La sostenibilità economica della coltivazione di grano duro nel Tavoliere delle Puglie: costi di produzione e criticità di mercato

di Gaetano Locci
  • 08 July 2026

La cerealicoltura rappresenta una delle principali attività agricole del Tavoliere delle Puglie, area storicamente vocata alla produzione di grano duro di elevata qualità. Tuttavia, negli ultimi anni, l'incremento dei costi di produzione e la dinamica dei prezzi riconosciuti agli agricoltori stanno mettendo seriamente in discussione la sostenibilità economica della coltura.
L'obiettivo di questa analisi è valutare il rapporto tra costi e ricavi della produzione di grano duro nel contesto attuale, evidenziando le principali criticità che interessano le aziende agricole del territorio.
Secondo le stime comunemente adottate per il comparto cerealicolo pugliese, il costo di produzione di un ettaro di grano duro varia mediamente tra 1.150 e 1.300 euro per ettaro. Tuttavia, l'aumento dei prezzi dei carburanti, dei fertilizzanti e degli altri mezzi tecnici registrato negli ultimi anni ha determinato un significativo incremento dei costi aziendali.
Nelle condizioni operative attuali, il costo effettivo può essere stimato intorno ai 1.500 euro per ettaro, valore che riflette più realisticamente la situazione economica delle aziende agricole del Tavoliere.

La resa media aziendale del grano duro nell'area del Tavoliere si attesta intorno ai 35 quintali per ettaro. Considerando i prezzi attualmente riconosciuti dal mercato, i ricavi lordi risultano i seguenti:
Prezzo del grano (€ / q) Produzione (q/ha) Ricavo lordo (€ / ha)
          20                                             35                           700
          25                                             35                           875 
          28                                             35                           980
          40                                             35                         1.400

I dati evidenziano come, ai prezzi correnti, il ricavo lordo risulti sistematicamente inferiore ai costi di produzione stimati. Anche nell'ipotesi di un prezzo di 40 euro al quintale, il margine economico rimarrebbe estremamente ridotto e insufficiente a garantire un'adeguata remunerazione del lavoro imprenditoriale e del capitale investito.
Per raggiungere il punto di pareggio, ovvero coprire integralmente i costi di produzione, sarebbe necessario combinare prezzi e rese significativamente superiori rispetto alla situazione attuale.
Una resa di 40 quintali per ettaro è relativamente frequente in alcune aree del Centro Italia, come le Marche, ma risulta più difficile da conseguire con continuità nelle regioni meridionali caratterizzate da condizioni climatiche più severe e da una maggiore variabilità produttiva.
Paradossalmente, proprio queste condizioni pedoclimatiche conferiscono ai grani del Sud caratteristiche qualitative particolarmente apprezzate dall'industria della trasformazione, senza che tale valore aggiunto venga adeguatamente riconosciuto dal mercato.
Il prezzo nazionale del grano duro viene definito attraverso il sistema della Commissione Unica Nazionale (CUN), aggiornata anche nel 2026, che utilizza, tra gli altri parametri, le elaborazioni sui costi di produzione fornite dall'ISMEA.
Tuttavia, gli operatori del settore evidenziano come le stime adottate abbiano fatto riferimento alla fascia inferiore del range di costo (circa 1.150 €/ha), senza recepire pienamente l'incremento dei costi sostenuti dalle aziende agricole negli ultimi anni.
Di conseguenza, i prezzi riconosciuti dal mercato risultano scollegati dalla reale struttura dei costi aziendali, generando una progressiva erosione della redditività delle imprese cerealicole.
Negli ultimi anni molti agricoltori hanno aderito ai contratti di filiera che prevedono premi economici legati al contenuto proteico del grano duro.
Tuttavia, le condizioni climatiche della campagna agraria corrente hanno limitato l'accumulo di proteine nelle cariossidi, rendendo spesso impossibile il raggiungimento delle soglie richieste dai disciplinari contrattuali, nonostante gli investimenti effettuati in fertilizzazione azotata mediante urea.
Ne consegue che numerose aziende, pur avendo sostenuto costi aggiuntivi per migliorare la qualità della produzione, non potranno accedere ai premi previsti.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda il mancato riconoscimento economico delle elevate garanzie qualitative e sanitarie offerte dal grano duro nazionale, che presenta generalmente standard tossicologici e di sicurezza alimentare superiori rispetto a molte produzioni di importazione.
Di fronte alla persistente mancanza di redditività del grano duro, alcune aziende stanno valutando una riconversione verso colture alternative, come l'orzo.
L'orzo presenta infatti diversi vantaggi economici:
costi di produzione inferiori;
rese produttive generalmente più elevate;
minori costi legati all'acquisto del seme;
minore esposizione alle oscillazioni del mercato del grano duro.
Questa tendenza potrebbe determinare, nel medio periodo, una significativa riduzione delle superfici coltivate a grano duro nel Mezzogiorno.

L'analisi economica evidenzia una situazione di forte criticità per la cerealicoltura pugliese. Ai livelli produttivi medi del Tavoliere, i prezzi attualmente riconosciuti al grano duro non consentono di coprire i costi di produzione sostenuti dalle aziende agricole.
Alla luce di tali evidenze, appare necessario:
1. aggiornare le rilevazioni dei costi di produzione attraverso metodologie che riflettano le effettive condizioni aziendali;
2. adeguare i meccanismi di formazione del prezzo affinché tengano conto della reale struttura dei costi;
3. valorizzare economicamente le caratteristiche qualitative e sanitarie del grano duro italiano;
4. garantire condizioni di mercato che consentano la permanenza delle aziende agricole in un comparto strategico per l'agricoltura nazionale e per la filiera della pasta.
Senza interventi correttivi, il rischio concreto è una progressiva contrazione della produzione nazionale di grano duro, con conseguenze economiche, sociali e alimentari di rilevanza strategica per l'intero Paese.