È trascorsa solo meno di una manciata di settimane dal Discorso pronunciato con grande lucidità da Mario Draghi il 14 maggio, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, eppure non se ne parla nemmeno più. In quella Sede, la sua tesi di fondo è stata la necessità per l’Europa di prendere atto che il contesto in un certo senso” protetto”, in cui la prosperità generata da uno sviluppo economico regolato e in condizioni generali di sicurezza globale, garantite in passato dagli Stati Uniti, non possa crescere senza l’assunzione di responsabilità dirette dei Paesi europei. I componenti della cosiddetta “Europa” non riescono invece a dare consistenza al loro ruolo. Sono faticosamente impegnati nella costruzione dell’Unione Europea partendo dalla formazione di un inedito Mercato unico che nei decenni ha potuto usufruire di un contesto esterno in cui essenzialmente gli Usa si assumevano il compito di tutori e guardiani. Proprio le grandi crisi del nostro tempo mostrano che non era così e che è necessario pensare ad un inedito scenario con un’Europa uscita di tutela e impegnata, giocoforza, ad assumersi nuove responsabilità, anche a causa della sconcertante politica degli Usa di Trump.
La costruzione europea in realtà è sempre più prossima a limiti che sono insuperabili per fattori esterni ed interni. Lo sviluppo economico mondiale ed europeo si è verificato in un contesto di affermazione del libero scambio e di “fair trade” e veniva coinvolto solo limitatamente in questioni di potere e di sicurezza. Oggi, a livello globale, come rileva Draghi, non è più così. All’interno dell’Ue e fra questa e i Paesi collegati vigono invece regole specifiche liberamente scelte ed accettate che, tuttavia, si rivelano sempre più bisognose di una vera “Autorità” politica a livello europeo.
Da ciò nascono le vulnerabilità dell’Europa di oggi e una sostanziale debolezza sia finanziaria sia tecnologica e produttiva del sistema europeo incompiuto. La politica degli accordi commerciali non basta più, anche se a breve può dare ancora frutti, ma si rende necessaria, sostiene Draghi, una politica industriale vera. Pensare a quella nell’attuale struttura del mercato unico, prosegue, sarebbe un fallimento. Per evitarlo serve un intervento coordinato di riforma interna delle Istituzioni comunitarie e di scelte condivise sulla formazione e gestione del debito comune e dei singoli Paesi.
La tesi di fondo di Draghi, che condividiamo, consiste nel favorire in Europa una maggiore integrazione che comprenda tutte le politiche oggi lasciate ai margini, a partire da quella industriale. Nel suo disegno strategico, più l’Europa si riforma e meno dovrà affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione. Il principale punto critico di questa visione riguarda il rapporto con gli Usa. Questo è sostanzialmente mutato, almeno in questa fase. Di conseguenza dovrà essere diverso dal passato e fondarsi su accordi preferenziali riguardanti temi come “garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure”. Come esempio, Draghi cita il Memorandum d’intesa UE-USA sui minerali critici. Tutto ciò conduce ad affrontare la delicata questione della difesa del continente europeo secondo logiche non di imposizione, ma di rafforzamento delle relazioni con gli Usa e con l‘intera Nato. Va in questa direzione la scelta strategica, anche se sofferta, dei Paesi europei di investire nella propria difesa. Come si può ben intendere, il disegno complessivo di Draghi si spinge molto avanti su questa strada sino all’ipotesi di attivazione della clausola di difesa reciproca, mai applicata sino ad ora.
Vi è oggi in Europa la crescente richiesta di una maggiore unità sui grandi processi decisionali, ma, contemporaneamente questa non riesce ad assumere forme concrete ed applicative. Da un lato è frenata dal difficile abbandono dei malintesi sovranismi dei singoli Paesi e dall’altro è rallentata da processi decisionali lunghi e complessi sino ad essere frenanti. La mancanza di procedure rapide, per quanto giustificata dalla complessa e inedita fusione di Entità statali che mira a tutelare e prolungare nel tempo gli Stati membri sino alla nascita della nuova Europa con ogni possibile garanzia delle prerogative di ognuno di essi, è un fatto a cui gli attuali meccanismi comunitari non riescono, né potrebbero, porre vincoli e correttivi.
Il susseguirsi delle grandi crisi di questi ultimi 25 anni e la violenta comparsa dello “stile” Trump nei rapporti interstatali sono fattori di indubbia accelerazione di processi di unificazione che tuttavia non trovano nell’attuale quadro dei Trattati istitutivi comunitari alcuna chiara soluzione. Siamo in presenza di una evidente crisi istituzionale che richiede coraggiose scelte che la debolezza della politica nella quasi generalità degli Stati membri dell’attuale Ue e della potenziale futura Europa rende di difficile realizzazione. La soluzione proposta da Draghi, e da Lui definita “Federalismo pragmatico”, appare difficilmente proponibile se si considera una moderna interpretazione di quella Europa a due o tre velocità già proposta in passato ma poi lasciata cadere senza aver trovato un’interpretazione convincente. Questa di Draghi invece si richiama, comprensibilmente, al caso dell’introduzione dell’euro come moneta unica. Ma l’esempio è particolare, perché di fatto una moneta comune, certo non circolante, ma attiva nei principali aspetti finanziari e nei conti interni all’Ue, ha avuto una lunga gestazione alle spalle anche attraverso passaggi attraverso crisi monetarie di grande entità. L’aspetto positivo di questa proposta consiste proprio nel precedente di un’adesione volontaria che nel tempo ha tenuto ed anzi ha conquistato un crescente numero di partecipanti.
È tuttavia evidente che, se tecnicamente può sembrare possibile e quindi auspicabile, allo stesso tempo essa richiede, per necessità, il parallelo approfondimento delle altre politiche già citate, a partire da quella industriale, quella energetica, quella degli approvvigionamenti soprattutto delle materie prime critiche che non sono più i soli prodotti energetici. Proprio le crisi di questi ultimi dieci anni mostrano che diverse categorie di materie prime assumono caratteristiche potenziali di grande rilievo per quanto riguarda il complesso dell’economia mondiale. Un posto chiave torna anche per i prodotti agricoli e alimentari o i mezzi di produzione agricoli, in un mondo che sembra sempre più diviso e scopre, al contrario, che interconnessioni e vincoli incrociati sono più forti e concreti che mai.
Il tema trattato da Draghi, come si comprende, va molto più avanti di un sogno utopistico e difficilmente realizzabile; al contrario, è il tema principale dei prossimi decenni se vogliamo continuare a far crescere l’economia mondiale frenando il brutale e semplicistico ritorno alle guerre che, come vediamo, non si combattono solo sui campi di battaglia.
Ci sarà spazio per ragionare sulle modalità per svegliare dai suoi confusi sogni millenari generatori di infinite guerre fraterne la Bella Addormentata europea, ma il tempo stringe, perché nuove potenze appaiono o tornano su uno scenario mondiale quanto mai tormentato e su temi che, come quello agricolo, sono imprescindibili per l’Umanità.