La crisi del latte

di Roberto Pretolani
  • 25 February 2026

Negli ultimi sei mesi si è manifestata, quasi all’improvviso, una fortissima crisi nel mercato del latte bovino. Basti pensare che a luglio 2025 il prezzo medio del latte spot quotato dalla camera di commercio di Milano-Lodi era pari a 68,30 euro per 100 litri, mentre a gennaio 2026 si è più che dimezzato, quotando in media 28,78 euro, e il 23 febbraio è sceso a 23,20 euro per 100 litri, il valore più basso dalla fine delle quote.
Le forti oscillazioni del prezzo spot non costituiscono una novità, dato che esso indica il valore del prodotto venduto al di fuori dei contratti tra produttori e industria di trasformazione, generalmente basati sull’accordo interprofessionale. Rispetto alle consegne totali i quantitativi di latte spot sono modesti, ma il suo prezzo dipende anche da quello del latte pastorizzato in cisterna importato principalmente da Germania e Francia (quasi 900 mila tonnellate nel 2024).
I quantitativi complessivi di latte spot rappresentano, probabilmente, più del 10% del latte trasformato e, inevitabilmente, il calo dei prezzi si ripercuote su tutta la produzione: nell’accordo interprofessionale per il periodo gennaio-marzo 2026 è stato fissato un prezzo calante sino a 52 euro per 100 litri, inferiore del 13% rispetto a quello in vigore sino ad agosto 2025.
La crisi sembra dipendere da molti fattori che hanno agito in contemporanea:
l’elevato livello dei prezzi, sino a metà 2025, ha spinto gli allevatori europei ad incrementare la produzione, circa del 4% nel secondo semestre 2025 rispetto al secondo 2024;
vi sono stati incrementi produttivi anche negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, nel Regno Unito;
le eccedenze produttive hanno stimolato le esportazioni di burro e latte scremato in polvere;
la svalutazione del dollaro ha reso meno care le importazioni nell’area euro e più care le esportazioni verso i paesi extra-UE;
la fissazione dei dazi, sia pure con livelli altalenanti, ha ridotto del 5% le importazioni di formaggi negli USA.

Nella seconda metà dell’anno i prezzi all’ingrosso italiani, europei e mondiali dei prodotti lattiero-caseari sono calati repentinamente, con forti ribassi per il burro, il latte scremato in polvere e alcuni formaggi: nel nostro paese i prezzi del burro sono scesi in media del 50% negli ultimi 12 mesi e quelli del Grana Padano del 10%, mentre incrementi vi sono stati per il Parmigiano Reggiano e quasi tutti gli altri formaggi.
A dicembre 2025 l’indice dei prezzi lattiero-caseari alla produzione industriale è calato del 6% rispetto a dicembre 2024, mentre l’indice dei prezzi al consumo di latte e derivati è cresciuto nello stesso periodo del 4,4%. Le diverse dinamiche sono dovute allo sfasamento temporale di alcuni mesi tra le variazioni dei prezzi all’ingrosso e al consumo; nei prossimi mesi i prezzi al consumo dovrebbero mantenersi stabili, permettendo il recupero dei margini distributivi compressi nel corso del 2024.
L’incremento di redditività avvenuto tra metà 2023 e metà 2025, derivante da costi in lieve calo e prezzi in forte crescita, ha stimolato gli allevatori a incrementare il numero di capi e le rese produttive, provocando un eccesso di offerta.
Nel nostro paese questo fenomeno si inserisce in una dinamica di lungo periodo: nell’ultimo decennio, dopo la fine delle quote, la produzione italiana è cresciuta del 20%, a fronte di un aumento comunitario dell’8% scarso. Tuttavia la produzione nazionale non copre ancora il fabbisogno: oggi il tasso di autoapprovvigionamento è pari al 95%, ma nel 2015 era al 75%. Nel corso dell’ultimo decennio le importazioni di latte e derivati sono rimaste stazionarie (tra 7 e 8 milioni di tonnellate in equivalente latte) mentre sono fortemente incrementate le esportazioni (da 2,5 a oltre 7 milioni di tonnellate). La maggiore apertura commerciale ha certamente giovato alla nostra filiera ma la rende maggiormente esposta alle crisi internazionali, come quella degli ultimi mesi. Si ricorda, peraltro, che la bilancia commerciale dei prodotti lattiero-caseari è negativa in quantità ma positiva in valore, nel 2024 per oltre un miliardo di euro.
Le prospettive sono diverse se considerate nel breve e nel medio periodo: nei prossimi mesi i prezzi spot dovrebbero rimanere su livelli bassi, anche se progressivamente crescenti. L’offerta di latte dovrebbe, infatti, ridursi a causa della macellazione degli animali meno produttivi mentre la domanda estera potrebbe essere stimolata dal basso livello dei prezzi.
Alcune misure di politica comunitaria potrebbero contribuire ad accelerare il ritorno del mercato all’equilibrio: a fine gennaio si è riunito il tavolo latte presso il Ministero e al termine dei lavori sono state proposte misure da attuare a livello UE, quali l’attivazione di un programma europeo di finanziamenti per la riduzione volontaria della produzione di latte e di aiuti per l’ammasso privato per i derivati. Le proposte italiane sono state presentate, assieme a quelle di altri paesi membri, nel corso della riunione del 26 gennaio del consiglio dei ministri dell’agricoltura (Agrifish) a Bruxelles. Non è stata presa alcuna decisione e l’argomento non è stato affrontato nella riunione del 23 febbraio. Ancora una volta si deve, quindi, constatare come i tempi di reazione a livello comunitario siano troppo lenti e complicati da meccanismi decisionali che necessitano di troppi passaggi burocratici.
A livello nazionale saranno estesi al 2026 strumenti di stimolo della domanda interna, quali latte nelle scuole e acquisto di formaggi per il fondo indigenti.
Le prospettive nel medio/lungo periodo appaiono, invece, positive per il nostro Paese, legate alla reputazione dei nostri prodotti di qualità e al riconoscimento internazionale delle denominazioni di origine incluso nei nuovi recenti trattati commerciali. Come tutte le crisi, anche quella attuale può costituire un’opportunità per riposizionare l’offerta e per migliorare l’efficienza della filiera.