Notiziario




La riorganizzazione del Servizio Fitosanitario Nazionale nel quadro delle nuove sfide per la difesa delle piante: il Decreto Legislativo 2 febbraio 2021, n.19

Prendendo atto delle criticità nella difesa delle piante emerse talvolta anche in modo drammatico nel corso di due decenni di applicazione del mercato unico, l’Unione Europea ha intrapreso una profonda revisione normativa del regime fitosanitario comunitario, che ha portato all’adozione di due nuovi regolamenti di base, il Reg. (UE) 2016/2031 relativo alle misure di protezione contro i parassiti delle piante e il Reg. (UE) 2017/625 sui controlli e altre attività ufficiali, con l'obiettivo di contrastare l'ingresso e la diffusione di organismi e microrganismi nocivi per la salute delle piante, le produzioni vegetali, gli ecosistemi forestali, gli impianti di arboricultura da legno, il verde urbano e periurbano, gli ambienti naturali e più in generale il patrimonio di biodiversità dell'Unione.
Il nuovo regime, completato da più di 30 regolamenti esecutivi già adottati, pur mantenendo le architetture di base preesistenti, ha modificato profondamente le modalità di intervento sulle emergenze fitosanitarie mediante l’elaborazione di specifici Piani di emergenza, il rafforzamento dei controlli alle importazioni, l'individuazione di una rete laboratoristica per la diagnosi, la modifica della struttura del passaporto delle piante, ma, soprattutto, attraverso una maggiore responsabilità a carico di tutti gli operatori professionali, in un’ottica di tracciabilità delle produzioni e rintracciabilità degli eventuali problemi fitosanitari.
Se da una parte agli operatori professionali è richiesta una maggiore responsabilità sui materiali vegetali prodotti e una migliore organizzazione delle proprie strutture, dall’altra le autorità competenti per i controlli dovranno dotarsi di strutture conformi ai requisiti fissati e di risorse umane e finanziare adeguate a garantire un intervento proattivo sugli organismi nocivi delle piante.

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Inaugurazione dell'Anno Accademico dei Georgofili

La cerimonia per l’Inaugurazione del 268° Anno Accademico dei Georgofili si svolgerà in modalità telematica il prossimo Mercoledì 21 aprile 2021 e potrà essere seguita in diretta streaming sul nostro sito, a partire dalle ore 10.30.
A causa della pandemia da Covid-19 e delle misure messe in atto per contrastare la diffusione del virus, infatti, per il secondo anno consecutivo, non potremo incontrarci nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, sede che tradizionalmente ha ospitato questa importante cerimonia.
Dopo i saluti del Sindaco Dario Nardella e la relazione del Presidente, Massimo Vincenzini, la prolusione sarà svolta dall’Accademico Emerito Dario Casati su "Oltre la pandemia, quale futuro per l’agricoltura".
Non sarà possibile, quindi, dare il benvenuto ai nuovi Accademici, consegnando loro di persona i diplomi, ed anche la consegna dei consueti Premi, Antico Fattore e AgroInnovation Award, subirà un cambiamento di programma, non avvenendo più a chiusura della cerimonia inaugurale, ma in eventi successivi, appositamente organizzati ma ancora da definire, quando la situazione pandemica lo permetterà.
L'inaugurazione del 268° Anno Accademico vuole essere più che mai una conferma del fatto che l’Accademia è presente, vitale ed operativa, e guarda al futuro con il ragionevole ottimismo di chi ha una incrollabile fiducia nella Scienza e nel suo metodo.
Deve, tuttavia, essere sottolineato che, durante gli ultimi terribili mesi, l'Accademia dei Georgofili, nello spirito del suo secolare motto "Prosperitati Publicae Augendae", non ha mai interrotto la propria attività, ma ha, anzi, moltiplicato i propri sforzi a supporto dell'agricoltura e degli agricoltori, articolando le sue azioni per individuare e diffondere gli strumenti più adeguati per quella ripresa economica che dovrà porre rimedio ai danni materiali patiti dalla società per la persistente pandemia.

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Idrolizzati proteici in agricoltura: se sì, con moderazione!

Diversi studi riportano che le applicazioni fogliari ripetute di prodotti commerciali a base di idrolizzati proteici di origine animale possono causare fitotossicità e rallentamenti della crescita delle piante; nessuna fitotossicità e riduzione della crescita sono state osservate, in genere, nelle piante dopo applicazioni fogliari di amminoacidi di origine vegetale.

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Tecnologie innovative per la valutazione dello stato di salute degli alberi

Anche in Sardegna gli alberi di leccio (Quercus ilex L.), sia nel verde pubblico che privato, sono oggetto di attacchi fungini che producono cancri corticali e decadimento strutturale del fusto che, nei casi più gravi, possono essere accompagnati da pericolosi schianti. Al fine di contribuire ad approfondire e contrastare questa importante problematica, uno studio fortemente innovativo è stato recentemente pubblicato sulla rivista Applied Sciences (Puxeddu, M.; Cuccuru, F.; Fais, S.; Casula, G., Bianchi, M.G., 2021. 3D Imaging of CRP and Ultrasonic Tomography to Detect Decay in a Living Adult Holm Oak (Quercus ilex L.) in Sardinia (Italy). Appl.Sci. 2021,11, 1199) https://doi.org/10.3390/app11031199).

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Lo storico problema dell’alimentazione: la sicurezza degli approvvigionamenti, la food sovereignty e la nuova agricoltura

La vita dell’uomo è stata caratterizzata dalla sua costante ricerca di cibo, sino a quando la scoperta dell’agricoltura gli ha fornito gli strumenti per soddisfare questa primaria esigenza.
Malgrado ciò sia accaduto più di diecimila anni fa, ancor oggi quasi un miliardo di umani patiscono la fame, le vicende del clima sembrano non offrire loro soluzioni semplici e a portata di mano. Eppure anche gli imperi antichissimi (Sumeri, Accadi, Faraoni, Romani e Cinesi) adottarono, ciascuno con tecniche diverse, politiche che consentissero ai sudditi rispettivi di  sfamarsi, specie se abitanti nelle città.
Molto di recente, grazie allo sviluppo della rapidità delle comunicazioni anche nel campo delle merci, si sono stipulati accordi multilaterali (Marrakech 1994) per liberalizzare la circolazione delle merci, ridurre i dazi in modo da favorire lo sviluppo della “specializzazione” della produzione dei vari prodotti in certe parti del mondo (mascherine in Cina, cellulari in USA e in Corea, automobili in Germania ecc.).
Ma le recenti vicende del Covid 19 hanno dimostrato che, malgrado trattati multilaterali, contratti, impegni fra privati e fra governi, nella crisi si può bloccare la circolazione di prodotti ritenuti essenziali, come le mascherine e i reagenti per tamponi. E questo rischio potrebbe dare origine anche a crisi alimentari in paesi industrializzati ricchi che hanno rinunciato ad una agricoltura che garantisca l’autosufficienza alimentare.
La globalizzazione è apportatrice, certamente, di vantaggi, anche se il suo governo richiederebbe un approccio diverso: infatti, se nell’XIX secolo aveva un senso uno stato come l’Italia, la Francia e persino il Portogallo e Malta, dato che i collegamenti avevano un raggio efficiente di scarsa postata, oggi la terra si è, di fatto, rimpicciolita e i problemi che la interessano sono globali non solo dal punto di vista commerciale ma, cosa ancora più importante, ma da quello climatico, alimentare e sanitario, come l’attuale situazione sta a dimostrare.
Un virus può mettere in ginocchio l’intera umanità, i cambiamenti climatici stanno già mostrando effetti devastanti mentre una crisi alimentare, che è già presente a un settimo degli umani potrebbe ampliarsi in modo sorprendente a causa del peggiorare degli affetti climatici.
Occorre, dunque, un sistema di governance di questi eventi che coinvolga tutti gli stati del mondo, o almeno i principali.
Fra i provvedimenti che sarebbe opportuno considerare ve ne sono alcuni fondamentali, che coinvolgono l’agricoltura, destinata probabilmente ad una cambio importante di scopo rispetto a quello che l’ha originata.
Occorrerà arrivare ad una riduzione drastica degli allevamenti per diminuire la produzione di metano e co2, alla sostituzione della carne con prodotti di laboratorio contenenti altre proteine derivate probabilmente da molecole di carne che non hanno mai vissuto in una stalla, ad una massiccia rivalutazione dei boschi e della loro coltivazione in zone aride, in zone artiche o in altissima montagna per incarcerare co2, allo sviluppo di coltivazioni erbacee  modificate per produrre non solo carboidrati, ma anche vitamine e proteine; insomma, ci dobbiamo avviare verso una nuova rivoluzione agricola dove allo scopo ambientalistico si affiancherà anche lo scopo produttivistico: l’uomo non abbatterà più alberi per estendere le superfici coltivate e destinate a pascoli, ma incentiverà l’arboricoltura e alcune coltivazioni erbacee, ridurrà drasticamente l’allevamento di animali dando origine ad una nuova agricoltura, più efficace dal punto di vista ambientale ma anche meglio adatta alla coincidenza del settore primario con la sopravvivenza del genere umano, tentando di diminuite la sua invasività e di ricostruire un pianeta capace di sopportare la nostra pressante presenza.


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Un volume sul nocciolo scaricabile gratuitamente

“Il Nocciolo - Impianto e gestione delle coltivazioni da frutto” di Moreno Moraldi, è qui scaricabile per il lettori di Georgofili INFO

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Miglioramento delle caratteristiche nutrizionali del pane utilizzando farina di ceci maltati

I legumi sono considerati un'alternativa vegetale ai prodotti carnei grazie al loro profilo nutrizionale, i bassi costi di coltivazione ed il ridotto impatto ambientale. Nonostante il loro relativamente alto contenuto proteico, la qualità nutrizionale ​​risente della carenza di aminoacidi solforati e della presenza di fattori anti-nutrizionali, quali acido fitico, polifenoli e α-galattosidi (che causano flatulenza). Questi composti subiscono una parziale degradazione a seguito del processo di maltazione, che consta in genere di tre diverse fasi: macerazione, germinazione ed essiccazione.

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Le alghe marine e le larve di insetti come alimenti proteici alternativi alla soia

L’attenzione nei riguardi delle attività zootecniche responsabili, secondo alcuni, di più della metà delle emissioni totali di gas serra in atmosfera, si è riaccesa recentemente, tanto da indurre il Comitato Consultivo “Allevamenti e Prodotti Animali” della nostra Accademia dei Georgofili a pubblicare un deciso commento sulla “newsletter” del 17 marzo scorso dal titolo “Improvvisazioni, falsità e clamori giornalistici sugli allevamenti e sui prodotti di origine animale. La necessità di un dialogo su vere basi scientifiche”.
Nel commento si ribadisce che i dati ufficiali, anche della FAO (2019), attribuiscono alla zootecnia non più del 14% della “colpa” globale dell’inquinamento, per cui sarebbe opportuno guardare, contemporaneamente, anche in altre direzioni, ad esempio ai trasporti terrestri ed aerei, alle attività industriali non rispettose delle norme, alle centrali elettriche a carbone o all’eccessivo dispendio energetico per la climatizzazione degli ambienti pubblici, commerciali e domestici.
Comunque, se vogliamo fare qualcosa per mitigare i guai connessi agli allevamenti animali, ben vengano le proposte innovative e non solo le critiche.
I due problemi che sembrano pesare di più in questo momento sono l’allevamento dei ruminanti, che utilizzano l’energia della fibra alimentare con emissione di metano, e l’impiego praticamente esclusivo della soia come ingrediente proteico dei mangimi un po’ di tutti gli animali allevati. Entrambe le attività spingono alla criminale pratica della deforestazione di vaste zone con conseguenze disastrose sulla “purificazione” dell’atmosfera dalla CO2 per fotosintesi, la salvaguardia delle biodiversità e delle popolazioni locali. Per non parlare della necessità di trasporti da un continente all’altro, con tutto ciò che ne consegue anche in termini di ulteriore inquinamento da gas serra.
Cosa possiamo fare? Ad alcuni è venuto spontaneo proporre di divenire tutti vegani o, almeno, vegetariani, magari eliminando dalla faccia della terra i ruminanti, dimenticando, ad esempio, che la sola risicoltura contribuisce per l’11% della produzione globale di metano. Il problema nel problema è che non è possibile: non disponiamo di sufficienti aree coltivabili, non coperte da foreste, adeguate a garantire a tutti i quasi otto miliardi di abitanti di questo pianeta gli alimenti necessari a sostenere i fabbisogni nutritivi, specialmente proteici, minerali, lipidici (omega tre) e vitaminici (vitamina B12), dei bambini in special modo.

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Cambiamento climatico e prodotti tipici

Negli ultimi trent'anni, a causa di pochi gradi di differenza della temperatura stanno mutando le vite di specie animali selvatici, uccelli che migrano prima, renne e caribù che si spostano quando non dovrebbero, lupi e orsi che trasformano i loro comportamenti e molte specie animali selvatiche stanno scomparendo, ma cosa avviene negli animali domestici allevati dall’uomo e nelle loro produzioni a causa dei cambiamenti climatici in corso e ancor più previsti? Quali le possibili prospettive per i prodotti tipici dei quali l’Italia è ricca?
Quando si dice che “Il clima è già cambiato” si elenca un susseguirsi di record che non possono lasciare indifferenti per un’eccezionalità che è diventata la norma con una tendenza in Italia alla tropicalizzazione del clima che si manifesta con un’elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense e sbalzi termici, aumento delle temperature massime, periodi anormalmente siccitosi o piovosi con precipitazioni fuori dalla norma. I cambiamenti climatici sono oggetto d’attenzione soprattutto per gli effetti che gli eventi estremi hanno sui centri abitati, le strade e le altre strutture umane. Molto meno il pubblico considera le correlazioni tra i cambiamenti climatici e il sistema alimentare e quali sono le possibili vie per affrontare la crisi climatica attraverso le pratiche eco-sostenibili da adottare nell’intera catena alimentare.
Molte sono le specie vegetali e animali che siamo abituati a vedere sulle nostre tavole e che da alimenti comuni potrebbero divenire prodotti privilegiati perché più che scomparire potrebbero subire gli effetti di uno spostamento di fascia climatica della loro produzione. Ciò significa che quello che oggi si coltiva, si alleva, si conserva a latitudini temperate, domani potrebbe trovare terreno e clima più favorevoli in altre parti del mondo, che così potrebbero trarre benefici economici dai cambiamenti climatici. Senza dimenticare che alcune coltivazioni potrebbero trarre vantaggio da un ulteriore aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera.

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In memoria di Adriano

Sempre disponibile ogni qual volta una ricerca aveva bisogno di sperimentare nuove soluzioni per l’allevamento del bovino da carne, Borgioli è stato anche la testimonianza di quanto un allevatore possa amare profondamente i suoi animali, cui era legatissimo e per i quali non smetteva mai di cercare soluzioni tecniche che garantissero le migliori condizioni di benessere, investendo sulle strutture e sui sistemi di gestione.

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Grammatica della tavola

Nel mondo regole di grammatica alimentare stabiliscono se il cibo deve essere mangiato seduti o in piedi, sul pavimento o attorno a un tavolo, con la forchetta o le bacchette o con le dita, in quale ordine ogni piatto deve essere servito, stabilendo quali cibi possono o non possono essere tra loro abbinati, quali sono più adatti al mattino, mezzogiorno, sera o notte.

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Dieci regole per la riforestazione

Un articolo molto interessante a firma di Di Sacco et al., riguardo ai progetti di riforestazione a livello mondiale, è stato da poco pubblicato sulla rivista Global Change Biology. Non c’è dubbio che questi rappresentino necessarie soluzioni urgenti al cambiamento climatico globale e le ambiziose iniziative di impianti massali di alberi, molte già in corso, mirano a sequestrare enormi quantità di carbonio per compensare in parte le emissioni antropiche di CO2, che sono una delle principali cause dell'aumento delle temperature globali e sulle quali dovremmo agire nell’immediato. Tuttavia, come ho più volte scritto,, l’impianto di alberi mal pianificato ed eseguito potrebbe addirittura aumentare le emissioni di CO2 e avere impatti a lungo termine e deleteri sulla biodiversità, sui paesaggi e sui mezzi di sussistenza.
Nell’articolo vengono analizzati i principali rischi ambientali della piantagione di alberi su larga scala e gli autori propongono “10 regole d'oro”, basate su alcune delle più recenti ricerche ecologiche, per implementare il ripristino dell'ecosistema forestale che massimizzi i tassi sia di sequestro del carbonio sia di recupero della biodiversità, migliorando al contempo i mezzi per il mantenimento nelle condizioni necessarie di vita.
Le 10 regole sono le seguenti: (1) Proteggere prima la foresta esistente; (2) Lavorare insieme (coinvolgendo tutte le parti interessate) (PERCHE' PIANTARE); (3) Puntare a massimizzare il recupero della biodiversità per raggiungere molteplici obiettivi; (4) Selezionare le aree appropriate per il recupero delle foreste; (5) Utilizzare la rigenerazione naturale ove possibile (DOVE PIANTARE); (6) Selezionare le specie per massimizzare la biodiversità (COSA PIANTARE); (7) Utilizzare materiale vegetale resiliente (con variabilità genetica e provenienza appropriate); (8) Pianificare in anticipo le infrastrutture necessarie, la capacità e la fornitura del materiale per la piantagione (semi, piantine forestali, ecc.); (9) Imparare facendo (learn by doing) utilizzando un approccio di gestione adattivo (COME PIANTARE); e (10) “Make it pay” garantendo cioè la sostenibilità economica del progetto.

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Improvvisazioni, falsità e clamori giornalistici sugli allevamenti e sui prodotti di origine animale. La necessità di un dialogo su vere basi scientifiche.

Gli allevamenti e i prodotti di origine animale salgono periodicamente all’onore delle cronache, non tanto per sottolineare il loro significato socio-economico in ogni parte del mondo, ma perché su di essi vengono riversate opinioni allarmistiche, riguardanti presunti catastrofici impatti sull’ambiente e sulla salute umana.
Il Comitato Consultivo dell’Accademia dei Georgofili per gli “allevamenti e i prodotti animali”, in rappresentanza di una comunità scientifica molto ampia, che conta in Italia centinaia di ricercatori operanti nei settori del miglioramento genetico, della nutrizione e alimentazione animale, della qualità dei prodotti e delle tecniche di allevamento, esprime una forte preoccupazione per la diffusione di informazioni che non poggiano su rigorose basi scientifiche e che diffondono dati molto lontani dal vero.
Gli effetti di tali iniziative giornalistiche e propagandistiche, non disgiunte talvolta da dichiarazioni di esponenti politici, possono provocare un clima di smarrimento e di preoccupazione sul mondo dei consumatori, senza che tutto ciò abbia un reale fondamento.
Ancora più preoccupante è il possibile effetto delle campagne denigratorie nei confronti dell’intero sistema delle produzioni animali che caratterizza il nostro paese e dell’industria alimentare ad esso collegata che, come è noto, rappresenta un valore straordinario del “made in Italy” e contribuisce in maniera determinante a definire larga parte del paesaggio italiano, un patrimonio nazionale riconosciuto anche dalla costituzione. Tale preoccupazione si estende anche alle centinaia di migliaia di lavoratori che sono all’interno del sistema delle produzioni animali e vedono minacciato il futuro del loro lavoro da campagne denigratorie dettate da logiche per loro incomprensibili perché lontane dalla realtà dei fatti.
Uno dei più comuni elementi di quella che potremmo definire “non corretta informazione” è rappresentato dal contributo alla produzione di gas serra degli allevamenti e al loro conseguente impatto ambientale. Quando viene riportato che la produzione della carne pesa per il 20% delle emissioni totali di CO2, si diffonde una informazione totalmente sbagliata, poiché questo dato non è riscontrabile né all’interno delle statistiche della FAO (http://www.fao.org/faostat/en), né in quelle dell’Unione Europea (https://www.eea.europa.eu//publications/european-union-greenhouse-gas-inventory-2020), né in quelle dell’ISPRA  (https://www.isprambiente.gov.it/it).

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Pratiche sleali, ultimo giro di boa. Compromesso onorevole, adesso spetta alla politica

Sulle pratiche sleali arriva l’intesa tra la Distribuzione moderna (DM) e il mondo agricolo, dopo quella tra DM e industria del Largo Consumo (Federalimentare, Centromarca  ecc).  L’intesa di adesso integra e completa doverosamente quella dello scorso novembre , perché senza i produttori non si va da nessuna parte. Giustamente ADM, ANCC-Coop, ANCD-Conad e Federdistribuzione sottolineano che “bisogna lavorare in un’ottica di sistema su temi comuni per costruire  rapporti di filiera più trasparenti ed equi, a beneficio dei consumatori”.

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Infezioni epidemiche su colture agrarie: la situazione in Italia

A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, nuove entità fitopatogene si sono diffuse nel nostro Paese in forma epidemica causando gravi danni a colture importanti. Gli interventi di lotta hanno consentito a tutt’oggi di contenere i danni ma con esito più o meno soddisfacente, a seconda dei patogeni coinvolti. Si tratta, in particolare, del virus della ‘Sharka’ o Vaiolatura delle drupacee (Plum pox virus, PPV), del fitoplasma della Flavescenza dorata della vite (Grapevine flavescence dorèe, GFD) e del batterio Xylella fastidiosa (XF) che ha colpito l’olivo.
PPV è un potyvirus (Potyviridae) caratterizzato da particelle filamentose, flessuose, lunghe circa 760 nm, trasmesse da afidi in modo non-persistente. Gli afidi che infestano le drupacee, quali Myzus persicae, Brachycaudus helichrysi, Hyalopterus pruni ne sono i vettori più efficienti e lo sono anche, più raramente, afidi parassiti di altre piante. Il virus è comparso all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso nella provincia di Cuneo diffondendosi in forma epidemica sull’ albicocco, coltivazione allora ampiamente praticata nella zona di Saluzzo, infettando anche peschi e susini. I sintomi su albicocco consistono in maculatura anulare ben evidente e assai tipica (tanto da consentire un primo approccio diagnostico, in pieno campo), clorotica sulle foglie e necrotica sui frutti che sono poi soggetti a cascola prima dell’invaiatura. Le perdite di raccolto sono gravi, molto spesso totali nelle piante giovani e nelle cultivar più suscettibili.
La presenza di GFD è stata segnalata in Italia già nell’ultimo dopoguerra ma la sua espansione epidemica è iniziata dall’Italia nord-orientale negli ultimi decenni del secolo scorso interessando poi rapidamente tutta la Valle Padana e parte dell’Italia centrale. Il fitoplasma associato alla malattia appartiene al gruppo ribosomico 16Sr-V ed è trasmesso dalla cicalina Scaphoideus titanus in modo persistente-propagativo. La distribuzione territoriale del patogeno è strettamente legata a quella dell’insetto vettore tanto che nell’Italia meridionale, dove GFD si riscontra raramente, S.titanus non è insediato in forma stabile malgrado vi sia stato ritrovato in più di un’occasione. Le viti colpite presentano vivace colorazione perinervale o settoriale delle foglie, rossa su vitigni ad uva ‘nera’ e gialla su quelli ad uva ‘bianca’, cui seguono accartocciamento infero e ispessimento della lamina, acinellatura, necrosi di foglie, tralci e frutti, morte. I sintomi, abbastanza tipici nella fase iniziale della malattia, divengono in seguito confondibili con altri di differente eziologia, come infezioni da ‘Bois noir’, infestazioni di cicaline, carenze e squilibri nutrizionali.
Infezioni di X. fastidiosa a carattere epidemico sono state individuate nel 2013 su piante di olivo nel Salento, in Puglia. Alcune osservazioni raccolte con le prime indagini, come la presenza di focolai di infezione distinti, suggeriscono però che esso fosse già presente da qualche anno. Si tratta di un batterio Gram-negativo, xilematico, trasmesso da cicaline Cercopidi dei Generi Phylaenus sp. e Neophylaenus sp. La trasmissione da parte di questi insetti presenta modalità che richiamano sia il processo di tipo non-persistente (assenza del periodo di latenza nel vettore) sia quello di tipo propagativo (moltiplicazione dell’agente patogeno nel vettore). Di X. fastidiosa sono note diverse ‘varianti’ o ‘subspecie’ tra le quali la ‘pauca’ è quella identificata in Puglia. Le piante di olivo reagiscono all’infezione con disseccamenti dapprima limitati alla vegetazione più giovane, poi estesi al resto della chioma determinando la morte di rami, branche e infine dell’intera pianta. Una volta nota la presenza della malattia, detti sintomi ne consentono il riconoscimento visivo. Tuttavia, poiché alterazioni simili possono essere indotte anche da altre cause (funghi vascolari, danni da agenti atmosferici, ad esempio), le fasi iniziali di infezione da X. fastidiosa possono anche essere ignorate per un certo tempo favorendo l’insediamento del patogeno.

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