Quale verde per le nostre città

di Alessandro Toccolini
  • 01 April 2026

In un momento storico nel quale molti amministratori sottolineano la necessità di aumentare gli spazi verdi urbani, sembra utile proporre alcune riflessioni sull’argomento.
Il tema può e deve essere affrontato secondo diversi approcci metodologici.
Innanzitutto, dal punto di vista urbanistico-funzionale; vanno cioè analizzate le esigenze di verde in base ai noti principi storici della tecnica urbanistica (si vedano D. Chapman. L. Mumford, V. Columbo) che distinguono tra verde di vicinato, di quartiere e di zona urbanistica più vasta (sub-città, città ed area metropolitana). Appare, infatti, semplicistico l’approccio che vede il verde assimilato ai servizi della cosiddetta “città dei quindici minuti”, in quanto sia per il verde sia per gli altri servizi sono diverse le esigenze delle diverse unità urbanistiche. In altri termini, se per il verde di fruizione quotidiana o pluriquotidiana (sportivo, ricreativo, di passeggio) il tempo di accesso a piedi va calibrato sull’ordine di qualche minuto, per il verde di fruizione a livello di unità quartiere (e cioè sportivo e ricreativo con fruizione anche infrasettimanale) il tempo di accesso e il relativo raggio di azione salgono (10-15 minuti e raggio di 400-600 metri). Per quanto riguarda poi il verde di fruizione saltuaria (verde sportivo più attrezzato, parchi di livello cittadino o di sub-città) i tempi di accesso nelle soglie di confort e i conseguenti raggi di azione salgono ulteriormente (in funzione dei mezzi pubblici o privati come la bici) fino a giungere a qualche chilometro. Le odierne tecniche di mappatura informatica permettono di verificare, per ogni ambito cittadino, le esigenze di spazi verdi mancanti, anche con l’ausilio dei noti mezzi di partecipazione dei cittadini alle scelte, previsti dalle normative. Tale visione urbanistica può assumere, evidentemente, una elevata valenza di strumento di scelta strategica e di programmazione temporale degli interventi.
Con riferimento, invece, ai caratteri più agronomici del verde, risulta fondamentale un approccio basato sulla consapevolezza degli strumenti di governo del verde di cui è dotata, o dovrebbe dotarsi, l’Amministrazione. Sovente vi è, infatti, una sottovalutazione dei problemi di gestione degli spazi verdi per i quali non è sempre sufficiente l’apparato tecnico dei Comuni. Le alberature e i tappeti erbosi necessitano, come noto, di interventi regolari specie in determinati momenti dell’anno. Va, cioè, ricordato che la cura del verde ha dei costi che non sono comprimibili. In alcune situazioni si è fatto ricorso a gestione del verde “in esterno”, con risultati non sempre felici, che hanno dato sovente origine a contenziosi amministrativi (di cui lo scrivente è stato testimone come CTU). Da valutare con attenzione, inoltre, le tendenze di gestione diretta da parte delle comunità locali che, senz’altro meritevoli di attenzione, devono essere oggetto di procedure chiare ed efficaci, onde evitare problemi di “saltuarietà” della gestione. Appare, invece, utile e promettente la sperimentazione di un ausilio dei cittadini, nelle forme opportune, per servizi di tutela e controllo del verde; all’estero si stanno sperimentando forme interessanti di presidio del verde specie a tutela degli spazi per bambini e anziani.
Riguardo alla scelta della specie, non bisogna mai smettere di sottolineare l’esigenza di piantagione di specie che hanno dimostrato nel passato buoni adattamenti.  Una nota merita l’attenzione alle specie cosiddette autoctone, che sono si da preferire, senza peraltro indulgere ad “accanimenti ideologici”; mi spiego meglio con il riferimento alle specie come camelie, azalee e rododendri, importate in epoche storiche sui nostri laghi del nord Italia (che autoctone non sono), ma che ormai costituiscono una sorta di “autoctono storico” del quale sarebbe problematico fare oggi a meno. Va, poi, sottolineata l’esigenza di operare scelte che contribuiscano al controllo del microclima urbano e alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.
Infine, un accenno alla “qualità” degli spazi; da indagini effettuate con i miei studenti di progettazione del verde e del paesaggio, risulta che ciò che le persone chiedono sono: spazi per sedersi all’ombra in estate e protetti in inverno, aree per gioco bimbi con sabbia e acqua, spazi di sosta e di relax per anziani (anche connessi con la funzione di controllo dei bimbi da parte dei nonni), magari dotati di piccole aree di ristoro (mini chioschi sul modello di Lisbona o piccole piazzuole per sistemi mobili di distribuzione di bevande e gelati). Sovente i progetti, invece, tendono ad essere realizzati per “lasciare un segno architettonico” e non venire incontro alle esigenze degli utenti. In tale ottica, sembrano molto producenti e feconde le iniziative di avviare piccoli gruppi di lavoro nei quartieri e nei municipi cittadini con la partecipazione di residenti sotto la guida di progettisti (anche in formazione) per la soluzione di alcuni temi progettuali da risolvere in situazioni di criticità in ambito urbano (spazi aperti degradati, attraversamenti viari, luoghi abbandonati e/o sottoutilizzati), sul modello di quanto è avvenuto ad esempio in alcune municipalità britanniche (Tom Turner a Greenwich).