Il 3 dicembre 2025 la rivista Nature ha pubblicato un contributo di Sedeer el-Showk, ricercatore finlandese, dedicato a uno dei temi più discussi dell’edilizia contemporanea: la diffusione di edifici multipiano e grattacieli realizzati in legno. Non si tratta più di casi isolati o sperimentali, ma di una tendenza che sta progressivamente entrando nelle strategie urbane di molte città, soprattutto nel Nord Europa e in Nord America.
Alla base di questo interesse vi è una proprietà ormai ben nota: il legno è un materiale capace di immagazzinare carbonio per tutta la durata della sua vita utile. Utilizzato in edilizia, contribuisce quindi a sottrarre CO₂ dall’atmosfera e a conservarla nelle strutture urbane per decenni, se non secoli. In un contesto in cui il settore delle costruzioni è responsabile di una quota rilevante delle emissioni globali, questa caratteristica rende il legno una risorsa strategica per la transizione climatica.
Tuttavia, l’articolo di Nature non si limita a sottolineare i benefici. Al contrario, accompagna il lettore dentro una riflessione più complessa, mettendo in evidenza alcuni nodi critici che meritano attenzione. Il primo riguarda la disponibilità della materia prima: l’espansione della domanda di legno per usi strutturali potrebbe superare, in alcune aree, la capacità produttiva delle foreste, soprattutto se non adeguatamente pianificata. Il secondo nodo riguarda la tracciabilità e la sostenibilità delle filiere: senza sistemi di certificazione credibili e diffusi, il rischio è che l’aumento della domanda si traduca in pressioni eccessive sugli ecosistemi forestali.
Ne emerge una visione equilibrata, nella quale i grattacieli in legno rappresentano una possibile direzione verso città più sostenibili, ma il loro reale valore ambientale dipende da ciò che accade a monte, nei boschi e nelle piantagioni arboree. In altre parole, il cantiere edilizio è solo l’ultimo anello di una catena molto più lunga, che inizia con la gestione forestale.
Uno spunto per il contesto italiano
Questa riflessione appare particolarmente rilevante anche per l’Italia, dove il tema del cosiddetto “legno Made in Italy” è ancora ben presente nel dibattito pubblico e nelle strategie di valorizzazione delle risorse nazionali. Tuttavia, la consapevolezza dei tempi, delle condizioni e degli investimenti necessari per costruire una filiera realmente solida e sostenibile appare ancora ben lontana dalla realtà.
Aprire un confronto su questi temi significherebbe mettere al centro non solo l’uso del legno, ma anche la capacità del sistema forestale nazionale di rispondere a una domanda crescente, senza compromettere le funzionalità ecologiche dei boschi e senza generare aspettative irrealistiche.
L’articolo di Nature ha il merito di riportare l’attenzione su un aspetto spesso trascurato: la distanza tra le visioni che riguardano il ruolo delle foreste e le condizioni reali in cui esse vengono gestite. Sempre più frequentemente, nel contesto italiano, si ascoltano proposte e dichiarazioni che attribuiscono alle foreste un ruolo centrale nelle politiche climatiche, senza però considerare i vincoli tecnici, ecologici ed economici che caratterizzano la gestione forestale stessa e i benefici che può portare.
Questa distanza è probabilmente legata anche a una limitata familiarità, da parte di molti decisori, con il mondo forestale. Il risultato di tale distanza è il rischio di formulare obiettivi ambiziosi ma scollegati dalla realtà operativa, destinati quindi a rimanere inefficaci.
Perché le foreste possano contribuire concretamente alla transizione climatica, così come al Made in Italy, servono alcune condizioni imprescindibili: competenze tecniche in ambito selvicolturale, oggi non così diffuse come servirebbe; investimenti finanziari che vadano oltre l’orizzonte di una singola legislatura; un quadro normativo capace di premiare chi adotta pratiche di gestione lungimiranti; e, soprattutto, tempo. Tempo per pianificare, per intervenire, per osservare gli effetti delle scelte adottate.
Ignorare questi elementi significa costruire narrazioni che rischiano di disperdersi rapidamente, senza produrre risultati concreti. Al contrario, riconoscerli rappresenta il primo passo per trasformare il potenziale delle foreste in un contributo reale e misurabile.
Per approfondire e accedere all’articolo di Nature:
https://www.rivistasherwood.it/r/pillole-forestali/pillole-mondo-13.html