"Notizie di Agrometeorologia" - Temperature minime anomale e principali effetti sulle colture

Il mancato soddisfacimento del fabbisogno di freddo potrebbe diventare un fattore limitante per la frutticoltura nelle aree a clima temperato e favorire la sopravvivenza e la diffusione di numerosi patogeni e fitofagi.

di Simone Orlandini
  • 18 February 2026

Negli ultimi anni, il cambiamento climatico si è manifestato in modo evidente anche durante la stagione invernale, attraverso un progressivo aumento delle temperature e, in particolare, dei valori minimi, accompagnato da una riduzione della frequenza delle gelate, configurandosi nel complesso come un segnale climatico di grande rilevanza. Tali alterazioni incidono direttamente su numerosi processi tipici dei sistemi colturali, con impatti significativi sugli equilibri ambientali e produttivi dei territori.
In questo contesto, le anomalie termiche rappresentano un indicatore dello scostamento tra i valori osservati e i corrispondenti valori medi climatologici di riferimento, consentendo di descrivere in modo oggettivo le variazioni delle condizioni di freddo invernale. I più recenti dati del CNR-ISAC (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima) evidenziano una marcata continuità nel riscaldamento invernale dell’Italia nel corso degli ultimi tre inverni, con anomalie termiche positive persistenti. L’inverno 2022/2023 si è classificato come il quinto più caldo dall’inizio delle rilevazioni strumentali (1800), registrando un’anomalia pari a +1,21 °C rispetto al periodo di riferimento (1991-2020). Il segnale di riscaldamento si è ulteriormente rafforzato nell’inverno 2023/2024, risultato il più caldo mai registrato in Italia dal 1800, con anomalie diffuse su tutte le principali aree geografiche: +2,46 °C al Nord, +2,25 °C al Centro e +2,00 °C al Sud, e una media nazionale di +2,19 °C. L’inverno 2024/2025, pur presentando valori inferiori rispetto all’eccezionalità della stagione precedente, si colloca comunque tra i più caldi della serie storica, posizionandosi al sesto posto dal 1800. Rispetto al periodo di riferimento (1991-2020), l’anomalia termica media nazionale è stata pari a +1,28 °C, con valori relativamente omogenei tra le diverse aree del Paese (+1,36 °C al Nord, +1,30 °C al Centro e +1,22 °C al Sud).
Questo progressivo innalzamento delle temperature minime e la conseguente riduzione dell’accumulo di freddo invernale stanno già modificando la fenologia delle colture, anticipando le fasi di ripresa vegetativa, fioritura e maturazione. L’anticipo del risveglio vegetativo può esporre le colture a una maggiore vulnerabilità nei confronti di eventuali gelate tardive, soprattutto a carico dei giovani tessuti meristematici, dei fiori e dei frutticini, amplificando l’impatto negativo sulla produzione. Il rischio di gelate assume pertanto una nuova configurazione nel contesto del cambiamento climatico, non tanto in termini di frequenza assoluta, quanto di maggiore esposizione delle colture in fasi fenologiche sensibili e, quindi, di potenziali impatti.
Il mancato soddisfacimento del fabbisogno di freddo potrebbe diventare un fattore limitante strutturale per la frutticoltura nelle aree a clima temperato. Le piante devono infatti accumulare una determinata quantità di freddo (generalmente espressa in unità di freddo, UF, calcolate secondo diversi modelli agrometeorologici che tengono conto dell’esposizione a temperature efficaci nel periodo autunno-invernale) per superare la dormienza e riprendere l’attività vegetativa. Tale fabbisogno, variabile da specie a specie e da cultivar a cultivar, deve essere soddisfatto nel corso dell’autunno e dell’inverno; inverni miti possono pertanto determinare un ritardo o un accumulo insufficiente delle UF necessarie.
In funzione della posizione geografica si osservano dinamiche differenti. Nelle aree caratterizzate da inverni miti, l’aumento delle temperature può comportare il raggiungimento tardivo — o, nei casi più critici, il mancato raggiungimento — della soglia di freddo necessaria alla ripresa vegetativa, con conseguente fioritura irregolare, ritardata o stentata. Nelle zone a inverno più rigido, invece, il fabbisogno in freddo viene generalmente soddisfatto; tuttavia, temperature invernali più elevate possono ridurre la durata della dormienza, anticipando la fioritura e le successive fasi fenologiche, comprese la maturazione e l’epoca di raccolta. In tali condizioni, il rischio di esposizione a gelate tardive risulta ulteriormente accentuato.
L’aumento delle temperature invernali può inoltre favorire la sopravvivenza e la diffusione di numerosi patogeni e fitofagi, riducendo la mortalità normalmente indotta dalle basse temperature e consentendo una maggiore continuità dei cicli biologici. Inverni più miti possono anticipare sia l’attività vegetativa delle colture sia quella degli organismi nocivi, prolungando il periodo di interazione ospite-patogeno e aumentando la pressione infettiva nelle stagioni successive. In alcuni casi, tali condizioni possono agevolare l’espansione geografica di specie precedentemente limitate da vincoli termici, contribuendo a modificare il quadro fitosanitario dei territori. L’entità di questi effetti dipende tuttavia dalle caratteristiche biologiche dei singoli patogeni, dalle condizioni microclimatiche locali e dalle pratiche agronomiche adottate.