L'accademica dei Georgofili Deborah Piovan, imprenditrice agricola e divulgatrice scientifica, è stata recentemente insignita dalla Presidenza della Repubblica con il titolo di 'Cavaliera dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana'. Deborah Piovan è una figura chiave in Italia quando si parla di agricoltura basata sulle evidenze scientifiche e sull’ innovazione in campo e anche per il suo pragmatismo imprenditoriale. L’abbiamo intervistata dopo la cerimonia pubblica che si è svolta il 2 giugno al cospetto del Prefetto di Padova.
Dottoressa Piovan, la nomina a Cavaliere al Merito della Repubblica premia il suo impegno nella divulgazione e nell'impresa. Spesso il mondo della ricerca, quello dell'agricoltura e le istituzioni politiche sembrano parlare lingue diverse. Lei come vive questo ruolo di "intermediatrice" e quale significato ha questa onorificenza per chi, come lei, difende la scienza in agricoltura?
Prima di tutto vorrei dire che mi sono sempre sentita al servizio di un Paese che mi ha dato molto, facendomi studiare gratuitamente in una Scuola Universitaria di eccellenza. Ho sempre pensato che divulgando e raccontando le sfide del sistema agroalimentare stavo in effetti restituendo qualcosa: era ed è un mio dovere. Questo riconoscimento mi motiva ancora di più.
Io non penso che ci siano lingue diverse in ballo, ma solo scarsa conoscenza reciproca. Il divulgatore, la divulgatrice, sono semplicemente al servizio di questo dialogo, offrendo a ogni parte coinvolta punti di vista nuovi, aiutando una conversazione, che talvolta si perde in vicoli ciechi a causa di interessi devianti o di paure infondate, a ritornare sulle sfide e sugli strumenti a disposizione. L’obiettivo? Generare soluzioni condivise.
Per anni l'innovazione genetica (penso alle TEA – tecnologie di evoluzione assistita) è stata vista con sospetto da una parte dell'opinione pubblica e della politica. Dal punto di vista di un'imprenditrice agricola, cosa significa concretamente non poter accedere tempestivamente alle ultime scoperte della ricerca? Quali sono i costi economici e ambientali di questo ritardo?
Il ritardo che l’agricoltura italiana ha accumulato a causa dei freni messi alla ricerca nel campo della genetica agraria è immenso. Veramente: la capacità del resto del mondo di mettere a punto piante che richiedono meno trattamenti, con insetticidi in particolare, è sconosciuta persino alla maggior parte degli agricoltori. Come si può competere ad armi così smaccatamente impari? E la ricerca all’estero è molto più avanti anche nel mettere a disposizione piante più tolleranti la siccità, o più ricche di nutrienti per alimenti funzionali, o a shelf life più lunga per ridurre gli sprechi, ecc. Il danno per l’ambiente e per l’economia è evidente. Un campo coltivato è stato sottratto alla natura, magari secoli fa, ma è così: su quel campo, dedicato ad un’attività artificiale quale è l’agricoltura – qualunque tipo di agricoltura – noi abbiamo una responsabilità grandissima, cioè quella di farlo produrre al massimo, pur in un’ottica di sostenbilità ambientale. Qualunque strumento l’innovazione metta a disposizione per migliorare la produttività, magari migliorando anche la pressione ambientale, deve essere messo a disposizione di chi fa ricerca e di chi coltiva la terra per produrre cibo nel contesto di regole più severo al mondo, quello europeo.
Oggi si chiede all'agricoltura di essere sempre più "green", ma spesso si dimentica che l'impresa deve produrre reddito per sopravvivere. In che modo la ricerca scientifica può garantire che la sostenibilità ambientale cammini di pari passo con quella economica?
La sostenibilità è un concetto esteso, complesso, inclusivo di sostenibilità ambientale, economica e sociale. Se ne manca anche una sola non c’è sostenibilità, ma fallimento di un sistema o di una impresa. Un imprenditore che non guadagna in modo dignitoso cambierà mestiere, chiuderà l’azienda, abbandonerà il territorio. Oggi le imprese hanno bisogno di innovazione – soprattutto genetica -, di sburocratizzazione, di rapporti di filiera solidi e rispettosi, di mercati stabili che consentano la programmazione, di energia a basso costo, di quote di immigrazione per aumentare la disponibilità di persone lavoratrici.
La ricerca nei vari ambiti, genetico, economico, ingegneristico, agronomico, fitopatologico, può essere a servizio di questa sostenibilità.
Prendiamo la difesa delle piante: con sempre meno strumenti per la difesa e disposizione delle aziende agricole è frequente vedere campi attaccati ed essere del tutto impotenti davanti a malattie e insetti. Queste sono le sfide urgenti.
Di che cosa ha bisogno davvero un imprenditore agricolo da parte delle istituzioni per fare innovazione? Finanziamenti a pioggia, meno burocrazia, o semplicemente una legislazione basata sulle evidenze scientifiche e non sulle ideologie?
La politica ha un ruolo diverso da quello della ricerca e dell’impresa: ha il compito di ascoltare, mediare e fare sintesi. Ha la grande responsabilità di prendere decisioni; noi chiediamo che lo faccia sulla base di dati scientifici, che consulti le accademie e le società scientifiche in questo delicato e complesso processo. Se ciò non avviene si intraprendono politiche di corto respiro, che non sortiscono risultati; e siccome spesso le decisioni coinvolgono soldi pubblici, risorse di tutti noi, il dovere di fare politiche solide e scientificamente corrette è ancora più grande.
Come accademica dei Georgofili e divulgatrice, lei parla sia al grande pubblico che ai decisori politici. Ha l'impressione che la politica stia iniziando ad ascoltare di più la voce della scienza nel settore agroalimentare o c'è ancora una forte subalternità verso i "miti" del passato (come il ritorno a un'agricoltura bucolica)?
A mio parere certi argomenti sono più facili di altri. Per esempio, c’è un grande entusiasmo nei confronti dell’innovazione digitale, perché non vi sono preclusioni da parte di gruppi organizzati che la osteggino; sul miglioramento genetico invece la sfida politica è più complessa. Però, mentre il digitale è utile a rendere più efficiente l’uso dei fattori della produzione ma non è esso stesso un fattore produttivo, nel caso della genetica il rischio di non occuparsene porta conseguenze serie. Il miglioramento genetico è responsabile del 50% degli aumenti e miglioramenti di produzione che si sono avuti da quando è stata inventata l’agricoltura; trascurarne il racconto, non illustrarne i benefici ai consumatori, non coinvolgere la società nelle problematiche che il sistema di produzione del cibo ha davanti e nella scelta delle possibili soluzioni causa paure e richieste di divieti.
Ecco perché dedichiamo tanto tempo alla divulgazione: perché è pericoloso non farlo.
Spesso la politica legifera inseguendo le paure dei consumatori. Come si scardina questo circolo vizioso per far capire che l'alleanza tra laboratorio e campo è la vera tutela per chi mangia?
Raccontando, mostrando, coinvolgendo. È un lavoro sempre in salita perché le paure si accendono facilmente, le rassicurazioni richiedono tempo e costruzione di un rapporto di fiducia e rispetto. È fondamentale colonizzare gli spazi comunicativi: se non racconti il tuo lavoro, qualcun altro, con un’agenda tutta sua, lo farà.
Guardando al futuro, tra sfide climatiche e geopolitiche, quale dovrebbe essere il primo passo formale che le istituzioni dovrebbero compiere per permettere alle imprese agricole italiane di diventare un modello di innovazione scientifica in Europa?
Non voglio regalare facile ottimismo: è molto difficile innovare in azienda quando il cambiamento del clima e le instabilità dei mercati drenano risorse. Quello che la politica può fare è ridurre la burocrazia, cosa che promettono tutti i politici ma poi non riescono a fare; poi la politica può, come detto, rispettare percorsi decisionali basati su evidenze scientifiche. Ci serve anche un coordinamento – e questo è ruolo essenziale dei politici – fra i diversi attori delle filiere, compresa la ricerca, compresi i consumatori: la politica può aiutarci a suggellare un patto che nasca dalla presa d’atto della serietà della situazione e che porti a decisioni condivise.
Infine, vorrei fare una raccomandazione alla politica: la ricerca va finanziata in maniera importante, anche quella di base. È il miglior investimento che un Paese possa fare, insieme alla formazione scolastica.