Ranalli. Le sfide del miglioramento genetico della vite in Italia si possono ricondurre alla necessità di una viticoltura più sostenibile attraverso lo sviluppo di vitigni resistenti alle malattie e resilienti ai cambiamenti del clima, pur mantenendo l'identità e la elevata qualità enologica dei vini italiani.
La principale priorità è rappresentata dalle gravi emergenze fitosanitarie (peronospora e oidio, principalmente), che richiedono un uso massiccio di agrofarmaci, con costi ambientali ed economici crescenti. Basti ricordare che in Europa la superficie a vite rappresenta solo il 3,5-4,0% dei terreni agricoli, però consuma oltre il 50% dei pesticidi sintetici applicati alle principali colture. Quali sono le strategie di miglioramento genetico di maggiore rilevanza utilizzate oggi in Italia per aumentare l’adattabilità della vite ai nuovi contesti colturali?
Velasco. Sì, confermo i dati riportati fatto salvo che le percentuali dei prodotti di sintesi in termini di anticrittogamici si avvicinano più al 65% che al 50%, con un effetto anche più drammatico. Le strategie sono multiple e non si limitano al miglioramento genetico, in quanto l’approccio alla gestione del vigneto deve essere un approccio olistico: dall’applicazione dei DSS all’uso di prodotti alternativi di origine naturale compreso l’uso di competitori o di organismi predatori nei confronti dei patogeni. Dal punto di vista del miglioramento genetico le vie sono essenzialmente due: il breeding classico, coadiuvato dall’uso di marcatori molecolari, o l’approccio biotecnologico. La fortuna di avere a disposizione la sequenza del genoma della vite ci ha dato la possibilità di accelerare la scoperta di geni di resistenza o di non-suscettibilità della vite. Fondamentalmente, la resistenza prevede una funzione attiva della pianta contro il patogeno (chimica o fisica), la non-suscettibilità è una sorta di mascheramento della propria natura di ospite naturale del patogeno che non riconosce la vita in quanto suo ospite preferenziale e non l’aggredisce. Nel breeding classico abbiamo a disposizione marcatori molecolari per identificare diverse decine di loci così da poter impostare programmi di miglioramento genetico con piramidazione di resistenze multiple e durature. Per approcci biotecnologici sono purtroppo ancora pochi i geni di cui conosciamo le funzioni precise per cui rappresentano ancora un collo di bottiglia.
Nel caos dell’informazione gridata e incombente che ci accompagna in questi tempi credo che forse nessuno si sia sottratto ai molteplici effetti dei casi in discussione, in particolare di quello dei “bimbi del bosco”. Per questo sono state coinvolte tutte le corde dei sentimenti, a partire dalle teorie sul mondo dei minori che entrano, non per scelta, sotto le regole della giustizia minorile. Vorrei perciò anticipare che non intendo occuparmi di tutto ciò che su questo tema ci ha coinvolti nel confuso mondo mediatico, ma di alcune considerazioni di diverso ordine e interesse alla base di questo caso e del crescente interesse suscitato in un’opinione pubblica sollecitata da continui stimoli “che fanno notizia” e che, in genere, attengono alla sfera del “pubblico” più che del “privato”.
La vicenda, almeno nelle sue grandi linee, è nota, tanto da rendere superfluo ricapitolarla così come il dibattito smosso dai mezzi di comunicazione e giunto sino alle soglie della politica e della consueta caduta nella vacua sfera della gazzarra mediatica.
Il punto di partenza di queste considerazioni si colloca invece nel fatto che, nell’affrontare la questione, è emerso un diffuso atteggiamento di comprensione e di condivisione da parte dell’opinione pubblica a favore delle scelte dei bizzarri protagonisti della vicenda. Del loro ostentato voler vivere in un mondo onirico secondo le presunte modalità del mitico “buon tempo antico”. Le immagini impietose dei luoghi in cui essi vivono e pretendono, contro ogni logica e regola umana e sociale, di continuare nel loro stile di vita sono chiare. Come lo è il fatto di un esasperato e disperato senso di ricerca di un mondo che non esiste e che forse non è mai esistito nei modi e negli obiettivi che essi propongono e pretendono di imporre ad una società che è molto diversa da come i rosei quadretti proposti lascino intendere.
Il cammino della comunità umana nei millenni è stato diverso da come viene dipinto, eppure oggi sembra di cogliere nell’opinione pubblica un diffuso senso di condivisione. Il fenomeno non è nuovo nella storia. Il mito di un’indefinita “età dell’oro” dove tutto era bello, buono, solidale, moralmente “pulito” rispetto ad un presente colmo di vizi e aberrazioni, esiste da tempo immemorabile ed era vivo già nella cultura classica. In realtà alla prova dei fatti esso è, appunto, “mito” e non cronaca né storia. È racconto di una situazione vagheggiata e irreale, regolarmente smentita sul piano storico e, addirittura, dei reperti materiali che ne testimoniano l’assoluta irrealtà. Eppure, è uno dei più diffusi in ogni tempo e Paese. Pensatori e filosofi ne hanno trattato, sino al culmine del pensiero di Rousseau e del Suo “buon selvaggio”, il protagonista della mitica età dell’oro.
Un quadro giuridico coerente e favorevole alla ripresa delle attività economiche sostenibili per le aree collinari e montane dell’Italia alpina ed appenninica, tra le quali è certamente compresa la castanicoltura da frutto, elemento caratteristico del paesaggio rurale nazionale e fonte di reddito un tempo importantissima ma che può ritornare ad essere tale sia ripristinando antiche aree coltivate sia avviandone di nuove.
Un vero e proprio mosaico di geni: ogni pezzo, ogni variante, contribuisce a costruire la forma completa della specie, rendendola flessibile, resistente e capace di adattarsi alle sfide di un mondo in continuo cambiamento.