Pagliai – Caro Marco in occasione della Giornata di Studio ai Georgofili su: “Nature Restoration Law” hai esternato una tua personale opinione che sul crescente consumo di suolo il mondo agricolo ne ha parlato poco; una affermazione che condivido totalmente e che ritengo sia opportuno discuterne anche perché il consumo di suolo non si arresta e, anzi, si prospettano ancora nuove forme di tale consumo come l’agrovoltaico, ecc. Io sono fermamente convinto che lo stesso mondo agricolo non abbia la reale percezione dello stato di salute dei suoli italiani e sottovaluti pericolosamente il suo stato di progressivo degrado e, anche in questo caso, parlandone poco. Ormai, da anni, le produzioni agricole stanno diminuendo e, molto spesso, le cause vengono attribuite alla crisi climatica in atto ma quasi mai allo stato di degradazione dei suoli. Tu hai sempre posto grande attenzione a questa risorsa e mi fa piacere ricordare che abbiamo in comune un grande maestro come Fiorenzo Mancini il quale incitava noi, allora giovani, a difendere i suoli del “Paese più bello del mondo” ma questo suolo sembra davvero messo male in proiezione futura? Eppure, le conoscenze scientifiche del suolo e non solo sono oggi a livello di avanguardia e ricordo che già negli anni 90 del secolo scorso uno gli slogan del nostro mondo scientifico era: “la corretta gestione del suolo e dell’acqua sarà la sfida del futuro”. L’abbiamo persa? O aveva ragione Fiorenzo quando diceva che ero troppo pessimista?
Marchetti – Grazie Marcello. Ho ritrovato quanto scrivevamo su l’Italia Forestale e Montana nel 2017 a ricordo del Prof. Mancini, rammentandone la polivalenza disciplinare che partiva dal suolo e dal contatto diretto con la campagna e le aziende, di cui era profondo conoscitore, su solide basi scientifiche, non su conoscenze superficiali o meramente tecniche. È stato detto e scritto che era una persona carismatica e uomo di vasta cultura, scientifica ed umanistica, ma soprattutto delle più vere funzioni di quest’ultima: l’esercizio della critica, la ricerca della verità, la conoscenza della storia. Senza un’informazione scientificamente basata cediamo passo o ai facili entusiasmi o a futili allarmismi. Ecco, forse come ricercatori dovremmo interrogarci un po’ su questi tre importanti aspetti, per alzare lo sguardo dal microcosmo degli interessi dei singoli conduttori e traguardarne il futuro possibile nei nostri paesaggi, troppo spesso non più riconoscibili o in via di estinzione rapida dopo una costruzione plurisecolare lenta e impercettibile. Chi se non noi deve prendere la difesa del suolo (e dei suoli migliori soprattutto, progressivamente sottratti a causa dell’impermeabilizzazione), primo fattore della produzione di cibo, come missione e visione primaria per le prossime generazioni di agricoltori e di cittadini? L’Italia è uno dei paesi europei con la più elevata diversità geomorfopedologica e vegetale, e dunque paesaggistica, e a questa ricchezza concorre una miriade di paesaggi naturali, forestali, rurali e specificamente agrari. Paesaggi tradizionalmente armoniosi, coerenti e quindi sostenibili, che producono reddito e benessere. Non sono pessimista ma non possiamo tacere ancora e lasciare spazio solo alla cultura urbana, iper tecnologicizzata e finanziarizzata che poi si perde in una natura idealizzata e non più esistente.
Pagliai – Un altro aspetto di cui si parla poco, a mio avviso, riguarda il fatto che è vero che in Italia è in aumento la copertura forestale ma la ricolonizzazione naturale che avviene nelle aree abbandonate dall’agricoltura, se non viene governata, avviene in maniera disordinata senza né proteggere l’ambiente, né essere fruibile per attività turistico-ricreative. Inoltre, dove il bosco viene gestito lo si fa sempre in base al principio economico: bisogna abbassare i costi e allora si usano macchinari sempre più potenti e pesanti che hanno il vantaggio di eseguire una grossa mole di lavoro in poco tempo ma, dall’altra parte, devastano i suoli per loro natura fragili anche alla luce della crisi climatica in atto.
Marchetti – Intanto, ricorderai il lavoro di Mancini, Bernetti e Sanesi sul morenico recente, 1958. Un lavoro assai significativo perché in esso vi è scritto chiaramente: avremo in pochi anni molti più boschi di oggi. Ed eravamo agli inizi dell’abbandono: io, da tempo sostengo che questo non comporti immediata rinaturalizzazione ma per ora inselvatichimento, anche con perdita di biodiversità e radicale cambiamento nell’erogazione di servizi ecosistemici (più sequestro di carbonio e sempre meno cibo prodotto con materie prime locali e nazionali). Servono scelte consapevoli per il ripristino della natura. Benissimo l’approccio passivo ma deve essere organizzato e scelto, luogo per luogo; non può essere generalizzato, pena anche l’aumento della vulnerabilità ai crescenti impatti dei disturbi naturali legati agli eventi estremi, crescenti in frequenza e magnitudo. La gestione forestale deve essere invece sostenibile e responsabile, pianificata (anche qui partendo dall’area vasta, come ha proposto il TUFF nel 2018 e si comincia a vedere in molte regioni) e capace di approcci ancora più vicini alla natura, ricordando che nonostante alcune distorsioni, siamo sempre il paese che preleva meno legno dai propri boschi in Europa e in compenso acquista all’estero sempre più materia prima. Esattamente come per le principali filiere agro-alimentari: siamo attori primari della deforestazione importata dai grandi biomi fragili e primari del pianeta, mentre assistiamo alla scomparsa della nostra identità e dei saperi rurali. Lo “sterminio dei campi” del poeta Andrea Zanzotto è bidirezionale, arriva da consumo di suolo e abbandono, e comporta perdita di biodiversità, a tutti i livelli. Questa strada va chiusa al più presto. Già il linguista e ministro Tullio De Mauro, con notevole sensibilità e prontezza manifestò attenzione ai connessi aspetti antropologici dell’agricoltura: “la campagna e l’ambiente naturale, e il fare in essi, che la vita urbanizzata e digitalizzata rischiano di compromettere in tutti i Paesi di più alto sviluppo tecnologico, può restituirci un rapporto vitale con le cose”. E del resto, diceva anche Fiorenzo Mancini, anche parte della bellezza che ammiriamo da un finestrino di un’auto o di un treno in corsa è frutto della saggezza contadina che non è scomparsa, e saprebbe rigenerarsi.
Pagliai – A mio avviso per l’agricoltura del futuro occorrerebbe una programmazione di lungo termine; migliorare la salute del suolo; ripensare in chiave moderna nuove forme di sistemazioni idraulico-agrarie (inserite in programmi di messa in sicurezza del territorio); utilizzo delle nuove tecnologie; riportare l’uomo sul territorio (a questo proposito si può osservare che ci sono molti giovani attratti dalle prospettive del mondo agricolo e silvo-pastorale ma devono essere aiutati con politiche di sostegno). A tuo avviso cosa serve per la selvicoltura del futuro?
Marchetti – Esatto! Anche in questo, senza colpevolizzare alcuno, è bene esercitare critica e richiamo alla storia e alla verità. Non è forse è dai tempi del ministro Marcora che non vediamo piani per l’agricoltura, ma solo l’inseguimento di sussidi comunitari? Certo, è stato un progressivo processo continentale, che ora tende anche alla diminuzione dei sostegni, e certo siamo sempre nella parte privilegiata del pianeta, capace anche di discussioni e dibattiti per avviare processi sostenibili (anche se è sempre facile smontarli rapidamente…), ma, come sistema paese, non possiamo dire di aver puntato sul settore primario negli ultimi decenni e ora ci troviamo a constatare che anche l’industrializzazione è durata pochi decenni (lo spazio di un mattino nella storia del paese) ma in compenso ci lascia eredità pesanti sotto il profilo ecologico. Serve coniugare innovazione sociale e intensificazione sostenibile (come ha proposto a più riprese l’AISSA), per il suolo, l’acqua e la biodiversità innanzitutto. E servono servizi efficaci per riportare persone e comunità nei territori, anche delle terre alte, sostenendo sostanzialmente e ordinariamente i processi di ripopolamento e restanza, garantendo il diritto di restare come quello di partire. Non bastano più le sole occasionali cascate di denaro, altra tipologia di eventi estremi in ambienti delicati. Questo potrà aiutare davvero tutti i comparti agro-silvo-pastorali, ma anche artigianato e turismo di qualità, continuità e basso impatto. Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Sì diceva (n.151), a proposito degli interventi sui paesaggi urbani e rurali, che “serve continuità per i luoghi, attenzione alle modificazioni continue” che possono disorientare persone e comunità. È quanto Fiorenzo Mancini pensava ricordandoci che solo nel Mediterraneo abbiamo una lunga schiera di paesaggi così diversi e affascinanti, di cui conosciamo molto bene la complessità e le potenzialità, dovute all’azione capillare e sistematica degli uomini e delle donne che li abitano.