Cicoria per la riduzione del metano enterico dalle bovine da latte

Un piccolo contributo per rimediare al riscaldamento globale, alimentato però (soprattutto) dalle guerre.

di Mauro Antongiovanni
  • 13 May 2026

La produzione dei gas climalteranti enterici da parte dei ruminanti è stata spesso esageratamente colpevolizzata da ecologisti non sempre in buona fede. Nel 2006 la FAO ha pubblicato il corposo opuscolo “Livestock’s long shadow”, nel quale si affermava che il contributo alla produzione di gas serra dovuto al solo settore zootecnico è del 18% del totale, trasporti e industrie comprese. In un ulteriore documento FAO del 2019 si correggeva parzialmente il dato allarmante, affermando che “il contributo dovuto al solo settore zootecnico è confermato al 14,5%”.
Ora, per correttezza scientifica, è opportuno distinguere fra la CO2 prodotta per combustione delle fonti non rinnovabili, come è il caso dei trasporti e delle industrie, e la CO2 prodotta nel digerente degli animali a dieta vegetale.
I ruminanti, come tutti gli animali erbivori, non “creano” miracolosamente anidride carbonica dal nulla, ma la producono per fermentazione enterica dei carboidrati contenuti nei vegetali che mangiano. E i vegetali che mangiano hanno “costruito” i loro carboidrati strutturali e di riserva attraverso quel mirabile processo naturale che è la fotosintesi clorofilliana, che cattura l’anidride carbonica dispersa in atmosfera sfruttando l’energia solare e sviluppando ossigeno. Pertanto, la CO2 enterica non viene prodotta ex novo, ma è quella già presente in atmosfera che viene così riciclata con, in più, il vantaggio della produzione di ossigeno.
Il problema, semmai, è che una parte più o meno rilevante del carbonio dei carboidrati degli alimenti vegetali, strutturali e di riserva, viene fermentato con produzione di metano, gas circa 20 volte più dannoso della CO2 in termini di contributo al riscaldamento globale, in quanto non riciclabile nella fotosintesi. Vero è che il metano con il tempo viene riossidato a CO2 con l’ossigeno atmosferico, ma ci vogliono anni.
L’interesse di alcuni ricercatori si è pertanto indirizzato specificatamente verso la riduzione delle emissioni di metano enterico, se non altro per contribuire ad alleviare la gravità del problema. A questo proposito, fra i tanti lavori in letteratura, vale la pena di citare il recentissimo lavoro di Cui et. al. (Chicory reduces enteric methane emissions and maintains milk yield but decreases milk fat content compared with perennial ryegrass in dairy cows), sul J. Dairy Sci. del 24 marzo 2026. Gli autori hanno confrontato due diete, una basata sulla cicoria (Chicorium intybus) e l’altra sul loietto perenne (Lolium perenne) come soli foraggi, nella alimentazione di bovine da latte. 
I due foraggi non hanno influenzato i consumi di sostanza secca, ma la cicoria ha richiesto tempi più lunghi di masticazione. I valori del latte prodotto, grassi, proteine, lattosio, se corretti per i contenuti di grasso e proteine (FPCM = fat and protein corrected milk) sono risultati statisticamente confrontabili con ambedue i foraggi. In conclusione, la cicoria ha contribuito a ridurre la produzione di metano del 26% e quella dell’urea nel latte del 52%, aumentando quella di idrogeno del 23%.
L’articolo segnala una possibile alternativa alimentare per bovine da latte per contribuire alla riduzione della produzione di un gas serra importante. Sta agli allevatori valutarne la opportunità. Ma l’articolo fa, soprattutto, riflettere sul fatto che da una parte c’è chi cerca di fare qualcosa, anche se poco, per rimediare al grosso problema del riscaldamento globale, dall’altra parte si hanno conflitti come quello in Ucraina o quello di Israele che non ci risparmiano bombe ed esplosioni di tutti i tipi, certamente inquinanti e non poco!