"Notizie Forestali" – Re-wilding e biodiversità: perché il non-intervento non basta nei paesaggi mediterranei

di Paolo Mori
  • 06 May 2026

Un contributo pubblicato l’11 ottobre 2025 su Springer Nature, a firma di Miguel Nuno Bugalho e altri autori, propone una lettura critica del ruolo del re-wilding nei paesaggi mediterranei, mettendo in discussione l’efficacia di approcci fondati sul non-intervento generalizzato. Il lavoro si inserisce in un dibattito internazionale sempre più acceso, offrendo elementi utili anche per il contesto italiano.
Il punto di partenza è chiaro: gran parte degli ecosistemi mediterranei ad alto valore naturalistico non può essere considerata “pristina”. Si tratta, al contrario, di sistemi complessi, modellati da secoli di interazione tra processi ecologici e pratiche di gestione umana. In questi contesti, la biodiversità oggi osservabile è spesso il risultato di equilibri dinamici costruiti nel tempo, e non di condizioni di naturalità originaria.
Alla luce di questa premessa, gli autori evidenziano come l’abbandono delle pratiche tradizionali non sia neutrale rispetto alla conservazione della biodiversità. Al contrario, può determinare trasformazioni profonde degli habitat, con effetti negativi per numerose specie. Ne deriva la necessità di chiarire preventivamente gli obiettivi di conservazione: cosa si intende mantenere? Quali componenti della biodiversità si vogliono favorire o recuperare?
A sostegno di questa impostazione vengono presentati tre casi emblematici.
Il primo riguarda le pseudo-steppe cerealicole della Penisola Iberica. In questi ambienti, la cessazione delle coltivazioni estensive favorisce l’espansione della vegetazione arbustiva, con una conseguente perdita di habitat aperti fondamentali per molte specie di interesse conservazionistico.
Il secondo esempio è rappresentato dai sistemi silvopastorali a sughera e leccio. Qui, la gestione attiva contribuisce a mantenere un mosaico paesaggistico eterogeneo, caratterizzato da una varietà di strutture e condizioni ecologiche che sostengono un’elevata biodiversità. L’abbandono, al contrario, tende a semplificare queste strutture, riducendo la diversità complessiva.
Il terzo caso riguarda la lince iberica, spesso citata come simbolo delle politiche di conservazione di successo. Gli autori sottolineano come il recupero della specie non sia stato il risultato di un semplice “lasciar fare alla natura”, ma di interventi mirati, tra cui la gestione delle popolazioni di coniglio selvatico, sua principale preda.
Nel loro insieme, questi esempi conducono a una conclusione netta: nei paesaggi mediterranei, il re-wilding inteso come non-intervento totale non garantisce automaticamente la conservazione della biodiversità esistente. Al contrario, può comportare la perdita di specifiche componenti legate a sistemi gestionali storici. È quindi necessario valutare caso per caso e non scegliere a priori.
Si tratta di una posizione che trova riscontro anche nel dibattito italiano, dove cresce l’attenzione verso il ruolo della gestione attiva nella conservazione degli ecosistemi forestali e agroforestali. In questo senso, il contributo di Bugalho e colleghi richiama l’esigenza di superare approcci semplificati e di adottare strategie basate su obiettivi espliciti, conoscenze ecologiche e capacità di intervento mirato.
Più che contrapporre gestione e naturalità, il lavoro invita quindi a riconoscere il valore dei paesaggi culturali come sistemi in cui la biodiversità è spesso il risultato di una relazione di lungo periodo tra uomo e ambiente. Un elemento che, nel contesto mediterraneo, appare difficile da trascurare.

Per approfondire nell’articolo originale: https://www.rivistasherwood.it/r/pillole-forestali/pillole-mondo-14.html

Foto di Concepciòn Azorit: Lince iberica