Il nuovo business mondiale della dipendenza

di Vito Amendolara*
  • 08 April 2026

C’è una guerra invisibile che si combatte ogni giorno contro la nostra libertà di scegliere. È l’ "economia della dipendenza”, un modello che orienta consumi e comportamenti agendo in modo silenzioso ma estremamente efficace, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.
Non si tratta di fenomeni casuali, ma di strategie sempre più sofisticate e persuasive, progettate per catturare contemporaneamente mente e corpo: l’attenzione nel mondo digitale e l’appetito attraverso il cibo ultraprocessato.
Due ambiti apparentemente lontani, ma uniti dallo stesso paradigma economico: rendere l’individuo dipendente per trasformare il comportamento umano in mercato permanente
Oggi i nostri ragazzi crescono dentro due ecosistemi progettati per trattenerli, due mercati diversi, una logica identica: massimizzare il tempo di esposizione e la ripetizione del consumo.
Per fortuna qualcosa comincia a muoversi. Negli Stati Uniti con una situazione che ha raggiunto livelli ingestibili, è in corso un importante procedimento giudiziario che coinvolge Mark Zuckerberg e Meta, accusati da diversi Stati di aver progettato piattaforme con meccanismi in grado di favorire l’uso compulsivo tra i minori. Non si tratta di una prima controversia: negli anni Meta è stata coinvolta in numerose indagini e sanzioni legate alla gestione dei dati, alla trasparenza algoritmica e alla tutela dei minori. Questo elemento di recidività nelle controversie regolatorie alimenta un dibattito internazionale sulla responsabilità delle grandi piattaforme.
I numeri spiegano perché il tema è cruciale: negli Stati Uniti fino al 95% degli adolescenti utilizza i social media, e oltre un terzo dichiara un uso quasi costante. In Europa l’uso problematico dei social tra adolescenti è salito dall’7% nel 2018 all’11% nel 2022 secondo dati OMS. In Italia circa l’80% degli adolescenti utilizza quotidianamente i social network, solo il 23% riesce a limitare l’uso (dati: safer internet day)
Parallelamente, sul fronte alimentare, l’avanzata dei prodotti ultra‑processati è un fenomeno documentato. Studi recenti indicano che in America,gli UPF (ultraprocessati) rappresentano circa il 60% delle calorie totali negli adulti e superano il 65% negli adolescenti (fonte: Bmj global Health dietary data).
In Italia invece, circa il 20-23 % dell’energia quotidiana proviene da alimenti ultra‑processati, con picchi ancora più elevati in alcune fasce di popolazione (fonte: Okkio alla salute). Le principali fonti sono snack confezionati, biscotti industriali, bevande zuccherate e prodotti pronti.
In tale contesto le evidenze scientifiche sono sempre più consistenti: una ampia revisione pubblicata sul British Medical Journal nel 2024 collega un alto consumo di ultra‑processati a un aumento del rischio di patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2, disturbi dell’umore e mortalità generale.
Il punto di contatto tra le due realtà è strutturale: design persuasivo, marketing aggressivo, utilizzo di meccanismi psicologici che sfruttano vulnerabilità cognitive, in particolare nei minori. Nel digitale si parla di notifiche, scroll infinito, ricompense variabili; nel cibo di iper‑palatabilità, combinazioni di zuccheri, grassi e sale progettate per stimolare il consumo ripetuto.
La questione non è demonizzare tecnologia o industria alimentare, ma riconoscere una evidente asimmetria di potere tra grandi gruppi multinazionali e singoli cittadini. Quando la progettazione è orientata alla massimizzazione del profitto attraverso la cattura dell’attenzione o dell’appetito, la libertà formale rischia di diventare fragile o inesistente.
In questo contesto colpisce il silenzio e la lentezza delle autorità italiane rispetto a un dibattito che altrove è già entrato nei tribunali e nei parlamenti. Mentre negli Stati Uniti si discutono responsabilità (emblematico l’attacco del procuratore Cittadino di San Francisco, David Chiu, alle multinazionali del food), e in Europa il Digital Services Act introduce nuove tutele per i minori, in Italia il confronto resta ancora evanescente.
Serve con urgenza una doppia strategia: regolazione pubblica immediata per proteggere i minori da pratiche commerciali aggressive, e formazione culturale profonda per restituire consapevolezza e capacità critica alle nuove generazioni, partendo dal presidio educativo privilegiato: la Scuola
La libertà non è l’assenza di regole. È la possibilità di scegliere senza essere manipolati da meccanismi invisibili. Se la politica vuole davvero tutelare la salute pubblica, deve avere il coraggio di affrontare insieme le due grandi dipendenze del nostro tempo: quella digitale e quella alimentare.
È una scelta di civiltà per le nuove generazioni, che rischiano di consumare il presente prima ancora di dare forma al futuro.

(*L’Autore è Presidente dell’Osservatorio nazionale Dieta mediterranea)