Ci sono canzoni che non invecchiano perché parlano al futuro. Il 28 gennaio 1966, al Festival di Sanremo, Adriano Celentano portò sul palco Il ragazzo della via Gluck. In un’epoca dominata da brani romantici, quella canzone rappresentò un’anomalia: raccontava il cemento che avanza, la natura che scompare, la periferia verde inghiottita dalla città. Fu eliminata dalla giuria, ma divenne subito un enorme successo, trasformandosi in uno dei simboli della musica italiana. La storia è semplice e potente: un prato che sparisce, sostituito dai palazzi; un ragazzo che assiste alla trasformazione del proprio quartiere; una nostalgia che non è solo autobiografica, ma collettiva. Non è soltanto una canzone: è una lettura anticipatrice di sessant’anni di trasformazioni urbane, sociali e culturali. Quelle parole non si limitavano a raccontare il passato, ma esprimevano una visione lucida e quasi visionaria di ciò che ci attendeva.
A sessant’anni di distanza, l’Università di Pisa – attraverso il Dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agro-ambientali e il Master in Sviluppo sostenibile e cambiamento climatico – ha dedicato alla canzone un evento multidisciplinare per riflettere su città, paesaggio, sostenibilità, rigenerazione urbana e perdita di identità dei luoghi. Un’occasione di confronto tra studiosi, urbanisti, agronomi e ricercatori per immaginare città più verdi, vivibili e resilienti. Non un’operazione nostalgica, ma uno strumento per capire come siamo arrivati fin qui e dove stiamo andando.
Ad aprire i lavori è stata Cristina Nali, direttrice del Dipartimento, che ha richiamato le numerose attività dell’ateneo pisano in ambito urbano e ambientale: dalla gestione del verde ai sistemi agricoli sostenibili, fino alle politiche di contrasto al cambiamento climatico. La sfida, oggi, è integrare architettura e natura, innovazione e identità dei luoghi. Celebrare questa canzone significa riconoscere che la sostenibilità è anche visione, cultura ed emozione.
Il vicepresidente dell’Accademia dei Georgofili (uno dei patrocinatori dell’evento), Amedeo Alpi, ha ricordato come la Milano degli anni Sessanta fosse simbolo del boom economico e del progresso industriale, ma anche teatro di profonde contraddizioni. Fabbriche, autostrade e nuovi quartieri segnavano lo sviluppo, ma sancivano anche la separazione tra città e campagna. Letteratura, cinema e musica raccontavano l’entusiasmo e insieme l’inquietudine di un Paese che abbandonava la civiltà contadina per entrare nell’era industriale. Quelle scelte hanno inciso sul paesaggio: suoli impermeabilizzati, campagne urbanizzate, verde sacrificato. Oggi ne paghiamo le conseguenze, con città sempre più calde e territori più vulnerabili agli eventi estremi.
Renato Ferretti, del Consiglio nazionale dei dottori agronomi e forestali, ha sottolineato che il verde urbano non è un semplice elemento decorativo, ma un’infrastruttura essenziale. Gli alberi riducono le temperature, assorbono inquinanti, limitano gli allagamenti e migliorano il benessere psicofisico. Eppure, il settore soffre di carenze strutturali: fondi insufficienti, poco personale tecnico, assenza di programmazione a lungo termine. Senza pianificazione integrata e collaborazione tra professionisti, il verde resta marginale e fragile.
Jacopo Tomatis, dell’Università di Torino, ha offerto una lettura culturale: negli anni Sessanta e Settanta la canzone politica parlava di lavoro, casa e diritti, ma raramente di ambiente. Il ragazzo della via Gluck rappresenta un’eccezione precoce, capace di tematizzare la perdita del paesaggio in un’epoca che celebrava la crescita economica. Le priorità collettive cambiano nel tempo: ciò che allora era marginale oggi è centrale.
Iginio Rossi, dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, ha collegato sostenibilità e inclusione: una città accessibile è più giusta. Le barriere non sono solo fisiche, ma anche sociali ed economiche. Spazi pubblici vivibili, mobilità integrata e verde fruibile da tutti sono strumenti di equità e coesione.
Ciro degli Innocenti, dirigente del Comune di Padova, ha ribadito che il verde pubblico non è un costo, ma un investimento. Tuttavia, persistono criticità: sottofinanziamento, carenza di tecnici, mancanza di piani del verde, consumo di suolo e normative frammentate, peraltro carenti sotto il profilo sanzionatorio.
Fausto Manes, professore emerito di Ecologia alla Sapienza, ha illustrato il valore economico dei servizi ecosistemici. Il verde urbano genera benefici misurabili: riduce i costi sanitari, migliora il microclima e abbassa la mortalità legata all’inquinamento. Per Roma, il valore stimato ammonta a centinaia di milioni di euro l’anno. I dati esistono, ma serve volontà politica per tradurli in azioni concrete.
Marco Morabito, del CNR-Istituto per la Bioeconomia, ha approfondito il tema delle isole di calore urbane: le città si scaldano più rapidamente delle aree rurali e le periferie diventano nuovi epicentri di calore. Un aumento del 10% della copertura arborea può ridurre di circa un grado la temperatura superficiale. Strumenti digitali e applicazioni sono disponibili, ma occorre una strategia strutturale.
Stefano Bocchi, docente di Agronomia, ha proposto un passaggio dall’Urban Ecology all’Agro-Urban Ecology, integrando verde, acqua e infrastrutture in una visione unitaria. Non basta piantare alberi: occorre rigenerare i suoli, riconnettere città e campagna, integrare politiche agricole, urbanistiche e climatiche. Serve un’ecologia urbana integrale, non solo verde decorativo, per superare la frattura tra urbano e rurale (un’eredità del Novecento), sulla base degli insegnamenti di Ambrogio Lorenzetti, che nel Trecento, dipinse il “Buon Governo”, mostrando città e campagna unite in un equilibrio armonico. Servono dati scientifici, ma anche cultura e capacità di immaginare. Non a caso, nell’Agenda 2030 dell’ONU non compare la parola “arte”: eppure senza arte non c’è visione.
“Là dove c’era l’erba oggi spesso c’è una città” (e più caldo). La questione che ha attraversato tutti gli interventi è se sia ancora possibile far convivere cemento e natura, sviluppo e cura. Le evidenze scientifiche indicano che è necessario; la cultura dimostra che è possibile. Tocca alla politica e alla comunità trasformare questa consapevolezza in scelte concrete.
Celebrare Il ragazzo della via Gluck significa ricordare che dietro ogni metro quadrato di cemento c’è una decisione, e dietro ogni decisione una visione di futuro. La domanda non è se possiamo permetterci più verde nelle città. La vera domanda è se possiamo permetterci di farne a meno.