Nominato contemporaneamente direttore generale della Fondazione Edmund Mach e del Centro CREA di genomica e bioinformatica, nonché neoaccademico Ordinario dei Georgofili: dottor Velasco, come sta affrontando questo periodo di gran fermento per la sua attività professionale?
Da una parte grande senso di responsabilità dall’altra grande emozione per la credibilità che la comunità scientifica e i vertici degli Enti mi hanno riconosciuto. Per un ex studente dell’Università di Firenze raggiungere il traguardo di Accademico Ordinario è un sogno che si avvera. Un grande Presidente, mio professore di Colture Arboree, il Prof. Scaramuzzi ci ha indicato la strada, averla percorsa fino qui è stato un grande traguardo. Gli incarichi di Direttore si sono susseguiti uno dopo l’altro e sono ancora molto emozionato per entrambe le opportunità che mi sono state offerte.
Lei si trova oggi nella condizione di poter coordinare due eccellenze italiane nel campo della ricerca: quali sinergie intende attivare tra queste due istituzioni per rendere la ricerca italiana più competitiva a livello internazionale?
Purtroppo non sono ruoli compatibili e non sarebbe neanche giusto dedicare solo parte del mio tempo. Entrambi gli incarichi sono a tempo pieno ed ho dovuto scegliere, a malincuore. Qualunque fosse stata la mia scelta avrei perso un pezzo di me. L’esperienza al CREA è stata fantastica, certo movimentata con cambi frequenti di Presidenti e Direttori Generali, ma l’Ente ha tenuto, i colleghi sono stati estremamente coesi e collaborativi, la barra dritta l’abbiamo sempre tenuta, lasciare è stata dura. D’altra parte, torno in un ambiente che conosco bene, dove sono cresciuto professionalmente, e dove ho raggiunto i risultati scientifici più alti. Devo anche dire che ho trovato una grande comprensione ed un sostegno dai vertici CREA che mi ha piacevolmente sorpreso, con una spinta forte ad imbastire nuove sinergie tra FEM e CREA, cosa che corrisponde a pieno con le mie più ferme intenzioni.
Quali sono le priorità assolute della sua direzione alla Fondazione Edmund Mach per i prossimi tre anni?
Devo dire che i 9 anni al CREA mi hanno completamente assorbito e le vicende dell’evoluzione della FEM le ho vissute a distanza, senza dettagli e approfondimenti se non sul miglioramento genetico e sulle TEA, le nuove biotecnologie. So di dover studiare bene lo stato dell’arte non certo solo della ricerca ma anche del trasferimento tecnologico e della scuola, senza trascurare amministrazione e azienda agricola. Per cui il lavoro sono certo non mancherà, anzi. Per quanto ho visto in questa settimana, ci sono buone basi su cui lavorare per tornare all’eccellenza, capita ovunque di avere qualche “calo di tensione” ma le potenzialità sono straordinarie ed il mondo FEM oltre che il Trentino li conosco bene, non credo di aver bisogno di molto tempo per dare una nuova spinta verso l’alto, soprattutto con il supporto di chi ritrovo, cresciuto, nei ruoli di vertice dell’Ente. Il territorio conta molto sulla FEM, e la nostra ambizione vedono lontano, credo ci sia una combinazione di intenti che può portare a grandi risultati.
Lei ha guidato i consorzi internazionali che hanno decodificato il genoma della vite (2007) e del melo (2010). Qual è stato il momento più critico di quelle ricerche e cosa ha provato quando avete finalmente 'letto' l'intero codice genetico di queste piante?
È passato un po' di tempo ma basta chiudere gli occhi un attimo e si torna indietro di 15 anni in un lampo. Grandissima esperienza alla quale è seguito anche un certo “smarrimento”, ci siamo resi conto presto che eravamo solo all’inizio di un lavoro immane, che ad oggi ancora deve dare i più importanti risultati. Certo abbiamo velocizzato il miglioramento genetico delle piante arboree, ed in questo l’Italia intera ne è stata artefice con gli agrumi, l’olivo, il pesco ed altre piante importanti per l’agricoltura nazionale ed europea. Tuttavia, da alcuni anni penso alle Tecnologie di Evoluzione Assistita che dai genomi dovrebbero trarre i maggiori benefici e vedo quanto ancora abbiamo da fare. Uno, se non il principale, dei limiti che abbiamo per il successo delle TEA è la conoscenza della funzione dei geni che abbiamo scoperto e i numeri che abbiamo sono ancora bassi, dobbiamo lavorare duro in collaborazione con le Università ed il CNR per identificare le funzioni certe delle sequenze geniche per poter applicare con successo e rapidamente queste grandi opportunità che ci offrono le TEA, ancora 5 anni fa mi dissi che gli ultimi 10 anni della mia carriera avrei voluto dedicarmi al successo delle TEA e su questo conto di poter dare ancora il mio contributo, favorendo le giovani generazioni a mettere in pratica quello che noi abbiamo imparato e moltiplicarlo per 10 o 100.
La sua carriera è segnata da forti collaborazioni internazionali (USA, Francia, Germania). Qual è la lezione più importante che ha imparato lavorando all'estero e che ha cercato di portare nel sistema della ricerca italiano?
Che la ricerca non ha confini, certo ognuno di noi, egoisticamente, pensa al proprio successo ma se giri il mondo capisci quanto sia irrisorio il tuo contributo se lo vedi come tuo successo personale e capisci presto la necessità di fare sinergia con il più ampio gruppo di lavoro che puoi contribuire a creare, solo le sinergie di tante menti ed il lavoro di migliaia di scienziati può portare alla crescita della conoscenza ed allo sviluppo delle potenzialità che la conoscenza ci offre. Solo collaborando con il mondo intero si possono superare le difficoltà e vincere le sfide che ci attendono dalla capacità di sfamare 10 miliardi di persone entro il 2050 alla salvaguardia dell’ambiente che di circonda incluse le sfide dei cambiamenti climatici.
Le Tecniche di Evoluzione Assistita sono il nuovo confine: che punto è l'Italia nella sperimentazione in campo e quanto manca per vedere i primi risultati concreti? La genetica è l'unica vera alternativa alla chimica o serve un approccio multidisciplinare?
Come accennavo prima le TEA, sono il mio sogno nel cassetto. Credo che grazie al Decreto del Sen. De Carlo e all’impegno della comunità scientifica italiana entro pochi anni avremo le prime piante coltivate anche per l’alimentazione umana. Ma il “take home massage” resta ciò che continuo a ripetere in ogni seminario o intervento pubblico: le TEA sono uno degli strumenti che abbiamo a disposizione, certo straordinario ma non sono né l’unico né il solo, anzi da sole farebbero un buco nell’acqua. L’esperienza scientifica degli ultimi anni è stata chiara, solo la sinergia tra strategie complementari si può migliorare e di parecchio la capacità tecnico scientifica umana, da soli non si va lontano, che sia una tecnologia o un singolo scienziato anche geniale non basta, solo uniti e con le competenze di tutti si possono vincere le sfide che ci aspettano.