Nel 2006, ad Arezzo, con un gruppo di accademici, ricercatori e con Legambiente costituimmo l’associazione Chimica Verde bionet. L’iniziativa era stata stimolata dai progetti pionieristici che avevamo condotto in alcuni distretti industriali toscani, col supporto attivo dell’allora agenzia regionale per l’innovazione in agricoltura, Arsia, per sostituire i lubrificanti di sintesi con oli derivati da girasole e brassicacee.
In occasione del ventennale, abbiamo organizzato lo scorso 10 aprile col patrocinio dei Georgofili una conferenza dal titolo ‘Chimica Verde ieri, oggi, domani’. La ‘chimica verde’ come noi la intendiamo è un sistema di conoscenze e di tecniche basato su materie prime di origine biologica a ciclo corto – derivate da piante, animali, funghi o da microrganismi - e soprattutto con un forte legame con l’agricoltura. Scrivemmo anzi nel nostro Manifesto: “La prima bioraffineria è la pianta e la chimica verde è un’opportunità da coltivare”.
Eclissata negli ultimi due secoli dalla chimica di sintesi da materie di origine fossile o minerale, la chimica verde rinasce in Europa verso la fine del Novecento col contributo Pac alle colture di lino e canapa a uso tessile e in Italia con la Scuola di Scienza dei Materiali di Montedison istituita da Raoul Gardini allo scopo di integrare chimica e agricoltura. L’Italia dei primi due decenni del Duemila ha svolto un ruolo di avanguardia internazionale, con le bioplastiche compostabili di Novamont, con l’inaugurazione nel 2013 a Crescentino del primo impianto al mondo di bioetanolo di seconda generazione (Mossi&Ghisolfi), e nel 2014 della bioraffineria integrata di Matrìca a Porto Torres e infine nel 2016 con l’inaugurazione a Bottrighe, ancora da parte di Novamont, del primo impianto industriale al mondo di produzione di butandiolo da fonti rinnovabili (zuccheri).
Malgrado le premesse, i risultati oggi non sono molto confortanti. L’Italia mantiene un ruolo di tutto rispetto nella bioeconomia europea, contribuendo per più del 14% al suo valore aggiunto, ma negli ultimi 3 anni il valore della produzione è praticamente stazionario. E risultano in sensibile calo i settori più innovativi della bioeconomia: la chimica biobased (-16%), le bioplastiche (-12%) e le bioenergie (-60%). Inoltre dei 3 grandi protagonisti della bioeconomia italiana dei primi due decenni, sostanzialmente ne resta uno solo, Versalis, ossia ENI. Naturalmente si riscontra una notevole vivacità di piccole e medie imprese: 834 soggetti censiti nel 2021, per oltre il 70% microimprese e per il 60% (521) startup innovative. Ma la loro mortalità è elevatissima.
L’obiettivo cruciale della bioeconomia e della chimica verde, l’obiettivo per cui la nostra associazione si batte da 20 anni, non si misura con la crescita di prodotti bio-based sui vari mercati, ma si misura sulla loro reale efficacia a ridurre emissioni climalteranti, consumi energetici, distruzione di risorse e di biodiversità. Questo obiettivo oggi è messo in discussione da diversi fattori:
- il clima da economia di guerra che si sta diffondendo sul globo intero. Economia di guerra ed economia circolare forniscono risposte radicalmente diverse a due tipi di emergenza;
- la politica dell’amministrazione Usa con la priorità alle risorse fossili. Le scelte della prima potenza del pianeta avranno implicazioni non trascurabili sul clima e sulle risorse naturali;
- il persistente differenziale di prezzo tra bioprodotti e prodotti convenzionali, causato dai costi delle materie prime, da volumi di produzione ancora ridotti e da processi non ancora ottimizzati.
Per quanto forti, queste tendenze potranno rallentare lo sviluppo dell’economia circolare, ma non arrestarlo: grazie all’innovazione tecnologica, i bioprodotti e le energie rinnovabili, stanno infatti raggiungendo prestazioni tecniche e costi che li renderanno sempre più competitive e desiderabili.
Ma l’Europa rischia di arretrare a un ruolo secondario a causa di ulteriori ostacoli:
- la debolezza politica cronica dell’Unione, che ostacola il varo di una seria politica ambientale;
- la concorrenza di prodotti extraeuropei, della Cina in particolare nei biochemicals e nelle bioplastiche, e la contemporanea crisi strutturale di comparti manifatturieri europei;
- l’imbrigliamento eccessivo sul piano normativo delle possibilità di impiego dei residui di produzione, con tempi autorizzativi troppo lunghi;
- infine, fattori culturali, in particolare gli stili di consumo, favoriti da fenomeni come il fast fashion, che frenano l’accettabilità o desiderabilità di un bioprodotto.
Come possono l’Italia e l’Europa ritornare protagonisti in un settore di cui sono stati principali artefici per quasi due decenni?
Nell’incontro ci siamo confrontati su alcune proposte avanzate dalla nostra associazione, tra cui riteniamo prioritario:
1. rivedere i vincoli normativi sulla distinzione tra rifiuto e sottoprodotto, che spesso impediscono la valorizzazione di risorse perfettamente riutilizzabili e fa da ostacolo a un’efficace economia circolare;
2. Incentivi finanziari per chi investe nelle tecnologie per il recupero di materie prime da prodotti compositi e per chi sviluppa nuovi prodotti biobased biodegradabili e compostabili;
3. Riconoscere i vantaggi comparati nel ciclo di vita di un bioprodotto tramite:
a. una revisione degli schemi LCA applicati alla fase agricola. Tali schemi sono nati per confrontare prodotti industriali e non prodotti agricoli. Non si calcolano importanti parametri quali il potenziale di sequestro del carbonio nel suolo, la perdita di suolo, il consumo di acqua, le emissioni di azoto;
b. una metodologia unica per ogni specifico settore industriale, compresa la fasa agricola e la fase di dismissione;
c. l’inserimento di una quota minima obbligatoria di materiali bio-based nei Criteri Ambientali Minimi (CAM) previsti per gli appalti pubblici.