Le immagini sconvolgenti della frana che sta cambiando il volto di Niscemi, ancora una volta nella sua storia più che millenaria, colpiscono per le dimensioni del fenomeno e per l’evidente ineluttabilità di quanto sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. I mezzi di informazione e la loro capacità di penetrazione e diffusione comunicano quanto avviene e diffondono con la forza delle immagini trasformando quello che è un episodio tremendo, ma non inconsueto in un Paese geologicamente recente come l’Italia, in un grande e tragico spettacolo a cui si partecipa ma che sembra distaccato dalla vita quotidiana di chi lo vede sugli schermi e lo archivia mentalmente nell’ affollarsi di immagini di ogni giorno ed ogni minuto della giornata. L’evidenza di quanto si vede ha il grande demerito di far perdere il senso della partecipazione e della condivisione della tragedia che oggi si vive a Niscemi, come una volta avvenne nel Vajont o in Valtellina con la frana della Val di Pola o nei grandi terremoti e nelle alluvioni catastrofiche e ricorrenti, creando una sorta di dannosa assuefazione. Prevale la sensazione immediata destata dal singolo episodio e fa dimenticare che l’Italia è costituita da un territorio recente e per ciò stesso in costante evoluzione.
Quanto oggi avviene a Niscemi con tanta tragica chiarezza invece dovrebbe indurre ad una più attenta e meno episodica considerazione su che cosa fare e predisporre per i prossimi inevitabili episodi a cui il nostro territorio, tanto bello ed amato, ci espone.
Il primo spunto su cui ragionare nasce dall’immediato malvezzo della ricerca dei “veri” colpevoli, o meglio presunti tali, su cui appuntare l’attenzione, quasi come per desiderio di una impossibile vendetta. Ciò che accade oggi ed è accaduto altrove in un passato anche recente, invece, va considerato in un contesto geologico e territoriale particolare, come si è detto. In questo senso questa sfrenata caccia giornalistica vale quel che vale e cioè come la caccia all’untore. Certo, ci possono essere e vanno ricercati e sanzionati comportamenti impropri, che vanno identificati e giudicati, ma i problemi veri sono di maggiore entità ed è su questi che occorre innanzitutto concentrarsi. Nulla di nuovo, perché la mappatura delle zone a rischio è stata avviata da tempo, diciamo da almeno una trentina di anni, ma non risulta ancora conclusa… Nel frattempo nuove evidenze si sono prodotte, i metodi di analisi si sono evoluti e perfezionati e costi e tempi, sempre carenti, destinati alla prevenzione o meglio alla diagnosi precoce al fine di prevenire, si dilatano sine die, ragione per la quale occorre ogni volta ricominciare … insomma una specie di tela di Penelope.
Ciò conduce ad un secondo spunto di riflessione. Se non si conoscono a fondo né i possibili eventi dannosi e le loro entità, né eventuali misure precauzionali, diventa impossibile essere preparati alla catastrofe prossima ventura. E ciò lascia spazio a nuovi comportamenti che ampliano il rischio tecnico, economico e in vite umane implicito nel continuare a insistere in comportamenti azzardati per non dire di peggio.
Tutto ciò induce a riflettere anche sugli aspetti economici generali. I Governi, quello in carica e gli altri del passato, assicurano interventi economici immediati e pari alle necessità, ma le cifre non sono note a priori né per i disastri avvenuti né per prevenzione di quelli possibili per le ragioni sommariamente accennate.
Il bilancio dello Stato notoriamente è quello messo peggio fra tutti i Paesi sviluppati confrontabili. Il suo passivo cronico ha un costo rilevante e che a mala pena può essere sopportato per l’onere del debito grazie al fatto che entrate e spese correnti hanno un saldo attivo, però ogni soldo speso in più fa crescere il debito e quindi gli interessi da pagare.
Sono queste considerazioni che rendono “tragicomiche” le annuali animate discussioni sulla legge di bilancio, che di fatto vertono su piccole voci e spostamenti impedendo serie e consistenti politiche economiche perché di fatto il bilancio vero è intoccabile.
I tentativi di contenimento della spesa pubblica, le cosiddette “spending reviews”, hanno avuto esito e vita molto modesti. Così la nostra crescita economica non può trovare il modo di essere più vigorosa di quella che quasi miracolosamente riesce a conseguire.
In queste condizioni è difficile pensare a ciò che sarebbe necessario: un Piano speciale per affrontare i grandi rischi, anche perché nel frattempo bisogna intervenire per rimediare ai danni provocati dagli eventi negativi da sanare con urgenza.
Con bilanci di fatto bloccati, gli interventi straordinari non trovano spazio, forse anche perché non “portano voti”. Rimarrebbe solo la strada di incrementare le entrate con una nuova imposizione straordinaria, una “addizionale” come se ne fecero in passato, ma si sa bene che fine potrebbe fare una raccolta fiscale di questo tipo, che notoriamente viene poi rapidamente incorporata nel gettito fiscale ordinario.
D’altro canto, anche un intervento straordinario, come è stato il PNRR per cercare di ridurre le conseguenze della crisi provocata dal COVID, se si analizzano a fondo le diverse spese finanziate lascia parecchio perplessi anche sull’uso delle erogazioni straordinarie.
Solo una radicale revisione dell’impianto del nostro bilancio pubblico rimarrebbe l’unica soluzione percorribile, in attesa di fare fronte alla prossima catastrofe naturale.