Pagliai – Non c’è dubbio che ci troviamo nel bel mezzo di grandi cambiamenti e grandi trasformazioni non solo dovuti all’impressionante aumento di innovazioni tecnologiche ma anche a trasformazioni economico-sociali come, ad esempio, la grande concentrazione della popolazione umana nelle città e nei grandi centri. Già da tempo si parla di orti urbani ma adesso il fenomeno è talmente aumentato tanto che, attualmente, l'agricoltura e i suoli urbani sono interconnessi in un rapporto complesso: la crescente urbanizzazione consuma suolo agricolo e l'agricoltura urbana emerge come soluzione per ridurre la dipendenza alimentare, migliorare la qualità dell'aria, gestire i rifiuti organici e rigenerare i suoli degradati tramite pratiche agroecologiche, creando spazi verdi multifunzionali che offrono benefici ambientali e sociali (come orti urbani), sebbene la sfida principale sia l'integrazione di queste pratiche nella pianificazione cittadina. Francesca tu da tempo ti occupi di suoli urbani: quale è la reale situazione in Italia?
Bretzel – L’agricoltura urbana e peri-urbana è entrata dagli anni 90’ nei compiti della FAO (Urban and Peri-urban Agriculture - UPA) che la definisce come “la produzione di cibo e altri prodotti e processi correlati, che avviene in spazi dentro le città o nelle immediate vicinanze”. Questo tipo di agricoltura coinvolge molte figure diverse e sfugge alle statistiche dell’agricoltura rurale, ma rappresenta una percentuale non piccola:11% dei campi irrigati e il 5% circa di quelli non irrigati a livello mondiale. Inoltre, contribuisce a sfamare e a fornire cibo fresco e sano agli abitanti delle città, soprattutto delle grandi metropoli del sud del mondo. L’UPA è un fenomeno che si verifica più in paesi dove la disponibilità di cibo è un vero problema: le grandi metropoli del sud del mondo Africa, Sud America, Asia, lì davvero si coltiva in città, per produrre e commerciare e offrire sostentamento, con tutti i problemi relativi delle grandi città, soprattutto l’inquinamento e su suolo non sempre adeguato.
Nelle città dei paesi del nord del mondo, come l’Italia, in genere si parla più di orti urbani, che hanno funzioni di coltivazione di ortaggi per uso familiare, e questo può aiutare a integrare il bilancio familiare, ma servono anche moltissimo come attività ricreativa, educativa e di socializzazione. Nel 2010 ho coordinato un progetto cofinanziato da Arsia RT “Coltiviamo la città” nel quale sono stati oggetto di uno studio gli orti comunali del CEP a Pisa. Nel progetto abbiamo analizzato il suolo, per capire le proprietà in relazione al tipo di coltivazione, organizzato incontri con gli ortolani: La Scuola dell’Orto, presso la circoscrizione, invitando esperti a parlare di suolo e compostaggio, di coltivazione biologica, di specie spontanee eduli e di varietà locali di ortaggi. Con un’azienda florovivaistica locale abbiamo riprodotto il pomodoro Pisanello e molte varietà di fagioli, a partire dai semi forniti dai custodi di RT, li abbiamo dati agli ortolani e organizzato un panel test quando i prodotti erano pronti ad essere assaggiati. Abbiamo condotto un questionario mirato a capire la consapevolezza sulla coltivazione da parte degli ortolani e uno shooting fotografico di cui c’è ancora la mostra, che mi piacerebbe portare ai Georgofili. Questo è per dire quanto c’è intorno a questo tema, nelle nostre città.
Pagliai – Fra le tante emergenze circa la degradazione dei nostri suoli vi è sicuramente la minaccia subdola dell’inquinamento, appunto. A questo proposito può apparire un controsenso parlare di orti urbani? Quali sono i rischi per la sicurezza alimentare?
Bretzel – Gli orti domestici devono sorgere in aree messe a disposizione dalle amministrazioni pubbliche (comuni, province o altri enti), di cui si conoscano gli usi precedenti del suolo. Prima dell’assegnazione si deve provvedere a condurre analisi per verificare la qualità e la fertilità del suolo, fondamentale per la coltivazione di ortaggi che sono esigenti da questo punto di vista. Inoltre, l’ente proprietario del terreno deve avere l’accortezza di dare in affitto agli ortolani terreni lontani e isolati da possibili fonti di inquinamento come strade, o aree industriali. Se queste condizioni sono rispettate l’unico tipo di inquinamento diffuso è la ricaduta atmosferica, che non può essere evitato, per questo gli ortaggi devono essere ben lavati pima del consumo e la coltivazione deve seguire pratiche che evitino il più possibile l’uso di prodotti chimici di sintesi. Nelle città ci sono poi gli orti abusivi, che sorgono un po’ dovunque e su questi non c’è controllo purtroppo. In ogni caso, nei suoli urbani italiani tendenzialmente alcalini, la mobilizzazione dei metalli pesanti più comuni in città è limitata, come il rischio di traslocazione nelle parti eduli delle piante. In casi estremi di suolo non coltivabile, per inquinamento, cattiva qualità, o carenza di suolo (impermeabilizzazione) si possono adottare i cassoni rialzati, riempiti con terriccio di buona qualità, questa è una pratica che ho trovato spesso in nord Europa. Un aspetto che ho riscontrato e penso sia interessante segnalare è che può succedere che gli stessi ortolani siano la causa di immissione di inquinanti, eccedendo coi trattamenti, per esempio, il rame per la difesa fitopatologica dai funghi, o le concimazioni azotate. Il rame nel suolo ha un effetto dannoso sulla componente microbica che è fondamentale per la messa a disposizione degli elementi nutrienti, con conseguenze negative sulla fertilità del suolo. Ecco, l’aspetto chiave secondo me per gli orti in città è proprio la qualità del suolo: a causa delle caratteristiche del suolo urbano, tra cui l’eterogeneità orizzontale e verticale, l’assenza di struttura e la carenza di materia organica, chi si trova a gestire un orto non sa come procedere e spesso si affida ai consigli del venditore di prodotti, in alcuni casi può andare bene, ma non sempre. Per questo sarebbe importante mettere a disposizione un servizio di consultazione da parte degli enti pubblici che gestiscono, per far capire che per l’auto produzione è importante evitare prodotti potenzialmente tossici: insetticidi e fitofarmaci, concimi di sintesi e plastiche per pacciamare, mentre il buon inizio è valutare la qualità del suolo, riportare materia organica (compost) pacciamare con paglia o altri materiali biodegradabili e incoraggiare la biodiversità che aiuta l’equilibrio degli organismi anche potenzialmente dannosi.
Pagliai – Si, hai ragione una fra le tante carenze della nostra agricoltura, non solo quella urbana, è la mancanza di formazione; occorrerebbe investire in programmi di formazione anche per migliorare il trasferimento delle innovazioni che la ricerca mette a disposizione, oltre che, ovviamente, saper valutare ciò che viene proposto ai coltivatori.
Attualmente le Istituzioni, a cominciare dall’Unione Europea, sembra abbiano preso atto che la degradazione del suolo è un’emergenza planetaria e proprio l’Unione Europea ha recentemente emesso la direttiva UE sul monitoraggio e la resilienza del suolo che si inserisce nel quadro delle strategie UE (Green Deal, Strategia per la Biodiversità 2030, PAC, ecc.), ma nello specifico degli orti urbani quali sono le direttive, regolamenti o normative a cui fare riferimento?
Bretzel – In Italia non ci sono leggi o norme specifiche per l’orticoltura urbana: gli orti urbani ricadono nei Regolamenti Comunali, si tratta di disciplinari redatti dall’amministrazione pubblica, che definiscono finalità, criteri di assegnazione e obblighi, di solito ci sono categorie come gli orti degli anziani o per le associazioni o orti didattici, e sono assegnati secondo un punteggio, a volte pagando una quota annuale. Non c’è uniformità a livello nazionale e le indicazioni colturali come, ad esempio, evitare l’uso di prodotti potenzialmente tossici, sono suggerimenti ma non obblighi. Sarebbe invece fondamentale dare indicazioni nella direzione della sostenibilità come incoraggiare il riciclo dei rifiuti organici domestici e dell’orto, con il compostaggio, per riportare al suolo la materia organica, ottima pratica che contribuisce anche alla riduzione dei rifiuti urbani.
Nell’ambito della Cost Action Urban Allotment Gardens, 2012-2016, ho potuto visitare orti urbani in UK, Svizzera e Grecia. Abbiamo redatto 14 schede con le linee guida emerse dai risultati del progetto, tradotte in italiano e in altre lingue, disponibili sul sito https://www.urbanallotments.eu/fact-sheets.html dove si affrontano i molti temi ambientali, agronomici, sociali e urbanistici, che contribuiscono alla realizzazione sostenibile di questi spazi urbani.
Tornando ai disciplinari, in Italia, in genere, si pongono limiti nell’intento di uniformare le parcelle a orto, mentre in altri paesi è lasciata più libertà alla creatività di chi coltiva e gestisce l’orto, nel rispetto dei vicini, ovviamente. Faccio un esempio: la separazione degli orti in Italia è fatta da reti, mentre se si usano siepi o rampicanti, meglio di specie diverse, questi possono fornire un habitat per molti insetti utili anche alla coltivazione e a ridurre l’uso di prodotti. Con UNI (Ente di Normazione Italiano) con cui collaboro nella commissione tecnica Città e Comunità Sostenibili, di recente abbiamo coordinato la redazione della norma CEN EN 18140 NbS Terminologia e Classificazione, dove gli orti urbani sono inseriti a tutti gli effetti come soluzioni basate sulla natura (NbS), efficaci a contrastare e mitigare gli effetti del clima, a conservare la biodiversità e il capitale naturale, includendo le sfide sociali ed economiche, allo stesso tempo provvedendo al benessere umano e ai servizi ecosistemici. Nella stessa commissione abbiamo in programma una proposta di norma sugli orti urbani, che spero presto comincerà a prendere forma.