Il consolidamento di metodologie molecolari di intervento mirato sul
genoma cellulare, indicate complessivamente con il termine genome
editing, rappresenta uno degli avanzamenti tecnologici più importanti
realizzati in biologia nell’ultimo decennio. La possibilità di cambiare
in modo chirurgico specifiche sequenze di DNA, una sorta di Santo Graal
per generazioni di genetisti e di biologi molecolari, è talmente
rivoluzionaria da aprire nuove prospettive conoscitive e applicative in
tutti i campi delle scienze della vita. Tale rivoluzione promette di
fornire un impulso decisivo affinché le biotecnologie diventino un asse
portante dell’economia del XXI secolo. Non è difficile immaginare
l’impatto potenziale del genome editing nel miglioramento genetico delle
specie di interesse per l’agricoltura, contribuendo all’ottenimento in
tempi brevi di nuove varietà più consone alle esigenze dell’agricoltura
contemporanea. La rivoluzione del genome editing consentirebbe di
rispondere alle sfide sempre più pressanti poste dai cambiamenti
climatici ed a quelle legate alla necessità di ripensare la pratica
agricola secondo i dettami della sostenibilità. Non è quindi
sorprendente che sul genome editing nel miglioramento genetico siano
cresciute grandi aspettative, ma che si siano levate anche voci di
cautela e persino di contrasto alla sua applicazione. Nella narrazione a
supporto del contrasto all’uso del genome editing spicca il tentativo
di omologare i suoi prodotti agli OGM, sottoponendoli così ad una
regolamentazione talmente restrittiva e costosa da ottemperare da
renderli di fatto non utilizzabili in Italia e in Europa.
Non è scopo
di questa mia nota soffermarmi sulle differenze tecniche sostanziali
tra transgenesi e genome editing, né desidero entrare nel merito della
diatriba sull’adozione del genome editing in Italia e in Europa nella
quale la mia posizione a supporto del loro utilizzo, e anche quella di
numerose società scientifiche nazionali ed europee, sono state espresse
in numerosi documenti e dibattici pubblici. Piuttosto, riprendendo il
titolo di questa nota, desidero argomentare come il contesto scientifico
attuale, derivato dai considerevoli avanzamenti conoscitivi e tecnici
prodotti dalla genomica e dalle sue applicazioni superi alcune delle
limitazioni scientifiche che a mio avviso hanno contribuito al
sostanziale fallimento degli OGM in agricoltura. Perché di fallimento si
tratta, nonostante i milioni di ettari coltivati nel mondo con OGM.
Lo
scorso novembre, in occasione di una giornata di confronto su aspetti
tecnici e sociali del genome editing applicato al miglioramento
genetico, organizzata a Bruxelles dalla Federazione delle Accademie
Scientifiche Europee (https://allea.org/),
Sir Davis Baulcombe, eminente biologo vegetale e genetista della Royal
Society, nella sua prolusione citò Roy Amara, ricercatore e scienziato
dell’Institute for the Future americano, e la sua legge. Nella sua prima
parte la legge dice che “nel breve periodo tendiamo a sovrastimare gli effetti di una tecnologia”
(S. Ratcliffe, ed., 2016). Negli scorsi decenni nel campo del
miglioramento genetico si sono succeduti esempi quasi clamorosi di
questa sovrastima. Molti di noi ricorderanno le grandi aspettative sorte
a cavallo degli anni ’80 e ’90 sull’uso dei marcatori molecolari, tanto
da indurre alcuni a decretare la fine del miglioramento genetico fino
ad allora conosciuto. Ci vollero vent’anni prima che l’applicazione dei
marcatori molecolari fosse inglobata come metodologia ausiliaria, seppur
importante, nel miglioramento genetico attuale. Il caso degli OGM è
ancora più eclatante. Anche dove ampiamente utilizzate, le varietà OGM
di successo si limitano all’introduzione di un numero di caratteri che
si può contare sulle dita di una mano. Un risultato ben magro per una
tecnologia che si proponeva di rivoluzionare il modo di fare
miglioramento genetico.
Non viviamo un'era di cambiamenti, ma a un cambiamento di era che riguarda anche i costumi alimentari e soprattutto la gastronomia, non solo per questo periodo di restrizioni di mobilità, ma per i successivi e lunghi riflessi economici di un periodo di recessione mondiale accompagnato anche da una riduzione del turismo che porterà allo sgonfiamento della bolla gastronomica. Facile prevedere che quando gli italiani potranno uscire dalle loro case molti esercizi di ristorazione non saranno aperti e quelli che riapriranno dovranno modificare le strutture di sala.
Non vi è dubbio che questa tragedia della pandemia da corona virus
incuta paure e preoccupazioni sia nell’immediato che pensando al futuro.
Mai come ora, infatti, si sta sviluppando un dibattito sui mezzi di
informazione e sui social media su quale futuro ci attende, fra speranze
di risollevarsi al più presto, ma anche paure di una crisi a tinte
fosche e l’accentuarsi dei problemi di sempre.
Auspicando davvero che
ci sia una ripartenza che ci consenta di risollevarsi è certo che anche
l’agricoltura dovrà ricevere la giusta attenzione per essere ripensata e
poter assolvere al meglio la sua funzione di nutrire (e bene) l’umanità
in modo sostenibile, cioè proteggendo le risorse naturali.
Non sappiamo nemmeno quante volte in questo nero avvio di primavera
abbiamo sentito ripetere il concetto che tutto è cambiato e nulla potrà
essere più come prima. Il concetto contiene un messaggio di speranza e
di volontà di riscossa e ciò può spiegare perché abbia avuto tanta
presa. Allo stesso tempo è liberatorio, nel senso che esprime la diffusa
convinzione che tutto quanto avviene abbia trovato spazio grazie alle
pecche del sistema sociale e politico italiano. Nei difficili giorni in
cui prevale ancora la lotta al virus e si inizia a parlare del dopo si
riconosce che vi è un costume da cambiare per rendere più forte ed
efficiente la nostra società in futuro, nell’ordinarietà della vita
quotidiana e nella straordinarietà di eventi come l’epidemia. Non
crediamo che tutto cambierà, non è necessario, né che nulla sarà più
come prima: non è utile distruggere ogni cosa. Non siamo all’anno zero,
ma più semplicemente al punto in cui, sotto l’incalzare di due crisi
gigantesche, sanitaria e economica, bisogna por mano con urgenza,
prudenza ed intelligenza al nostro sistema sociale.
Partiamo dagli
strumenti usati, con colpevole frequenza, per dettare regole e
comportamenti ai fini di contenere le crisi e preparare il dopo: i
decreti emanati a raffica in adunate virtuali di popolo davanti ai
teleschermi come in altri tempi nelle piazze. La prima osservazione è
che servono provvedimenti urgenti che devono essere diffusi
tempestivamente, quindi in linea di principio c’è poco da eccepire.
Quella successiva è che il tono e il modo sono viziati da almeno due
limiti: il primo è il criterio di apparire in tempi sfasati fra il
momento della”comunicazione” e quelli della “emanazione” e della
“applicazione”. Basterebbe un solo decreto direttamente operativo con le
norme che ora vengono demandate ad un nuovo decreto dopo pochi giorni,
da una conferenza stampa all’altra, causando confusione e ritardi. Il
secondo, più legato ai contenuti, è lo stile burocratico che li permea.
L’impressione è che vi sia un irresistibile bisogno di agganciarsi alla
solida e immobile potenza della burocrazia, arcigna e cieca più della
giustizia, regina di regole e riti, ma anche serva di un potere che non
ha capacità di prevedere e gestire e si aggrappa a complicazioni e
barriere che tengono lontano il cittadino dalla burocrazia.
Così
nascono l’economia e la politica dell’Ateco. La decisione di
vietare/autorizzare l’esercizio delle diverse attività a partire da
quelle economiche, nella confusione di un decreto tempestivo, ma non
operativo perché non sa quali ragionevolmente può/vuole aprire o
lasciare chiuse, viene demandata ad una entità poco nota e
inattaccabile. È misteriosa, quasi magica ed ha il privilegio di una
costruzione burocratica: il codice Ateco. Di fronte ad esso, velato di
esoterici significati arretrano persino i mezzi di comunicazione. Ateco è
un sistema di classificazione utilizzato per catalogare ogni attività
produttiva o di servizio ai soli fini statistici. Ecco il problema:
l’impiego improprio di uno strumento creato e utilizzato per altri
scopi.
Le informazioni che ci sono arrivate dalla visione del programma
“Report” del 13 aprile scorso, su Rai 3, si possono riassumere nei
seguenti punti:
a) le zone della pianura padana dove si è avuta
la maggior diffusione del virus sono caratterizzate dalla presenza di
molti allevamenti intensivi che producono enormi quantità di liquami,
ricchi di ammoniaca, liquami che vengono sparsi sui campi come
fertilizzanti, spesso irresponsabilmente;
b) le attività
zootecniche sono responsabili del 51% dell’inquinamento da gas serra,
quindi più delle attività industriali e dei trasporti messi insieme;
c) le stesse zone, dove il Covid19 si è diffuso in maniera più
violenta, sono caratterizzate dalle concentrazioni più elevate di PM10;
d) lo spandimento dei liquami favorisce la formazione del particolato PM10;
e) gli allevamenti intensivi possono rappresentare un rischio di incubazione e trasmissione del Covid19.
Ne
consegue il facile sillogismo, che coincide con il messaggio percepito
dai telespettatori: il Covid19 viene veicolato dalle particelle PM10; il
particolato si forma in conseguenza dello spandimento del letame
prodotto dagli allevamenti intensivi; ergo la responsabilità della
epidemia in Lombardia è, in massima parte, delle attività zootecniche.
Tutto ciò ci impone di dare delle risposte con argomenti, questa volta, documentati.
La pandemia COVID19 ha evidenziato la fragilità delle catene di
approvvigionamento come mai prima d’ora. La loro natura interconnessa,
globale e la loro rigidità le rende estremamente vulnerabili ad un
evento di tale portata e gravità. Non si adattano alle improvvise
restrizioni doganali, né al repentino cambiamento nella domanda del
mercato, né all’accesso limitato ai materiali, impianti di produzione e
manodopera. Ciò purtroppo ha avuto la conseguenza immediata di affrontare senza
strumenti adeguati la crisi sanitaria e di creare una grave carenza di
prodotti disperatamente necessari come maschere per il viso, ventilatori
polmonari, guanti protettivi, disinfettanti ma anche di determinare
pesanti mancanze di alcune produzioni primarie.
La pandemia da coronavirus, che come uno tsunami ha investito il mondo intero, sta profondamente modificando gli stili di vita degli italiani ed è interessante rilevare come gli alimenti che sono stati più rapidamente e largamente acquistati sono quelli destinati a essere trasformati dalla cucina familiare che sta vivendo un inaspettato periodo di successo, peraltro tipico di tutti i periodi di depressione, ad esempio quando negli anni dell’immediato ultimo dopoguerra la richiesta era il pane oltre il lavoro. Vi è ora da chiedersi se si tratta di una condizione che potrà scomparire con il ritorno a condizioni precedenti o se invece il futuro sarà diverso e con quali conseguenze anche sull’agricoltura italiana.
La difesa delle colture, per essere ecologicamente sostenibile,
socialmente equa ed economicamente accettabile, si baserà, sempre di
più, sulla disponibilità di conoscenze approfondite dei complessi
sistemi in essa coinvolti e sull’impiego ragionato di strumenti o
tecniche che la ricerca ci mette a disposizione. Con questa idea in
mente, assieme agli amici e colleghi Prof. David Collinge (University of
Copenhagen, Denmark) e Prof. Alfredo Herrera-Estrella (Center for
Research and Advanced Studies of the National Polytechnic Institute,
Irapuato, Mexico), abbiamo coordinato il Research Topic ”Plant Disease Management in the Post-genomic Era: From Functional Genomics to Genome Editing” sulla rivista Frontiers.
Come lascia intendere il titolo, questo Research Topic vuole offrire
una visione aggiornata delle possibilità di impiego delle tecniche di
sequenziamento genomico, della trascrittomica e metagenomica così come
delle tecnologie basate sul RNA e di quelle di editing genomico, nella
gestione delle malattie delle piante. La disponibilità di nuove tecniche
molecolari e l’ampia quantità di informazioni “omiche” rendono le
tecniche NGS (Next Generation Sequencing) uno dei nuovi strumenti – il
cui potenziale di utilizzo non è stato ancora del tutto sfruttato - da
impiegare nella difesa delle piante, intesa nella sua accezione più
ampia.
L’ecogenomica sta incrementando la conoscenza delle
complesse relazioni che si instaurano tra piante, patogeni, ambiente e
altri organismi (inclusi quelli che, attualmente ed in maniera, forse,
un po’ troppo antropocentrica, definiamo “benefici”) sia a livello di
singolo organismo che di popolazioni, così come la metagenomica e la
meta-trascrittomica posso dare un notevole contributo alla descrizione
di quella porzione del microbioma che, modulando l’attività dei patogeni
a favore dell’ospite vegetale, potrebbe essere sviluppato come
principio attivo di prodotti per la difesa a base biologica. E’ quanto
ci mostrano Cobo-Díaz et al. e Pereira et al. attraverso studi di
metagenomica condotti, il primo, sulle comunità microbiche associate
alle piante di mais colpite da Fusarium spp. per la selezione di
nuovi antagonisti, e il secondo, su gruppi di endofiti che, grazie alla
relazione mutualistica instaurata con la pianta, possono incrementare la
tolleranza dei loro ospiti a stress biotici e abiotici.
Il nostro Paese è stato, in questi anni, percorso da sedicenti guru che
hanno diffuso nuovi credi in ogni campo dello scibile; qui ci limitiamo
ai settori sanitario ed agricolo e citiamo i propugnatori del no vax e
dell’agricoltura semimedievale, travestita con nomi più accattivanti, ma
pur sempre semimedievale. I sostenitori di queste bizzarre idee hanno
tentato di imporsi sostenuti da argomenti fantasiosi che mostravano
inimicizia per scienza e competenza.
I no vax sono stati spazzati via
dal Covid – 19, sicché possiamo dire che dalla tragedia portata dal
coronavirus è sperabile che abbiamo almeno tratto un insegnamento,
apparentemente arrivato a tutti, banalissimo ma necessario: la scienza
deve essere ascoltata e sarebbe ora di lasciare la parola agli esperti, e
cioè che a parlare di epidemia siano gli epidemiologi, di nucleare i
fisici e di agricoltura gli agronomi nelle loro variegate specialità.
Insomma, i tuttologi devono farsi da parte per evitare di propagare
sciocchezze di ogni tipo, questa volta in campo medico ed
epidemiologico quali si sono sentite in programmi televisivi dei primi
tempi dell’infezione; con il procedere del coronavirus in Italia, gli
incompetenti, pur sempre chiamati improvvidamente ad esprimere le loro
opinioni, hanno progressivamente attenuato la virulenza delle loro
sciocchezze, anche se taluni non demordono.
L’uomo, che, negli ultimi
decenni, è andato sulla luna ed ha inventato tante nuove cose
importanti per migliorare la sua vita, di fronte ad un male non
conosciuto si è difeso con tecniche primitive, in mancanza di meglio, e
ha dovuto fermare tantissime attività, riscoprendo che a tutto si può
rinunciare ma non a mangiare, cioè alla sola fabbrica indispensabile in
qualsiasi circostanza: quella del cibo, che si fonda sull’agricoltura.
In
queste circostanze, allontanandoci per un attimo dai cibi e tornando
all’aspetto medico del problema, si sono visti Stati bloccare
mascherine di passaggio in aeroporto anche se destinate ad altre
comunità, e tenersele, con uno stile sostanzialmente piratesco; ciò
significa che di fronte all’emergenza i diritti e i trattati vengono
facilmente dimenticati, specie se chi compie questa operazione si sente
più forte del danneggiato.
Provare a controllare il caos negli ospedali, ormai al collasso, è di
primaria importanza, ma ci siamo chiesti quali saranno invece
le ripercussioni sulla filiera agro-alimentare e sui prodotti Made in
Italy a breve e a lungo termine?
Senza adeguate misure di prevenzione
il virus rischia di rappresentare una minaccia anche per l’agricoltura,
nonché sul comparto zootecnico.
I virus delle piante sono il grande nemico dimenticato. Eppure anche
questi si combattono solo aumentando la capacità di resistenza del
vegetale ed evitando il più possibile i contagi.
Non fa molto notizia
ma siamo in continua allerta per virosi che riguardano l’agricoltura.
Una lotta senza tregua verso malattie che non infettano l’uomo, ma che
all’uomo possono fare mancare il cibo. È stato sempre così, ma oggi, nel
mondo connesso e dell’agricoltura intensiva, i “fito” virus possono
arrivare in un attimo e piegare intere economie agricole, interi
territori e cambiare le quotazioni delle commodity alimentari con
conseguenze economiche sulle filiere produttive e sui prezzi del cibo.
La terribile pandemia che stiamo vivendo in questo periodo sta destando
grandi preoccupazioni dal punto di vista sanitario ed economico. Da
molto tempo non ci trovavamo di fronte ad una crisi internazionale di
tale portata. Ritorna subito alla memoria la seconda guerra mondiale e i
suoi funesti risvolti e soprattutto la “Spagnola”, che all’inizio dello
scorso secolo ha sconvolto il mondo. Anche se manteniamo la speranza di
uscire al più presto da questa pandemia, per tornare “normalmente” ai
nostri affetti, alle nostre attività lavorative e alla nostra
convivialità, abbiamo il dubbio che alla fine il mondo non sarà più lo
stesso. Dal punto di vista della produzione agroalimentare, abbiamo
assistito ad una grandissima evoluzione dall’immediato dopoguerra ad
oggi. In primo luogo, sono state ampliate le possibilità inerenti la
disponibilità e l’accesso al cibo per parte della popolazione,
riassumibili sotto l’omnicomprensivo termine Food security. In
secondo luogo è da osservare come la produzione alimentare si sia
orientata verso il progressivo e continuo incremento degli standard
relativi alla Food safety, tema ancora oggi di grande attualità
dati i nuovi contaminanti. Infine, la ricerca e l’innovazione si sono
orientate al miglioramento degli alimenti dal punto di vista
nutrizionale, tecnologico e sensoriale, al fine di valorizzare e
differenziare le produzioni.
L’articolo presenta la giornata di studio “Nuovi approcci didattici per la diffusione delle tecnologie digitali nella agricoltura di precisione sostenibile”, organizzata dall’Accademia dei Georgofili e AIIA (Associazione Italiana di Ingegneria Agraria), che avrebbe dovuto svolgersi il prossimo 15 maggio 2020 ed è stata rinviata a data da destinarsi. Della giornata, sono comunque già disponibili gli abstract delle relazioni sul sito www.georgofili.it
La rivoluzione digitale ha ormai interessato tutti i settori dei paesi industrializzati, dai servizi al commercio, dall’industria all’agricoltura. E’ entrata nell’industria 4.0 e proprio dall’industria delle macchine agricole è derivata una forte spinta verso l’agricoltura di precisione e verso l’agricoltura 4.0. In questo periodo di Covid-19 lo strumento digitale dimostra tutta la sua utilità e ha avuto un forte impulso, a partire dal settore sanitario. Da un male, anche tragico, può derivare la spinta verso nuovi modelli di sviluppo e di comunicazione.
L’innovazione digitale si basa sulla conoscenza dei fenomeni reali consentita dai Cloud Data, dai Big Data e dalle tecnologie digitali, che consentono di raccogliere in modo continuo informazioni e di elaborarle in tempo reale, al fine di prendere le giuste decisioni e di potere gestire il processo produttivo in tutte le sue fasi. Questo perché qualsiasi informazione che entra nei media digitali diventa fluida, malleabile e interattiva, grazie alle elevate capacità di calcolo e a software sempre più potenti. Uno dei fattori di questo sviluppo infatti, è Internet of Thing (IoT), cioè l’internet delle cose, con il quale il mondo delle tecnologie e dell’informazione si integra strettamente con il mondo reale: E’ così possibile, non solo monitorare l’intero ciclo di vita dei diversi prodotti rendendo sempre disponibili le informazioni, ma anche generare prodotti intelligenti con capacità decisionali. Questo significa fare ricorso all’intelligenza artificiale e a sistemi machine learning in grado di portare forti cambiamenti nel mondo del lavoro. Grazie agli algoritmi dell’intelligenza artificiale, l’evoluzione delle tecnologie avviene in tempi molto più rapidi rispetto al recente passato.
Pubblichiamo l'intervista di Matteo Bernardelli a Daniela Toccaceli, ricercatrice di Innovazione organizzativa dell’agricoltura e dello sviluppo rurale all’Università di Firenze e direttore del Centro studi sull’organizzazione economica dell’agricoltura dell’Accademia dei Georgofili.
In questo periodo di grande preoccupazione ricorre sovente e talvolta in
toni lugubri, sui social, giornali, radio e tv la domanda su quale sarà
il nostro futuro, cosa cambierà, ecc. Purtroppo, questa nuova dolorosa
emergenza non cancella, anzi si aggiunge a quelle che già avevamo, come
ad esempio, tanto per citarne una che, non solo interagisce fortemente
con l’attività agricola ma che, da più parti, si ritiene in qualche modo
anche correlata con quello che ci sta succedendo: i cambiamenti
climatici.
La pandemia che ci ha travolto ci ha prepotentemente reso più
consapevoli che un cambiamento nel nostro modo di vivere è
imprescindibile. Le persone stanno diventando sempre più coscienti del
fatto che importanti mutamenti sociali, economici e ambientali sono
necessari e, per questo, spingono perché vengano attuate azioni al
riguardo.
Lo sviluppo degli ultimi decenni ha determinato
un’eccessiva pressione ambientale, ma ha anche portato straordinari
miglioramenti riguardo all’aspettativa di vita in tutto il mondo e,
anche grazie alle tecnologie digitali, l’umanità ha ora a disposizione
un’arma in più per poter dare una risposta efficace alle sfide che
l’attendono in questo secolo: da un lato l’aumento della produzione di
cibo, il fabbisogno di energia e di acqua potabile per tutti e
dall’altro la necessità di ridurre gli sprechi e le emissioni lungo
tutte le filiere produttive.
Questa trasformazione digitale pilotata
dalla tecnologia di internet applicata alle cose di uso quotidiano
rappresenterà un cambiamento senza precedenti nella storia dell’umanità,
con impatti ancora non completamente conosciuti.
Anche nella città
“verde” del futuro, l’uso delle tecnologie digitali, l’Internet of
Things (IoT) e l’uso di strumentazioni in grado di fornirci risposte in
tempo reale riguardo alle condizioni fisiologiche, sanitarie e
strutturali delle piante, saranno un fondamentale strumento gestionale e
potranno
aiutare in quelle che saranno le scelte pianificatorie,
progettuali e realizzative delle nuove aree verdi. Non c’è dubbio che Il
cambiamento e l’innovazione, attraverso il collaudo e l’avanzamento di
nuovi modelli, sono stati determinanti nel progresso umano e devono
esserlo anche adesso.
La “crescita verde” (e di conseguenza
sostenibile) è stata proposta come un modo promettente per affrontare la
necessità di trovare un equilibrio e, in questo contesto, è
fondamentale pensare a uno sviluppo che non può che essere “olistico”,
che includa cioè la sostenibilità ecologica ed economica, l’equa
distribuzione e l’uso efficiente ed efficace delle risorse.
Viviamo giorni cupi, mentre procede inesorabile l’avanzata del
coronavirus e il mondo intero sembra fermarsi chiudendosi in se stesso.
Un’informazione martellante non giova alla comprensione di un fenomeno
primordiale che colpisce una società che si riteneva al riparo da questo
genere di eventi. Crescono anche le preoccupazioni per l ’economia che
risente di questa colossale frenata. Cifre e previsioni si diffondono e
si sovrappongono. Sarà una crisi diversa dall’ultima, in prevalenza
finanziaria, mentre questa è reale, cioè nei fatti.
Occorre produrre
materie prime agricole, trasformarle, distribuirle, tutte attività che
non possono fermarsi. Per la ripartenza dell’economia, cessata l’azione
del virus, serve agire sul comparto agricolo-alimentare.
Due
questioni importanti per capire: a) quali sono o possono essere le
conseguenze della pandemia sul comparto, b) come assicurargli una
ripresa rapida, quando l’attenzione generale sarà concentrata sul resto
dell’economia e della società e non su chi ci avrà traghettati vivi
oltre la crisi.