Allegoria del Nongoverno

di Dario Casati
Non c’è paese, istituzione, impresa e nemmeno famiglia che possa vivere, crescere e prosperare se non sia adeguatamente governato e cioè se non abbia un suo sistema di formulazione di obiettivi, di progettazione di strumenti per conseguirli e di organizzazione per metterli in atto. In altre parole che non abbia un Governo, parola che in greco e in latino indicava il timone delle imbarcazioni ed ha il significato sia di istituzione che prende determinate decisioni sia di funzione che le realizza. Dall’organizzazione più semplice, la barca, sino alle società più complesse questa è la logica. Gran parte, se non la totalità, dei risultati conseguiti dipende dalla funzione di governo, dalle scelte e dai criteri che la ispirano e guidano e che si affidano a quello che in altri contesti si definisce il comportamento del buon padre di famiglia. Quando se ne volle dare una rappresentazione efficace nacque il grande ciclo pittorico di Ambrogio Lorenzetti “Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo” che, con la chiarezza delle immagini, dà di entrambe le forme di governo la descrizione da quasi 7 secoli nel Palazzo Pubblico di Siena. Allegoria significa appunto, secondo l’etimologia della parola, “argomentare con immagini diverse”. 
Oggi, di fronte alle difficoltà della crisi, della gestione dello Stato e di quella delle organizzazioni sovranazionali si manifesta una generale difficoltà a comprendere quale sia la forma di governo che si sta realizzando. Non vi è più il Buongoverno o quello Cattivo, ma un modo diverso di governare caratterizzato dall’incertezza dei fini (gli obiettivi) e degli strumenti per realizzarli (le politiche) che finisce per creare una grande confusione.  Ciò avviene, ad esempio, quando un provvedimento viene prima adottato, a breve distanza di tempo cancellato e poi introdotto di nuovo. Per rimanere nell’ambito di temi che interessano l’agricoltura proviamo a descrivere un esempio concreto. Con un decreto legge vi è stata l’improvvisa eliminazione dei voucher e cioè di quegli strumenti che consentono di remunerare in maniera semplificata determinate forme di lavoro saltuario. L’uso del decreto legge da parte del Governo dovrebbe essere giustificato da situazioni di straordinaria necessità e urgenza. Difficili da individuare sia per il tipo di normativa coinvolta sia, nello specifico, proprio in relazione all’approssimarsi dell’estate, stagione in cui i voucher sono più utilizzati in agricoltura e nel settore turistico. Nati nel 2008 per l’agricoltura essi sono poi stati estesi ad altre attività e rivitalizzati nel 2015 con il cosiddetto “Jobs Act”. Dunque siamo di fronte ad uno strumento (i voucher) di recente rafforzato dalla stessa maggioranza parlamentare che ne decide l’improvvisa abolizione, omettendo, per la fretta, persino di definire le norme relative al periodo transitorio. Nel presentare la decisione, infine, rappresentanti del Governo si sono impegnati a formulare un nuovo provvedimento che resusciti una forma di lavoro in grado di tenere conto delle esigenze delle attività a carattere saltuario. In mancanza è forte il rischio che subentrino quelle forme di lavoro in nero che invece tutti vogliono evitare.
Non mancano altri esempi analoghi di incertezze, di passi in avanti corretti in fretta o di retromarce sostituite da inversioni di marcia. Tornando alle considerazioni iniziali tutto ciò crea confusione di idee, di obiettivi, di strumenti per poi rimandare le soluzioni vere ad un futuro non precisato. Al contrario la nostra ripresa economica e sociale ha bisogno di maggiore chiarezza, semplicità e comprensibilità. Manca una descrizione che spieghi con la forza delle immagini questa forma anomala di governo. A meno, forse, di ricorrere per essa ad un’inedita “Allegoria del Nongoverno”, aggiungendola alle altre due più conosciute.