Il problema dello spreco alimentare è alquanto sottovalutato a livello globale anche se esso determina un forte impatto sia sull’economia di un intero paese sia dei singoli cittadini. Le conseguenze di questo fenomeno ricadono anche sulla sostenibilità ambientale senza dimenticare le implicazioni etiche che ne derivano. La Comunità Europea, attraverso la risoluzione dell’Agenda 2030, ha stilato degli obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG) e il 12.3 punta a dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite a livello sia di vendita al dettaglio che dei consumatori e lungo tutta la filiera produttiva entro il 2030. Questo traguardo mira a migliorare la sostenibilità ambientale, la sicurezza alimentare e ad implementare l'economia circolare. Tutta la filiera agro-alimentare è responsabile di questo fenomeno ma nelle prime fasi della filiera si può parlare di perdite dovute a una serie di cause, fra cui il cambiamento climatico, il rispetto di standard estetici severi, una sovrapproduzione o tecniche di raccolta inadeguate e infrastrutture di stoccaggio carenti. Dalla trasformazione industriale fino al consumo individuale si comincia a parlare di vero spreco. Nei paesi in via di sviluppo il fenomeno dello spreco avviene maggiormente nelle prime fasi di produzione e trasporto, per una notevole mancanza di infrastrutture e presenza di catene del freddo inadeguate.
Nel mondo si sprecano 1,05 miliardi di tonnellate di cibo, comprendendo anche le perdite, che equivalgono a 1/3 della produzione globale. In Italia questo fenomeno incide sul 13% del cibo prodotto, includendo perdite nei campi, durante il raccolto e il post-raccolto ma, la maggior parte degli sprechi, il 36%, avviene a livello domestico.
Lo spreco e le perdite a livello di tutta la filiera, purtroppo, hanno un forte impatto sulla sostenibilità ambientale. Quindi ogni volta che buttiamo via cibo stiamo buttando via anche elettricità, carburanti, acqua e risorse naturali. Un dato su tutti è di evidente impatto: in Italia, secondo uno studio ENEA–Università di Bologna, il 3% dello spreco energetico nazionale è legato allo spreco alimentare. Un costo energetico “invisibile” che vale da solo 4 miliardi di euro all’ anno.
Con l’energia impiegata nelle fasi di allevamento, trasformazione industriale, trasporto e conservazione, fino alla preparazione domestica di 1 kg di carne di manzo, sarebbe possibile lasciare accese le moderne fonti di illuminazione per 23 giorni consecutivi.
Tutta la filiera, a cominciare dalla produzione in campo degli alimenti fino al loro consumo, è responsabile, in differente misura in dipendenza della diversa tipologia, di circa un terzo (30%-34%) delle emissioni globali di gas serra che contribuiscono al global climate change. Nel mondo genera circa 16.5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all'anno. In Italia, il solo settore agricolo e zootecnico incide per circa il 7,4% delle emissioni nazionali. Considerando lo spreco alimentare di 2,6 pasti a settimana, un individuo, in Italia, produce 180 Kg di CO2 consumando 187 m2 di suolo e 54.270 litri di acqua. All’anno, l’Italia è quindi responsabile di produrre 7,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente pari al 2% delle emissioni totali nazionali. Se lo spreco e le perdite alimentari globali potessero essere paragonati al consumo di un paese, sarebbero il terzo emettitore di CO2 equivalente dopo la Cina e gli Stati Uniti. Per riuscire a far comprendere l’entità della produzione di questi gas serra, possiamo pensare che sarebbero necessari ben più di 350 milioni di alberi capaci di assorbirne tutto il quantitativo emesso. Ma l’impatto ambientale non si limita, come abbiamo già accennato, alla produzione di gas clima alteranti, ma anche alla perdita di ettari di terreno coltivabile e di enormi volumi di acqua che nel mondo, ogni anno, sono stimabili in 1,4 miliardi e 250 Km3 rispettivamente. Un indicatore di sostenibilità per misurare l'impatto e la pressione delle attività umane sull'ambiente è l'impronta ecologica che misura la quantità di superficie terrestre e marina biologicamente produttiva necessaria a un individuo, a una popolazione o a un'attività per rigenerare le risorse consumate e assorbire i rifiuti prodotti. È stato calcolato che tutta la popolazione del pianeta consuma l'equivalente di 1,8 pianeti Terra ogni anno, un ritmo che supera dell'80% la capacità rigenerativa degli ecosistemi terrestri. Il singolo individuo può fare la sua parte nel contenere a livello domestico gli sprechi alimentari valutando ad esempio il quantitativo necessario di cibo per un pasto medio oppure controllando le scadenze dei prodotti per poterli utilizzare in tempo.
Sicuramente l’utilizzo delle recenti tecnologie, quali l’IA, potranno permettere di ottimizzare tutta la filiera agro-alimentare dalla produzione al consumo contrastando sia le perdite che gli inutili sprechi.