Riso made in Italy: serve tutelare produttori, consumatori e incentivare la ricerca

A colloquio con Natalia Bobba, Direttrice dell'Ente Italiano Risi.

di Giulia Bartalozzi
  • 20 May 2026

A seguito della recente decisione europea di attivare soltanto al 45% le clausole di salvaguardia sull’importazione del riso, abbiamo ritenuto opportuno interpellare la nuova accademica georgofila, Natalia Bobba, prima donna a ricoprire la carica di Direttore in oltre novant'anni di storia dell'Ente Italiano Risi. Abbiamo parlato di mercato ma anche di ricerca e trasparenza, sostenibilità e tutela dei consumatori.

Quali sono le sfide cruciali che il settore del riso italiano deve vincere entro la fine di questo decennio per rimanere competitivo a livello globale?
Per rimanere competitivo entro il 2030, il settore del riso italiano deve vincere alcune sfide fondamentali: innanzitutto una gestione radicalmente più efficiente delle risorse idriche, investendo in infrastrutture moderne e tecniche di irrigazione a goccia per contrastare il cambiamento climatico; la garanzia della reciprocità commerciale a livello europeo, affinché le importazioni dal Sud-est asiatico rispettino gli stessi severi standard ambientali e sociali imposti ai nostri agricoltori; infine, l’implementazione capillare dell’Agricoltura 4.0, utilizzando droni, sensori e blockchain per abbattere i costi di produzione e certificare l’autenticità del prodotto contro le contraffazioni globali.

E’ di pochi giorni fa la decisione del Parlamento europeo di attivare le clausole di salvaguardia dopo il 45% di importazioni: spieghiamo innanzi tutto ai nostri lettori che cosa sono le clausole di salvaguardia e perché la risicoltura italiana non ha accolto con favore questa notizia. Quali misure sarebbero invece necessarie per tutelare i nostri produttori?
Occorre premettere che l'introduzione di una clausola di salvaguardia automatica per il settore risicolo nell'ambito del regolamento SPG rappresenta un passo avanti significativo per la filiera, poiché prima di questo meccanismo il settore aveva a disposizione solo una clausola generale attivabile esclusivamente dopo anni di complesse indagini sui danni subiti dalle importazioni agevolate da paesi come Cambogia e Myanmar. Le clausole di salvaguardia sono infatti strumenti di difesa commerciale che permettono di ripristinare temporaneamente i dazi doganali quando l'eccesso di prodotto straniero a basso costo destabilizza il mercato interno e con la nuova norma, il ripristino avverrà automaticamente quando le importazioni da un singolo paese supereranno la media mobile degli ultimi dieci anni con un incremento del 45%, applicando per l'anno successivo come soglia solo la media decennale.
La soddisfazione per l'ottenimento di questo automatismo è stata però messa in crisi dalle sue modalità di applicazione, poiché fissare la soglia di attivazione ad un aumento del 45% rispetto alla media decennale significa, di fatto, intervenire quando il mercato sarà già stato inondato di riso straniero e i danni economici per i risicoltori italiani saranno ormai irreversibili. Per tutelare realmente i nostri produttori, sarebbe stato necessario prevedere un limite di scatto molto più basso, idealmente non superiore al 20%, e integrare queste misure con l'obbligo della reciprocità degli standard produttivi attraverso le cosiddette "clausole a specchio", affinché il riso di importazione che non paga dazio debba quantomeno rispettare gli stessi severi divieti sull'uso di pesticidi e le stesse tutele sociali vigenti in Italia, evitando così una concorrenza basata esclusivamente sul ribasso dei costi e sulla negazione dei diritti.

Che quota di PIL rappresenta la risicoltura italiana e quanti addetti al settore? E nel panorama europeo, quale posto abbiamo come produttori?
La risicoltura italiana, pur rappresentando in termini puramente statistici una frazione contenuta del Prodotto Interno Lordo nazionale con un fatturato della filiera che si attesta intorno a 1,5 miliardi di euro, costituisce un asset strategico e identitario del Made in Italy agroalimentare. Il settore conta circa 3.500 aziende agricole specializzate e impiega oltre 10.000 addetti diretti tra imprenditori e lavoratori, concentrati per oltre il 90% nel "triangolo d’oro" tra Pavia, Vercelli e Novara. Nel panorama europeo, l'Italia detiene un primato assoluto e incontestato, posizionandosi stabilmente come il primo produttore dell'Unione europea con una quota superiore al 50% dell'intera produzione comunitaria, un dominio che garantisce al nostro Paese il ruolo di capofila nelle decisioni politiche e commerciali riguardanti questo cereale a Bruxelles.

Quali sono i principali paesi stranieri dai quali importiamo e come si può definire la qualità del loro riso?
I principali paesi dai quali importiamo riso sono quelli del Sud-est asiatico, in particolare Cambogia, Myanmar, che beneficiano di un azzeramento dei dazi, a cui si aggiungono giganti come India, Pakistan, Thailandia e Vietnam. Purtroppo, molto spesso la coltivazione in questi paesi avviene seguendo normative fitosanitarie molto meno restrittive di quelle europee, con l'impiego di pesticidi e sostanze chimiche spesso vietati in Italia per la tutela della salute e dell'ambiente. Oltre alla questione chimica, la qualità "etica" di queste produzioni è frequentemente oggetto di critiche a causa di condizioni di lavoro e tutele sociali non paragonabili a quelle garantite nelle risaie italiane, creando un paradosso per cui il consumatore europeo si trova ad acquistare riso a basso costo che però non rispecchia gli elevati parametri di sostenibilità e sicurezza alimentare che la filiera italiana è obbligata a rispettare. In contrasto con queste importazioni di massa, il riso italiano si distingue per una qualità controllata lungo ogni passaggio, con un panorama varietale che offre caratteristiche organolettiche superiori, specialmente per la tenuta in cottura fondamentale nella cucina mediterranea, rendendo il nostro prodotto non solo un alimento, ma un'eccellenza di sicurezza alimentare unica nel panorama mondiale.

Il riso italiano è sinonimo di alta qualità (Arborio, Carnaroli, Vialone Nano): come si può espandere la quota di mercato all'estero, spiegando ai consumatori internazionali che non tutto il riso è uguale?
Per espandere la quota di mercato internazionale si dovrebbe forse far leva sulle strategie di mercato più moderne puntando sulla trasformazione del riso da semplice commodity a prodotto "esperienziale", spiegando che le varietà d'eccellenza come il Carnaroli o il Vialone Nano non sono solo chicchi, ma strumenti tecnici insostituibili capaci di assorbire i sapori rilasciando amido in modo controllato per creare l'iconica cremosità del risotto. Occorre investire in una narrazione che metta al centro la sicurezza alimentare, evidenziando come i rigidi controlli europei e italiani garantiscano l'assenza di residui chimici spesso presenti nei risi di importazione, posizionando il riso italiano come l'opzione più salutare e sostenibile per il consumatore globale. Sarebbe inoltre importante formare chef e consumatori esteri attraverso masterclass che mostrino la differenza tra un riso bollito generico e un riso d'autore, facendo leva sul prestigio del Made in Italy per giustificare un prezzo superiore basato su una qualità che è, nei fatti, una garanzia di benessere e autenticità.

Qual è la posizione dell'Ente sulla trasparenza in etichetta? Come possiamo educare il consumatore a riconoscere e scegliere il riso coltivato in Italia rispetto a miscele d'importazione?
L’Ente Nazionale Risi sostiene con fermezza che la trasparenza totale in etichetta sia l'unico strumento efficace per difendere il valore del riso italiano e la libera scelta del consumatore, motivo per cui considera la tracciabilità d'origine un pilastro fondamentale dell'intera politica di settore. Per fortuna in Italia esiste già l’obbligo di indicare chiaramente in etichetta il paese di coltivazione, di lavorazione e di trasformazione del riso, una norma nazionale che rappresenta una vittoria storica per la trasparenza. Sarebbe fondamentale estendere questo modello anche in sede unionale, superando le attuali divisioni e gli interessi contrastanti che oggi impediscono una normativa europea armonizzata. 

Come vede l’impiego delle nuove tecnologie genetiche (NGT o TEA) per aiutare la risicoltura ad affrontare fitopatie e cambiamenti climatici?
L'impiego delle nuove tecnologie genetiche (NGT o TEA) è visto in modo estremamente favorevole come una leva strategica e indispensabile per il futuro del comparto, tanto che l'Ente Nazionale Risi è già parte attiva su questa strada collaborando strettamente con l'Università degli Studi di Milano per la prova in campo di materiale da laboratorio. Questa sinergia scientifica ha permesso di tagliare traguardi storici, come la sperimentazione in pieno campo e la successiva mietitura di riso editato avvenuta nel settembre 2025 presso il Centro Ricerche sul Riso di Castello d'Agogna, dimostrando concretamente come le TEA siano fondamentali per ottenere varietà resistenti a fitopatie devastanti come il brusone e più resilienti di fronte ai cambiamenti climatici e alla siccità. Grazie a queste innovazioni, sarà possibile preservare l'eccellenza delle nostre varietà tradizionali garantendo al contempo una drastica riduzione dell'impronta ambientale attraverso un minor uso di agrofarmaci e una gestione idrica ottimizzata, assicurando così che il riso italiano rimanga competitivo e sicuro a livello globale.