Dialoghi sul Verde: “Beni comuni, amministrazione condivisa e foreste”

Dialogo con Maurizio Flick, Ricercatore di Diritto Forestale e Ambientale nell’Università di Padova

di Nicoletta Ferrucci e Maurizio Flick
  • 27 May 2026

Ferrucci: Nei miei “Dialoghi sul Verde” ho cercato più volte di mostrare come il rapporto tra comunità e natura non possa più essere letto soltanto in termini di tutela imposta dall’alto o di appartenenza in senso strettamente proprietario. Vi sono beni che, pur assumendo forme giuridiche diverse, esprimono un valore che supera l’interesse del singolo e si proietta sull’intera collettività, sino a coinvolgere le generazioni future. È in questa prospettiva che il tema dei beni comuni ha assunto, negli ultimi anni, una forza crescente, aprendo la strada a modelli nuovi di collaborazione tra cittadini e istituzioni. Anche in assenza di una disciplina generale unitaria, l’amministrazione condivisa ha mostrato di poter offrire risposte concrete nella cura del verde, nella gestione partecipata delle risorse ambientali, nella valorizzazione dei territori forestali e persino nella costruzione di strumenti innovativi, come gli accordi di foresta, utili anche a contrastare la frammentazione che da tempo indebolisce molti contesti boschivi. Proprio per comprendere meglio il significato e la portata di questa evoluzione, vorrei partire dalla domanda più semplice, ma anche dalla più importante. Quando parliamo di beni comuni, che cosa intendiamo davvero?

Flick: Parliamo di beni che, più che appartenere a qualcuno, servono a tutti. Non conta solo il titolo di proprietà, ma la funzione che quel bene svolge per la comunità e per le generazioni future. Per questo possiamo guardare come beni comuni all’acqua, al verde urbano, ai sentieri, ai boschi, ai paesaggi. Il punto decisivo è questo: un bene comune è un bene che chiede responsabilità condivisa, perché dal suo buono stato dipendono qualità della vita, diritti fondamentali ed equilibrio ambientale. E non è neppure un elenco chiuso: i beni comuni si riconoscono e si sviluppano nel tempo, man mano che la collettività comprende meglio il loro valore. 

Ferrucci: E come sono cambiati i tempi? In che cosa il quadro di oggi è diverso da quello di ieri?

Flick: Per molto tempo abbiamo pensato che la cura dell’interesse generale spettasse quasi solo all’amministrazione, mentre i cittadini restavano utenti o, al massimo, protestavano quando qualcosa non funzionava. Oggi questo modello è cambiato. La complessità dei problemi ambientali, la scarsità di risorse pubbliche e una più forte sensibilità verso il territorio hanno mostrato che la cura dei beni comuni richiede alleanze. Non si tratta di scaricare compiti pubblici sui cittadini, ma di riconoscere che amministrazione e comunità possono collaborare, ciascuno secondo il proprio ruolo, per finalità di interesse generale. 

Ferrucci: Se però non esiste una disciplina generale dei beni comuni, su quale base giuridica si regge questa impostazione?

Flick: Si regge su una base molto solida, anche se non raccolta in un unico testo. Il riferimento centrale è l’articolo 118, quarto comma, della Costituzione, che impone alle istituzioni di favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini per attività di interesse generale. A questo si aggiunge l’articolo 9, che oggi tutela espressamente ambiente, biodiversità ed ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. In pratica, più che una sola legge-quadro, abbiamo un mosaico di principi costituzionali, regolamenti comunali, strumenti pattizi e norme settoriali che, messi insieme, danno corpo alla logica dei beni comuni e dell’amministrazione condivisa. 

Ferrucci: Che cos’è allora, in parole semplici, l’amministrazione condivisa? E come funziona?

Flick: È un modo di amministrare insieme. L’ente pubblico non rinuncia alle proprie responsabilità, ma apre spazi di collaborazione con cittadini singoli, associazioni, comitati, scuole, gruppi informali. Lo strumento tipico è il patto di collaborazione: si individua un bene o un interesse comune, si chiarisce chi fa cosa, per quanto tempo, con quali mezzi e con quali garanzie. Così il rapporto non è più solo verticale, ma cooperativo. Non è un appalto e non è una privatizzazione: è corresponsabilità organizzata. E questo vale non soltanto per una piazza o un giardino, ma anche per un sentiero, un’area verde periurbana, un piccolo corso d’acqua o un bene naturale che la comunità sente come proprio. 

Ferrucci: Perché ambiente e verde sono un terreno così importante per questa esperienza?

Flick: Perché proprio qui si vede meglio che interesse individuale e interesse collettivo coincidono. Un parco curato, un sentiero mantenuto, un bosco gestito bene, un’area verde restituita alla comunità migliorano insieme paesaggio, salute, sicurezza e coesione sociale. Inoltre, l’ambiente non è un bene disponibile solo nel presente: ci obbliga a pensare al lungo periodo. La tutela del verde, del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi richiama una responsabilità che non riguarda solo l’ente pubblico, ma l’intera comunità. Per questo il verde è uno dei luoghi naturali dell’amministrazione condivisa. 

Ferrucci: E le foreste, in questa prospettiva, come entrano nel discorso dei beni comuni?

Flick: Le foreste vi entrano in modo molto chiaro, almeno in senso funzionale. Il bosco può essere pubblico, privato o collettivo, ma le sue funzioni vanno ben oltre il confine della singola particella: tutela del suolo, regimazione delle acque, biodiversità, assorbimento di carbonio, qualità del paesaggio, economia locale, fruizione sociale. Proprio per questo la foresta ci insegna che la proprietà resta importante, ma non basta da sola. Quando un bene forestale ha effetti così ampi sulla vita della comunità, la gestione non può essere pensata in modo isolato; ha bisogno di coordinamento, responsabilità e visione comune. 

Ferrucci: Tra le novità più interessanti di oggi, dove colloca gli accordi di foresta?

Flick: Li considero una novità molto significativa, perché portano la logica collaborativa dentro un territorio che in Italia soffre spesso di frammentazione e abbandono. La legge del 2021 ne promuove espressamente la stipulazione come strumenti per valorizzare superfici pubbliche e private a vocazione agro-silvo-pastorale, conservare i boschi ed erogarne i servizi ecosistemici; inoltre prevede che possano favorire gestione associata, riduzione del rischio idrogeologico e di incendio, sviluppo di filiere forestali e valorizzazione socio-culturale dei contesti locali. In questo modo la foresta non è più vista come una somma di particelle separate, ma come un patrimonio territoriale da gestire in modo coordinato, sostenibile e produttivo. 

Ferrucci: In che modo questi strumenti possono aiutare a contrastare la frammentazione forestale? E quale messaggio finale si sente di lasciare?

Flick: La frammentazione forestale è un problema serio, perché spezza la gestione in tante piccole unità, spesso prive di redditività e quindi esposte all’abbandono. Il Testo unico forestale chiede alle Regioni di promuovere associazionismo fondiario, consorzi forestali, cooperative e altre forme associative; gli accordi di foresta si muovono nella stessa direzione, perché consentono di aggregare superfici, condividere costi, costruire piani unitari, rendere possibili interventi selvicolturali, prevenire incendi e dissesto, creare filiere locali del legno e valorizzare i servizi ecosistemici. Il messaggio finale, dunque, è semplice: il futuro delle foreste non passa solo da più regole, ma da regole buone, istituzioni credibili e comunità coinvolte. Quando la cura del bosco diventa davvero condivisa, la foresta smette di essere un problema sparso e torna a essere una ricchezza comune.