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Notiziario di informazione su agricoltura, ambiente, alimentazione a cura dell'Accademia dei Georgofili

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12 gennaio 2011

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La variabilità intravarietale nella vite: le scoperte che si aprono con la sua analisi genetica

di Antonio Calò

L’osservazione della variabilità all’interno delle popolazioni varietali della vite ha un passato piuttosto remoto, anche se poco conosciuto,.
Basta prendere il Trattato di  Agricoltura di Columella al Libro III-5 e 6 e leggere: “Per quanto la natura abbia voluto che alcune varietà fossero particolarmente feraci, come la biturica e la basilisca, non può aver reso l’aminnea così sterile che su molte migliaia di piante di tale varietà non ve ne abbia essere alcuna buona produttrice …questo ragionamento è perfettamente verosimile, ma l’esperienza mi ha anche dimostrato che è anche vero.”
Questa profondità – nel tempo e nella psiche - di sensazioni, va messa bene in evidenza perché i viticoltori hanno evidentemente seguito nei secoli questa percezione per scegliere e selezionare  i biotipi (come li chiamiamo oggi) adatti agli scopi delle coltivazioni. Ora sappiamo che l’eterogeneità all’interno dei vitigni può essere dovuta a  mutazioni, ecc.; sta di fatto che, proprio per quella che chiamiamo selezione clonale, abbiamo sfruttato queste diversità per scegliere piante con caratteri più o meno utili. Forse e per un certo tempo ci siamo preoccupati anche poco di estinguere una variabilità base essenziale di un insostituibile equilibrio con l’ambiente, come vedremo.
Ad un certo punto, i progressi delle analisi genetiche ci hanno permesso di evidenziare  sicure differenze fra varietà, ma difficilmente siamo scesi a livello subvarietale e questa variabilità genetica, pur essendo componente fondamentale, è rimasta con una sua natura in buona parte sconosciuta, in quanto talvolta legata a variazioni nella trascrizione, ma frequentemente derivante da differenti sviluppi durante la traduzione.
Il nostro laboratorio (CRA-VIT Conegliano) si è molto impegnato per evidenziare differenze genetiche e ne è scaturito un protocollo (metodo Meneghetti) basato su analisi del genoma con marcatori AFLP e derivati, che ha messo in evidenza alcune inattese ma fondamentali osservazioni.
E’ emerso un chiaro legame fra i biotipi e la loro zona di origine.
Ciò è apparso nelle distinzioni fra Garnaca, Grenache, Cannonnau, Tocai rosso (stesso vitigno), dove, nelle analisi, si differenziano i tipi spagnoli, francesi, italiani. Di più: fra i tipi italiani si distinguono i sardi e i vicentini. Di più: fra i sardi si distinguono quelli di Cagliari e quelli di Jerzu.
Così è poi per i cloni di Negroamaro, dove si distinguono i biotipi in funzione dei paesi di origine ed altrettanto avviene per il Primitivo e Malvasia nera ed ancora per la Malvasia istriana.
Davvero una porta che si apre alla lettura scientifica, ma anche importante per ricadute pratiche.
Basti pensare, per questo, alla Legge vivaistica, all’origine dei materiali di propagazione e alla possibilità di attribuire anche una base genetica alle”Tipicità territoriali”.

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