La “Subirrigazione Verticale”

di Alessandro Bozzini
E’ stata chiamata “Subirrigazione Verticale” una modifica tecnica dell’irrigazione goccia a goccia, in cui la tubazione aerea orizzontale (brevettata dall’inventore israeliano) normalmente provvista di piccoli fori a varia distanza (gocciolatoi), mediante i quali l’acqua si diffonde sulla superficie del terreno o del substrato coltivato, viene sostituita con un normale tubo adduttore di plastica. 
In tale tubazione adduttrice, che  può essere appesa alla struttura di sostegno delle coltivazioni arboree od ortive (come ad esempio pomodori con sostegni) ad opportuna distanza, (a seconda della coltura) vengono operati, con un trapanino elettrico portatile, singoli fori in cui vengono inseriti dei tubicini di plastica (tipo cateteri per le trasfusioni di sangue) che a loro volta si inseriscono, a 30-60 cm dal livello del terreno, entro fori effettuati in tubi di plastica di 3-5 cm di diametro impiantati verticalmente nel suolo per 40-60 cm, in tal caso utilizzati anche per sostenere la vegetazione, così da fornire in profondità l’acqua agli apparati radicali. Inoltre, per favorire la distribuzione idrica sotterranea, la parte più profonda interrata dei tubi potrà essere anche forata orizzontalmente due o più volte sopra la base.
In tal modo si attua una subirrigazione che non è fornita da una tubazione orizzontale sotterranea, provvista di speciali gocciolatoi, il cui impianto (certo più costoso e da effettuare prima dell’impianto) e poi di successivo difficile controllo, bensì da una serie di tubi verticali, che verranno usati anche per il sostegno della vegetazione della coltura, che penetrano nel terreno per 40-60 cm e che emergono superficialmente, per 1,5 - 2 metri.  Ovviamente tale tecnologia si può attuare principalmente in coltivazioni effettuate a filari, preferibilmente con piantagioni di specie perenni o pluriennali.

Questa tecnologia è di facile attuazione, specie in colture specializzate, meno costosa per l’assenza di particolari gocciolatoi brevettati ed inoltre di facile controllo, specialmente se si usano cateteri trasparenti per controllare periodicamente il trasferimento dell’acqua dal tubo adduttore orizzontale ai tubi verticali od obliqui impiantati nel terreno. 
Tale metodologia elimina inoltre diversi inconvenienti derivati dall’uso dei gocciolatoi tradizionali.
Anzitutto nei tubi senza gocciolatoi non si verificano otturazioni per la presenza eventuale di calcare o detriti. I cateteri sono facilmente ispezionabili e l’acqua è fornita in profondità, per cui non si favorisce lo sviluppo di piante infestanti sulla superficie del terreno, in quanto il terreno in superficie non rimane continuamente umido. Inoltre non si verifica la perdita dell’acqua per l’evaporazione in superficie, ma solo traspirazione da parte del sistema fogliare e non si accumulano nello strato superficiale eventuali sali contenuti nell’acqua e nei suoli utilizzati. 
Inoltre, in tal modo, non viene favorita la radicazione della specie coltivata nella zona superficiale del terreno, ma solo in profondità. Si realizza quindi una utilizzazione pressoché totale dell’acqua impiegata da parte delle piante e quindi un suo elevato risparmio. 
Inoltre, se viene attuata una fertirrigazione, i fertilizzanti utili si distribuiscono solo in profondità e non si accumulano in superficie. Naturalmente il numero dei tubi verticali potrà variare a seconda della fittezza della piantagione e dello sviluppo delle piante. 
Ad esempio, tale tecnologia è ideale per i vigneti, specialmente da tavola e per allevamenti di piccoli frutti e di altre specie da frutto, di piante da fiore od orticole, specie se perenni o perennanti, sia in pieno campo, ma eventualmente anche in serra. 
In filari di piante di elevato sviluppo e perciò tra loro molto distanziate, il numero dei tubi, allora inseriti anche nelle aree interfilari. potrà essere più elevato ed i tubi inseriti nel terreno potranno essere accoppiati ed inclinati in profondità verso l’esterno da ambo i lati per coprire una area più ampia di terreno umidificato e per sostenere il tubo adduttore, una volta legati ad X, sotto l’apice.


Il primo impianto di questo tipo è stato realizzato su mia iniziativa in un progetto FAO in Libia nel 1980, nel Jebel di Bengasi, in un vigneto di uva da tavola allestito in un’area con terreno pianeggiante molto sciolto e sabbioso, ai margini del deserto, con precipitazioni medie di 350 mm l’anno, su 2 filari di circa 150 metri di lunghezza, oltre ad altri 13 filari realizzati con la tecnica di irrigazione goccia a goccia tradizionale. 
Per il sostegno delle viti, anche per mancanza di paletti in legno, erano stati usati robusti tubi cilindrici di plastica di color grigio chiaro, internamente vuoti, del diametro di 5-6 cm, alti 2,5 metri,. I tubi venivano interrati per 50-60 cm a distanza di 120 cm e le piante di vite vennero trapiantate a fianco. I tubi collocati a dimora sono stati quindi forati a 3 diverse altezze per il passaggio dei fili di ferro per il sostegno dei tralci, che vi venivano fissati alla potatura. Ogni 10 tubi (e viti) veniva posto un paletto di cemento per il rinforzo del filare
Nel terzo anno dal trapianto, in concomitanza con le ferie del tecnico FAO addetto, si verificò un guasto alla pompa dell’impianto, per cui per oltre un mese, in agosto, fu interrotta l’irrigazione, che era regolata per funzionare durante la notte (per non scaldare l’acqua) con un timer. 
Le viti presenti nei 13 filari irrigati con l’impianto a goccia tradizionale subirono una crisi idrica, anche con la morte di alcune piante, mentre con l’impianto di subirrigazione verticale tutte le piante non manifestarono danni ed arrivarono a normale sviluppo e produzione, anche perché non si erano verificate perdite per evaporazione in superficie e l’apparato radicale si era sviluppato in profondità, a differenza dei filari con gocciolatoi normali. In piante morte fu infatti verificato lo sviluppo solo in superficie delle radici.
Successivamente, in altri due progetti FAO dislocati nel bacino del Wadi Gizan, in Arabia Saudita, nella zona costiera del mar Rosso ai confini con lo Yemen, questa tecnica è stata realizzata in sostituzione della tradizionale irrigazione per sommersione in bacini recintati da muretti di terra, in filari di papaia coltivati già da 4 anni e di avocado e mango da 8 anni, con un risparmio di circa il 90% dell’ acqua di irrigazione fino ad allora usata. In tali piantagioni, lungo i filari, furono inseriti nel terreno coppie di tubi di plastica lunghi 1,5 metri, del diametro esterno di 3 cm, disposti ad X ed inseriti nel terreno alla profondità di 50 cm, forati sotto la congiunzione con l’aiuto di trapani operati a mano e dislocati a distanza di circa 1 metro dalla precedente e successiva coppia lungo il filare e distanti almeno 50 cm dai tronchi. I tubi inseriti nel terreno furono legati al tubo adduttore e collegati con questo mediante cateteri, dopo di aver collocato dei tappi di stoppa all’apice superiore dei tubi interrati, per evitare intrusioni ed otturazioni.  
Nei due successivi anni in cui i progetti operarono, le piante si svilupparono con una normale vegetazione e fruttificazione rispetto alle piantagioni rimaste con la tecnica di irrigazione tradizionale.  Mi risulta inoltre che questa tecnologia sia stata successivamente usata, alla fine degli anni ’80, anche in altri progetti negli Emirati Arabi ed in Kuweit, anche per le piantagioni del verde urbano.
Si è ritenuto utile fornire questa informazione in quanto anche in Italia questa tecnologia potrebbe essere utilizzata proficuamente, specialmente in aree del Centro-Meridione in cui vi è scarsità di risorse idriche, per colture che necessitino un supporto idrico e nutrizionale semplice e sicuro, con investimenti modesti, utilizzando materiali facilmente reperibili e con notevole facilità di attuazione e di successivo controllo, specialmente in vigneti e frutteti specializzati.