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Notiziario di informazione su agricoltura, ambiente, alimentazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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Piante officinali ed aromi nella storia dei popoli

Paolo Emilio Tomei

L’articolo è tratto dalla relazione svolta il 9 ottobre 2014 nella Giornata di Studio, organizzata dalla Sezione Centro-Ovest dell’Accademia dei Georgofili, su “Le piante officinali e aromatiche”, presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa

In passato con il termine “farmaco” si intendeva tutto ciò che fosse in grado di far guarire; potevano essere sostanze vegetali, animali, minerali o scongiuri, formule magiche, amuleti, ecc., l’essenziale era sfuggire alla morte. Questo portò alla nascita di numerose pratiche fantasiose che solo oggi possono dirsi quasi del tutto abbandonate. A proposito dei vegetali molto nota è la teoria delle “segnature”, che legava l’efficacia medicamentosa della pianta alla sua forma esteriore; Hepatica nobilis(FOTO), perché ha le foglie lobate con la pagina inferiore rosso vinaccia, si pensava fosse utile per curare il fegato, e così via. Naturalmente nell’ambito di queste congerie di multiformi credenze ed informazioni la “ragione”, man mano, riusciva a comprendere ciò che oggettivamente poteva essere di utilità al malato.
Nel mondo mediterraneo le più antiche informazioni sull’uso di piante come farmaci sono legate agli Egizi, ma anche presso le genti del Tigri e dell’Eufrate, gli Indiani ed i popoli  dell’estremo oriente è ben documentato l’uso delle erbe officinali.
Nell’antichità classica è in Grecia che prende forma l’arte del guarire; Ippocrate (V sec. a.C.) ne fu il principale artefice. Dal mondo greco l’impiego delle specie vegetali nella terapia passò a quello romano, dove l’erboristeria era ritenuta una scienza. Dioscoride (I sec. d.C.) nella sua “materia medica” tratta ben 600 semplici diversi, per lo più di natura vegetale.

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Il benessere animale e la qualità delle produzioni

Dario Cianci

I rapporti tra l’uomo e gli animali domestici si sono evoluti nel tempo dall’allevamento transumante all’estensivo, all’intensivo, all’industriale con o senza terra, divenendo nel tempo sempre più stretti e ponendo sempre maggiori problemi alle relazioni tra l’uomo e l’animale ed al loro reciproco benessere. Oggi, con le sempre maggiori esigenze di prodotti di origine animale, la domanda che ci dobbiamo porre è: sottomettiamo il benessere dell’animale a quello dell’uomo interessandoci solo alle sue capacità produttive quantitative e qualitative oppure pensiamo all’animale come essere vivente e anteponiamo il suo benessere alle nostre esigenze?
Il benessere è legato ai desideri - quello che si vorrebbe avere - o ai bisogni - quello che necessita -? Per l’uomo, il benessere è: libertà dai bisogni primari, dai disagi, dalle preoccupazioni e dalle guerre. L’ordine può cambiare secondo gli individui ed i compromessi sono possibili ma limitati soprattutto per la libertà dalla fame. L’uomo, come tutti gli animali, ricerca innanzitutto il proprio benessere: aumento delle risorse disponibili attraverso la maggior produzione e gli scambi o con l’emigrazione alla ricerca di maggiori risorse. Per l’animale il benessere coincide con l’assenza di condizioni sfavorevoli e la presenza di condizioni favorevoli ad un corretto rapporto con l’ambiente e con l’uomo. 
Secondo il Farm Animal Welfare Council (Regno Unito) le libertà fondamentali degli animali possono essere così riassunte: libertà dalla paura e dall’angoscia; dalla fame e dalla sete; dal disagio fisico; dai traumi e dalle malattie; dalla paura e dagli stress; dall’annullamento del comportamento normale della propria specie; dalla modifica permanente del genoma.

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Gli spazi verdi nelle domus pompeiane

Ernesto De Carolis

Originariamente, nella società romana, le abitazioni potevano presentare uno spazio verde costituito da un modesto hortus, situato alle spalle del tablino e delimitato verso l’esterno da un alto muro perimetrale, utilizzato per la coltivazione di prodotti necessari al vitto giornaliero.  
In seguito l’hortus, per la sempre maggior influenza della cultura ellenistica legata al progressivo espandersi di Roma nel Mediterraneo occidentale ed orientale, perse l’iniziale valore utilitaristico per le esigenze quotidiane della famiglia trasformandosi, grazie alla coltivazione di arbusti e fiori a scopo  decorativo, in un’area verde che completava ed arricchiva esteticamente l’abitazione. Il cambiamento della destinazione di uso, da hortus a giardino, si lega anche ad un processo di dilatazione dello spazio verde che assume una forma rettangolare  delimitata, completamente o in parte a seconda del censo del proprietario, da un porticato colonnato (peristilio) su cui si aprivano gli ambienti di soggiorno e di rappresentanza.
Lo spiccato gusto decorativo della società vesuviana del I secolo d.C. è testimoniato dalla moda di arricchire gli spazi verdi delle case con elementi scultorei e con sofisticati ed articolati giochi d’acqua, sapientemente inseriti nella geometria delle aiuole, con una chiara ed evidente volontà di imitare nelle abitazioni urbane i parchi delle grandiose e lussuose ville suburbane che fin dall’epoca tardo repubblicana costituivano uno status symbol di ricchi e potenti.

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