Eccesso di vigoria, problema maggiore dei vigneti moderni

di Silviero Pachioli

La qualità del vino è fortemente condizionata dalla vigoria della vite. È necessario definire con esattezza quale debba essere l’andamento dello sviluppo della pianta in funzione del vitigno, dell’obbiettivo di resa, del tipo di vino e della zona di produzione.
Il progresso tecnologico nella moderna viticoltura ha inevitabilmente comportato come conseguenza, spesso imprevista, un eccesso di vigoria vegetativa responsabile di una somma di negatività sia a livello di qualità delle produzioni che di longevità del vigneto e di costi di coltivazione.
Allo stesso tempo, il cambiamento climatico, con aumento di temperatura e della concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera, sta modificando l’areale di coltivazione della vite, la qualità dei vini e l’equilibrio ecofisiologico dell’agroecosistema vigneto.
L’eccesso di vigoria, da non confondere con un rendimento eccessivo, si manifesta essenzialmente con un detrimento nella sintesi di sostanze “nobili” responsabili della qualità (aromi, polifenoli non ossidabili, tannini non aggressivi, sali minerali, ecc.). A vigoria elevata corrisponde sempre un deprezzamento qualitativo, anche quando si ha l’illusione (o si vuol illudere) di risolvere tutte le problematiche con le tecnologie enologiche moderne.
Naturalmente, anche un accrescimento stentato comporta problemi, con viti indebolite e compromesse nella longevità; i vini risulteranno caratterizzati da aromi e sapori anomali e sgradevoli. Due le possibili spiegazioni: 1) la produzione subisce un calo repentino per problematiche diverse (di natura biotica e/o abiotica); 2) la quantità di grappoli è rilevante rispetto alla massa fogliare che, di conseguenza, è insufficiente per una regolare attività fotosintetica.
Tanti sono i fattori alla base della vigoria eccessiva di una pianta: genetici, trofici, ormonali e colturali; molti, tuttavia, restano sconosciuti.
Una prima serie di elementi riguarda il materiale vegetale, con particolar riferimento ai portinnesti e ai cloni.
Kober 5 BB, SO4, 140 R, 1103 P, ecc. sono tutti portinnesti che in condizioni pedoclimatiche ottimali esprimono grande vigoria; la problematica si accentua ulteriormente se si combinano varietà e portinnesti entrambi vigorosi.
La selezione clonale, resasi necessaria anche per ridurre la gravità di alcune malattie virali, ha messo a disposizione piante risanate, quindi più omogenee e vigorose.
Una seconda serie di fattori concerne le tecniche colturali, quali la densità di impianto, la fertilizzazione, la preparazione del suolo pre-impianto, l’irrigazione, la protezione fitosanitaria, la gestione del suolo (inerbimento, lavorazioni, diserbo), la gestione della chioma (potatura secca, operazioni al verde, ecc.), ecc.
È necessario ricordare che l’eccesso di vigoria predispone la pianta anche ad un aumento della suscettibilità all’attacco dei  patogeni ed a squilibri fisiologici: di preferenza vengono riforniti di sostanze nutritive gli apici vegetativi, mentre le infiorescenze e/o i grappoli ne vengono approvvigionati in misura non adeguata.
A seconda della varietà, dell’ambiente pedoclimatico, dell’annata e delle tecniche colturali si possono osservare fisiopatie complesse, quali il disseccamento del rachide, la formazione di tralci non lignificati (erbacei), il “berry shrivel” (=appassimento dell’acino) e, spesso, alla ripresa vegetativa lo “spring fever” (=febbre di primavera), la colatura e l’acinellatura.
In particolare, poi, piante troppo vigorose, oltre che vedere aumentata la sensibilità a peronospora, oidio, botrite, sono maggiormente soggette all’attacco di funghi del legno.
Una spiegazione potrebbe essere legata al fatto che l’eccessivo sviluppo vegetativo e l’eccesso di produzione distolgono sostanze di riserva necessarie ai processi di maturazione e indurimento dei tessuti della pianta, con ripercussioni negative sul potenziale di resistenza a stress biotici e abiotici.
Un elevato rapporto C/N (ossia basso livello di azoto) riduce il vigore e favorisce il metabolismo di sostanze implicate nei processi di difesa (es. polifenoli-fitoalessine); al contrario, un eccesso di azoto (rapporto C/N basso) aumenta il vigore e deprime la sintesi di metaboliti secondari. Le piante risultano più sensibili a condizioni ambientali avverse (es. gelate) e possono rallentare la ripresa vegetativa primaverile; inoltre, necessitano di potature più energiche con ingresso facilitato dei patogeni attraverso le ferite.
Piante eccessivamente vigorose non riescono a portare avanti con regolarità la lignificazione e la maturazione dei tralci (agostamento); un buon agostamento è premessa per una buona fruttificazione dell’anno successivo.
La tendenza moderna a forzare le viti già dal primo anno, abbinata a produzioni molto elevate, determina uno sviluppo disequilibrato della pianta, che si ritroverà con una chioma spropositata rispetto alle dimensioni dell’apparato radicale e del fusto.
In condizioni climatiche particolarmente avverse (elevate temperature, stress idrico, ecc.) la pianta eccessivamente vigorosa non sarà poi capace di modificare rapidamente l’apertura/chiusura stomatica in risposta a variazioni brusche di traspirazione.
La traspirazione eccessiva, non controbilanciata da assorbimento radicale di acqua (per scarso sviluppo delle radici e del fusto), comporta modifiche nel sistema vascolare della pianta. All’interno dei vasi legnosi si formano depressioni e, in casi estremi, vere e proprie cavitazioni (bolle di aria) che compromettono la funzionalità del vaso. La pianta cerca di reagire formando tille, che a loro volta causano nuove tensioni nei vasi vicini.
Tutto questo provoca appassimenti e, nello stesso tempo, il legno “debilitato” (per alterazione del sistema vascolare) è facile preda di patogeni di debolezza (funghi dell’esca).
Dalla pre-invaiatura in poi non vi devono essere apici vegetativi in accrescimento poiché ciò provocherebbe un ritardo di maturazione, caratteri erbacei delle uve, maggiore sensibilità alla siccità e alle fisio-fitopatie. In definitiva, la pianta deve “pensare” ad accumulare sostanze “nobili” nel grappolo.
Per concludere, è necessario prevedere nel medio-lungo periodo l’effetto delle nuove tecniche sul fattore vigoria e, di conseguenza, sulla qualità.
Una “ricetta” unica non esiste. Per non essere prettamente teorici su un argomento dove si scrive molto, ma si dettano poi poche norme pratiche, si possono dare i seguenti suggerimenti:
Innanzitutto è necessario tener conto delle caratteristiche intrinseche del vigneto, della zona di coltivazione, del sistema di allevamento prescelto, della densità di impianto, ecc.
Dalla fase di progettazione è utile porre particolare attenzione alla scelta del materiale vivaistico meglio adatto alle diverse zone. Negli ambienti fertili si devono impiegare portinnesti, vitigni e cloni deboli.
Il sesto di impianto sarà più ampio per vitigni vigorosi e in terreni fertili; al contrario, per varietà poco vigorose e su terreni dotati di sostanze nutritive.
Se nell’appezzamento esiste una certa variabilità di accrescimento, si correggeranno (concimazione, irrigazione, ecc.) solo le zone “svantaggiate”, evitando di intervenire sulla totalità.
I sistemi di allevamento incidono sulla vigoria in modo diverso. Sulle viti allevate a spalliera i tralci mostrano una crescita verticale verso l’alto; una tale condizione stimola la vigoria e va combinata giustamente con le altre pratiche agronomiche per evitare eccessivi lussureggiamenti.
Gli interventi di potatura devono essere adattati alle condizioni di vegetazione della vigna. Su vegetazione vigorosa (e/o vitigni vigorosi) si dovrebbe optare per un “taglio lungo” e i tralci in sovrannumero dovrebbero essere eliminati solo poco prima della fioritura.
Interventi di potatura verde precoci (sfogliatura, cimature, scacchiature, ecc.) stimolano l’accrescimento delle piante per una sorta di compensazione vegetativa. Sfogliature in fioritura riducono la vigoria e rendono il grappolo più spargolo.
L’accrescimento viene influenzato in maniera determinante dalle operazioni agronomiche effettuate sul terreno; le lavorazioni del sottofilare e/o interfilare e il diserbo stimolano la vigoria, mentre l’inerbimento agisce con effetto “deterrente”. Interventi intensivi hanno azione più energica rispetto a lavorazioni saltuarie.
L’allontanamento dei residui di potatura e/o di gestione del cotico erboso rallentano l’accrescimento (si limita la mineralizzazione della sostanza organica).
Nei vigneti molto vigorosi e disequilibrati è possibile ridurre e/o annullare per alcuni anni la concimazione azotata nel terreno, optando magari per interventi fogliari di soccorso. È bene ricordare che l’irrigazione amplifica gli effetti dell’azoto.
L’irrigazione, quando necessaria, deve essere mirata e possibilmente effettuata con sistemi a microportata (es. goccia) oppure con tecniche di irrigazione deficitaria, quali la PRD (Partial Root-zone Drying), la RDI (Regulated Deficit Irrigation) e la DI (Deficit Irrigation).
La carica produttiva influenza la vigoria della pianta. Se questa è molto abbondante, si ha un rallentamento della crescita, che invece viene esaltata nel caso opposto. Se ne deduce che le viti a scarsa vigoria devono essere diradate già prima della fase di inizio maturazione; su quelle a forte vigore si deve invece intervenire più tardi. Il diradamento, se effettuato su viti che non presentano una grossa carica di uva, comporta per effetto compensativo uno sbilanciamento verso un eccesso di vigoria (maggiore fertilità dei germogli) perché costrette a produrre al di sotto delle naturali potenzialità.
Per completezza è necessario ricordare che nei prossimi anni, anche a seguito del particolare andamento climatico e del cambiamento dei gusti dei consumatori (ricerca di vini non particolarmente alcolici ma freschi, fruttati, ecc.), anche l’argomento vigoria deve essere “rivisto”, maggiormente analizzato e adattato alle nuove esigenze e alle nuove tipologie di prodotto richieste dai consumatori. Si tratterà allora di saper gestire bene la “spinta vegetativa “della vite, che dovrà essere esaltata e/o contenuta a seconda degli obiettivi viti-enologici prefissati.
L’autoregolazione si raggiunge in tempi più o meno lunghi nei diversi areali: in alcuni casi è praticamente naturale, mentre in altri è molto più complesso e richiede tempi più lunghi. È determinante sempre il rapporto massa fogliare/carica di grappoli che deve essere equilibrato e rispondente all’obiettivo di produzione.