Mai così informati, mai così disposti a credere a tutto

di Francesco Ferrini
  • 01 July 2026

Mi domando spesso come sia possibile che proprio nell'epoca in cui la conoscenza è letteralmente a portata di mano, in cui chiunque può accedere in pochi secondi a biblioteche digitali, pubblicazioni scientifiche, dati e informazioni che fino a pochi decenni fa erano riservati a una ristretta élite di studiosi, si assista a una deriva antiscientifica tanto estesa e pervasiva.
Mai come oggi è stato così facile informarsi. Eppure, mai come oggi sembra essere diventato così difficile convincere una parte dell'opinione pubblica del valore del metodo scientifico, della ricerca e delle evidenze. Anzi, sempre più spesso la ricerca viene descritta come orientata, manipolata o addirittura collusa con oscuri poteri economici e politici, come se migliaia di ricercatori, appartenenti a istituzioni diverse, operanti in Paesi diversi e spesso in aperta competizione tra loro, partecipassero a una gigantesca e improbabile macchinazione globale.
Ciò che colpisce maggiormente non è tanto il dissenso. La scienza vive di confronto, di critica e di continua revisione delle proprie conclusioni. Il dubbio è il suo motore. A lasciare sconcertati è piuttosto la superficialità con cui vengono contestati argomenti estremamente complessi da persone che, nella maggior parte dei casi, non possiedono nemmeno le conoscenze di base necessarie per comprenderli. Basta leggere certi post e soprattutto i commenti che li accompagnano: affermazioni categoriche, convinzioni granitiche, accuse gravissime formulate senza uno straccio di prova, il tutto accompagnato da una sicurezza che appare inversamente proporzionale alla reale comprensione del problema. Un'abissale ignoranza spesso abbinata a un'altrettanta profonda presunzione.
Come è possibile credere che le scie di condensazione lasciate dagli aerei siano in realtà "scie chimiche" diffuse deliberatamente per scopi occulti? Come si può sostenere che la crisi climatica sia un'invenzione, nonostante decenni di osservazioni, misurazioni e studi indipendenti? O, nella versione più aggiornata della stessa narrativa, ammettere che il cambiamento climatico esista, ma sostenere che sia stato costruito artificialmente dai "soliti poteri" per controllare le popolazioni e l'economia globale? Come si può arrivare a credere che sia in corso una presunta "mattanza di alberi" perché interferirebbero con il segnale del 5G? O che i vaccini servano a impiantare dispositivi di tracciamento o a modificare il comportamento umano (questa è un po’ passata di moda)?
Eppure, queste convinzioni continuano a circolare. Alcune perdono forza, altre emergono, si trasformano, si adattano al contesto storico e alle paure del momento. Il terrapiattismo, che fino a qualche anno fa sembrava rappresentare l'emblema della disinformazione, è stato in parte surclassato da narrazioni ancora più pervasive e capaci di attecchire su questioni che incidono direttamente sulla vita quotidiana delle persone: salute, ambiente, tecnologia, alimentazione, energia.
Gli studiosi di psicologia sociale e sociologia della conoscenza hanno individuato da tempo alcuni fattori che favoriscono la diffusione di queste credenze. L'incertezza e la paura, alimentate da pandemie, guerre e crisi economiche, spingono molte persone a cercare spiegazioni rassicuranti. La crescente sfiducia verso le istituzioni rende più facile accettare l'idea che governi, università e organismi internazionali nascondano informazioni. Vi è poi il bisogno umano di semplificare la complessità: fenomeni enormemente articolati vengono ridotti a una causa unica, spesso attribuita all'azione deliberata di un gruppo ristretto e identificabile.
A tutto ciò si aggiunge il ruolo dei social media, che favoriscono la formazione di comunità chiuse nelle quali le convinzioni vengono continuamente confermate e rafforzate. Gli algoritmi tendono a proporre contenuti simili a quelli già apprezzati, creando camere dell'eco in cui il confronto con punti di vista differenti diventa sempre più raro. In questo ambiente prosperano anche numerosi bias cognitivi: la tendenza a cercare informazioni che confermino ciò che già si pensa, a sopravvalutare episodi isolati rispetto alle evidenze statistiche e, soprattutto, a vedere schemi intenzionali e disegni nascosti anche dove non esistono.
Un aspetto particolarmente interessante è che le teorie complottiste contemporanee non riguardano più soltanto singoli eventi storici, come l'assassinio di Kennedy o lo sbarco sulla Luna. Sempre più spesso si concentrano su temi sistemici: la salute pubblica, il cambiamento climatico, le tecnologie digitali, le migrazioni, la governance globale. Questa caratteristica le rende estremamente resilienti. Se una previsione si rivela falsa, la teoria non scompare: si modifica, incorpora nuovi elementi e continua a sopravvivere. Ogni fatto può essere reinterpretato come una conferma della narrazione originaria.
Forse il paradosso più grande del nostro tempo è proprio questo: abbiamo reso l'informazione universalmente accessibile, ma non necessariamente la conoscenza. Perché conoscere non significa semplicemente avere accesso ai dati. Significa saperli interpretare, contestualizzare, verificare e mettere in relazione tra loro. Significa comprendere la differenza tra un'opinione e un'evidenza, tra una percezione individuale e un risultato ottenuto attraverso anni di ricerca.
La scienza non è perfetta e non è infallibile. Nessun ricercatore serio lo ha mai sostenuto. Ma la sua forza consiste proprio nella capacità di correggersi, di riconoscere gli errori, di migliorare continuamente le proprie spiegazioni alla luce di nuove evidenze. Chi la accusa di essere dogmatica spesso finisce per aderire a convinzioni molto più rigide e impermeabili a qualsiasi smentita.
Il problema, quindi, non è la scarsità di informazioni. È la crescente difficoltà di distinguere tra conoscenza e opinione, tra competenza e improvvisazione. E quando l'ignoranza incontra la presunzione, quando la convinzione personale viene considerata equivalente a decenni di studio e di ricerca, il confronto razionale diventa una delle risorse più rare e preziose della nostra epoca.