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Notiziario di informazione su agricoltura, ambiente, alimentazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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Le vere imprese agricole italiane

Franco Sotte e Andrea Arzeni

Il 6° Censimento Generale dell’Agricoltura del 2010, i cui risultati sono stati resi pubblici recentemente, ha contato in Italia un milione 621 mila aziende agricole con 12 milioni 856 mila ettari di superficie agricola utilizzata (Sau). Nonostante la considerevole contrazione (- 32,4 per cento) del numero di aziende dal precedente Censimento del 2000, la superficie media è ancora pari a 7,9 ettari, a fronte di  490 mila aziende con 55 ettari di Sau in media in Francia e 300 mila aziende con 56 ettari di Sau in media in Germania. 
Dalla lettura di questi dati, se ne deriva spesso una immagine particolarmente preoccupata: la competitività dell’agricoltura Italiana appare ancora frenata da un pesante gap strutturale. Ma dividendo le aziende censite sulla base della loro dimensione economica (una misura del reddito lordo, basata sulla produzione standard calcolata applicando una metodologia europea), l’agricoltura italiana offre un’immagine di sé molto articolata. 
Il 67 per cento delle aziende agricole italiane ha una dimensione economica inferiore a 10 mila euro (circa una pensione media). Più della metà di queste aziende (pari al 36,4 dell’intero universo censito) auto-consuma totalmente o in prevalenza la propria produzione. Quelle che restano di questo gruppo, che commercializzano la maggior parte della produzione, hanno una dimensione economica media di appena 3.730 euro l’anno. Queste aziende, secondo lo studio, non possono essere considerate propriamente imprese per il carattere accessorio della propria attività. 

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Impatto dei cambiamenti climatici su vite e olivo

Marco Bindi

I cambiamenti climatici in atto lasciano intravedere dei mutamenti significativi negli areali di coltivazione di alcune specie arboree di pregio, come la vite e l’olivo. Data l’importanza del settore viticolo e di quello olivicolo, risulta strategico prevedere gli scenari futuri in cui le due specie verranno a trovarsi, in vista anche dell’adozione, da parte degli addetti ai lavori (agricoltori, enologi, imprenditori) di scelte agronomiche e gestionali volte a mantenere un elevato profilo quanti-qualitativo delle produzioni.
Alcuni studi condotti dal gruppo di ricerca del Prof. Bindi del Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente di Firenze e recente pubblicati su due delle principali riviste internazionali del settore (CLIMATIC CHANGE e GLOBAL ECOLOGY AND BIOGEOGRAPHY) hanno consentito, grazie all’uso della modellistica climatologica e colturale, di delineare per entrambe le specie, le possibili variazioni di superficie e gli eventuali slittamenti o traslazioni in aree potenzialmente adatte alla coltivazione.

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