Specie aliene: opportunità e problematiche

di Giuseppe Scarascia Mugnozza e Lorenzo Venturini
  • 28 January 2026

Un’interessante Giornata di Studio si è svolta all’Accademia dei Georgofili lo scorso 13 gennaio, sul tema delle “Specie aliene: opportunità e problematiche” per avviare, insieme al Collegio Nazionale dei Periti Agrari (CNPAPAL), il confronto su un tema di viva attualità ma ancora poco approfondito quale quello delle specie invasive e del loro impatto sui sistemi agricoli e sugli ecosistemi forestali italiani.
Infatti, la diffusione delle specie aliene, tanto nei contesti rurali quanto in quelli urbani, incide in modo significativo in particolare sui sistemi agro-silvo-pastorali. In un quadro in continua e rapida evoluzione, la tecnica e la normativa faticano spesso a governare processi produttivi e gestionali sempre più complessi. Il professionista che opera a supporto del privato e dell’impresa agricola, così come il tecnico chiamato ad affiancare il gestore pubblico delle aree verdi, è oggi chiamato a valutare attentamente i contesti territoriali e il quadro normativo di riferimento, al fine di controllare l’evoluzione e la diffusione delle specie aliene. Tale valutazione deve avvenire tenendo conto non solo delle criticità, ma anche degli eventuali aspetti positivi, evitando al contempo qualsiasi compromissione degli ecosistemi preesistenti.
Questo stimolante incontro di aggiornamento ha affrontato il tema delle specie aliene da molteplici punti di vista. Sebbene la ristrettezza dei tempi non abbia consentito approfondimenti puntuali su tutti gli aspetti, gli spunti di riflessione emersi sono stati numerosi e di grande valore.
Il primo intervento, dopo le introduzioni dell’accademico Giuseppe Scarascia-Mugnozza e del presidente CNPAPAL Mario Braga, è stato quello del prof. Marco Bindi dell’Università di Firenze sul tema dell’impatto dei cambiamenti climatici.  La relazione tra clima e colture agrarie è evidente: l’innalzamento delle temperature e la maggiore variabilità climatica modificano i cicli colturali, anticipano o ritardano le fasi fenologiche e alterano la disponibilità idrica. Questi cambiamenti determinano spostamenti degli areali delle coltivazioni, con una progressiva riduzione dell’idoneità per alcune colture tradizionali e l’espansione di altre verso aree più settentrionali o più elevate. Pertanto, le interazioni tra nuove colture ed ecosistemi preesistenti possono alterare equilibri ecologici, aumentare la competizione per le risorse e favorire la diffusione di parassiti e patogeni.
Un altro aspetto, molto rilevante e ancora poco considerato, ha riguardato il profilo normativo che è stato trattato in modo puntuale dal prof. Mario Mauro dell’Università di Firenze. L’attuale disciplina europea trova le proprie radici nel diritto internazionale, in particolare nella Convenzione sulla diversità biologica del 1992, che introduce il divieto di introdurre specie esotiche invasive e l’obbligo di controllo ed eradicazione. Il Reg. (UE) 1143/2014 recepisce tali principi, fornendo una disciplina di carattere generale che supera l’impostazione settoriale della Direttiva Habitat. Peraltro, nonostante questo quadro normativo ben articolato, permangono talune criticità. Da un lato, il numero di esclusioni e la sovrapposizione con altri atti dell’Unione rendono il sistema frammentato e complesso; dall’altro, i ritardi nell’attuazione nazionale e nell’operatività del regolamento ne hanno compromesso l’effettività.
A sua volta la normativa europea individua circa cinquanta specie vegetali invasive, di cui circa trenta presenti in natura in Italia, dove le Regioni hanno la responsabilità della loro gestione. L’intervento del prof. Lorenzo Peruzzi ha consentito di chiarire che, secondo gli esperti di biodiversità, le specie censite come invasive, in Italia, siano ben più numerose, pari a 256, su un totale di 1886 specie aliene (definibili anche alloctone o esotiche) attualmente individuate nel nostro Paese. Vi sono ormai corpose prove scientifiche che evidenziano i gravi danni prodotti dalle invasioni biologiche, per cui è bene ricordare che le specie coltivate oggi (soprattutto a scopo ornamentale) potrebbero essere le invasive di domani. Una maggiore sensibilizzazione su queste tematiche potrebbe certamente favorire comportamenti virtuosi, che potranno contribuire alla conservazione della biodiversità vegetale.
Il dr. Giuseppe Pignatti del CREA ha presentato il caso specifico delle specie di interesse forestale. La storia forestale delle specie esotiche nel nostro Paese ha avuto inizio poco più di un secolo fa, con una approfondita sperimentazione che mirava ad introdurre nuove specie nella selvicoltura italiana, soprattutto nella regione mediterranea e in quella del castagno, come douglasia, eucalipti, robinia e pioppi; delle specie forestali esotiche introdotte sperimentalmente nel nostro Paese si può comunque stimare che circa il 15% hanno posto rischi di invasività. Peraltro, a fronte del cambiamento climatico si ipotizza l’opportunità di impiegare specie esotiche per mantenere la produttività e la resilienza dei boschi. Comunque, è importante prestare particolare attenzione alle specie esotiche invasive in grado di diffondersi rapidamente su ampie superfici, spesso favorite direttamente o indirettamente dall’uomo. 
Infine, il prof. Francesco Ferrini dell’Università di Firenze ha esaminato il ruolo che le specie legnose svolgono in ambiente urbano per la fornitura di servizi ecosistemici e per il miglioramento della resilienza delle nostre città. Ha quindi analizzato criticamente il rapporto tra invasività delle specie legnose e resilienza urbana, descrivendo i meccanismi che favoriscono l’invasione in ambiente urbano e discutendo gli impatti su biodiversità, servizi ecosistemici e governance.  Sono stati inoltre proposti strumenti operativi per decisori pubblici e tecnici, con particolare attenzione alle metriche di rischio invasivo, alle linee guida per i capitolati di appalto del verde e agli indicatori di monitoraggio urbano.
Agli interventi dei relatori ha fatto seguito un vivace dibattito con le conclusioni che sono state tratte dall’accademico Lorenzo Venturini del CNPAPAL che ha portato il contributo dei liberi professionisti e dei tecnici del settore agroforestale, grazie ad una casistica ampia e alle esperienze pratiche maturate su tutto il territorio nazionale. La prima considerazione riguarda la necessità di mettere attorno allo stesso tavolo soggetti istituzionali e competenze tecniche differenziate, in un clima di leale collaborazione istituzionale, al fine di fornire risposte concrete alla gestione del fenomeno, sia nei contesti agricoli e forestali sia in quelli urbani o nelle aree marginali non oggetto di coltivazione né di cure specifiche. Si potrebbe quindi ipotizzare la costituzione di un gruppo di lavoro che possa predisporre proposte specifiche per l’ambiente agroforestale come anche per il contesto urbano, coinvolgendo anche attori differenti rispetto al mondo scientifico e tecnico, come rappresentanti della produzione agricola, operatori della cura del verde, associazioni di tutela ambientale, pubbliche amministrazioni e altri portatori di interesse. È comunque indubbio che sia necessario approfondire la ricerca su queste tematiche per migliorare le conoscenze su specie esotiche e invasive come anche per sostenere con chiare evidenze scientifiche i programmi di adattamento ai cambiamenti climatici.