Da Bruxelles a Roma: la difficile definizione di agricoltore attivo

di Dario Casati
Un passo dopo l’altro, senza soverchi entusiasmi, procede il percorso di approvazione della riforma della Pac per il periodo 2014-2020. La pubblicazione dei testi normativi è imminente, ma se ne conoscono già i contenuti concordati al termine del faticoso dialogo (trilogo, come lo chiamano gli addetti ai lavori) fra le Istituzioni comunitarie. Assodato che la riforma interviene nella linea degli scorsi due decenni, ma in presenza di risorse finanziarie calanti, le vere novità sono poche. La più interessante è il criterio trasversale di dare agli stati membri la facoltà di scegliere modalità proprie di applicazione delle nuove misure. Sorprendente nel quadro di ottuso dirigismo di gran parte delle regole europee, preoccupante se lo stato che deve darle attuazione è il nostro.
Prendiamo ad esempio il concetto di “agricoltore attivo” e cioè della figura che avrà titolo per ricevere i pagamenti compensativi. Nel dibattito europeo, a fronte della molteplicità di interpretazioni e distinguo degli stati membri, è stata seguita la strada di unire alla definizione, che si riferisce a soggetti che praticano una minima attività agricola, una lista negativa delle categorie sicuramente escluse. Fra queste aeroporti, aree ferroviarie, impianti sportivi e così via sulla strada dell’ovvio. Gli stati membri potranno completare, ma non ridurre, l’elenco riferito a soggetti ed attività simili. L’intenzione di fondo è positiva perché mira a concentrare le risorse in calo sui veri agricoltori e a sfatare molti luoghi comuni nocivi per l’agricoltura.
Giusto il principio e ineccepibile la decisione di lasciare la scelta alla logica della sussidiarietà. Ma il dibattito nazionale ha subito preso una brutta china, aprendosi a una lunga serie di casistiche e di realtà, in genere ragionevoli, ma spesso basate sul criterio di escludere gli altri salvando se stessi, tanto da rendere perplessi sul risultato finale. Forse rimpiangeremo il dirigismo europeo di fronte a soluzioni cavillose, complicate, naturalmente giustificate in base ai massimi principi ed all’imperativo della semplificazione applicativa,  che rischiano di essere la prova che la libertà in questo caso è un dono immeritato. 
Se ne riparlerà quando l’impianto normativo sarà noto, ma le speranze sono al lumicino, mentre le necessità dell’agricoltura aumentano.  

(cfr. TEATRO NATURALE, 29/11/2013)