di recupero forestale di lungo periodo (15–20 anni), con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di foreste mature ad elevata biodiversità e con sottobosco produttivo. Le attività previste comprendono la realizzazione di forest garden, l’impiego della variabilità genetica delle specie e la gestione integrata di ecosistemi forestali e colture alimentari.
C’è una guerra invisibile che si combatte ogni giorno contro la nostra libertà di scegliere. È l’ "economia della dipendenza”, un modello che orienta consumi e comportamenti agendo in modo silenzioso ma estremamente efficace, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.
Un primo nodo concettuale riguarda la distinzione tra specie aliene (o alloctone o esotiche) e specie invasive. Le prime sono semplicemente introdotte dall’uomo al di fuori del proprio areale naturale; di queste solo una piccola percentuale di esse può diventare invasiva, ossia capace di diffondersi aggressivamente e di alterare struttura e funzionamento degli ecosistemi.
La prima metà degli anni 2000 sembra destinata a divenire il tempo delle crisi globali. Il conflitto che vede contrapposti gli Usa e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, momento dopo momento appare di durata incerta, di esito insicuro e, soprattutto, in grado di provocare inattesi contraccolpi. Il complesso quadro geopolitico del Medio Oriente apre nuovi fronti e inserisce inaspettati elementi che sembrano porre le premesse per un’altra crisi globale che si aggiunge a quelle che si sono susseguite nei due decenni iniziali del secolo.
L’aspetto che più colpisce, almeno nella fase attuale, oltre all’intensità del conflitto armato, è l’apertura di una crisi energetica di proporzioni molto gravi per così dire collaterale rispetto a quella bellica. Paradossalmente la mossa iraniana di bloccare il transito navale nello stretto di Hormuz diventa per sé un’arma micidiale perché blocca circa il 20% del petrolio e il 30% del gas liquefatto prodotti nel mondo oltre ad un quarto dei fertilizzanti. Una mossa in apparenza semplice ma che rivela una delle intrinseche debolezze molto complesse dell’economia mondiale di cui spesso ci si dimentica e cioè l’esistenza di una serie di interdipendenze fra elementi chiave del sistema economico globale in apparenza minori, ma in realtà di grande impatto sull’ intera economia mondiale. È il caso di Hormuz, che rappresenta “solo” un vero e proprio collo di bottiglia nella grande mappa dei trasporti marittimi dei flussi dei prodotti energetici ma che è in grado di causare quella che può diventare, forse, la maggiore crisi energetica registrata nel tempo, con vaste ricadute sull’intera economia mondiale.
L’improvvisa carenza di petrolio e derivati e di gas ne ha fatto impennare i prezzi e ha causato in vaste aree del mondo interruzioni produttive e conseguente carenza di importanti prodotti. A ciò si è accompagnata un’inattesa impennata inflazionistica unita ad una non voluta riduzione di offerta di prodotti di ogni genere, con ciò ampliando la spinta inflazionistica stessa. Mentre sviluppiamo queste considerazioni non è ancora chiaro quale potrà essere l’esito finale di questo episodio né a quali cambiamenti possa portare nella grande scacchiera dell’economia mondiale per il complesso interagire di mosse e contromosse intese a frenare o a potenziare gli effetti della crisi, tenendo altresì conto di quanto avviene nei complessi equilibri di potere mondiali in una fase incontestabilmente animata dalla politica di potenza messa in atto dagli Usa di Trump.
Ranalli: La Carne rossa è uno dei temi più complessi e divisivi dei nostri tempi, poiché intreccia evidenze scientifiche, scelte etiche, impatti ambientali e tradizioni secolari. Infatti, è diventata il campo di battaglia preferito per crociate salutiste, battaglie ambientali e tradizioni culinarie intoccabili. Spesso, però, in questo scontro tra estremi (chi la mangia a colazione e chi la considera "veleno"), la verità scientifica finisce in secondo piano. Proviamo a fare un po' di ordine distinguendo i fatti dal "sentito dire". Mi interessa farlo con te, Prof. Ballarini, poiché non ci sarebbe altra competenza migliore.
Ballarini: La tua domanda sulla carne rossa pone molti e complessi problemi, non ultimo l’interpretazione dei risultati delle ricerche sperimentali sull’attività cancerogena degli alimenti. Negli anni Ottanta del secolo scorso ero alla Comunità Europea nello SCAN (Comitato Scientifico Alimentazione Animale), che poi confluirà nell’attuale EFSA (European Food Safety Authority, Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e un argomento di lavoro importante era la valutazione dell’attività cancerogena degli alimenti, in particolare degli additivi. A tutti i componenti del Comitato fu inviato la documentazione di un’accurata ricerca su un additivo che avrebbe dovuto essere usato come grow promoter e cioè migliorare l’accrescimento e la vita di maiali e polli. Quattro gruppi di topi della stessa linea genetica furono mantenuti in uguali condizioni di ambiente e alimentazione, a un gruppo non era dato l’additivo, agli altri gruppi dosi crescenti di additivo: 10 – 100 e 1000. Gli animali furono mantenuti fino a che non ne restarono il dieci per cento e tutti gli animali morti furono esaminati per la ricerca di tumori. Risultato: il numero di tumori aumentava proporzionalmente alla quantità di additivo somministrato. All’apertura della riunione il presidente dichiarava che i dati erano chiari e che l’additivo era cancerogeno e tutti sembrarono d’accordo, meno un ricercatore belga che ci disse quanto segue: “Di ogni gruppo di topi ho calcolato il numero di settimane che gli animali sono vissuti e quanti sono stati i tumori rilevati: lo stesso numero per settimana. L’additivo non è cancerogeno, ma fa vivere meglio e più a lungo i topi che per questo hanno il tempo di manifestare più tumori”. Tutti accettammo quest’ultima affermazione e il presidente concluse dicendo “la scienza è come la Bibbia, bisogna saperla interpretare”. Oggi riteniamo che la carne rossa non sia causa di cancro, soprattutto nel grosso intestino, ma piuttosto un suo uso eccessivo provoca alterazioni del microbiota intestinale (disbiosi), quaranta anni fa ancora pochissimo noto, in realtà sconosciuto.
In un momento storico nel quale molti amministratori sottolineano la necessità di aumentare gli spazi verdi urbani, sembra utile proporre alcune riflessioni sull’argomento
Chi coltiva la terra europea lo fa spesso in solitudine, sotto il peso di variabili fuori dal proprio controllo: il clima che cambia, i mercati che oscillano, una burocrazia soffocante e una percezione sociale distorta che trasforma il contadino in un imputato, accusato di inquinare e di resistere al progresso. Non sorprende, allora, che la salute mentale degli agricoltori sia diventata una delle emergenze più urgenti e silenziose del nostro continente. I dati, quando si riesce a raccoglierli in modo sistematico, dipingono un quadro allarmante.
L’Accademia dei Georgofili ha aperto l’anno scorso il dibattito sulla questione in un convegno che ha raccolto molto interesse e la cui registrazione può essere riascoltata QUI. Ne abbiamo scritto QUI.
Il 26 marzo scorso l’Accademia è stata invitata a portare la propria esperienza in un webinar organizzato da SafeHabitus, con l’obiettivo di portare testimonianze da esperti, ascoltare quali sfide debba affrontare chi si occupa del tema del benessere mentale degli agricoltori, quali siano le soluzioni e le best practices messe in atto nei vari Paesi europei.
Il progetto SafeHabitus (https://www.safehabitus.eu/), finanziato dal programma Horizon Europe con 4,7 milioni di euro e coordinato da Teagasc (Irlanda), è oggi il più importante sforzo di ricerca europeo su questo tema, coinvolgendo 20 partner in 12 Paesi.
Pagliai – Cara Beatrice, intanto è un grande piacere dialogare con te anche perché mi fa ricordare il bel periodo passato al mitico Istituto per la Chimica del Terreno di Pisa ma bando ai ricordi e veniamo al tema di questo dialogo. Nel dialogo sull’agroindustria del 9 luglio 2025 di Paolo Ranalli si parlava di una nuova frontiera rappresentata dalla “biofortificazione degli alimenti”; confesso la mia ignoranza ma non conoscevo questo termine. Approfondendo l’argomento ho trovato che si parla anche di “biofortificazione agronomica” e mi è venuto in mente che tu hai lavorato molto sulle interazioni nutrienti-suolo-pianta, specialmente per quanto riguarda il selenio. Ci puoi ribadire di cosa si tratta esattamente?
Pezzarossa – La biofortificazione è un processo che consente di migliorare le caratteristiche nutrizionali delle piante coltivate o di alcune loro parti e può essere ottenuta mediante tecniche di ingegneria genetica, che prevedono la manipolazione del genoma della specie oggetto di studio, attraverso metodi convenzionali di miglioramento genetico, oppure con un approccio agronomico come la concimazione al suolo o la fertilizzazione fogliare. La biofortificazione agronomica è ottenuta con tecniche di fertilizzazione non invasiva e mira ad ottenere prodotti agricoli, e quindi alimenti destinati al consumo umano, arricchiti in minerali, vitamine o altri composti benefici ad alta biodisponibilità capaci di contribuire alla riduzione dell’incidenza di alcune patologie.
Lo sviluppo e la coltivazione di prodotti biofortificati possono rappresentare un’opportunità alternativa, rispondendo alle esigenze di nicchie di mercato interessate a cibi ad alto valore salutistico. La domanda di prodotti funzionali è in costante crescita e la produzione di ortofrutta biofortificata si inserisce pienamente in questa tendenza.
L’aumento della quantità di micronutrienti biodisponibili negli alimenti di origine vegetale destinati al consumo umano rappresenta una sfida particolarmente importante sia per i Paesi in via di sviluppo che per quelli industrializzati. Questo processo può costituire un valore aggiunto per le produzioni ottenute nelle società economicamente più avanzate, favorendo una maggiore competitività dei prodotti agricoli sul mercato.
Da quando fu inventata, intorno al 1840, la fotografia ha influenzato il “regime percettivo” in maniera sempre più forte. Con l’avvento del cinema e, poi, della televisione si è creata una vera e propria civiltà dell’immagine. Naturalmente l’“immagine analogica”, come ha scritto Pierre Sorlin (I figli di Nadar. Il “secolo” dell’immagine analogica, Einaudi, Torino, 2001), è inseparabile dalla visione umana e dal punto di vista o meglio dalla scelta del soggetto. Quindi la fotografia non rappresenta la realtà oggettiva, ma piuttosto un punto di vista.
Meteorologia è una parola di origine greca ed indica lo ‘studio dei fenomeni celesti, delle cose che si trovano in alto nell’aria’, dunque essa è la scienza che studia l’atmosfera terrestre, sottile involucro che racchiude il nostro Pianeta. Nelle più antiche civiltà, Egizi, Assiri-Babilonesi, Popoli dell’Oriente (Cina, Corea, India), l’interesse nasceva dalla esigenza di risolvere problemi quotidiani come, ad esempio, stabilire il periodo adatto per le celebrazioni religiose, per la semina e la mietitura delle messi, per prevedere l’andamento del raccolto. Molti dei fenomeni osservati venivano spiegati ricorrendo alla mitologia e all’intervento di Dei più o meno benevoli. Numerosi sono i reperti che raccontano questa storia: dai papiri, alle incisioni sulle stele, o su tavolette di argilla. I primi rudimentali pluviometri permisero in India di misurare le piogge già nel 300 a.C. ottenendo indicazioni su quali piante fossero adatte alla crescita in determinate aree, utilizzando lo studio del cielo come strumento per l’agricoltura.
205.689 immagini disponibili online. 643.749 file prodotti. Un archivio di 190 buste. Uno scanner planetario. Tre anni di lavoro. Sono questi i numeri dell’imponente lavoro di digitalizzazione dell’archivio storico (1753-1911) dell’Accademia dei Georgofili, condotto definitivamente a termine. Le scritture sono ora a disposizione gratuitamente nella loro interezza sul sito dell’Accademia (QUI). Un’operazione condotta dall’Accademia con l’autorizzazione della Soprintendenza archivistica e bibliografica della Toscana e l’indispensabile sostegno del Ministero della Cultura e della Fondazione CR Firenze, tutte Istituzioni alle quali comprensibilmente viene indirizzata la gratitudine dei Georgofili. Altrettanta gratitudine è opportuno esprimere a chi ha prestato la sua competenza informatica per realizzare, rendere “ospitabile” e poi fruibile tutto il lavoro svolto, vale a dire Giovanni Salucci e la sua Progettinrete.
In Sardegna si fa uno storico pane intagliato e decorato come una scultura: le sue origini risalgono alla notte dei tempi ma la tradizione continua ai giorni nostri. Già prodotto PAT - Prodotto Agroalimentare Tradizionale, oggi il pane coccoi ha ottenuto il riconoscimento europeo come IGP, a protezione di un patrimonio che affonda le radici nella storia, ma che guarda al mercato globale. Abbiamo cercato di saperne di più parlando con Il Prof. Antonio Farris, un vero esperto in materia.