Liquidare il video di un ex comico che critica il nuovo Regolamento europeo sulle piante NGT, o TEA, portando informazioni non corrette come spettacolo squallido e “cringe” (per utilizzare una parola in voga e senz’altro efficace) non è sufficiente. Anche volendo considerare eventuali sponsorizzazioni alla sua attività di comunicatore che vuole presentarsi come ambientalista, rimane una domanda di fondo: perché?
Da quando il Regolamento è stato approvato si è ulteriormente esacerbata la critica della fazione contraria all’adozione di queste tecniche, con un obiettivo che appare innanzi tutto quello di polarizzare la discussione pubblica: dove si solleva polvere la paura cresce e le decisioni si paralizzano.
Una frase come "stanno modificando il DNA del cibo senza dirtelo" si diffonde in secondi; spiegare invece cosa sono editing e mutagenesi richiede tempo, attenzione e un pubblico disposto ad ascoltare. Spaventare è facile, anche raccontare falsità, ma questo ostacola il processo decisionale democratico basato su due pilastri fondamentali: evidenze scientifiche e obiettivi condivisi.
Detto questo, ci sono strategie che funzionano meglio di altre. Come si gestisce la polarizzazione?
Se vogliamo infilarci nella tana di coniglio della comunicazione polarizzante per capire meglio le sue dinamiche, dobbiamo partire avendo ben chiara una distinzione: è necessario separare i piani fra ciò che è empirico e ciò che è valoriale.
E’ un errore trattare come scientifico un dibattito che mescola due cose diverse; qualunque ricercatore o ricercatrice che si accinga a comunicare deve aver ben chiara la differenza. Che le piante NGT-1 siano geneticamente equivalenti a varietà ottenute per selezione naturale è una domanda con risposta scientifica verificabile. Che il cambiamento climatico stia rendendo economicamente insostenibile l’attività agricola è un fatto. Temere il potere delle multinazionali rientra invece in sfere valoriali, come pure il desiderio di recuperare approcci pressoché estinti alla coltivazione: sono pensieri e scelte che cercano di soddisfare dei bisogni, come per esempio il bisogno di identità e il senso di appartenenza innati in tutti noi.
E attenzione: questi bisogni sono comuni a tutte le parti in causa. Vi sono ovunque evidenze di tribalismo, definito come l’appagamento che deriva dall’identificarsi come membro di un gruppo. Lo ha spiegato bene Dan Kahan, docente di diritto e psicologia alla Yale Law School, famoso per la sua teoria della cognizione culturale. Questa teoria spiega perché le persone tendano a valutare i fatti scientifici in base ai valori del loro gruppo di appartenenza, anziché in modo oggettivo con l'evidenza disponibile: è un meccanismo che genera disaccordo pubblico persistente riguardo a fatti su cui gli scienziati concordano ampiamente da tempo.
Kahan ha mostrato che anche scienziati e scienziate non sono immuni a questi inciampi della nostra mente. A prescindere dai dati scientifici, a prescindere dalle competenze individuali, vi sono esperimenti che dimostrano che il processo di formazione delle opinioni può essere influenzato da fattori “altri” - per esempio la fede politica, o una tradizione di pensiero cui si appartiene, ecc. E’ stato dimostrato negli USA testando scienziati in merito al loro pensiero sui cambiamenti climatici, argomento fortemente politicizzato e polarizzato in quel Paese: l’appartenenza politica tendeva spesso a prevalere sulle evidenze scientifiche.
Ma torniamo alla comunicazione. Capita che i due piani vengono confusi, sia da chi dice "opporsi alle NGT è negazionismo scientifico" (e no, non è semplicemente questo), sia da chi dice "le NGT fanno male come i vecchi OGM" (e no, non sono né vecchi né dannosi). Allora il dibattito si blocca perché ognuno crede di combattere sul terreno dei fatti mentre in realtà discute di valori. I primi sono oggettivi, i secondi sono soggettivi. Tenere separati i due ambiti non elimina il conflitto, ma lo rende negoziabile.
Dunque, che fare? Ci sono alcune strategie interessanti.
Per esempio affidarsi al prebunking invece che al debunking. E’ dimostrato che “smontare le bufale” serve a poco, richiede troppa energia rispetto a quella necessaria a metterle in circolazione; e poi arriva tardi, a terreno già colonizzato. Polarizza, fa passare la sensazione che non ci sia consenso scientifico su un certo argomento.
Molto più efficace occuparsi di raccontare per primi una nuova tecnologia, un’innovazione, un progetto, scegliendo il terreno di gioco e il linguaggio. Nel caso delle TEA possiamo dire che questo è stato fatto bene e per tempo: la SIGA, il mondo agricolo, l’Accademia del Georgofili stessa e molti altri ne illustrano da anni metodi, vantaggi e opportunità. L’obiettivo è di preparare il terreno sociale all’innovazione, informando e condividendo, perché essa sia non solo utile ma anche accettabile. Questa è sostenibilità sociale.
Va poi considerato il ruolo dei messaggeri, non solo quello dei messaggi: la ricerca sulla comunicazione scientifica mostra costantemente che l'affidabilità percepita della fonte conta più della qualità dell'argomento. Il fattore reputazionale è un valore, una moneta preziosa da proteggere quotidianamente. Scegliere un ex comico per parlare di agricoltura o un discjockey per parlare di vaccini mostra da parte di una certa fazione la piena comprensione della dinamica: la reputazione è traslabile da un argomento all’altro fin tanto che parla alla pancia.
O all’elefante. Daniel Kahneman - psicologo, docente all’Università di Princeton e premio Nobel per l’economia - usa una famosa metafora per spiegarci che la mente umana è come un elefante guidato da un topolino. L’elefante rappresenta la nostra parte istintiva, automatica, emotiva e che opera senza sforzo: produce reazioni immediate ed è influenzata da pregiudizi e scorciatoie mentali. Il topolino rappresenta la parte logica, riflessiva, consapevole e che richiede grande concentrazione ed energia; si attiva solo per compiti complessi. Quel comico e quel dj si rivolgono all’elefante e ne pilotano le reazioni.
Sul piano dei messaggeri, Dan Kahan ha scoperto che la coppia meno polarizzante è un messaggero atteso da un certo gruppo che porta un argomento inatteso da parte di quel gruppo. Ecco perché un dj che parla di vaccini o un comico che parla di genetica funzionano, per quanto possa apparirci assurdo: non lo è, gli studi lo dimostrano.
Non dobbiamo rifiutare questa dinamica: esiste, funziona, è nella nostra natura. Dobbiamo piuttosto tenere presente che c’è ed invitarla al tavolo. Raccontiamo vicende, mostriamo vantaggi, illustriamo le sfide, consideriamo i rischi di non adottare una certa innovazione. L’obiettivo percepito dal pubblico, perseguito con sincerità, deve essere quello di decidere insieme. La tifoseria da stadio si spegne se si passa a strumenti deliberativi, alla condivisione dalla responsabilità decisionale, che poi dovrebbe essere alla base del processo democratico. Se si percepisce la propria responsabilità si pretende anche informazione scientificamente validata sulla quale decidere.
Prevenire la polarizzazione non significa sacrificare il processo decisionale basato su evidenze. È vero il contrario: sia bollare ogni obiezione come ignoranza, sia un approccio relativistico che tratti il consenso scientifico come un'opinione tra le altre danneggiano il processo di decisione democratica. Quello che la ricerca sulla psicologia cognitiva suggerisce è più faticoso di quelle scorciatoie: separare gli aspetti valoriali da quelli fattuali ma riconoscere tutti e due, usare messaggeri credibili e non solo autorevoli (credibilità e autorevolezza appartengono ai due distinti piani, servono entrambe), costruire spazi deliberativi eterogenei invece di lasciare che ciascun fronte si parli solo addosso.
Ci sono dei limiti. Se qualcuno è già dentro una vera camera d'eco è probabilmente polarizzato: nessuna di queste tecniche funziona rapidamente. Uscirne richiede spesso una radicale ricostruzione del proprio sistema di credenze, un processo doloroso ma potenzialmente entusiasmante. E’ difficile che la comunicazione istituzionale possa garantirlo nel breve periodo, è un investimento di lungo respiro.
Alla fine, c’è una sola utilissima difesa contro quelle scorciatoie della mente che portano fuori strada: la curiosità, quella che crea un pubblico pronto ad ascoltare e capire, un pubblico che vorrà allora partecipare alla ricerca di soluzioni e all’adozione di nuove strategie per risolvere le sfide di un mondo che non ha più molto di consueto.