Ho avuto l’opportunità di incontrare a Bruxelles Stefano Manservisi, al quale ha posto alcune domande sul conflitto nel Golfo Persico e sulle sue implicazioni per i sistemi alimentari globali e per l'agricoltura europea. Giurista di formazione (Università di Bologna, poi Paris I – Panthéon-Sorbonne), Manservisi ha avuto nel corso di una lunga carriera nelle istituzioni dell'Unione europea alcuni dei ruoli più rilevanti nella costruzione della politica estera e di sviluppo dell’unione Europea. È stato Capo di Gabinetto del Presidente della Commissione europea Romano Prodi dal 2001 al 2004, negli anni dell'allargamento a Est e dell'introduzione dell'euro. Ha poi guidato la Direzione Generale per lo Sviluppo e i rapporti con i Paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, la Direzione Generale per la Migrazione e gli Affari Interni, la Delegazione dell'Unione europea in Turchia e il Gabinetto dell'Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, (Mogherini). Ha concluso la carriera istituzionale come Direttore Generale per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo. È oggi Consigliere senior presso l'European Institute of Peace e insegna alla Paris School of International Affairs di Sciences Po.
Lo Stretto di Hormuz è stato teatro di tensioni anche in passato. Cosa differenzia la crisi del 2026 dai precedenti episodi e cosa rivela sulla vulnerabilità dei sistemi alimentari globali?
La storia di Hormuz rischia di fuorviarci, perché il contesto è cambiato in modo strutturale negli ultimi trent'anni. Durante la cosiddetta "guerra delle petroliere" degli anni Ottanta, nel pieno del conflitto tra Iran e Iraq, il traffico di greggio fu gravemente disturbato e le marine occidentali dovettero intervenire per proteggere il passaggio delle navi mercantili. Ma quella crisi non produsse effetti apprezzabili sui mercati dei fertilizzanti per una ragione precisa: il Golfo Persico non era ancora un hub rilevante per la produzione e l'esportazione di fertilizzanti azotati. L'industria petrolchimica della regione orientata all'agricoltura si è sviluppata principalmente a partire dagli anni Novanta, quando i Paesi del Golfo hanno cominciato a valorizzare su scala industriale le proprie riserve di gas naturale per produrre ammoniaca e urea — il fertilizzante azotato più diffuso al mondo. I principali impianti sono stati commissionati tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. È questa trasformazione industriale che rende la crisi del 2026 un caso strutturalmente inedito rispetto a tutti i precedenti.
Oggi il Golfo rappresenta, secondo le analisi dell'Istituto Internazionale di Ricerca sulla Politica Alimentare (IFPRI), il 36% delle esportazioni mondiali di urea nel triennio 2023-2025, con Iran e Qatar come principali esportatori, seguiti dall'Arabia Saudita. Considerando i soli flussi via mare, la quota per la sola urea sale al 46%. Quando lo Stretto si chiude, non si blocca dunque soltanto il petrolio: si interrompe quasi la metà del commercio mondiale del fertilizzante azotato più utilizzato in agricoltura, e quel fertilizzante non può essere ridirezionato verso altre rotte perché è fisicamente intrappolato dietro il collo di bottiglia.
L'impatto sul ciclo agricolo segue una logica implacabile: i fertilizzanti devono raggiungere gli agricoltori prima della finestra di semina, e un ritardo anche di poche settimane si traduce in rese più basse per l'intera stagione, un danno che non è recuperabile con nessuna misura successiva. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO) stima che la perturbazione in corso abbia già ritardato tra 1,5 e 3 milioni di tonnellate di fertilizzanti al mese, con un impatto su almeno 40 milioni di ettari di riso e una proiezione di riduzione delle rese del 10-20%. Il conflitto del 2026 non è dunque una crisi energetica con effetti collaterali sull'agricoltura: è una crisi agro-alimentare fin dalla sua origine.
Come sta trasmettendo questa crisi ai mercati agricoli globali e chi ne subisce le conseguenze più gravi?
La trasmissione segue una sequenza tecnica precisa. Il gas naturale è sia la materia prima sia la fonte energetica per la sintesi dell'ammoniaca — la base di tutti i fertilizzanti azotati — e rappresenta il 70-80% del costo variabile di produzione dell'urea. Ogni rincaro dell'energia si converte quindi, nel giro di poche settimane, in un rincaro degli input agricoli. La Banca Mondiale ha documentato un aumento del prezzo dell'urea del 46% solo tra febbraio e marzo 2026. Ma la crisi produce anche effetti a cascata che vanno oltre il blocco diretto delle esportazioni: privati degli approvvigionamenti di gas naturale dal Qatar, impianti di produzione di fertilizzanti in India, Bangladesh e Pakistan hanno dovuto interrompere l'attività, riducendo ulteriormente l'offerta mondiale. La concentrazione di un'intera filiera attorno a un unico corridoio genera, quando quel corridoio si chiude, ripercussioni che si moltiplicano lungo tutta la catena.
Il risultato si vede già sull'indice dei prezzi alimentari: la FAO registra 130,7 punti ad aprile 2026 — il valore più alto da febbraio 2023 — con il terzo aumento mensile consecutivo. Per i cereali, la produzione mondiale di frumento 2026 è già stata rivista al ribasso a 817 milioni di tonnellate. Vale la pena ricordare che l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e la Organizzazione (OCSE) e la FAO avevano elaborato congiuntamente, nel luglio 2025 e sulla base dei rischi geopolitici emersi con il conflitto in Ucraina, uno scenario di riduzione del 20% delle forniture di fertilizzanti, concludendo che carenze prolungate avrebbero prodotto "effetti negativi duraturi sul settore agricolo". Quello scenario precauzionale, costruito prima di questa crisi, descrive oggi con precisione ciò che stiamo vivendo.
Le conseguenze più gravi riguardano i Paesi a basso reddito strutturalmente dipendenti dalle importazioni di cibo e fertilizzanti. Il Programma Alimentare Mondiale stima che il conflitto potrebbe spingere 45 milioni di persone aggiuntive in condizioni di fame acuta entro metà 2026. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per la regione del Medio Oriente e del Nord Africa una revisione al ribasso della crescita di quasi tre punti percentuali nel 2026, con cinque delle principali economie del Golfo attese in contrazione del prodotto interno lordo. India e Cina, i due Paesi più esposti come importatori di fertilizzanti dalla regione, stanno monitorando le proprie riserve con crescente preoccupazione.
Il 19 maggio 2026 la Commissione europea ha adottato il Piano d'Azione per i Fertilizzanti. Quali sono gli aspetti più rilevanti e come si inserisce nella strategia agricola europea di più lungo periodo?
Il Piano parte da una vulnerabilità strutturale ben documentata: l'Unione europea importa circa il 30% del proprio azoto, il 40% del potassio e il 70% delle rocce fosfatiche, con la produzione interna di fertilizzanti azotati dipendente per il 70-80% dal costo del gas naturale, sia come materia prima sia come fonte di energia. Dal 2023, impianti europei di produzione di ammoniaca corrispondenti al 9% della capacità totale del continente sono stati chiusi definitivamente per insostenibilità dei costi energetici — un segnale che la Commissione legge come un rischio reale di ridimensionamento industriale in un settore di importanza strategica.
Nel breve termine, il Piano mobilita gli strumenti già disponibili nei Piani Strategici della Politica Agricola Comune: anticipi di pagamento, trasferimenti tra il Primo Pilastro dei pagamenti diretti e il Secondo Pilastro dello sviluppo rurale, misure per migliorare l'efficienza della fertilizzazione, utilizzo della riserva agricola europea per fornire liquidità immediata agli agricoltori. Dal 20 febbraio 2026 sono già stati sospesi i dazi doganali su ammoniaca, urea e altri fertilizzanti azotati — con un risparmio stimato di 60 milioni di euro — e il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere sui fertilizzanti è stato ridotto all'1% in attesa della revisione del sistema europeo di scambio di quote di emissione prevista per luglio 2026.
La parte più significativa del Piano guarda al medio e lungo termine e si innesta direttamente sulle linee guida della Politica Agricola Comune 2023-2027 per la gestione sostenibile dei nutrienti. L'obiettivo è ridurre la dipendenza strutturale dagli input minerali di importazione accelerando la transizione verso fertilizzanti bio-based e circolari: digestati da biogas e biometano, biomassa algale, biostimolanti, soluzioni microbiche, recupero di azoto e fosforo dai fanghi di depurazione. La Politica Agricola Comune 2023-2027 promuoveva già queste pratiche come obiettivo esplicito legato alle priorità climatiche e di biodiversità. Il Piano del 19 maggio porta quell'indirizzo su un piano di urgenza operativa che prima non aveva. Per la futura Politica Agricola Comune 2028-2034, la Commissione indica esplicitamente l’agricoltura di precisione per la gestione della fertilizzazione — attraverso satelliti, droni, sensori e pianificazione digitale dei nutrienti — come investimento prioritario. La crisi ha trasformato una scelta di sostenibilità in una necessità strategica.
Guardando agli scenari di medio termine, quali trasformazioni durevoli si profilano per i sistemi agro-alimentari e per la geopolitica dell'alimentazione?
La variabile più importante in questo momento non è il livello dei prezzi: è la durata. Ogni mese aggiuntivo di chiusura effettiva dello Stretto sposta la crisi da gestibile a strutturale, perché i danni alle semine sono per definizione irreversibili nel breve termine e si ripercuotono sull'intera stagione agricola. Molti analisti di geopolitica economica osservano che la durata dell'interruzione del corridoio funge da indicatore della sostenibilità economica del conflitto stesso: più si prolunga, più gli effetti sui sistemi produttivi diventano difficili da riassorbire anche dopo una soluzione diplomatica. Gli esperti di mercati delle materie prime stimano che, anche nell'ipotesi di una normalizzazione entro metà 2026, il rincaro strutturale degli input agricoli sia destinato a persistere per diversi mesi.
Sul piano geopolitico, questa crisi sta accelerando tre trasformazioni già in corso. La prima è il consolidamento della funzione strategica dei corridoi marittimi come strumenti di pressione: Hormuz ha dimostrato che un singolo collo di bottiglia può generare effetti globali immediati su energia, fertilizzanti e prezzi alimentari, e questa consapevolezza modificherà le strategie di sicurezza degli approvvigionamenti agricoli per i prossimi decenni. La seconda è la spinta verso la diversificazione degli approvvigionamenti su base regionale: i principali Paesi importatori di fertilizzanti dal Golfo stanno accelerando la valutazione di fonti e rotte alternative, con effetti di lungo periodo sulla struttura del commercio globale degli input agricoli. La terza è la progressiva convergenza tra sicurezza energetica e sicurezza alimentare come unico campo di rischio: non sono più due dossier separati, ma un sistema interconnesso che richiede analisi e politiche integrate.
Il punto di fondo che emerge dalle analisi più recenti di centri di ricerca internazionali specializzati in politica alimentare e geopolitica delle risorse è che i fertilizzanti rappresentano fino al 25% dei costi di produzione delle materie prime agricole, e che la crisi attuale mette a rischio una quota molto rilevante del commercio mondiale di fertilizzanti. Quando una percentuale così alta degli scambi globali di un input essenziale dipende da un singolo corridoio marittimo, la resilienza dei sistemi produttivi non è una scelta politica: è la condizione stessa della loro tenuta. Comprendere questa interdipendenza strutturale tra geopolitica e sistemi alimentari è oggi una priorità non solo per i decisori politici, ma per chiunque si occupi scientificamente di agricoltura e di sicurezza alimentare.