I dati dell'Osservatorio UIV scattano una fotografia preoccupante: giacenze a +8,4% a giugno, prezzi in contrazione e l'export extra-UE che crolla dell’8,5% nel primo quadrimestre 2026, dopo un 2025 già in contrazione. Presidente Frescobaldi, i numeri ci dicono che il rallentamento non è più congiunturale ma strutturale. C'è il rischio concreto che la prossima vendemmia porti le cantine al punto di rottura? Quali aree o tipologie di vino rischiano di più?
Il rischio esiste se continuiamo a ragionare con gli schemi del passato. Oggi abbiamo 50,3 milioni di ettolitri tra vino e mosti in cantina: significa che abbiamo praticamente una vendemmia intera ferma in stock. Per questo, come Uiv, riteniamo che la prossima raccolta non debba superare i 40 milioni di ettolitri, è una scelta di equilibrio. Continuare a produrre più di quanto il mercato riesce ad assorbire significa comprimere ulteriormente i prezzi e mettere in difficoltà tutta la filiera. Dobbiamo smettere di inseguire i volumi e tornare a difendere il valore del vino italiano.
Il calo dell'11% sull'extra-UE nei primi mesi del 2026 è un segnale d'allarme pesante. I consumatori stranieri stanno cambiando gusti, o è il posizionamento del vino italiano a soffrire la concorrenza?
Non si tratta di un problema solo italiano, è lo scenario globale che è cambiato. Dobbiamo considerare che agli storici competitor se ne sono aggiunti di nuovi – un esempio tra tanti, la Cina –, e che la qualità si è alzata molto a livello globale. E in un mercato mondiale che rallenta non basta fare leggermente meglio degli altri: bisogna tornare a fare bene. Questo significa investire nella promozione, consolidare la nostra presenza nei mercati storici – gli Stati Uniti restano un mercato insostituibile – e, allo stesso tempo, aprire nuove opportunità nei mercati emergenti, sfruttando la leva degli accordi commerciali europei e continuando a potenziare il mercato unico. È la logica del de-risking: ridurre la dipendenza da pochi sbocchi commerciali senza rinunciare a quelli che rappresentano il cuore del nostro export.
Lei auspica un impegno allargato a tutto il tavolo di filiera. Quali sono gli ostacoli principali o le resistenze che teme di incontrare da parte delle altre associazioni di categoria o dei produttori? Il blocco temporaneo dei nuovi impianti e il taglio delle rese sono misure forti. Come si convince un produttore che ha investito e che magari ha i bilanci in sofferenza a produrre di meno proprio adesso?
Proprio perché abbiamo investito tanto in questo settore non possiamo permetterci di andare avanti come se il mercato non fosse cambiato. Se continuiamo a immettere sul mercato più vino di quanto viene richiesto, l'unico risultato sarà una progressiva svalutazione del prodotto e del lavoro delle imprese. Quello che chiediamo è un'assunzione di responsabilità condivisa. Il settore deve scegliere se continuare a inseguire i volumi o iniziare a difendere il valore. Rimandare ancora le decisioni sarebbe il costo più alto che potremmo pagare.
Il documento approvato dal Consiglio UIV esclude categoricamente piani di estirpo generalizzati, giudicati inefficaci e dannosi, soprattutto per la viticoltura eroica (collina e montagna). In Europa (ad esempio in Francia) l'estirpo finanziato è stato usato come ammortizzatore. Perché per l'Italia questa ricetta non funziona? È solo una scelta di tutela del paesaggio o c'è una motivazione puramente economica?
Il tema degli espianti va affrontato con molta cautela. Nelle aree collinari e montane il vigneto non è soltanto un’attività produttiva: contribuisce a mantenere vivo il territorio, tutela il paesaggio e sostiene le economie locali. C’è poi una questione di coerenza nell’uso delle risorse pubbliche: non vogliamo finanziare l’eliminazione di impianti che solo pochi anni fa sono stati rinnovati e sostenuti con i soldi dei contribuenti. I fondi europei devono essere utilizzati per sostenere il settore, in particolare per la promozione e per altre misure attive. Inoltre, è un intervento già sperimentato in passato senza effetti strutturali sulla produzione. Per questo riteniamo più efficace intervenire sulle rese dei territori, sulla programmazione produttiva e sulla gestione dell’offerta, così da riequilibrare il mercato senza impoverire il patrimonio viticolo italiano.
UIV chiede un piano strategico nazionale a medio-lungo termine per adeguare la produzione alla domanda reale. Se dovesse indicare le tre priorità assolute di questo piano decennale, quali sarebbero?
La prima è riallineare la produzione alla domanda reale, dotando il settore di strumenti che consentano di programmare l'offerta. La seconda è rafforzare la competitività del vino italiano, investendo sul valore (dalla promozione all'apertura di nuovi mercati), ma anche sulla produttività e managerialità delle nostre imprese. La terza è costruire una governance moderna del settore, con dati trasparenti, regole condivise e una capacità decisionale più rapida. Dobbiamo passare dalla gestione delle emergenze a una visione di lungo periodo.
Cosa chiede concretamente al Masaf per far sì che questo documento approvato a Soave non rimanga solo una dichiarazione d'intenti ma diventi legge entro la vendemmia?
Il Governo ha dimostrato di essersi messo in ascolto delle esigenze del settore e questo rappresenta un segnale importante. Ora serve trasformare questo confronto in decisioni quanto prima operative. Al Masaf chiediamo di accompagnare questo percorso, che dipende però da un contributo proattivo e responsabile da parte dell'intera filiera. Le proposte sollecitate da Unione italiana vini non appartengono a solo all’associazione: vogliono essere una base di lavoro comune. Solo una vera azione sistemica consentirà di governare il cambiamento invece di subirlo.