Ogni sindaco conosce le strade, le piazze e gli edifici del proprio comune. Molto più raramente conosce i suoli sui quali la città è costruita. Eppure, proprio il suolo costituisce una delle principali infrastrutture urbane, indispensabile per affrontare alcune delle sfide più urgenti del nostro tempo: l'adattamento ai cambiamenti climatici, la riduzione del rischio idraulico, la mitigazione delle isole di calore, la tutela del verde urbano e il miglioramento della qualità della vita dei cittadini.
Le recenti elezioni amministrative che hanno interessato numerosi comuni italiani offrono quindi l'occasione per riportare il suolo al centro delle politiche municipali. Ancora oggi è per lo più considerato soltanto il supporto all'edificazione o alla realizzazione di infrastrutture, ma ormai è stato ampiamente dimostrato che il suolo è un capitale naturale che svolge funzioni essenziali per il funzionamento stesso della città.
Un suolo in buona salute sostiene alberi e vegetazione, assorbe e immagazzina l'acqua piovana, alimenta le falde, riduce il rischio di allagamenti, raffresca il microclima urbano, ospita una straordinaria biodiversità, sequestra carbonio, degrada numerosi inquinanti, ricicla sostanza organica e rende possibile l'agricoltura urbana. Sono tutti servizi ecosistemici che, se persi, richiedono opere artificiali estremamente costose per essere sostituiti, quando ciò è ancora possibile.
L'importanza di questi servizi è destinata ad aumentare. Le città italiane sono sempre più esposte agli effetti del cambiamento climatico: ondate di calore più intense e prolungate, precipitazioni concentrate, lunghi periodi siccitosi ed eventi meteorologici estremi. In questo contesto il suolo diventa una vera infrastruttura di adattamento climatico. La capacità di infiltrare e trattenere l'acqua, di alimentare la vegetazione e di mantenere fresco il microclima urbano dipende infatti molto più dalla qualità del suolo che dalla semplice presenza di aree verdi. Basta guardarsi attorno per vedere quanti impianti di alberi e di aree verdi falliscono per l’inadeguatezza del suolo e della sua gestione.
Sempre più spesso il dibattito pubblico si concentra sugli abbattimenti di piante pericolanti o sui nuovi impianti, mentre assai meno attenzione viene dedicata al terreno in cui gli alberi devono vivere. Apparati radicali compressi, volumi di terreno insufficienti, suoli compattati o impermeabilizzati riducono la disponibilità di acqua e nutrienti, limitano lo sviluppo radicale e compromettono anche la stabilità meccanica degli alberi durante gli eventi meteorici estremi.
Numerosi studi confermano che una gestione del suolo basata sulle Nature-Based Solutions (NBS) rappresenta una delle strategie più efficaci per aumentare la resilienza delle città. Uno studio pubblicato su Nature Climate Change ha stimato che una pianificazione ottimizzata delle infrastrutture verdi in 54 città europee potrebbe ridurre mediamente del 17,4% le emissioni urbane di carbonio, con benefici nei settori residenziale, industriale e dei trasporti, ma gli stessi autori sottolineano un aspetto fondamentale: le NBS funzionano soltanto se sono progettate sulla base di una conoscenza approfondita dei suoli.
Ed è proprio questo il punto critico. Non esiste "il" suolo urbano. Esistono suoli naturali ancora ben conservati, ma anche suoli riportati, artificiali, compattati, impermeabilizzati o contaminati. Ognuno possiede caratteristiche molto diverse in termini di permeabilità, capacità di infiltrazione, ritenzione idrica, fertilità biologica, contenuto di sostanza organica, salinità, pH e capacità di sostenere la crescita degli alberi. Ignorare questa variabilità significa progettare interventi costosi ma spesso inefficaci.
La pianificazione urbana dovrebbe quindi partire dalla conoscenza pedologica. Cartografie dei suoli, rilievi di campo, telerilevamento, sensori prossimali, cartografia digitale e sistemi di supporto alle decisioni consentono oggi di individuare i suoli da conservare, quelli da recuperare e quelli che richiedono interventi di ricostruzione pedologica. Queste informazioni permettono di progettare correttamente i sistemi di drenaggio urbano sostenibile, dimensionare i volumi radicali necessari agli alberi, pianificare le infrastrutture verdi e blu, valutare l'idoneità all'agricoltura urbana e definire soglie realistiche di permeabilità.
Negli ultimi anni alcune città italiane hanno introdotto regolamenti innovativi. Brescia richiede percentuali minime di superficie permeabile comprese tra il 15 e il 35%; Padova ha fissato valori dal 30 al 90% secondo le diverse destinazioni d'uso; Parma ha adottato soglie differenziate per giardini privati e aree commerciali. Sono segnali importanti di una crescente attenzione verso la qualità ambientale urbana. Tuttavia, questi strumenti rimangono spesso basati su semplici percentuali di superficie permeabile e non sulla reale qualità dei suoli. Il rischio è evidente: preservare superfici poco funzionali e, al contrario, compromettere i migliori suoli urbani ancora esistenti; oppure realizzare interventi di rinverdimento su terreni incapaci di sostenere efficacemente alberi, infiltrazione delle acque e biodiversità.
Anche gli interventi di depavimentazione (de-sealing), sempre più diffusi nelle politiche di rigenerazione urbana, dovrebbero essere affrontati con maggiore attenzione. Rimuovere l'asfalto è certamente necessario, ma non sufficiente. Occorre verificare se il terreno sottostante sia ancora permeabile, se sia eccessivamente compattato, quale sia il volume realmente disponibile per gli apparati radicali e, quando necessario, ricostruire un suolo funzionale mediante interventi di pedotecnica. Diversamente si rischia di ottenere superfici apparentemente rinaturalizzate ma incapaci di fornire i servizi ecosistemici attesi.
Questa nuova visione è oggi sostenuta anche dalle politiche europee. Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul Ripristino della Natura (Nature Restoration Regulation) individua tra gli obiettivi prioritari il rafforzamento degli ecosistemi urbani, l'incremento delle infrastrutture verdi e della copertura arborea e la riduzione della perdita di spazi verdi nelle città. Parallelamente, la proposta di Direttiva europea sul monitoraggio e la resilienza del suolo (Soil Monitoring Law, 2025) riconosce esplicitamente la necessità di conoscere e monitorare lo stato di salute dei suoli, compresi quelli urbani. Anche in Italia il tema è ormai presente nelle strategie di adattamento climatico, nelle politiche di rigenerazione urbana e nelle iniziative per il contenimento del consumo di suolo.
Da queste considerazioni emerge un semplice decalogo che potrebbe guidare l'azione delle nuove amministrazioni.
1. Conoscere i suoli prima di progettare. Cartografarne caratteristiche e servizi ecosistemici prima di qualsiasi intervento urbanistico.
2. Monitorarne lo stato di salute. Verificare periodicamente permeabilità, fertilità, temperatura e funzionalità ecologica.
3. Conservare i migliori suoli urbani. Sono una risorsa non rinnovabile e difficilmente ricostruibile.
4. Rigenerare prima di consumare. Riutilizzare prioritariamente aree già impermeabilizzate o degradate, evitando nuovo consumo di suolo.
5. Ridurre l'impermeabilizzazione. Utilizzare pavimentazioni drenanti e limitare al minimo le superfici sigillate nei nuovi interventi.
6. Depavimentare con criteri pedologici. Valutare sempre il suolo sottostante e ricostruirne le funzioni quando necessario attraverso appropriati interventi di pedotecnica.
7. Creare nuovi suoli funzionali. Tetti verdi, giardini pensili, aiuole, fasce vegetate e altre Nature-Based Solutions aumentano la capacità ecologica della città.
8. Ripristinare il ciclo naturale dell'acqua. Favorire infiltrazione, ricarica delle falde e connessione tra suolo e sottosuolo, integrando le infrastrutture verdi e blu.
9. Collegare città e territorio. Considerare i suoli urbani come parte integrante del sistema ecologico periurbano e rurale, evitando soluzioni frammentarie.
10. Superare la frammentazione amministrativa. Urbanistica, ambiente, gestione del verde, servizio idrico, protezione civile e pianificazione territoriale devono condividere conoscenze, dati e obiettivi.
Il messaggio che emerge da questo decalogo è semplice: non può esistere una vera rigenerazione urbana senza una rigenerazione del suolo. Ogni intervento sulle città, dalla depavimentazione e piantumazione di nuovi alberi alla realizzazione di piazze, parcheggi, piste ciclabili, scuole o quartieri residenziali, dovrebbe iniziare con una domanda preliminare: quale suolo abbiamo sotto i piedi e quali funzioni è in grado di svolgere?
In un Paese come l'Italia, caratterizzato da un elevato consumo di suolo, da una diffusa fragilità idrogeologica e da città sempre più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, la conoscenza dei suoli urbani non rappresenta un lusso scientifico, ma una necessità amministrativa. Investire nella loro conoscenza significa ridurre i costi futuri della manutenzione urbana, migliorare l'efficacia degli interventi pubblici e aumentare la resilienza delle comunità.
Il futuro delle città non dipende soltanto dagli edifici che saranno costruiti, ma soprattutto dalla qualità della vita dei cittadini, fortemente dipendente dal suolo che riusciremo a conservare e a rigenerare. È tempo che il suolo diventi una delle principali infrastrutture strategiche delle politiche urbane. Rigenerare le città partendo dal suolo significa investire contemporaneamente nella sicurezza idraulica, nella salute pubblica, nella biodiversità, nella qualità del paesaggio e nell'adattamento climatico. In altre parole, significa amministrare guardando al futuro.
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