La prima metà degli anni 2000 sembra destinata a divenire il tempo delle crisi globali. Il conflitto che vede contrapposti gli Usa e Israele da un lato e l’Iran dall’altro, momento dopo momento appare di durata incerta, di esito insicuro e, soprattutto, in grado di provocare inattesi contraccolpi. Il complesso quadro geopolitico del Medio Oriente apre nuovi fronti e inserisce inaspettati elementi che sembrano porre le premesse per un’altra crisi globale che si aggiunge a quelle che si sono susseguite nei due decenni iniziali del secolo.
L’aspetto che più colpisce, almeno nella fase attuale, oltre all’intensità del conflitto armato, è l’apertura di una crisi energetica di proporzioni molto gravi per così dire collaterale rispetto a quella bellica. Paradossalmente la mossa iraniana di bloccare il transito navale nello stretto di Hormuz diventa per sé un’arma micidiale perché blocca circa il 20% del petrolio e il 30% del gas liquefatto prodotti nel mondo oltre ad un quarto dei fertilizzanti. Una mossa in apparenza semplice ma che rivela una delle intrinseche debolezze molto complesse dell’economia mondiale di cui spesso ci si dimentica e cioè l’esistenza di una serie di interdipendenze fra elementi chiave del sistema economico globale in apparenza minori, ma in realtà di grande impatto sull’ intera economia mondiale. È il caso di Hormuz, che rappresenta “solo” un vero e proprio collo di bottiglia nella grande mappa dei trasporti marittimi dei flussi dei prodotti energetici ma che è in grado di causare quella che può diventare, forse, la maggiore crisi energetica registrata nel tempo, con vaste ricadute sull’intera economia mondiale.
L’improvvisa carenza di petrolio e derivati e di gas ne ha fatto impennare i prezzi e ha causato in vaste aree del mondo interruzioni produttive e conseguente carenza di importanti prodotti. A ciò si è accompagnata un’inattesa impennata inflazionistica unita ad una non voluta riduzione di offerta di prodotti di ogni genere, con ciò ampliando la spinta inflazionistica stessa. Mentre sviluppiamo queste considerazioni non è ancora chiaro quale potrà essere l’esito finale di questo episodio né a quali cambiamenti possa portare nella grande scacchiera dell’economia mondiale per il complesso interagire di mosse e contromosse intese a frenare o a potenziare gli effetti della crisi, tenendo altresì conto di quanto avviene nei complessi equilibri di potere mondiali in una fase incontestabilmente animata dalla politica di potenza messa in atto dagli Usa di Trump.
Quanto avviene oggi, tuttavia, induce a svolgere alcune riflessioni su un futuro che, come vediamo, può essere anche domani mattina. Se consideriamo la situazione di molti settori produttivi strategici, in parte già colpiti dalla crisi innescata dalle politiche commerciali aggressive messe in atto da “The Donald” abbinata alla connessa politica di potenza Usa, come nel caso in questione, si deve tenere presente il rischio che analoghe crisi possano svilupparsi anche in altri settori strategici che negli anni dello sviluppo economico mosso dalla globalizzazione dei mercati ne hanno tratto profitto con un ampliamento degli scambi e una crescita delle interdipendenze. È questo il caso delle produzioni agricole/alimentari che hanno permesso di ridurre il numero di esseri umani colpiti dalla fame o da carestie e di ampliare i flussi di scambio di prodotti fondamentali e imprescindibili per la sopravvivenza stessa dell’umanità. Qualche avvisaglia di un temuto sviluppo di questo genere si è avuta ad esempio con il blocco dei porti del Mar Nero a causa del conflitto russo/ucraino ma anche nella situazione presente in seguito alla caduta dell’offerta di prodotti energetici necessari ai trasporti ed alla produzione agroalimentare, ad esempio, a causa del blocco dei traffici commerciali di derrate alimentari o all’aumento dei prezzi all’origine per i mezzi di produzione e quindi dei costi.
Una riflessione seria e sistemica su questi scenari e sulla vulnerabilità del sistema produttivo di prodotti come gli alimenti si impone con urgenza. La funesta combinazione dell’impennata dei prezzi dei mezzi di produzione, della salita di quelli di vendita, dell’indisponibilità di prodotto può condurre alla prossima crisi mondiale recando con sé l’amaro e in apparenza anacronistico ricordo di quelle che furono le grandi carestie del passato.
La vulnerabilità dei sistemi di produzione e di scambio di prodotti strategici come gli alimenti solleva problemi che a lungo sono stati accantonati perché si dava per scontato che l’agricoltura mondiale avrebbe continuato ad incrementare produzione e offerta di cibo in costante crescita quantitativa e miglioramento qualitativo contribuendo nello stesso tempo al miglioramento dell’ambiente.
Ora siamo di fronte ad un possibile brusco risveglio. È necessario prenderne atto e predisporre opportune strategie che pongano in sicurezza la produzione del settore primario. Se anche tutto ciò può apparire di minore urgenza a fronte dei conflitti in atto, non dobbiamo escludere che al contrario possa esserne coinvolto, e in parte lo è già, nella carenza di petrolio ed energia, nella risalita dell’inflazione, nella riduzione sia di offerta sia di disponibilità di prodotti fondamentali per la vita umana.
Almeno all’interno dell’Ue è necessario tenere conto di questa realtà nel momento in cui si pone mano alla futura Pac con fatica e con il bilancino della spesa. Attendere la prossima crisi globale che potrebbe essere quella alimentare per farlo, può essere troppo tardi.