Riflessioni di un ricercatore forestale intorno al dialogo tra architettura e natura

di Piermaria Corona
  • 04 March 2026

Sono stato recentemente invitato dall’Ordine degli Architetti a proporre una riflessione in occasione della presentazione della nuova edizione, aggiornata e riveduta (2025), del volume "L’Archinatura", scritto da Achille Ippolito e pubblicato da Franco Angeli, la cui prima edizione risale al 2010.
Nel confronto tra le due edizioni emerge una traiettoria culturale significativa: dalla natura intesa come limite alla trasformazione del territorio alla natura come risorsa fino alla natura come soggetto.
Il riconoscimento della natura come soggetto implica il riconoscimento delle sue esigenze, dei suoi tempi e della sua autonomia funzionale. In questa prospettiva, la questione centrale, a mio avviso, non è più soltanto come integrare elementi naturali nel costruito, e nella città in particolare, ma quanto spazio e quanta capacità di incidere realmente sull’organizzazione dello spazio siamo disposti a riconoscere ai sistemi viventi all’interno dei processi progettuali.
Da questa considerazione discendono tre corollari principali.
1. Dal paradigma della compatibilità alla sperimentazione ecologica
Fino ai primi anni Duemila, il dialogo tra architettura e ambiente è stato prevalentemente interpretato in termini di compatibilità: riduzione del consumo di suolo, mitigazione degli impatti, miglioramento delle prestazioni energetiche. Si è trattato di un passaggio fondamentale nel consolidamento di una sensibilità ambientale nel progetto.
Oggi, tuttavia, il contesto appare mutato. Le città rappresentano uno dei principali laboratori di sperimentazione ecologica su scala planetaria. In questo scenario, le infrastrutture verdi assumono un ruolo strutturale e non accessorio.
Io mi occupo di alberi. Per molto tempo l’architettura li ha considerati elementi di arredo urbano, presenze utili, decorative. Ma sappiamo che non è solamente questo. Un albero è un organismo biologico: regolazione microclimatica, intercettazione degli inquinanti atmosferici e del particolato, gestione delle acque meteoriche, sequestro di carbonio atmosferico, supporto alla biodiversità.
E vi è uno specifico aspetto da sottolineare, non di rado sottovalutato nella prassi architettonica e urbanistica: l’albero introduce nel progetto la dimensione dell’autonomia biologica. A differenza dell’edificio, concepito per tendere alla stabilità, l’albero è un sistema dinamico, che cresce, interagisce, si adatta, può deperire, muore. Nel farlo, modifica nel tempo lo spazio progettato. Accettare la presenza del vivente significa incorporare nel progetto la variabilità e l’evoluzione.
2. La città come ecosistema: oltre il paradigma quantitativo e verso una prassi più euristica
Negli ultimi anni si osserva, pur tra difficoltà applicative e culturali, una progressiva affermazione di una prospettiva sistemica: non si tratta più semplicemente di “inserire alberi” nello spazio urbano, ma di riconoscere la città come ecosistema complesso, le cosiddette biocities.
In questo quadro, anzitutto, la cosiddetta infrastrutturazione verde non può essere ridotta a un obiettivo meramente quantitativo (ad esempio: “quanti alberi piantare”). Essa richiede valutazioni integrate che riguardano la qualità e la disponibilità del suolo, la diversità genetica del materiale vegetale, la resilienza ai cambiamenti climatici, la gestione nel lungo periodo, i costi di manutenzione e la continuità amministrativa.
In secondo luogo, su un piano più concettuale, l’interazione tra architettura e natura assume qui un significato più esigente: dialogare con la natura implica accettare una quota di indeterminazione. Non tutto è prevedibile, né controllabile in modo deterministico. L’integrazione del vivente nei processi progettuali introduce infatti una cultura dell’incertezza, del tempo lungo e della pazienza, che spesso non coincide con le modalità operative convenzionali dell’architettura e della pianificazione urbanistica, prospettandone un’evoluzione verso processi “aperti”, di natura più euristica, fondati sul monitoraggio continuo e sull’adattività.
3. Tra immaginario e competenza: il rischio della simbolizzazione
Negli ultimi anni, la diffusione mediatica di immagini iconiche (boschi verticali, torri alberate, città-foresta, giardini pensili, ecc.) ha contribuito a consolidare una nuova sensibilità verso il verde urbano. Questo processo ha indubbiamente un valore culturale positivo.
Esiste tuttavia il rischio di una simbolizzazione delle infrastrutture verdi, e dell’albero in particolare, ridotto a segno comunicativo più che riconosciuto come organismo vivente. La presenza di vegetazione non coincide automaticamente con la qualità progettuale o con l’efficacia ecologica. Interventi di forestazione mal concepiti possono generare fallimenti operativi, elevati costi di gestione o sistemi fragili e poco resilienti.
Il terreno più promettente di incontro tra architettura, scienze agronomiche e scienze forestali non risiede dunque soltanto nell’immaginario, ma nella costruzione di una competenza interdisciplinare condivisa. Ciò implica che il disegno dello spazio e le conoscenze ecologiche e colturali si influenzino reciprocamente fin dalle fasi iniziali del progetto, superando la logica sequenziale in cui il verde interviene come elemento accessorio o compensativo.
In conclusione, il passaggio dalla natura come oggetto alla natura come soggetto non rappresenta soltanto un’evoluzione semantica, ma una trasformazione epistemologica che chiama in causa responsabilità progettuali, scientifiche e amministrative. È in questa trasformazione che il dialogo tra architettura e natura può acquisire una reale profondità operativa.