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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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08 febbraio 2017

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Un mondo senza pesto genovese?

La peronospora del basilico minaccia la produzione di uno degli ingredienti fondamentali del più famoso condimento per pasta. E non solo…

di Cristina Nali

Oltre all’aglio, al pecorino e al sale grosso, tre sono i componenti fondamentali del pesto genovese: olio extra-vergine di oliva, pinoli e basilico. Ebbene, ciascuno di questi ultimi attraversa una crisi dovuta all’azione di organismi nocivi che stanno compromettendo, almeno in parte, la disponibilità di tali materie prime. Per l’olio, il riferimento è inevitabilmente rivolto alla pandemia di Xylella fastidiosa che da qualche anno sta devastando il Salento (http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=2233): per fortuna al momento non risultano segnalazioni di casi in altre aree, e l’attenzione è ai massimi livelli. Il pino domestico da tempo è vittima degli attacchi di un insetto introdotto dal Nord America (il “cimicione americano”, Leptoglossus occidentalis) e le rese di pinoli sono crollate (http://www.georgofili.it/detail.asp?IDN=901&IDSezione=4). Inevitabile il ricorso a prodotti importati (anche dalla Cina), lo scadimento qualitativo e l’aumento dei prezzi.
Ma è la situazione sanitaria del basilico quella che fa sorgere dubbi inquietanti circa il futuro del pesto. Ricercata per il suo intenso profumo e l’altrettanto piacevole sapore, questa pianta (Ocimum basilicum) è una delle aromatiche tipiche della dieta mediterranea, ma è apprezzata in varie parti del pianeta. Coltivata a livello sia professionale (serra e pieno campo), sia amatoriale (tipicamente anche sui davanzali delle finestre), è da sempre caratterizzata da una tecnica relativamente semplice e uno stato sanitario non particolarmente preoccupante. La situazione, però, è drammaticamente cambiata a cominciare dai primi anni di questo secolo, a causa della insorgenza e diffusione di attacchi di una malattia parassitaria, capaci di distruggere in breve tempo la coltura. Il patogeno in questione è Peronospora belbahrii, un oomicete biotrofico di nuova descrizione (doi: 10.1017/S0953756205003928), trasmesso per seme, responsabile della comparsa di estese lesioni necrotiche sulle foglie, con fuoriuscita di abbondante efflorescenza grigiastra dalla pagina abassiale, costituita da rami conidiofori e fruttificazioni agamiche. L’evoluzione è rapida e porta alla marcescenza degli organi colpiti, sino alla morte della pianta. Il periodo di incubazione può superare le 3-4 settimane, così che la presenza del patogeno può non essere percepita al momento della commercializzazione delle piantine. Inizialmente segnalata in Liguria e basso Piemonte, la malattia è certamente presente anche in Toscana, Lazio e Sardegna. A livello internazionale, oltre all’Europa (con focolai in una decina di Paesi), sono interessati tutti i continenti, dalla Nuova Zelanda agli USA, dall’Argentina al Sud Africa e Taiwan. In Italia il caso è da sempre all’attenzione della Scuola fitopatologica torinese (doi: 10.1007/s12600-015-0474-1).
Che fare, dunque?
Il quadro è certamente preoccupante e sembra lasciare poco spazio all’ottimismo. I punti essenziali sono almeno i seguenti:
- Il patogeno è trasmesso per seme, e questo gli assicura una facile ed efficace diffusione geografica (in una partita è sufficiente una minima presenza di elementi infetti per innescare una epifizia devastante); ne deriva che la sanità del materiale di partenza è pre-requisito irrinunciabile. Si dispone di protocolli per trattamenti chimici e/o fisici (alta temperatura), nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie. Analogamente, il mantenimento della sanità dell’area è essenziale, e impone la tempestiva distruzione delle piante infette.
- E’accertato il ruolo fondamentale della bagnatura fogliare nel determinismo dell’infezione: di ciò dovrà tenere conto la tecnica agronomica.
- Il breve ciclo colturale e la scarsità di agrofarmaci autorizzati su basilico (coltura decisamente ‘minore’ sotto questo punto di vista, e, poi, si pensi al settore dell’agricoltura bio) rendono difficoltosa la difesa con mezzi chimici; sono state concesse estensioni provvisorie per l’uso di specifici formulati, ma l’allargamento definitivo della registrazione richiede investimenti non banali; la salvaguardia della salute del consumatore è irrinunciabile; rimane in agguato la possibile insorgenza di ceppi dell’oomicete che acquisiscano resistenza e portino a fenomeni di perdita di efficacia (doi: 10.1007/s12600-016-0538-x).
- Esiste una scarsa diversificazione cultivarietale nella specie: in Italia la tipologia ‘Genovese’ è di gran lunga la più diffusa (guai a pensare al pesto con altro materiale vegetale!) ed è particolarmente suscettibile. Difficile prevedere al momento una evoluzione nella direzione della disponibilità di materiale geneticamente resistente, il quale, comunque, rimarrà sempre esposto al rischio che si differenzino spontaneamente nuove razze fisiologhe di Peronospora, capaci di ‘rompere’ (cioè, ‘superare’) il carattere introdotto, così come si è verificato ripetutamente, ad esempio, nel caso dello spinacio (https://www.apsnet.org/publications/plantdisease/backissues/Documents/1994Abstracts/PD_78_0208A.htm).



FOTO: Esiti di attacco di peronospora (Peronospora belbahrii) su basilico.
Photo credit: Bruce Watt 


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