Fenogenomica e biosicurezza: potenzialità e rischi dell’uso di Trichoderma in campo

di Sabrina Sarrocco
  • 29 April 2026

L’impiego dei funghi del genere Trichoderma rappresenta oggi una delle pietre angolari dell’agricoltura sostenibile, grazie alla loro straordinaria capacità di agire come agenti di controllo biologico delle fitopatie e promotori della crescita delle piante. Tuttavia, la crescente diffusione di questi organismi, che comporta il rilascio intenzionale e massivo di spore negli agroecosistemi, solleva interrogativi urgenti sulla loro biosicurezza. Un recente studio di fenogenomica pubblicato sulla rivista Nature Microbiology, di cui vengono qui riassunti i tratti salienti, offre una nuova prospettiva per conciliare l’efficacia agronomica con la tutela dell’ambiente e della salute.
Per comprendere appieno le potenzialità e i rischi di questi funghi, è necessario guardare alla loro storia evolutiva: contrariamente alla visione comune che li considera organismi prettamente ad habitat tellurico, la ricerca dimostra che il genere ha un’origine monofiletica antica, risalente al Tardo Cretaceo. Questo genere si è evoluto in stretta simbiosi con le prime foreste pluviali di angiosperme, adattandosi a nicchie arboree come le chiome tropicali, dove ha sviluppato tratti fondamentali quali la pigmentazione verde delle spore per la protezione dai raggi UV e la capacità di germinare rapidamente in presenza di acqua. Questa eredità "silvestre" spiega la grande plasticità ecofisiologica degli isolati appartenenti a questo genere, che permette loro di occupare oggi habitat estremamente diversi, dal suolo agrario alle radici delle piante come endofiti.
Attraverso l’utilizzo di tecniche avanzate di machine learning, lo studio ha integrato i dati genomici di 37 ceppi con l’analisi di oltre 140 tratti fenotipici, rivelando come la diversificazione del genere sia stata guidata da strategie di sopravvivenza differenti. Alcune specie seguono una strategia di tipo "r", caratterizzata da una produzione massiccia di spore ideale per colonizzare rapidamente ambienti instabili, mentre altre adottano una strategia "K", investendo maggiormente nella competizione territoriale tramite il micelio. Proprio questa diversità di fitness ecologica è alla base delle preoccupazioni di biosicurezza: l’analisi evidenzia infatti che alcune specie di largo uso commerciale mostrano un opportunismo preoccupante.
Il caso più emblematico è rappresentato da Trichoderma afroharzianum, recentemente associato a gravi episodi di marciume nel mais e per questo inserito nella lista di allerta dell’EPPO. Allo stesso modo, specie come Trichoderma longibrachiatum sono state identificate come patogeni opportunisti nell’uomo, suggerendo che la selezione dei ceppi agronomici non possa più basarsi esclusivamente sugli effetti benefici che questi possono manifestare a favore delle piante. Il lavoro propone quindi un quadro di riferimento scientifico per la biosicurezza che integri la corretta identificazione tassonomica con la profilazione della fitness ambientale e dei record di patogenicità.
In conclusione, la transizione verso sistemi colturali a basso impatto chimico richiede che l'innovazione microbiologica sia guidata da una profonda conoscenza dell'ecologia evolutiva degli organismi impiegati. Solo attraverso una selezione rigorosa, che privilegi ceppi con limitati o nulli rischi per la biosicurezza, sarà possibile garantire che l'uso dei Trichoderma rimanga uno strumento sicuro per proteggere la biodiversità e la produttività agricola, evitando l’insorgenza di nuovi rischi fitosanitari e sanitari.

Per approfondimenti: Steindorff, A.S., Cai, F.M., Ding, M. et al. Phenogenomics reveals the ecology and evolution of Trichoderma fungi for sustainable agriculture. Nat Microbiol 11, 815–831 (2026). https://doi.org/10.1038/s41564-026-02260-3