La strenna di Mario. Un racconto sugli alberi e la storia.

di Franco Viola
  • 18 March 2026

Ero seduto davanti a Mario Bonsembiante, nel suo studio, in Facoltà. Era in pensione già da qualche anno, ma continuava a frequentare il Dipartimento, incapace di staccarsi dagli amici, dai colleghi, dalle sue ricerche e dal ricordo degli anni belli del suo rettorato. Quando tornavo dalle mie lezioni, mi fermavo spesso a salutarlo, e a scambiare qualche chiacchiera con lui. Pur essendo io molto più giovane, ci univa una lunga amicizia, fondata sulla sincerità e sulla schiettezza con cui ci si confrontava su ogni cosa. “Mi prepari un libro sugli alberi monumentali del Veneto?” Mi chiese un giorno a bruciapelo. “Vorrei una strenna da regalare a Natale, un libro che colpisca per la bellezza delle immagini, che trasmetta idee corrette non solo sulla monumentalità degli alberi, di cui parlano tutti, ma anche sui boschi, sulla natura …”. Lo guardai perplesso, ricordando le infinite discussioni sul significato della monumentalità e dei censimenti che si compivano qua e là, anche in Veneto. “Le librerie hanno scaffali pieni di libri di questo tipo, non ce n’è proprio bisogno di un altro ancora”, gli risposi con l’intento di spegnere sul nascere ogni possibile discussione sull’argomento. Capì al volo la mia contrarietà, e parlò d’altro, scherzando, come sempre pungendoci per la nostra opposta visione dell’Università, della politica, del mondo intero. Passò forse una settimana. Seduti ancora una volta l’uno di fronte all’altro, mi ripeté la domanda. “Niente alberi monumentali, ti chiedo però di pensare ad un libro che tratti della bellezza che ci sta attorno, di quella bellezza che molti non riescono più a vedere”. Lo fissai dubbioso. Mi lesse sul viso le perplessità sull’impresa che mi stava proponendo; intuì forse anche la stanchezza, e la voglia di non avventurarmi in un lavoro che si sarebbe trascinato per mesi e mesi, forse per anni. “Non avrai paura di scrivere qualche didascalia sotto a qualche foto … alle fotografie penseranno altri - continuò - tu preparami un progetto editoriale, che poi troveremo le soluzioni, e decideremo il da farsi”. Mi venne un’idea. Gli suggerii di lasciar perdere gli alberi belli, grandi, curiosi, insomma di non cadere ancora nel gorgo della monumentalità; gli prospettai una diversa strategia, alla portata delle nostre forze. “Non pensare solo ad alberi immensi, carichi di anni, dalle forme curiose e stupefacenti - fu il mio invito - pensa al giardino di casa tua, su a Feltre, e alle piante di cui ti parlava tuo padre, magari anche il nonno … Chissà quante storie ti hanno raccontato su quel giardino! Anche quelle piante sono state testimoni della storia della terra in cui sei nato e cresciuto; sono state importanti per la tua famiglia, ma forse anche per il paese, per la comunità che ci abitava. Ogni angolo della nostra terra ha una storia da raccontare, e sono sicuro che qualche pianta è stata testimone di quella storia; forse l’ha anche scritta!”. “Se vuoi una strenna diversa da tutte le altre, tirando in ballo anche gli alberi, bisognerà recuperare questa memoria delle piante, o dalle piante, per farne trama di alcuni racconti, brevi quasi quanto le didascalie delle fotografie che tanto desideravi, ma lunghe abbastanza da dare spazio al territorio, e alle vicende che vi si sono consumate. Mi pentii subito d’aver suggerito questa idea al mio amico. Cominciai infatti a considerare quali specie avrebbero potuto donarmi spunti per i racconti, e nella ricerca coinvolsi i ricordi dei miei studi di selvicoltura, quelli di bambino, passati tra i contadini sui colli sopra Vicenza, e poi le mie scarse reminiscenze sulle tradizioni rurali e sulle vicende forestali, dai tempi di Roma fino a quelli della Serenissima, su e su fino ai giorni nostri. Capii che si trattava di un’avventura complicata, faticosa e rischiosa. Mario possedeva un dono che mi imbarazzava: sembrava intuire i miei pensieri, come se mi leggesse nella mente. Capii che stava avvertendo il mio disagio, e per un attimo sembrò che volesse cambiare discorso. Invece gli si accesero gli occhi, come infiammati da un nuovo interesse. Hai ragione … possiamo portare l’attenzione sulle storie di casa, che sono la memoria dei luoghi. I nonni sono la riserva dei ricordi della famiglia, della casa, del territorio. Da bambino stavo sempre accanto al nonno, che era in grado di spiegarmi ogni cosa che io volessi chiedergli, e così mi regalava le sue esperienze, che erano fatte di saggezza, del continuo ruminare sulle vicende della vita; serviva a noi per imparare la strada migliore per crescere. Così ho ascoltato anche storie di uno o due secoli fa, che poi erano racconti del villaggio vicino a casa, o anche del Veneto … anche dell’Italia, pensa alle guerre che ci hanno coinvolto, quassù in montagna. Rise. Non so se il nonno fosse attendibile. Si sa, la memoria vacilla con il passare degli anni, e i suoi racconti forse disegnavano non quello che era stato, ma quello che avrebbe voluto fosse accaduto. Pensa … proprio lì in giardino, a Feltre, dove una sera io e te stavamo passeggiando, il nonno mi aveva narrato una storia sentita da suo nonno … Ricordi il grande cedro piantato e cresciuto al riparo della casa … beh, quel cedro dà ombra alle finestre di una stanza … di cui ora ti dirò. In quel momento considerai che Mario volesse mettere alla prova la mia proposta dandomi qualche spunto per uno dei possibili racconti da inserire nella strenna. Ascoltai con più attenzione. “Quel cedro avrà trecento anni. Un cedro del Libano.” Pensai che trecento anni fossero ben tanti per una specie dal legno fragile, che si spezza facilmente sotto il peso della neve di primavera, o per il vento, quando soffia violento sui rami appesantiti dalla pioggia. Però è una pianta che cresce con vigore; s’ingrossa rapidamente, e così sembra vecchia anche quando è soltanto adulta. “… è stata potata un’infinità di volte per bilanciarne la chioma quando si schiantava qualche ramo - continuò Mario - ricordo che lo faceva anche mio padre. Credo che sia stato piantato da mio nonno, al posto di un altro cedro schiantato da una burrasca, di quelle che ogni tanto capitano lassù. Resistono bene solo le specie indigene, quelle dei boschi che ci stanno intorno. Ma un cedro c’è sempre stato nel nostro giardino, in campagna. I cedri sono belli, imponenti ed eleganti insieme; sono un portafortuna per la casa”. Una staffetta di cedri, dunque, che si sono passati il testimone, e l’ordinanza: essere compagni nel tempo della casa del mio amico, sopra Feltre. Fatti i conti, con due generazioni di cedri si potrebbe arrivare a metà Settecento, forse anche ai primi anni di quel secolo. “Proprio quel cedro mi fa ricordare la storia di una fanciulla, forse una pastora, che si era innamorata di Goldoni. A casa mia c’è una stanza che veniva chiamata la camera del Goldoni. Una storia finita male, diceva il nonno”. La sera stessa provai ad abbozzare la storia e l’indomani la proposi al mio amico. L’approvò, e mi invitò ad andare avanti. “Ora so che il valore degli alberi non sta nelle loro dimensioni, nelle forme o nell’età, ma nelle storie che possono raccontare! Pensa alle vicende legate alla fluitazione del legname, o quelle connesse al carbon dolce, e alle antiche industrie del ferro e del rame …. - Aveva gli occhi che fiammeggiavano d’entusiasmo - ho chiesto ai Georgofili di sostenere questo nostro lavoro - continuò - ed hanno accettato. Non puoi tirarti indietro … e poi, pensaci, stiamo aggiungendo una nuova dimensione alla definizione di albero monumentale. Noi rendiamo l’importanza a piante apparentemente comuni, specie che magari nessuno più considera, ma che hanno contribuito a scrivere la nostra storia, perché sono legate alle tradizioni della nostra gente, al modo di lavorare, di campare … di disegnare e di mantenere la terra. Qui dentro c’è il nostro Veneto. È questo che vorrei ci fosse nella strenna”. Il destino ci impedì di continuare i nostri ragionamenti, seduti l’uno di fronte all’altro, per valutare insieme le storielle che tanto desiderava. Accadde alla fine di dicembre di quello stesso anno, il 2009. Dentro di me promisi al mio amico che in un modo o nell’altro avrei messo insieme il libro di racconti che tanto gli era stato a cuore. Pensai al possibile titolo, e sentii che gli sarebbe piaciuto: Gli alberi ricordano. Il tempo passò riportandomi cento altri impegni. Tornai a scrivere solo dieci anni più tardi, quando trovai traccia del racconto che avevo abbozzato sul suo ricordo. Eccola qua: Feltre, 1729. La famiglia di Mario aveva casa sui colli a poca distanza da Feltre. A Feltre visse, per qualche tempo, anche Carlo Goldoni, che tra il 1727 e il 1730 fu occupato presso la cancelleria del tribunale del luogo. Lì scrisse i suoi due primi lavori teatrali, degli intermezzi comici, che vennero rappresentati nel ‘29 presso il teatro allestito nel Palazzo della Ragione, nella sala adibita a “Sena (scena) per recitar commedie in Carnevale”. La morte del padre, avvenuta nel 1731, obbligò Goldoni ad abbandonare le sue occupazioni feltrine e a conquistarsi, qualche anno più tardi, la laurea in Giurisprudenza presso gli Studi Padovani. Il teatro gli era però rimasto nel cuore, e non perdeva occasione per poterlo frequentare. Malignamente qualcuno bisbigliava che il suo interesse fosse però rivolto alle attrici giovani, verso le quali mantenne, sino all'ultimo, una spiccata predilezione, nonostante i versi ch’ebbe modo di scrivere pochi anni prima della morte: Ogni ricchezza val men dell'Onestà. Morrà felice, anche in misero stato, chi a se stesso può dir: vissi onorato. Insomma, pare che Goldoni frequentasse i camerini più della platea. Lo fece di certo anche a Feltre. Quella volta era stato il padre a trovargli occupazione lassù, giovandosi dei pochi studi giuridici compiuti fino ad allora da Carlo, che così venne assunto dal Tribunale come Cogitor, ovvero aggiunto del Coadiutore di Cancelleria Criminale di quella città. Per stendere un processo verbale d’una rissa avvenuta in un borgo vicino al capoluogo, Goldoni mise insieme una allegra brigata di amici. "Eravamo dodici - scrisse il nostro Cogitor - sei uomini, sei donne e quattro servitori. Ciascuno era a cavallo e impiegammo dodici giorni in questa piacevole spedizione. In tutto questo tempo né desinammo né cenammo mai nello stesso luogo”. Nella brigata c’era anche una certa Angelica, di cui Goldoni s’invaghì. Era una fanciulla alquanto timida e riservata, e il nostro, molto disinvolto e poco incline alla riservatezza, ben presto s’accorse che Angelica non faceva per lui. Quando, sul finire del ’30, dovette abbandonare Feltre a causa del male che avrebbe portato a morte il padre, per qualche tempo Goldoni rimase in corrispondenza con quella fanciulla, ma poi tutto finì, come finiscono tantissimi amori: per consunzione. Restò il ricordo del nonno del mio amico, e il nome attribuito ad una stanza della sua villa feltrina. Non c’è certezza che il cedro nel giardino di Mario fu testimone degli spassi di una sera e di una notte del Cogitor di Cancelleria Criminale. Ma da due secoli una stanza della casa evoca il nome del grande commediografo e mi piace credere sia stato così, come si racconta. Di sicuro la fama che stava guadagnando Goldoni, non come aiutante di Cancelleria, ma come autore di brillanti intermezzi recitati sulla sena del teatro feltrino, quasi di certo fu valido motivo perché quel ricordo del nonno venisse tramandato fino ai giorni nostri. Quel cedro merita dunque d’essere rispettato: fu “il testimone” della storia!  Il Cedro del Libano è sempre stato albero ornamentale per i giardini delle ville e delle case signorili. Mario mi raccontò che sotto un cedro, nel giardino di casa, Goldoni e la sua brigata consumarono il pasto in allegria. L’acquaforte di George Strutt, dei primi anni dell’Ottocento, raffigura lo svago estivo di una simile allegra compagnia all’ombra di un cedro monumentale in una villa alle porte di Londra.