“Dialoghi sul Verde” – Il rapporto tra paesaggio e natura

Dialogo con Leonardo Lombardi, Dottore Naturalista, socio di NEMO srl, Professore a contratto al Master sul Paesaggio Dip. Architettura UNIFI, Coordinatore della Strategia regionale per la Biodiversità e redattore della Invariante Ecosistemica del Piano paesaggistico regionale.

di Nicoletta Ferrucci e Leonardo Lombardi
  • 24 June 2026

Ferrucci: è complesso il rapporto tra paesaggio e natura. Letto con gli occhiali del giurista la natura è considerata come un sistema dinamico e interattivo di suolo, acqua, aria, biodiversità vegetale e animale, habitat, interconnesse tra loro e funzionalmente legate in positivo e in negativo con il clima e con la salute umana. A sua volta la nozione giuridica di paesaggio si è nel tempo emancipata sia dalla originaria connotazione valoriale di imprinting prettamente estetico, legata alla legge n. 1497 del 1939, sia dal suo dissolvimento nella allora neonata, dilagante e bulimica nozione di ambiente operato dalla legge n. 431 del 1985, ispirata all’esigenza di preservare e valorizzare categorie di aree morfologicamente connotate da spiccata rilevanza ecologico naturalistica, e dall’intento di arginare le conseguenze perverse della coeva sanatoria urbanistica: il diritto oggi, nel Codice dei Beni culturali e del paesaggio, sulle orme della Convenzione Europea del paesaggio,  legge il paesaggio come un singolare intreccio tra natura e opera dell’uomo che, mediato dal ruolo attivo della popolazione, in una spiccata logica bottom up, assume i connotati di elemento identitario di un territorio e riveste la valenza di bene culturale. Nell’ottica paesaggistica, la natura dunque è una componente del paesaggio: come si è tradotto questo concetto nel Piano paesaggistico della Regione Toscana, alla cui stesura tu hai dato un contributo sapiente e di grande rilievo? 

Lombardi: La presenza di una componente o “Invariante” ecosistemica all’interno del Piano paesaggistico regionale toscano (PIT_PPR) è stato un elemento di novità, e assolutamente non scontato, che ha reso questo strumento uno dei più importanti nell’ambito delle recenti politiche di tutela degli ecosistemi e della biodiversità nella nostra Regione. Assieme alle altre Invarianti (geomorfologica, rurale e urbana) quella ecosistemica ha costituito l’ossatura e la chiave di lettura del Piano paesaggistico, a cui sono stati associati quadri descrittivi e valoriali, criticità, obiettivi e soprattutto gli elementi più cogenti in termini di indirizzi, direttive e prescrizioni. Un approccio multidisciplinare, che ha trovato sintesi paesaggistica nei 20 Ambiti di paesaggio, e che ha visto coinvolti decine di esperti di varie discipline sotto il coordinamento scientifico dei Proff. Magnaghi e Baldeschi, dell’università di Firenze, e della supervisione dell’allora Assessore regionale all’Urbanistica Arch. Anna Marson.
Per la II Invariante ecosistemica è stato sviluppato un progetto di Rete ecologica regionale quale strumento ritenuto più idoneo ad affrontare le problematiche di conservazione della biodiversità nell’ambito di uno strumento di pianificazione territoriale di area vasta quale il Piano paesaggistico.   Dal punto di vista metodologico la realizzazione della Rete ecologica, in estrema sintesi, si è basata sull’applicazione di modelli di idoneità ambientale dei diversi usi del suolo rispetto alle specie indicatrici di qualità ecosistemica. Il prodotto è stato una rete di reti, costituita quindi dall’insieme delle reti ecologiche forestali, rurali, fluviali, delle aree umide, delle aree aperte e delle coste, ciascuna costituita da elementi strutturali (nodi o aree di maggiore valore, matrici a valori più estensivi, elementi isolati, elementi di connessione, ecc.) e funzionali, quest’ultimi con carattere più progettuale (aree critiche, direttrici da riqualificare, barriere infrastrutturali, ecc.).
L’approccio ecosistemico e per elementi delle diverse reti ecologiche, rappresentate in una apposita tavola di Piano, è stato quindi declinato e tradotto a tutti i livelli del Piano paesaggistico a cominciare da quelli più alti dell’ABACO regionale e degli Ambiti di paesaggio, ove ogni tipologia ecosistemica e ogni sotto tipologia strutturale e funzionale, sono stati descritti in termini di inquadramento generale, di dinamiche di trasformazione, di valori, di criticità e tradotti rispettivamente in “indicazioni per le azioni”  e, per gli Ambiti, in Disciplina di uso, con i rispettivi obiettivi e direttive correlate. Interessante a livello di ABACO l’individuazione, quali elementi della Invariante ecosistemica, degli Habitat di interesse comunitario, riconoscendo il loro valore patrimoniale non solo all’interno dei Siti Natura 2000 ma su tutto il territorio regionale. 
Il contributo della componente ecosistemica si è tradotto, a un livello conoscitivo e prescrittivo ancora più di dettaglio, nella descrizione e relativa disciplina dei Beni paesaggistici, con particolare riferimento alle 365 Aree di notevole interesse pubblico e alle Aree tutelate per legge di cui, rispettivamente agli artt.136 e 142 del Codice.
Per le prime 365 aree la componente ecosistemica è stata descritta in termini di locali valori, dinamiche di trasformazione e criticità, analisi poi tradotta in cogenti elementi di indirizzo, direttive e soprattutto prescrizioni. Rispetto alle seconde, per ogni Bene, dalle aree coperte da boschi alle fasce di 150 m dei fiumi, alla componente ecosistemica è associata la descrizione degli obiettivi, delle direttive e delle prescrizioni (Allegato 8B disciplina dei Beni paesaggistici), con un particolare approfondimento per il Bene dei “territori costieri compresi nella fascia di profondità di 300 m”, diviso in 11 Sistemi costieri omogenei, per ciascuno dei quali sono stati individuati, per tutte le invarianti, specifici e locali valori, criticità, dinamiche, obiettivi, direttive e prescrizioni, differenziati a seconda delle caratteristiche delle diverse zone costiere; una sorta di piano della costa nell’ambito del più complessivo Piano paesaggistico.
Il quadro normativo del Piano paesaggistico, contenuto nei suoi diversi livelli, è stato inoltre completato con la Disciplina generale di Piano in grado di fornire cogenti elementi di tutela su componenti strutturali del paesaggio regionale, quale il reticolo idrografico e i suoi ecosistemi fluviali (art.16), o su attività di potenziale impatto paesaggistico ed ecosistemico, quali le attività estrattive (art.17).
Con l’approvazione del Piano paesaggistico regionale, avvenuta nel 2015, con questi contenuti conoscitivi e normativi si confrontano oggi i progettisti e i pianificatori, i redattori di un progetto nell’ambito di un bene paesaggistico, i redattori di un piano urbanistico locale, di un piano di un parco e i valutatori nell’ambito di un percorso di Via, Vinca o VAS, ciò consentendo di incidere sulle problematiche di conservazione degli ecosistemi e della biodiversità a livello di territorio diffuso, con un approccio complementare al tradizionale modello a “isole” costituito dalla tutela mediante Aree protette o Siti Natura 2000. 

Ferrucci: è davvero significativo e avveniristico il ventaglio di strumenti a tutela della biodiversità e degli ecosistemi che il Piano paesaggistico della Regione Toscana ha messo in opera e che tu hai descritto in modo così chiaro ed esaustivo: ma questa scelta operata dal Piano è isolata o si innesta in un percorso legislativo e pianificatorio più ampio?  

Lombardi: Il 2015 è stato un anno molto importante per le politiche di tutela del paesaggio e della biodiversità. A febbraio fu approvata la Strategia regionale toscana per la biodiversità, nell’ambito del Piano ambientale ed energetico regionale (PAER) di cui alla Del.CR 11 febbraio 2015, n. 10, a marzo la legge regionale “per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturalistico-ambientale” (LR 19 marzo 2015, n. 30) e appunto il Piano paesaggistico toscano (Del.CR 27 marzo 2015, n.37), nell’ambito della “Integrazione del piano di indirizzo territoriale (PIT)”. Un ricco quadro normativo che aveva fatto seguito alla approvazione, l’anno precedente, della nuova legge regionale sul governo del territorio (LR 10 novembre 2014, n. 65), poi successivamente modificata.
Per la componente ecosistemica il Piano paesaggistico ha quindi fatto tesoro del lavoro fatto nell’ambito della Strategia regionale per la biodiversità, in termini di valori, criticità e obiettivi da perseguire, ove la stessa Strategia prevedeva, tra le azioni da realizzare entro il 2020, l’inserimento della componente ecosistemica nell’ambito del Piano paesaggistico, quale strumento pianificatorio ottimale per dare risposta a molte delle criticità individuate per la biodiversità toscana.
La nuova legge regionale sulla biodiversità ha quindi potuto superare l’usuale approccio settoriale, trovando collegamenti e facendo sistema con il piano paesaggistico e la normativa urbanistica, associando agli usuali strumenti delle Aree naturali protette e dei Siti Natura 2000, anche “gli elementi strutturali e funzionali della Rete ecologica toscana” come individuati dal Piano paesaggistico, e riconoscendo gli elementi del “Sistema regionale della biodiversità” quale “parte integrante degli strumenti della pianificazione territoriale regionale” di cui alla legge regionale sul governo del territorio.
Gli stessi Habitat naturali e seminaturali di interesse comunitario, usualmente riconosciuti e tutelati nell’ambito del Sistema Natura 2000, vedono in Toscana un riconoscimento maggiore, con una LR 30/2015 che li considera “protetti” anche esternamente a tale Sistema e con un Piano paesaggistico che altrettanto li riconosce come elementi statutari e patrimoniali, affidando ai piani sottordinati “la tutela degli ecosistemi naturali e degli habitat di interesse comunitario” e “la strutturazione delle reti ecologiche alla scala locale” (art. 8 Disciplina generale del Piano paesaggistico).
Questo nuovo quadro normativo e pianificatorio fornisce quindi strumenti reali e potenziali per la tutela e gestione sostenibile degli ecosistemi e della biodiversità in quella parte di territorio “non protetto” che costituisce oltre l’80% della Regione. Un obiettivo importante anche in relazione al Sistema delle Aree protette, i cui obiettivi di conservazione non possono essere perseguiti efficacemente senza il mantenimento/recupero di una buona permeabilità e qualità ecologica del “territorio diffuso”.

Ferrucci: A 10 anni di distanza dalla approvazione del Piano paesaggistico e degli altri strumenti descritti, qual è la situazione attuale? I contenuti di questi strumenti si sono realmente tradotti in politiche locali coerenti e in grado di realizzare gli obiettivi di conservazione del paesaggio e degli ecosistemi? 

Lombardi: Sicuramente negli ultimi 10 anni il livello qualitativo degli strumenti di pianificazione territoriale, urbanistica e di settore è migliorato, come conseguenza dei contenuti del Piano paesaggistico e delle nuove normative, che hanno comportato anche la necessità di un innalzamento dei livelli qualitativi dei professionisti e dei tecnici degli uffici pubblici competenti, obbligati a confrontarsi con un Piano ricco di contenuti multidisciplinari oltre che di un articolato apparato normativo. Negli strumenti urbanistici di ultima generazione la componente ecosistemica, prima quasi totalmente assente e spesso associata solo a generiche cartografie di uso del suolo, è oggi spesso descritta con approfondimenti legati agli ecosistemi, alla vegetazione, agli habitat di interesse comunitario, poi tradotti in tavole di sintesi dei Morfotipi ecosistemici, delle aree di Contesto fluviale e della Rete ecologica comunale, quali contenuti statutari e strategici la cui individuazione alla scala locale è prevista dalla Disciplina del Piano paesaggistico. Ciò consente, assieme agli approfondimenti relativi alle altre 3 Invarianti del Piano, di redigere strumenti urbanistici più sostenibili in termini di individuazione del territorio urbanizzato, di perimetrazione delle UTOE con relativi dimensionamenti, di confronto in fase di copianificazione per le scelte nel territorio rurale, e soprattutto di redazione di norme tecniche di piano coerenti con i locali valori patrimoniali.
Un nuovo quadro di riferimento che ha potenziali effetti positivi non solo su strumenti quali i PS e i PO comunali, ma anche a livello di PTC provinciali, di Piani delle Aree protette, di altri piani di settore, e dei processi valutativi, soprattutto in termini di VAS, ma anche di VIA e Vinca, quest’ultima agevolata nelle valutazioni per opere/piani esterni ai Siti Natura 2000 dai contenuti della Rete ecologica regionale. Interessanti sono inoltre le recenti esperienze di relazioni paesaggistiche nel caso di progetti in aree vincolate, che possono oggi usufruire delle ricche schede di “vestizione del vincolo” interne al Piano paesaggistico, così come importanti risultano le esperienze di “Progetti di paesaggio”, realizzati ancora con carattere sperimentale in diverse zone della Toscana, dall’Isola di Capraia al Pratomagno al più recente progetto in corso per il bacino dei Torrenti Pesa e Virginio.
Sicuramente è un quadro che deve e può migliorare, soprattutto nella qualità dei quadri conoscitivi degli strumenti urbanistici, e nel processo di individuazione del loro dimensionamento, ancora eccessivo rispetto alle problematiche legate agli effetti ambientali, sociali ed economici dei cambiamenti climatici, che dovrebbero vedere i processi di de impermeabilizzazione, di reale blocco del consumo di suolo (con particolare riferimento alla espansione delle aree industriali/commerciali e della logistica nel territorio rurale) e di riqualificazione degli ecosistemi come elementi centrali delle politiche regionali e locali.
In tale contesto sarebbero necessari periodici momenti di confronto tecnico tra Enti pubblici e professionisti, linee guida regionali sui contenuti minimi dei quadri conoscitivi negli strumenti urbanistici, continui corsi di formazione, la creazione di un DB regionale di archiviazione dei quadri conoscitivi vettoriali prodotti dagli Enti locali e  un supporto regionale nel fornire dati vettoriali omogenei ad esempio relativamente all’uso del suolo, spesso in ritardo di aggiornamento e sviluppato su un III Livello Corine Land Cover non adeguato a rispondere agli approfondimenti richiesti dal Piano paesaggistico alla scala comunale.
A livello regionale risulta inoltre importante confermare questa strada intrapresa senza ripensamenti sul ruolo del Piano paesaggistico regionale e sull’obiettivo di un reale blocco del consumo di suolo. In tale contesto l’approvazione o meno del Piano integrato del Parco regionale delle Alpi Apuane, strumento attuativo dello stesso Piano paesaggistico, in grado di ridurre quasi del 60% la superficie delle aree destinate all’escavazione, ma fermo in Consiglio regionale da tre anni, può fornire una utile indicazione sulla convinzione della politica rispetto alla strada intrapresa di maggiore sostenibilità delle politiche di gestione del territorio.