Dialoghi sull’ Agroindustria - “Dai fitoterapici ai nutraceutici: il formidabile contributo delle piante al benessere e alla salute dell’uomo”

Dialogo con Antonella Leone, già docente di Genetica e Miglioramento genetico – Dipartimento di Farmacia- Università degli Studi di Salerno.

di Paolo Ranalli e Antonella Leone
  • 13 May 2026

Ranalli: L'uso delle piante medicinali rappresenta un ponte affascinante tra la saggezza millenaria e l'innovazione tecnologica. Oggi, questo settore non è solo una nicchia per il comparto erboristico, ma anche per quello più ampio agro-industriale. La produzione di materia prima vegetale sia per i prodotti erboristici sia per quelli più specificamente destinati all’industria farmaceutica richiede competenze agronomiche specifiche, conoscenze biochimiche e strategie commerciali mirate. Il mercato delle erbe medicinali è in costante crescita, e la fitoterapia è spesso preferita per trattamenti prolungati, poiché, se usata correttamente, può avere un profilo di tollerabilità migliore rispetto ad alcuni farmaci di sintesi. Che ne pensi?

Leone: Senza ombra di dubbio! Il settore dei prodotti erboristici, nutraceutici e fitoterapici è in forte espansione a livello mondiale e per l’Italia rappresenta oltre un quarto del mercato europeo con un valore che ha raggiunto i 5,2 miliardi nel 2024 e una previsione di ulteriore aumento, fino a 7-8 miliardi nel 2030. Questo ha un impatto enorme per il settore agricolo italiano che, come sappiamo, sta vivendo una forte crisi per la scarsa competitività nei mercati globali. L’interesse per le piante medicinali e, più in generale, per le piante come fonte di principi bioattivi per la prevenzione e, eventualmente, per la cura di malattie croniche e degenerative, è sostenuto proprio dalla loro grande accettazione da parte degli utenti, perché ritenute, oltre che efficaci, soprattutto prive o con scarsi effetti collaterali, rispetto ai farmaci di sintesi, proprio come accennavi. Ovviamente, questo non è sempre vero. I principi attivi che esse contengono svolgono sull’organismo un’azione biologica e possono essere associati, quindi, ad effetti indesiderati, quali reazioni avverse, ma anche possibili effetti collaterali dovuti alla concomitante assunzione di un farmaco di sintesi ed un rimedio erboristico. Ad esempio, rimedi a base di Ginkgo biloba possono interferire con la funzionalità piastrinica, potenziando l'azione di anticoagulanti, come il warfarin, o di antiaggreganti, come l'aspirina. Persino la camomilla, che tutti riteniamo innocua, contenendo cumarine, può aumentare l'effetto anticoagulante di altri farmaci di sintesi, innalzando il rischio di emorragie.
Senza alimentare un falso allarmismo, l’espansione del mercato e l’uso da parte di una vasta fascia di popolazione di rimedi di origine vegetale hanno posto alla comunità scientifica, in modo inderogabile, il problema della loro sicurezza d’uso e della necessità, per la loro commercializzazione, di una chiara regolamentazione legislativa, che è abbastanza complessa e, in alcuni casi, poca chiara.
C’è da dire che la biodiversità chimica delle molecole di origine vegetale e i loro potenziali effetti farmacologici sul benessere e la salute dell’uomo sono stati solo parzialmente studiati. È come scoperchiare un vaso di Pandora, la cui ricchezza è solo in parte analizzata, studiata e applicata. Gli enormi progressi tecnologici nell’ambito delle scienze di base (genomica, trascrittomica, epigenetica e altre) sono e saranno sicuramente un volano per accelerare le ricerche volte a stabilire in maniera scientifica i target, i meccanismi di azione, le interferenze con altre molecole di origine vegetale o farmaci.
Qual è il caveat di questa incredibile potenzialità delle piante come fonte di molecole bioattive e per un’ulteriore espansione del loro uso? Le piante sono chimici “smart” in termini di diversità e complessità chimica dei principi attivi, ma ne sintetizzano solo piccole quantità (in media 1-2% del peso secco), con costi elevati per la loro estrazione e purificazione. E qui entra in gioco il ruolo importante che il settore produttivo di materia prima vegetale ha per l’industria farmaceutica o erboristica, ma anche fitocosmetica (altro settore in forte espansione), sia basato su tecniche tradizionali (coltivazione in pieno campo o in ambiente protetto), sia utilizzando sistemi biotecnologici, sempre garantendo qualità, sicurezza di uso e verifica della loro efficacia.

Ranalli: Nel rapporto alimenti-salute spesso si confondono i termini di “nutraceutici”, “integratori” e “fitoterapici”, che hanno invece profili molto diversi dal punto di vista normativo, scientifico e terapeutico. Puoi elucidare queste tipologie di prodotti che ricorrono frequentemente nel linguaggio comune?

Leone: È proprio così. La confusione è dilagante e non contribuisce al loro corretto uso. Partiamo dai fitoterapici. Da un punto di vista legislativo, il Ministero della Salute li definisce “tutti quei medicinali che contengono come sostanze attive esclusivamente una o più sostanze vegetali o una o più preparazioni vegetali, oppure una o più sostanze vegetali in associazione a una o più preparazioni vegetali” (Direttiva 2001/83/CE e successive modifiche, recepita in Italia con D.Lgs. 219/2006). Questi medicinali sono stati ufficialmente approvati dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), che ne ha verificato la qualità, efficacia e sicurezza. Sono venduti esclusivamente nelle farmacie, alcuni dietro presentazione di ricetta medica ed altri come medicinali senza obbligo di prescrizione o “medicinali da banco”. Pertanto, i fitoterapici sono considerati medicinali a tutti gli effetti.
Invece, i prodotti erboristici sono formulazioni a base di piante, loro parti e derivati, senza aggiunta di prodotti di sintesi o semisintesi e per questo possono essere definiti “naturali”, in grado di manifestare effetti benefici e salutari sulle funzioni dell'organismo, ma non possono vantare proprietà farmacologiche.
Altra categoria sono gli integratori alimentari, definiti come “prodotti alimentari destinati a integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico”. Ad esempio, ma non in via esclusiva, si tratta di monocomposti o pluricomposti, in forme predosate, quali amminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale. Nella pubblicità e nella presentazione commerciale non devono essere attribuite al prodotto proprietà di prevenzione, cura o guarigione di alcun tipo di malattia e non si deve lasciare intendere che il loro uso sia privo di effetti avversi.
Per la loro commercializzazione, sia i prodotti erboristici sia gli integratori alimentari non seguono il percorso tipico dei farmaci tradizionali, che richiedono anni di studi clinici prima di raggiungere l’autorizzazione per l’uso nell’uomo. Ai fini della loro vendita è richiesta solo una notifica al Ministero della Salute, con la documentazione relativa alla materia prima, al processo di preparazione, all’uso tradizionale e alla storia del consumo, alla sicurezza del prodotto nelle modalità d’uso raccomandate, alle possibili interazioni con altri componenti del prodotto, della dieta o con farmaci (senza tuttavia fornire dati di studi al riguardo, ma solo in base ai dati disponibili nella letteratura scientifica).
Passiamo, infine, ai nutraceutici. È noto che si tratta di una parola ibrida derivante della fusione di nutrizione e farmaceutico, coniata nel 1989 dal nutrizionista e biochimico statunitense Stephen De Felice, per indicare un alimento, o parte di un alimento, che ha una funzione benefica sulla salute umana, inclusi la prevenzione e il trattamento di una malattia.
Come vedi, non è facile orientarsi per il consumatore in questo panorama così diversificato di prodotti, che hanno in comune la materia vegetale, anche perché non sempre i medici (soprattutto quelli di base) hanno le competenze adeguate a un corretto supporto ai loro pazienti.
Permettimi una chiosa, a riguardo dei nutraceutici. Ippocrate più di duemila anni fa esortava “Che il cibo sia la tua medicina”. Una corretta ed equilibrata alimentazione è il fondamento della dieta mediterranea ed è alla base della longevità della nostra popolazione, nella classifica mondiale ai primi posti per aspettativa di vita e per numero di ultracentenari. Stiamo parlando di principi attivi presenti nei nostri alimenti, a bassissime concentrazioni, come tutti i metaboliti secondari, che però esplicano un’azione preventiva primaria, per mantenere la salute e prevenire l'insorgenza di altre patologie più gravi. Questi composti bioattivi, derivati principalmente da piante, alimenti, ma anche fonti microbiche, hanno un'azione mirata su specifiche funzioni fisiologiche, favorendo uno stile di vita sano prima che sia necessario un intervento farmacologico. Molti studi hanno dimostrato la loro efficacia contro rischi cardiovascolari, invecchiamento cellulare e disturbi cognitivi. Tuttavia, bisogna evidenziare che una corretta ed equilibrata alimentazione, ricca in alimenti di origine vegetale presenti in maniera variegata, è associata a un aumento della longevità, anche se la qualità di vita nella popolazione anziana non è delle migliori. L’aspettativa di vita in Italia è intorno agli 84 anni (le donne leggermente più longeve), ma ben 25 anni si trascorrono con malattie croniche e disabilità, come recentemente pubblicato nel “Libro Bianco sulla cronicità e la non autosufficienza”, da Harari e Paleari (2026).  Potranno avere le piante e i loro strabilianti principi attivi un ruolo non solo nella prevenzione, ma anche nella riduzione di queste patologie associate all’invecchiamento quali, ad esempio, malattie croniche o disturbi cognitivi?  Direi di sì, se la ricerca in questo campo sarà finanziata sia grazie ad interventi pubblici (in maniera continua e non a singhiozzo come avviene, ahimè, in Italia), che dai privati. 

Ranalli: Scegliere cosa coltivare per l'industria farmaceutica non è solo una decisione agronomica, ma una vera e propria scelta di mercato. L'industria non cerca "piante", cerca molecole! L’imprenditore agricolo che decide di orientarsi in questo settore deve indirizzarsi verso le Grandi Commodity (lavanda, menta, camomilla, cardo mariano, ecc.) oppure su specie di nicchia (Zafferano, Arnica montana, Passiflora, ecc.)?

Leone: Ti rispondo molto semplicemente e brevemente.  La scelta della specie da coltivare e su cui investire da parte di un agricoltore dipende dalla domanda del mercato italiano, ma anche estero, perché no. Sicuramente le piante autoctone di nicchia che hanno una domanda di mercato ben definita, ma perché escludere le grandi commodity? Ti faccio un esempio, forse poco appropriato ma che rende l’idea. La produzione di basilico (che è anche una pianta di interesse officinale), trainata dal successo del pesto nel mondo, è aumentata in Italia di oltre 2,5 volte nell’arco di 15 anni e ha superato gli 86mila quintali (fonte Sole 24 ore). È fondamentale il ruolo che i diversi Ministeri competenti (MASAF, MIMIT ed altri) possono svolgere nella promozione di un piano di sviluppo e di concertazione tra settore agricolo e mondo industriale. Non hai accennato, poi, alla possibilità di coltivare piante medicinali esotiche, che spesso producono molecole rare di grande interesse per l’industria farmaceutica. Questo richiede un’analisi e una sperimentazione preliminare sulla capacità di adattamento di queste piante, che sono piuttosto bizzarre per esigenze pedo-climatiche, prima di intraprendere una decisione di cambio colturale.

Ranalli: L'Italia è il principale polo farmaceutico dell'Unione Europea per valore della produzione. Tuttavia, per i prodotti erboristici, fitoterapici o altri di origine vegetale importiamo ancora circa il 70-80% del fabbisogno di materia prima (Est Europa, Cina e India). La struttura frammentata dell'agricoltura italiana, storico punto debole per le grandi commodity (grano, mais), in particolare le aziende di montagna, possono diventare un punto di forza strategico nel settore delle piante per uso farmaceutico? Inoltre, le strategie di un’azienda agraria devono orientarsi a produrre materia prima certificata (“erbe sfuse”) da vendere alle industrie farmaceutiche oppure a ottenere direttamente un fitoterapico, che garantirebbe un salto enorme di valore aggiunto, ma anche di complessità. Tu sei impegnata da tempo, e con successo, in ricerche in questo settore, qual è la situazione in Italia?

Leone: Potenziare e diversificare la produzione agricola italiana attraverso la coltivazione di piante medicinali come materia prima da conferire alle industrie farmaceutiche potrebbe dare un impulso significativo alle piccole e medie aziende localizzate nelle cosiddette Aree Interne. Queste hanno un ruolo fondamentale nella Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), che ha l’obiettivo di favorire lo sviluppo locale per contrastare lo spopolamento di queste zone, anche potenziando la filiera agricola e forestale. Finanziamenti pubblici sono disponibili per lo sviluppo rurale di queste zone: giovani imprenditori, agronomi con nuove competenze e agricoltori avveduti hanno un ruolo essenziale per inserire le piante medicinali (sia autoctone che aliene) negli ordinamenti colturali. C’è da evidenziare anche che le difficili condizioni pedo-climatiche di queste aree (mancanza di acqua per l’irrigazione o scarsa piovosità, temperature non ottimali, suoli non appropriati) sono sicuramente poco idonee alle colture tradizionali con elevate esigenze colturali. Ebbene, proprio queste condizioni colturali sub-ottimali possono potenziare nelle piante medicinali la sintesi di composti bioattivi (flavonoidi, alcaloidi, e altri) per difendersi dai danni provocati dagli stress ambientali e biotici.  Si tratta, ovviamente, di stabilire precisi accordi con le industrie farmaceutiche ed erboristiche del territorio che garantiscano il ritiro del prodotto. Nel contratto di coltivazione devono essere altresì specificate le specie da coltivare, i protocolli di produzione, gli standard qualitativi e il prezzo.
In contesti più avanzati, le piante sono coltivate in condizioni controllate (le vertical farms oppure serre ad elevata automazione) o facendo ricorso a sistemi di colture in vitro, come per i vaccini o gli anticorpi monoclonali prodotti in piante. Per intenderci, si tratterebbe di garantire all’industria farmaceutica soprattutto un approvvigionamento costante e standardizzato di biomassa, prodotta con regole GMP (Good Manufacturing Practices) o anche di principi attivi già purificati. Ad esempio, citando un caso ultra-noto, la produzione di tassolo (paclitaxel), un potente farmaco chemioterapico, è attualmente ottenuta per semi-sintesi a partire da un precursore (la 10-deacetilbaccatina III), purificato da colture cellulari vegetali, superando le limitazioni legate all'estrazione diretta dalla corteccia del tasso del Pacifico (Taxus brevifolia). Queste tecnologie, ormai mature, ovviamente richiedono investimenti maggiori, e possono avvantaggiarsi anche delle conoscenze scientifiche acquisite nel campo della biologia molecolare e dello sviluppo di nuove tecnologie genetiche.  L’obiettivo è spingere il flusso metabolico di una pianta (medicinale e non) verso la maggiore sintesi di una determinata molecola bioattiva, che è generalmente sintetizzata in quantità bassissime, rendendo il processo di produzione e purificazione standardizzato, e abbassando i costi per la sua estrazione. Come ben sai, per anni mi sono interessata di alcune molecole bioattive prodotte nelle radici di Salvia sclarea ad azione antitumorale. Senza entrare nei dettagli, è stato possibile capire in maniera dettagliata la via biosintetica di questi composti antitumorali, identificare i geni che codificano gli enzimi coinvolti e i regolatori (fattori di trascrizione) implicati nel controllo della loro sintesi. Il passo successivo è stato mettere a punto un sistema di colture di radici avventizie (hairy roots), in cui la via biosintetica di questi composti antitumorali è attivata. Come? Spegnendo geneticamente vie biosintetiche laterali competitive, aumentando la trascrizione di fattori di trascrizione che controllano questa specifica via biosintetica o, semplicemente, aumentando l’attività di enzimi limitanti. Sono moltissimi e sorprendenti i risultati ottenuti con questa stratega di ingegneria metabolica in numerose specie medicinali.  Ma si possono anche trattare cellule e tessuti vegetali o piante con elicitori naturali (metil-jasmonato, coronatina, acido salicilico ed altri), che mimano l’attacco di agenti biotici e la risposta di difesa, che a sua volta stimola una maggiore sintesi di un determinato principio bioattivo.