Riflessioni “apocalittiche” sul rapporto tra Uomo e Natura

Quando è avvenuta la separazione tra economia ed ecologia? Quando l’uomo ha pensato di non avere bisogno della natura.

di Elisabetta Norci
  • 08 April 2026

Spesso parliamo senza pensare al significato delle parole che usiamo. Ad esempio, ci sono termini con il prefisso “eco” che abbondano nel nostro vocabolario ed in quello delle pubblicità, della televisione, nei nomi di comuni prodotti commerciali. Perché ciò che ricorda la parola ecologia migliora la vendibilità dei prodotti, fa sentire più a posto la coscienza dei consumatori, la nostra coscienza. Accanto ad “eco” c’è la parola “bio”, anche questa passe-partout per la commercializzazione e la tacitazione della coscienza collettiva, facendo riferimento anche alla nostra salute e quindi alla nostra psiche.
Ma cosa significano eco, bio?
Eco viene da oikos, che vuol dire casa, abitazione (anche patria…), lo sappiamo tutti, ma quando e quanto ci si ferma a pensare che l’ecologia parla di casa nostra? E che l’ambiente, etimologicamente, è tutto ciò che ci circonda, compreso anche ciò che non vediamo o non percepiamo?
Io penso che non ci riflettiamo abbastanza, siamo presi dal sistema. Ed il sistema cos’è? Dal greco sunistemi: raccogliere, mettere insieme; ma mettiamo insieme l’eco con bio?
È interessante notare come nel porsi delle domande, che potremmo definire “banali”, si rischia di essere tacciati di essere apocalittici. E, dato che abbiamo iniziato questo percorso, cosa significa questo termine?
Apocalissi: da apo kalupsis - apo kalupto, togliere il velo.
Oggi questo termine ha preso un significato negativo, esageratamente negativo, di una figura retorica, eppure in realtà non ci si riferisce a qualcosa di fantastico, riguardante un futuro lontano, si riferisce all’oggi ed al domani. Nella frenesia della corsa che domina la nostra vita, le nostre giornate, le nostre ore su questa terra, abbiamo perso il senso delle parole che usiamo, che, già di per sé, sarebbe sufficiente a farci capire.
Oggi, protagonista delle cronache e della politica (da polis) è l’economia, dal greco: eco-nomia, da nomos, nomoi (dal greco: leggi), quindi le leggi che regolano la casa, a partire dalla nostra casa, anche la casa che ospita tutti noi: il mondo, il pianeta terra. Eco-nomia ed eco-logia hanno una radice comune, eppure sembra impossibile perché economia ed ecologia sono continuamente in antitesi. Dovremmo governare la nostra dimora (economia) attraverso regole che rispettino la dimora stessa (ecologia) e gli ecosistemi che la compongono.
Quando è avvenuta questa separazione tra economia ed ecologia? Quando l’uomo ha pensato di non avere bisogno della natura.
L’uomo è un costruttore, ha bisogno di trasformare per crearsi un nido, una tana, un luogo in cui trovare protezione e questo è avvenuto sin dai primordi. Quando è passato dall’essere cacciatore all’essere allevatore ed agricoltore, ha capito la necessità di aggregarsi ed ha individuato delle regole di convivenza, e poiché era un allevatore, le prime hanno riguardato la gestione dei pascoli (nomoi). (Interessante come questo termine ha poi preso il significato di leggi).  Per millenni l’uomo ha trasformato la natura, considerandola sacrale, da propiziarsi, cercando degli equilibri con essa, a volte vincendo, a volte essendone vinto, ma sempre in allerta ed in perpetuo dialogo perché basta un breve lasso di abbandono e la natura riprende il sopravvento (vediamo gli esiti dell’abbandono di bonifiche, della campagna etc.). L’economia è avvenuta in questo perpetuo dialogo con la natura, nella grande casa (oikos), appartenente ad entrambi.
Alcuni decenni fa l’uomo ha pensato di non avere più bisogno della natura, che ormai considerava dominata e vinta, che la grande casa comune oikos fosse solo sua, da trasformare a piacimento. Abbiamo fatto come quei casi che si vedono alla televisione, in cui ci sono persone che riempiono la casa di spazzatura e noi pensiamo all’unisono che sono degli spostati, dei malati mentali, chi mai vorrebbe vivere immerso nei rifiuti???? Tutti noi, in realtà!!!
Il paesaggio, ad esempio, è sempre stato il sottoprodotto o derivato dell’agricoltura e delle attività umane, ad esclusione dei giardini, che ovviamente sono il risultato di una progettualità estetica; il paesaggio a scala territoriale era il frutto di una economia, intesa come una relazione tra uomo e natura in cui l’uomo modificava la natura affinché rispondesse alle sue necessità, cercando degli equilibri e facendo memoria delle risposte che la natura dava nei confronti di alcune modifiche. Poi la cultura popolare è diventata obsoleta ed è stata gettata alle ortiche insieme alla madia della cucina, che oggi si va a ricomprare dall’antiquario. Tanto, si pensava, e si continua a pensare, c’è la tecnica che permette di superare qualunque ostacolo di tipo naturale perché noi non ci facciamo fermare dalla natura (!!!). Poi, siccome poi la zona in trasformazione frana o si allaga, bisogna cementificare ulteriormente per mettere in sicurezza rialzando gli edifici, prendendo terra altrove, dove si crea un avvallamento, che sarà da ripristinare…insomma non si finisce mai!
Sono apocalittica???!
E non riusciamo a pensare di creare, come una volta, il paesaggio in modo indiretto, semplicemente lavorando; lo vogliamo progettare, restaurare, ricreando paesaggi storici. Praticamente trattiamo tutto il territorio come un grande giardino, che da una parte è vero, come dice Olmstead, perché necessita cure e manutenzioni ma non ha mai avuto bisogno di un progetto paesaggistico generale. Praticamente trattiamo il paesaggio come un quadro. Siamo tornati indietro, al tempo in cui fu necessario scrivere nella Legge 1497/39 che si tutelavano le “bellezze naturali come quadri” anche se questa dizione è sparita dall’art. 136 del Dgs 42/2004. La Convenzione europea del paesaggio del 2000, che nel 2025 ha celebrato 25 anni, aveva dato una ventata di novità, che con il tempo è spesso andata persa.
Il paesaggio viene considerato oggi come una mera rappresentazione dello spazio, non come processo culturale e come frutto reale della interazione tra uomo e natura.
Il conflitto avviene nella differenza di temporalità dei luoghi e temporalità degli abitanti, nell’antichità si attribuiva un pascolo ad un abitante per soddisfare i suoi bisogni ma il pascolo era da preservare per l’eternità. Oggi non prevede domani, figuriamoci domani l’altro!
Sono apocalittica? Lo spero, nel significato etimologico del termine! Vorrei tanto togliere il velo, vedere e mostrare che “il RE è nudo”, citando Hans Christian Andersen ("I vestiti nuovi dell'Imperatore").