Api selvatiche in città

di Santi Longo
Delle circa 900 specie di Apoidei presenti in Italia, l’Ape mellifera è la più nota ed è attualmente al centro di rinnovato interesse anche per la possibilità di allevarla nelle aree urbane e ottenere mieli dalle peculiari caratteristiche organolettiche. Da anni in Germania vengono prodotti oltre 50 tipi di mieli “urbani”; più o meno consolidata è l’apicoltura “urbana” a Roma, Tokio e Parigi; in quest’ultima metropoli sono stati collocati apiari accessibili al pubblico. Ulteriori, significative iniziative, volte a promuovere tale attività, sono quelle di Torino e Urbino. Nell’ambito di indagini, condotte nell’ultimo decennio, sulle risorse apistiche necessarie a supportare una sostenibile apicoltura urbana nella città metropolitana di Catania, sono state prese in considerazione sia le potenziali fonti nettarifere e pollinifere, sia le specie di api che trovano condizioni favorevoli per la presenza di siti di nidificazione. Oltre alla eusociale Apis mellifera, allevata in alveari, ben mimetizzati, posti nei terrazzi di edifici, sono state censite alcune api selvatiche; delle quali, le più frequentemente rilevate, sono due specie pre-sociali, caratterizzate da peculiari comportamenti. 
Alla famiglia Halictidae afferisce Halictus scabiosae, che è una delle 37 specie presenti in Italia; svolge una o due generazioni all’anno, a seconda delle condizioni ambientali, e presenta un discreto livello di socialità. In primavera le femmine, che hanno svernato in un nido comune scavato nel terreno, cominciano a trasportarvi il nettare e il polline, raccolti sui fiori di Composite, di Labiate, Dipsacaceae nonché di Cactaceae, con i quali formano una “pappa” per alimentare le larve. Successivamente una femmina diventa dominante e si dedica all’ovideposizione mentre le altre si comportano da operaie. La dominante svolge anche il ruolo di guardiana del nido e sporge il capo dal foro d’entrata per impedire l’ingresso di eventuali intrusi. Dopo la nascita delle prime api figlie della dominante, che diventeranno operaie, la madre impedisce l’accesso al nido anche alle altre femmine con le quali ha convissuto. Quest’ultime dovranno scavare un loro nuovo nido in terreno adatto, propagando così la specie, e assicurando ulteriori possibilità di insediamento e riproduzione.
Alla famiglia Megachilidae, afferisce il genere Osmia che comprende oltre 300 specie, la maggior parte delle quali presentano una distribuzione di tipo Olartica. Hanno comportamento solitario; tuttavia tendono a nidificare in modo gregario in cavità preesistenti, quali gli steli spezzati delle canne e anfrattuosità varie; a differenza delle Api mellifere, le Osmie raccolgono il polline grazie a delle file di setole disposte sulla parte ventrale dell’addome. 
Da circa un decennio, da marzo a maggio, un sito di nidificazione annualmente utilizzato, è un graticcio da parete, in plastica, nei cui spazi interni (7x4,5 mm) dei listelli, una decina di femmine di Osmia coerulescens costruiscono una serie di celle separate da setti di fango o di materiale vegetale masticato. Ogni femmina, in uno dei tre scomparti del listello, realizza, in media, 6 celle in ciascuna delle quali, dopo averla rifornita di polline misto a miele, depone un uovo, e costruisce il setto divisorio. Il sito è particolarmente favorevole per la vicinanza di un largo spiazzo abbandonato colonizzato da piante erbacee spontanee, le cui fioriture forniscono abbondante pabulum alle polilettiche Osmie. Tali essenze, che vengono comunemente indicate con il termine “wildflowers”, in quanto sono in grado di riprodursi senza l’intervento dell’uomo, contribuiscono alla biodiversità urbana e forniscono nettare e polline alle Api mellifere sociali e alle solitarie e, pertanto, andrebbero adeguatamente valorizzate.
      

Fig.1. Apis mellifera su Galactites


Fig.2. Halictus scabiosae su Opuntia


Fig.3. Osmia coerulescens su Galactites