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Notiziario di informazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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L’ insostenibile incoerenza del dibattito sul CETA

Dario Casati

A breve l’Italia dovrà esprimersi sulla ratifica di un accordo commerciale con il Canada, il CETA, improvvisamente portato all’attenzione generale ai primi di luglio da una serie di prese di posizione prevalentemente negative. Prima di chiederci se si sia trattato della classica vampata estiva, che non è esclusa, e insospettiti per l’immediata eco politica cerchiamo di orientarci sul tema. Partiamo dal canto del cigno del Gatt che chiudeva la sua missione con il risultato dell’Uruguay Round e apriva una seconda fase degli accordi multilaterali con l’avvio della Wto animata da speranze rivelatesi eccessive. Questi accordi si stringono fra un numero elevato di paesi e i risultati vengono estesi di fatto a tutti. Ma la crisi si è incaricata di accantonarli e aumenta le difficoltà relative all’ampliamento degli scambi mentre acuisce la necessità di proseguire la liberalizzazione per ridare fiato all’economia. Una soluzione è stata ricercata attraverso la proliferazione di accordi bilaterali e regionali o mega regionali con un numero ridotto di contraenti. A questa categoria appartengono i negoziati come il TPP e il TTIP, oltre al CETA fra Ue e Canada e a quello fra Ue e Giappone. 
La crisi ha smosso un ritorno a politiche protezionistiche ritenute, nell’immediato, più sicure per le diverse economie, in una visione che trascura gli effetti negativi nel tempo. In questo contesto la Brexit e l’approccio degli Usa di Trump sono segnali evidenti che il clima è cambiato influendo anche sul modo di condurre i negoziati.

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Un confuso declino della nostra olivicoltura

Franco Scaramuzzi

Da troppo tempo si parla di crisi della nostra eterogenea olivicoltura e si continua a indicare varie plausibili cause (cambiamenti climatici, attacchi parassitari, ecc.), ma si tace sulla crescente carenza di cure colturali adeguate. Stiamo così perdendo olivi produttivi, ornamentali e paesaggistici che siano. Il “Trattato di olivicoltura” di Alessandro Morettini (1950) illustrò le nuove conoscenze sulle peculiarità dell’olivo, definendolo come pianta particolarmente generosa, se ben trattata. Una “Breve storia dell’olivicoltura”, autorevolmente scritta e pubblicata dal prof. Angelo Godini (su “Oleofficina” del 13 giugno scorso), offre un quadro dell’attuale situazione nazionale, con una esplicita indicazione degli errori commessi anche da Bruxelles nell’erogare sussidi, mettendo sullo stesso piano tutti gli olivicoltori e applicando criteri di “disaccoppiamento” e di “condizionalità”, che avrebbero spinto il progressivo declino delle cure colturali, accompagnato da un coro di “chi me lo fa fare?”, soprattutto da parte di chi possiede un oliveto, anche se piccolo, ma che svolge altrove attività diverse, godendo di propri stipendi esterni (mantenendo il titolo di coltivatore), nonché di chi fa i conti e scopre che gli conviene ridurre al minimo le cure, accontentandosi poi di un prodotto modesto che, unito ai sussidi, possa coprirei i costi e fornire anche un pur modesto reddito. Richiamo l’attenzione, ad esempio, sulla tendenza che va diffondendosi, a potare “capitozzando” grosse branche con motoseghe e a distanza di alcuni anni. I costi si riducono, ma aumenta l’alternanza di produzione. I grossi tagli, inoltre, favoriscono l’insorgere della patologica marcescenza del legno. Sembra dimenticata l’operazione della “slupatura”, attuata da secoli. Bisogna ritornare a curare gli olivi razionalmente. Non essendo risultati utili i sussidi condizionanti e non eterni, bisognerà usare i fondi disponibili per offrire sostegni finanziari alle vere imprese agricole, razionali produttrici di olive, che conoscono il da farsi, forse meglio di gran parte dei funzionari dopo che sono stati improvvidamente sciolti gli efficienti ispettorati agrari. Sulla base di singoli progetti, le imprese (piccole o grandi che siano) potrebbero essere finanziate per applicare liberamente le loro idee e sperimentare soluzioni valide. I risultati delle multiple iniziative così realizzate farebbero da guida nel futuro, come è sempre avvenuto nella storia dell’agricoltura. Non si può comunque rimanere ulteriormente indifferenti ed inerti di fronte ad una statica realtà palesemente negativa.

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Sale e salute a tavola

Giovanni Ballarini

Fino dai tempi antichi il sale è un alimento indispensabile. La parola latina sal si correla a salus o salute e a salubritas o sanità, e salve è l’augurio per un'ottima giornata. Nella lingua greca antica la parola als usata per il sale indica anche il mare, da dove si estrae. Sull'utilizzo del sale abbiamo documentazioni già nelle prime civiltà dei Sumeri, Egizi, Cinesi (3000 a. C.), Ittiti ed Ebrei (2000 a. C.).  I Romani utilizzano il sale nelle offerte votive agli dei, lo assumono come farmaco e lo usano nella conservazione degli alimenti, come gli Egizi, Etruschi e altri popoli. La storia dei popoli mediterranei coincide con la storia del sale, più prezioso dell'oro.

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La falena dal “bel sedere che scorre sul dorato”

Santi Longo

E’ questo il significato del binomio Euproctis chrysorrhoeaassegnato, da Linneo, a un pernicioso lepidottero defogliatore. Il binomio coglie due aspetti peculiari delle femmine, di colore bianco, con un’apertura alare di circa 4 cm che, nella parte terminale dell’addome, hanno un folto ciuffo di peli dorati con i quali ricoprono le uova che depongono

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