Chernobyl, Anno 35 dopo l’apocalisse: le radiazioni sono ovunque ma le piante si sono riprese tutto

Il più grande disastro nucleare della storia si sta trasformando nella più straordinaria rivincita green. Un esperimento-pilota di rewilding. Sia chiaro: 35 anni dopo l’incendio del reattore numero 4 “Lenin”, dopo quel 26 aprile ‘86 che precipitò il mondo nella prima emergenza ambientale globale, una bomba radioattiva 500 volte più potente di Hiroshima, da allora Chernobyl è rimasta la cattedrale della distruzione che fu. Almeno 30mila morti, nell’immediato e nei decenni successivi. Mezzo milione di sfollati. Cento fra città e villaggi svuotati. Cinque milioni di persone destinate a costanti controlli medici. Migliaia di neonati malformati in tutta Europa. 2.800 km quadrati d’acque, flora e fauna contaminati per sempre.
Le autorità ucraine previdero il deserto atomico per almeno 300 anni; Greenpeace, per 20mila: «Invece quando la gente se n’è andata», racconta un ingegnere della Chernobyl Exclusion Zone, un raggio di 30 km intorno alla centrale, «è tornata la natura. Le radiazioni sono ovunque, hanno effetti tremendi. Ma sono un fattore meno rilevante dell’assenza dell’uomo. Oggi questa è diventata la terza più grande riserva di piante e animali in Europa. E la rinascita ambientale è l’unica conseguenza positiva di quella catastrofe»
La lava radioattiva, imprigionata in un sarcofago, che brucerà a mille gradi per altri cent’anni. Le immagini degli 850mila ignari soccorritori (i famosi “liquidatori”) che il regime mandò allo sbaraglio a mani nude... Questo è il bianco e nero della storia, a uso delle comitive di turisti: a Kiev c’è un piccolo, periferico museo che lo ricorda, a chi proprio vuol ricordare.
Poi però ci sono le sorprendenti foto a colori della cronaca 2021. La post-apocalisse che non s’aspettava nessuno. Un Earthporn con paesaggi da cartolina, che eccitano per la nudità della natura: le linci, i cervi, i cinghiali che zampettano selvatici lungo enormi viali sovietici a quindici corsie, trasformati in fiumi di vegetazione; le cicogne nere a nidificare fra palazzi con alberi che spuntano dai balconi del settimo piano. Sono spariti i piccioni che dipendevano dall’uomo, sono comparse specie d’animali selvatici mai viste da queste parti. Il pony mongolo e il bisonte europeo, quasi estinti, moltiplicati in centinaia di esemplari. I lupi che nessuno caccia più, e che sono sette volte quelli d’allora. Foreste primarie più resilienti agli incendi e al cambio del clima, una biodiversità capace di catturare più carbonio. Naturalmente, il rinascimento verde non ha sepolto i rischi: nessuno sa come stiano e quanto possano campare, questi animali contaminati. E che cosa ne sia della legna radioattiva, contrabbandata in Europa dalle mafie di confine. O della segale e dell’orzo, dell’avena e del grano cresciuti intorno alla centrale atomica, tutt’ora a livelli altissimi d’isotopi radioattivi.
I boschi t’insegnano ciò che non potrai imparare da nessun altro, diceva un’antica regola benedettina, e la Chernobyl verde ha del miracoloso. Ma non stupisce Stefano Mancuso, botanico di fama mondiale e docente di Arboricoltura generale dell’Università di Firenze, che da sempre studia l’intelligenza delle piante: «Per 35 anni, l’uomo non è più rientrato a Chernobyl. Le piante, sì. Facendola somigliare alle rovine cambogiane di Angkor, le liane sui templi. Certo, 35 anni sono nulla al confronto di quei secoli. In fondo c’è una morale: la presenza dell’uomo è più pericolosa perfino delle radiazioni».
È anche per questo paradosso che ora l’Ucraina chiede all’Unesco di dichiarare Chernobyl Patrimonio dell’Umanità...
L’11 marzo saranno 10 anni dall’incidente nucleare di Fukushima e pure là si rivedono procioni e macachi scorrazzare in una vegetazione sbalorditiva, tra funghi che mangiano le particelle radioattive. «Non c’è bisogno d’andare sui disastri di Ucraina o Giappone», spiega Mancuso: «A chiunque è capitato d’imbattersi in piante di fico spuntate su una torre o da un muro: anche quella è una forma d’adattamento che dice tanto. Quando esplode un vulcano sottomarino, per esempio, è interessante osservare le isole di lava fredda. Sono più sterili di Marte. E i primi esseri viventi a insediarsi sono sempre le piante, grazie ai semi portati dagli uccelli o dall’acqua».
Da dove viene questa forza? Il materiale radioattivo di Chernobyl, instabile, può modificare o distruggere il dna degli animali. Ma non sa fare lo stesso coi vegetali: le piante s’adattano a produrre nuove cellule, in sostituzione di quelle attaccate.


Articolo originale: https://www.corriere.it/pianeta2020/21_marzo_04/chernobyl-anno-35-l-apocalisse-radiazioni-sono-ovunque-ma-piante-si-sono-riprese-tutto-fdd10d1e-7a7f-11eb-bfba-4b97c2207ce7.shtml

da: Corriere.it, 4/3/2021