I cambiamenti climatici in atto, caratterizzati da un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi pluviometrici estremi, stanno mettendo in evidenza la crescente fragilità idrologica delle aree urbane. Fenomeni come alluvioni improvvise, allagamenti diffusi e crisi dei sistemi di drenaggio sono manifestazioni ricorrenti di un modello di sviluppo che ha progressivamente separato la città dall’acqua e dal suolo. In questo contesto, il concetto di città spugna si propone come un paradigma innovativo di pianificazione urbana, capace di restituire spazio, tempo e funzione ai processi idrologici naturali, riconoscendo nel suolo urbano una componente fondamentale della gestione dell’acqua.
La capacità di una città di assorbire, trattenere, infiltrare e rilasciare lentamente l’acqua piovana dipende in larga misura dalle caratteristiche idrologiche dei suoi suoli quali la permeabilità, la capacità di immagazzinamento idrico, la continuità dei percorsi di infiltrazione, lo stato di compattazione e la connessione con gli strati più profondi del sottosuolo. In assenza di una conoscenza puntuale di queste caratteristiche, qualunque intervento finalizzato ad aumentare la “spugnosità” urbana rischia di essere inefficace o di produrre risultati inferiori alle attese.
Con l’espansione urbana, l’idrologia naturale del territorio subisce trasformazioni profonde. La progressiva sigillazione dei suoli riduce drasticamente l’infiltrazione e l’evapotraspirazione, mentre aumenta il deflusso superficiale e la rapidità di concentrazione delle portate idriche. Ne derivano l’abbassamento della falda freatica, la riduzione dei flussi idrici sotterranei e un incremento del rischio di alluvione, soprattutto in occasione di eventi pluviometrici intensi. In Italia, dove il consumo di suolo urbano continua a rappresentare una criticità rilevante e molte città si sono sviluppate in contesti di pianura alluvionale o lungo corsi d’acqua, queste dinamiche assumono una particolare importanza. Per lungo tempo, la gestione delle acque meteoriche è stata affidata prevalentemente a infrastrutture grigie, concepite per allontanare rapidamente l’acqua dalla città, piuttosto che per trattenerla e valorizzarla come risorsa.
Il modello di città spugna si propone di superare questo approccio, trasformando l’ambiente urbano in un sistema capace di assorbire l’acqua quando è disponibile in eccesso, trattenerla temporaneamente, filtrarla e restituirla gradualmente all’ambiente, alle falde e ai cicli di riuso. Tale visione si concretizza attraverso l’adozione di soluzioni basate sulla natura, quali giardini pluviali, tetti verdi, pavimentazioni permeabili, aree di infiltrazione e sistemi di drenaggio urbano sostenibile. È però fondamentale sottolineare che l’efficacia di queste soluzioni non è garantita dalla loro sola applicazione formale, ma dipende in modo cruciale dalla coerenza con le caratteristiche idrologiche dei suoli su cui vengono realizzate e dalla loro integrazione nel contesto urbano.
I suoli urbani sono infatti estremamente eterogenei per origine, struttura e funzionamento idrologico. Strati compattati, materiali di riporto e discontinuità verticali condizionano fortemente la capacità di infiltrazione, di ritenzione idrica e di permeabilità ai flussi idrici, rendendo indispensabile una conoscenza pedologica e idrologica approfondita prima di pianificare gli interventi. Alcune amministrazioni italiane hanno iniziato a tradurre questa consapevolezza in pratiche urbanistiche. A Brescia sono stati fissati valori minimi di estensione del verde urbano permeabile, differenziati tra centro storico e aree residenziali; Padova ha introdotto soglie di permeabilità superficiale variabili in funzione delle destinazioni d’uso del suolo; Parma ha definito requisiti specifici per giardini privati e superfici commerciali. Queste esperienze dimostrano come la gestione della permeabilità urbana possa diventare uno strumento concreto di riduzione del rischio idraulico, se fondata su criteri legati alle proprietà dei suoli.
Un ulteriore aspetto spesso trascurato riguarda il volume di suolo effettivamente disponibile per la vegetazione. Alberi e aree verdi svolgono una funzione idrologica significativa solo se possono sviluppare apparati radicali adeguati, in suoli non eccessivamente compattati e con sufficiente capacità di ritenzione idrica. La forte variabilità dei suoli urbani rende quindi necessaria una pianificazione attenta della localizzazione del verde: suoli più fertili e con maggiore capacità idrica risultano più adatti a funzioni agroecologiche, come gli orti urbani, mentre suoli con buone caratteristiche drenanti possono essere destinati alle infrastrutture verdi e blu orientate alla gestione delle acque meteoriche. In assenza di questa attenzione al suolo, il verde urbano rischia di essere ridotto a elemento prevalentemente estetico, perdendo gran parte del suo potenziale funzionale.
In questa prospettiva, la realizzazione della città spugna richiede alcune priorità chiare. Anzitutto conoscere la natura dei suoli urbani e le loro caratteristiche idrologiche prima di pianificare gli interventi, evitando soluzioni standardizzate e scollegate dal contesto pedologico. È altrettanto essenziale preservare i suoli drenanti ancora presenti nelle città, riconoscendoli come una risorsa strategica e non rinnovabile. I nuovi insediamenti dovrebbero privilegiare il riuso delle aree già sigillate, riducendo al minimo ulteriori impermeabilizzazioni e adottando, ove possibile, coperture drenanti. Laddove la sigillazione sia già avvenuta, diventa prioritario compensare attraverso interventi di de-sigillazione e di incremento della capacità di drenaggio dei suoli urbani. Infine, una città realmente “spugna” non può prescindere dalla gestione delle acque sottosuperficiali, troppo spesso trascurate, ma fondamentali per la ricarica delle falde e per l’equilibrio idrologico complessivo.
L’adozione del modello di città spugna non rappresenta dunque soltanto una scelta tecnica, ma un cambiamento culturale nel modo di concepire il progetto urbano. Significa riconoscere il suolo come infrastruttura ecologica fondamentale, dotata di funzioni idrologiche, biologiche e climatiche, e integrarlo stabilmente nei processi decisionali e negli strumenti di pianificazione. Restituire spazio all’acqua significa, in ultima analisi, restituire valore alla conoscenza del suolo e orientare lo sviluppo urbano verso una maggiore resilienza, sostenibilità e qualità della vita, trasformando l’acqua da problema da allontanare a risorsa da comprendere e governare.