La fotografia del mondo contadino

di Zeffiro Ciuffoletti
  • 01 April 2026

Da quando fu inventata, intorno al 1840, la fotografia ha influenzato il “regime percettivo” in maniera sempre più forte. Con l’avvento del cinema e, poi, della televisione si è creata una vera e propria civiltà dell’immagine. Naturalmente l’“immagine analogica”, come ha scritto Pierre Sorlin (I figli di Nadar. Il “secolo” dell’immagine analogica, Einaudi, Torino, 2001), è inseparabile dalla visione umana e dal punto di vista o meglio dalla scelta del soggetto. Quindi la fotografia non rappresenta la realtà oggettiva, ma piuttosto un punto di vista.
Nella mostra “Frammenti”, visitabile nella sede dell’Accademia dei Georgofili fino al prossimo 4 giugno 2026, la ricca e preziosa raccolta di fotografie esposte riguarda la storia passata, quella del Novecento, come nel famoso film di Bertolucci, del mondo rurale in tutte le sue espressioni: “le opere e i giorni”, la vita sociale che si esprimeva sia nelle pratiche del lavoro dei campi, come la mietitura, la battitura o la vendemmia, sia nelle feste religiose e laiche che scandivano le stagioni. Ed ancora la famiglia che si radunava intorno alla tavola, dove, come per l’orto e il pollaio, le donne finalmente potevano “governare”. “Governare” e “rigovernare”, in casa e nel pollaio. Le parole non sono un caso perché nella piramide della famiglia contadina al vertice non c’era solo l’uomo, ma con compiti precisi anche la “reggitrice” della famiglia, quasi sempre numerosa e varia. La grande mutazione, prima lenta, poi accelerata, come nel tempo del cosiddetto “miracolo economico” del secondo dopoguerra, che segnò il decollo dell’industria, generò l’abbandono delle campagne di decine di milioni di contadini. Finì un’epoca e finì un mondo che le immagini della mostra ci restituiscono con tutta la ricchezza di valori tanto che potremmo parlare di “ricchezza della povertà”, almeno sul piano della sociabilità, a partire da quello che nella mostra viene indicato come “il focolare domestico”.
«Quello proposto in questa raccolta – è scritto nella presentazione – è un racconto per immagini, scelte all’interno del patrimonio fotografico dell’Accademia, scandito per i sommi temi che costruivano il percorso espositivo vero e proprio e che raccoglie “frammenti”, appunto, di vita quotidiana (reale o artefatta, dura o agiata), di costume, di “condizioni sociali”, calati all’interno della cultura agraria del XX secolo».
Gli autori di queste foto, come si può immaginare, erano spesso proprietari, ma anche fotografi che conoscevano bene il mondo rurale e in un certo senso ne coglievano il segreto più intimo: l’amore per la terra per la quale sudavano e si affannavano, e quello altrettanto sentito e sofferto con la famiglia. Sofferto perché confliggeva con lo spirito di autonomia e di libertà che ormai cozzava con la caratteristica di unità della famiglia contadina e con le sue gerarchie interne.
La storia dell’Italia agricola è nota, ma vale la pena di ricordarla anche se in estrema sintesi. Al censimento del 1881, a vent’anni dalla nascita dell’Italia unita, su circa 8 milioni e mezzo di addetti all’agricoltura, oltre 5 milioni e 700 mila erano “lavoratori dipendenti”, braccianti, giornalieri e salariati fissi. Quasi il doppio della Germania e più del doppio della Francia. Dietro i contadini italiani censiti come “indipendenti” c’erano, specialmente nell’Italia centrale, mezzadri, coloni parziari e piccolissimi proprietari. Di fatto l’Italia era uno tra i paesi più agricoli del continente.
Dopo la Prima guerra mondiale metà della popolazione era occupata in agricoltura e i soldati congedati avevano fame di terra. Gli studiosi più attenti ai fenomeni sociali messi in moto dalla guerra parlano di 2 milioni e mezzo di contadini arruolati. Quel che più conta è anche il fatto che gli agricoltori proprietari passarono dal 21,2% del 1911 al 35,6% del 1921. Per crescere ancora negli anni successivi, quelli dell’ideologia ruralista del periodo fascista. Più l’inizio delle bonifiche in vaste aree del paese, dalla Maremma al Meridione. Così le bonifiche contribuirono alla diffusione dei coltivatori diretti. Tuttavia, proprio negli anni della retorica ruralista e dell’autarchia, tra il 1931 e il 1936, la popolazione attiva in agricoltura scese dal 48,75% al 36,1%. Stavano avanzando l’industria e il terziario. Nel secondo dopoguerra, dopo un duro e intenso ciclo di lotte contadine e dopo la riforma agraria che formò un esteso ceto di piccoli coloni-proprietari, nel 1951 il 74% dell’occupazione in agricoltura era ormai costituito da coltivatori diretti e loro coadiuvanti. Proprio, allora, però, il “miracolo economico” in pochi decenni svuotò le campagne italiane e milioni di rurali si trasformarono in cittadini e operai emigrando dalle campagne alle città, dal Sud al Nord. In 20 anni, dal 1950 al 1970, si assistette ad una drastica contrazione della popolazione attiva in agricoltura. Una contrazione che, ad esempio, la Francia aveva compiuto in un settantennio dal 1900 al 1970. In Italia questo processo avvenne in appena due o tre decenni.
Ecco perché l’Italia si poteva definire il paese più rurale d’Europa. Ed ecco perché questa mostra ci restituisce “frammenti” di questa estesa e penetrante realtà sociale, che ha lasciato segni inconfondibili nella storia d'Italia e nel vissuto di molte generazioni. Almeno sino a che questa memoria non è diventata storia di un passato sempre più lontano.
Infine, nessuno può ignorare il fatto che ancora oggi l’Italia è uno dei paesi più forti d’Europa nell’agroindustria, che non vuol dire affatto agricoltura debole, come alcuni pensano. I Georgofili, non a caso, coltivano la memoria storica, ma come compito e missione principale favoriscono le innovazioni in campo agricolo non solo dal punto di vista tecnico e produttivo, ma anche dal punto di vista ambientale, sociale e culturale.